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Verrà poi Draxler alla Juve?

Sarà il calciomercato, l’avvicinarsi di settembre, dormire con le finestre chiuse, respirare sempre la stessa aria da troppi giorni. Un treno, rotaie lunghissime, aria condizionata e poi prati verdi, bicchieri di vino e case bianche. Questo ci vuole, cambiare aria al pesce, spostare latitudini. Mi hai scritto proprio ora lo stress è come un bicchiere d’acqua, se lo prendi in mano è leggero, se lo reggi per un’ora è insopportabile. Mollare bisogna, non preoccuparsi dei vetri e del rumore al contatto col suolo, sedersi dove capita, ferirsi coi ricordi e lasciare che il sangue sgorghi un poco, poi il tempo, le piastrine e tutto il resto, il taglio si rimargina e il dolore che porta diventa un ricordo. Certo che l’ansia di non sapere se Draxler verrà finalmente a regalare poesia all’attacco bianconero per me rimane un peso. Verrà il trentuno del mese e avremo chiuso con tutte le dicerie e i discorsi fuorvianti e sarà tempo di fare i conti con quel che c’è, decidere il modulo, dare fiducia al capitano e sudare e sudare negli allenamenti per fiorire in partita e vincere, vincere, vincere non trascurando il bel gioco. È il quinto caffè che mi annerisce lo stomaco, è il terzo sonno dalle tre del mattino, dovresti smetterla, colora di bianco i tuoi denti, dici così, a me, intollerante ai latticini e ai consigli. E mentre tutti tornano noi partiamo, e mentre tutti dormono noi dormiamo. Smettila di cercare l’orizzonte, dici ancora, e io che gli orizzonti li ho sempre inseguiti ora che faccio? Basterà un balcone? Un letto? Una finestra? È inevitabile. Guarda i miei occhi ora nuovi, ne ho consumati un paio o forse più, guardaci dentro e dimmi che vedi. Io ancora niente, sono in rodaggio. Comincio con te, rimani qui, proprio davanti, e prima metto a fuoco e poi mi guardo intorno, così che tutto, questa volta, lo sai, parte da te, che sei mio occhio, mia destra, mio inaspettato orizzonte.

Foto: © Giulia Bersani

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Ma c’è del bello

Così mentre un uomo mi taglia i capelli mi chiedo se ha ancora senso stare qui, in queste stanze fatte di specchi e di bianco, di prodotti di bellezza dalle confezioni lucide lasciando il capo all’acqua e ai discorsi tangenti, quelli che sfiorano soltanto la realtà, ammesso che poi ne esista una.

Quando mi sorprende l’emozione invece mi si bagnano gli occhi, succede con le canzoni ascoltate troppo che mi sorprendono in tutta la loro forza suonate dal vivo, succede col tuo ricordo e i pennarelli indelebili coi quali mi hai firmato le braccia. Se tutto fosse una festa avresti scelto me come compagno di bevute, se tutto fosse una festa forse non ci preoccuperemmo nemmeno troppo dei nostri passati e nemmeno delle nostre giornate, vivremmo l’istante e l’euforia dell’incontro, accenderemmo candele per illuminare la stanza e ci arrampicheremmo sul tetto per scovare le stelle e contarle.

Vorrei dirti che non mi interessa come ti vesti, vorrei dirti che casa mia è splendida, ma io una casa non ce l’ho e ho disegnato le mie estetiche su quelle che mi hanno preceduto. Ora non ti so spiegare cosa mi esce dal cuore quando ti incontro e quali finestre spalanco per prendere la luna al mattino quando la luna non c’è.

Chissà se insegui il carro del sole o le vicende incredibili di chissà quale supereroe. Io sono normalissimo, così normale che a volte mi pettino i capelli in modo strano dopo la doccia, ma mi sento ridicolo e passo il phone per cancellare l’imbecillità e riscaldarmi le tempie e non pensare a nulla, ascoltare la musica, ascoltare la musica.

Non mi interessa sembrare quello che non sono e indosso ancora sciarpe lunghissime come se fossi malato per proteggermi dall’insensibilità delle strade di Milano e dei giri stretti delle amicizie.

Vorrei dirti che la provincia è bellissima, portarti a fare il giro del parco Lambro e dirti che assomiglia alla Toscana, ma non è vero perché non c’è il vino e la c aspirata devo fartela io.

Ci immaginavo allo specchio e ti abbracciavo da dietro per proteggerti e per guardarti, per toccarti e guardare tutte le forme che prende il tuo volto e gli spazi concavi del tuo corpo. Quando ti conto le costole non è un passatempo e nemmeno un esercizio. Voglio conoscere tutte le tue interiorità e poi dimenticarmi che giorno è.

Lo sciopero dei trasporti ci ha ridotti al silenzio così tu te ne stai nella tua stanza ed io nella mia. Le nostre camere separate direbbe Tondelli, che mi manca, mi manca tantissimo. Come si può voler bene alle persone che non hai visto mai, pensa a chi hai visto almeno una volta.

Invece vedo stanchezza negli occhi degli amanti e non ho pietà dei vezzeggiativi, non l’ho avuta mai.

E dovrei mettere di scrivere di me, lo sai, lo so. Ma è notte e chissenefrega, sto diventando menefreghista, dici, forse no, almeno non adesso, ascolto una canzone piccola che non ha niente da dimostrare, io invece tutto, ma c’è del bello.

Foto: dalla rete.

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Ivresse

Il nodo mancato, la corda che scivola e il cerchio in acciaio suona una nenia, poi s’interrompe. Così lo scafo è in balia delle correnti, sfiora la riva, poi prende il largo. La traccia sull’acqua subito scompare e non c’è suono che desti dal sonno, nemmeno uno spettatore sui balconi del borgo. Soltanto un cucciolo di cane, la notte sul fondo dello scafo, gli occhi aperti in risveglio e un latrato sottile, dove sono le case? Poi un ululato, le zampe appoggiate sul legno in movimento. Così si radunano i curiosi, l’orecchio teso, le mani a visiera per lanciare lo sguardo lontano. E i salvataggi per mare, il pelo zuppo, i capelli bagnati e applausi sul bagnasciuga. La barca ritorna alla terra, il nodo è nuovo e chissà quale notte ancora potrà giocar col fato e bagnarsi dei primi soli in mezzo allo specchio infinito che tutto riflette.

Mi dici non riesco, non è colpa mia, torno sempre indietro come i boomerang. Legno leggero che matura tra i panda, specie in via d’estinzione e contraddizioni in bianco e nero.

Io qui, tra le pieghe del viso, porto i segni del cuscino, delle mie sveglie posticipate. Non riesco a emozionarmi proprio, non riesco a sforzare le labbra in un wow davanti ai riconoscimenti degli altri, nemmeno davanti ai miei. Mi dici che non si fa, a volte le feste ci sono dovute. Alzo le spalle, dico, lo sai, sono tutto istinti e così distinguo la verità da quel che mi fa grande all’occhio fotosensibili degli altri. Emozione e desiderio, la razionalità è per i titoli dei giornali.

Nelle fragilità e nelle profondità dei ventricoli, le ansie che ci sorprendono prima di uscire di casa, il tuo sorriso quando è spontaneo, le mie innumerevoli debolezze, le ricerche di svago e le indignazioni che dovrei tenere soltanto nel portafogli e mostrare soltanto in intimità, come la figurina consumata di Alessandro Del Piero.

E ora ce l’abbiamo fatta, quella parola suona sulle bocche di tutti, con la sua doppia z che taglia, tre sillabe e un ritmo perfetto che si leva piano, s’innalza e poi si chiude dolce, è onda e non scompare, ma penetra la sabbia lasciandola bagnata e modellabile. Unisce quel che prima era soltanto un granello. Ora ce l’abbiamo fatta, è di tutti, per tutti, e non è un aggettivo che ha bisogno di sostegno, ma sostantivo che basta a se stesso. Che ci sarà poi? Un punto fermo, un segno esclamativo? Io sono per il punto di domanda, il dubbio e la tensione che suscita la ricerca della risposta.

Quale? Dove? Ognuno ha la sua, personale e raggiungibile, idealizzata o reale. Sai che ti dico, la ricerca vale tutto, tutto davvero e quando si muta in conquista allora è difficile trasformarla in parola.

Apro il mio portafogli: una fototessera da bimbo, l’asilo e il grembiule giallo pallido, i miei capelli a scodella e un sorriso bianco. Mentre si celebra il paese con la parola che ci lascia con la bocca aperta e le energie che si moltiplicano, mentre si celebra il paese io non mi emoziono, ma guardo la barca, là, col nodo teso e le onde che si fanno soltanto culla, barca che smania di prendere il mare, conoscere lo sconosciuto, gettare l’ancora tra le tue efelidi e respirare un poco l’aria che solo l’ebbrezza dell’inatteso sa dare.

Foto: dalla rete.

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Scomparire

L’ho fatta finita con le medicine, l’ho fatta finita da un po’. Tutto è natura e non è il caso di ricorrere alla chimica, alla sintesi senz’anima delle particelle.

Mi rigiravo nel letto, la canottiera bagnata dai sudori freddi. I peli delle gambe a far guerriglie al lenzuolo e nessuna voglia di aprire gli occhi. Coi polpastrelli disegnavo cerchietti su federe blu, appoggiare la testa al cuscino ti fa perdere coscienza dei contorni.

Sento bussare alla finestra, colpi leggeri ai quali mai prima d’ora avevo fatto caso. Provo a scollare le palpebre, ci riesco con sforzo. Una mosca, un’altra, una ancora: fuori dalla finestra a chiedermi il permesso d’entrare.

“Sono sceme le mosche.” Penso guardandone una che prova a sfondare l’angolo del vetro producendosi in un brusio discontinuo. “Fuori o dentro non cambia nulla, sai? Forse farà un po’ più caldo, forse, ma non c’è merda qui, niente da mangiare, siamo uomini progrediti e abbiamo inventato lo sciacquone.”

Lei non risponde e continua ad affannarsi. Le altre due si posano sul vetro per qualche secondo, poi riprendono il volo, si avvicinano, si allontanano, poi allungano senza sforzo le zampe posteriori e lisciano le alucce trasparenti. Decido di non aprire la finestra, il brusio scompare e la terza mosca giace supina, le zampe senza vita allungate verso il cielo. Noto il corpo peloso, gli occhi rossastri ed enormi in relazione al resto del corpo. “Non posso lasciarla là. Non è bello, la vedranno tutti. Io mi vergognerei a starmene morto in mezzo a una piazza. Non sono certo un dittatore e nemmeno lei lo è stata, troppo sciocca e testarda nel cercare una strada dove una strada non c’è.”

Apro la finestra, allungo la manica del maglione fino a ricoprirmi le dita e provo ad afferrarla, la lana rende i polpastrelli insensibili, non ho tatto e, quando credo di aver raccolto il corpicino nero, avvicino l’indice e il medio al pollice, scopro il fallimento: l’insetto è sempre nella stessa posizione e tra le mie dita soltanto tessuto. Provo più volte, prima con attenzione, poi con foga. Con l’altra mano allontano le altre due mosche, mi ero dimenticato del loro desiderio di entrare, ora sono felici e si rincorrono in danze intorno alla mia testa. Una volta, una ancora, pollice, indice, medio e lavoro di polso. L’insetto rimane dov’è, senza vita. Non mi sono accorto ma credo di averlo ferito. Si può chiamare ferito un già morto? Il maglione è sporco di un liquido giallastro.

“Perdonami, non sono così bravo quando si tratta di seppellire qualcuno. Potreste farlo voi.” Dico agli altri due mostrini. Quelli non rispondono, si posano una sopra l’altra e i corpi pulsano. Allungo le dita nude e prendo la mosca per una zampa, la poso sul palmo della mano e la guardo:

“Certo che sei brutta.”

“Ti credi bello, tu?”

“Sono più bello di te, non credi?”

“Sono una mosca, credi che possa pensare a un uomo in termini estetici?”

“Io sono un uomo e credo tu sia brutta, uno degli animali più brutti.”

“Voi uomini ragionate così.”

“Tu sei morta, perché puoi parlare?”

“Noi animali parliamo da morti.”

“Non l’avevo mai pensato possibile. E’ innaturale.”

“Chi ti ha insegnato cosa è naturale e cosa no?”

“Beh, è sempre stato così.”

“Parliamo dopo aver vissuto, prima non serve a nulla. Ed anche ora, ti confesso, non ha senso per me dire niente, voglio finire nella dimenticanza, ancora pochi minuti e scomparirò.”

“Scomparirai?”

“Hai mai visto una mosca morta sulla strada? Noi scompariamo, siamo così piccole che non abbiamo il tempo per decomporci. Voi uomini, invece, voi tenete così tanto alla vita e pensate tutto il giorno alla terra e a quella che chiamate bellezza, per questo ci mettete così tanto a scomparire, e appesantite la terra.”

“Credi che è per questo che non possiamo volare?”

“C’è stato un tempo in cui voi uomini volavate, leggeri e senza pensieri e facevate a gara per chi volava più in alto, vicino al sole che tutto scalda, poi… non ho voglia di spiegarti tutto, devo prepararmi a scomparire.”

“Posso aiutarti?”

“No.”

Non sento più nessun brusio, guardo le altre due mosche uscire dalla finestra. Ritorno a guardare il palmo della mia mano destra, la mosca non c’è più. Soltanto un’ala, sola e trasparente. Mi avvicino alla finestra, porto la mano vicino alla bocca, apro le dita e soffio. L’ala scompare. Chiudo le mani a pugno e resto fermo con lo sguardo rivolto alla strada. Il mio riflesso sul vetro: “Non sono poi così male.”

Mi sistemo i capelli, senza pensarci mi lascio cadere sul letto. Alzo le braccia al cielo, alzo le gambe: “E’ una posizione così scomoda per morire.”.

Foto: dalla rete.

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Con lo stradario in tasca

Ci nascondevamo tra i nomi di fantasia per non farci riconoscere. C’erano poi giorni in cui dimenticavamo la nostra identità e desideravamo soltanto scomparire sotto ai piumoni per fare buio su tutta la terra.

Che me ne importa delle grandi piogge, dicevi tu, ti ricordi quando in Eritrea partivamo col sole, poi una goccia e un’altra ancora si riempivano i fiumi e non c’erano argini. Lasciavamo le nostre quattro ruote motrici al riparo degli alberi e trascorrevamo la notte nel villaggio più vicino. Quando ti fai viaggio l’unica casa sei tu e impari la pazienza, l’attesa e la barba bianca della natura che non riesci mai a contraddire.

Così ieri notte in via dei Transiti tra i negozi aperti ventiquattro ore e i kebab a un euro e cinquanta ho avuto una visione: tutto il planisfero e le vite degli altri, io non ho mai visto il Canada, eppure esiste, dicono. Il mondo è un continuo fidarsi.

Non sentirti in colpa quando ti domandano se ci pensi mai a quante bombe cadono in questo momento e quanti prati si colorano di nero, quanti alberi non fioriranno più. Lo sterminio delle formiche e sassi per bloccare le vie di fuga. C’è chi ha la mente così vasta da contenere tutti i problemi del mondo e chi invece è fatto per le relazioni a due, chi si accorge dei tuoi stati d’animo e ti sta vicino soltanto con la presenza. E non dimenticarti di togliere il reggiseno, ci hanno insegnato le Femen, eppure io te lo chiedo sempre e tu mi dai del testardo.

Così non fidarti di chi ti dice che la musica è finita negli anni ottanta, il fondatore del Manumission di Ibiza ora ha tre figli, chi lavora di notte spesso di giorno ha una vita equilibrata.

E non ascoltare chi, come me, si perde in sentenze o rimpiange la giovinezza. Nelle manifestazioni di piazza abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce, dicevo io, finché ti ho incontrato e mi hai detto: sei in ritardo. Non sapevo tu mi aspettassi, ho detto io, non ci conosciamo. Eppure ti stavo aspettando, hai detto tu.

A chi disprezza i libri di Fabio Volo dovrebbero far vivere vite senza emozioni artificiali. Io per esempio ce l’ho con Pamuk che mi frantuma le palle, solo che se lui scrive di casa sua è un genio, se lo scrivo io sono un presuntuoso. E caro Foster Wallace, tu mi hai insegnato che non importa finire di leggere un libro, con te è quasi impossibile, lo sai, ci sono parole fatte per gli istanti.

Portare a termine tutto quel che hai cominciato a volte è rischioso. Ogni strada ha il suo andare, e se si riempiono i fiumi, cambiamo rotta, dormiamo in tenda.

Foto: Ben Ong.

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Oltre la legge va la giustizia

Ci trovavamo intorno alla tavola. Il risotto alla monzese e il sollevamento della Concordia. Lo sai che il giglio è il fiore bianco della Madonna? E cercavamo futuri tra i capelli radi di un infante. Con la fortuna che non ci sono streghe a leggerci i fondi del caffè.

Rimandare i viaggi per i lavori saltuari e dire peccato, ci sono amicizie che mancano e bello sarebbe non avere limiti e creare i presenti, accordare il ritmo dei giorni a quello del cuore e non sentirsi il colpa per il volto appoggiato al cuscino. Tre biscotti in più a colazione e sei già fuori peso massimo. E mi dicevi finalmente anche tu come i più: un padrone, degli orari e uno stipendio. Quanto sarà che non lavori? E abbassavo il capo pronto a ricevere ceneri, che colpa abbiamo noi per questa necessità che ci spinge oltre alle contingenze? E attraverso il vetro del bicchiere modellavo la voce, mi sorprendevo ad alzare il tono, dicevo dovremmo ringraziare ogni giorno di alzarci presto e timbrare un cartellino. Così ci trovavamo ad annuire e timido usciva un: “Però non è giusto”. E davanti alla giustizia riempivo il bicchiere. Avrei voluto abbracciarti, ma sarebbe stato troppo, qualcuno non avrebbe capito. Che esiste una giustizia che va oltre la legge ce lo ripetiamo da giorni. E risultiamo così banali quando cominciamo a domandarci e poi chi l’ha inventato il lavoro, chi l’ha inventato il padrone? E’ tutta colpa della proprietà privata?

Così tiriamo in mezzo la parola borghesia, si parla di quel che si conosce, dico io. Apprezzi l’arte tu? Frequenti i musei? Hai il frigorifero di design? Ti concedi il lusso del bio? Il fascino orientale del vegan?

E rispondevi che distinguere la bellezza dal bisogno è quel che ci rende umani e mi infilavi in contropiede, in gol di punta sul primo palo, portiere battuto e stadio che esulta. Siamo così confusi quando si parla di noi così rifiutavi i dolci dicendo: non mi piace. Ci pensi mai a dove nascono i gusti? Hai voglia di un gelato?

Controllavamo le calorie domandandoci se è un gesto da proletari. Quanti fratelli hai tu? Coltivi la terra? E rispondevo che dovremmo inventare parole nuove e se proprio vogliamo usare quelle vecchie e sorpassate e avvezze al fraintendimento potrei dirti che il proletario è chi sa ancora scegliersi i giorni e ha coscienza del sé, chi conosce il compromesso e idealizza il futuro. E perché non un borghese? Usiamo i termini come bello e brutto, così personali che appena li pronunci ti domandi il perché. Dove la metti la passione, dicevi tu? Senza la borghesia l’arte non esisterebbe. E così chiederci se è necessaria, dei fondi statali e dei classici. Sai cosa penso? Dicevo io. Sarebbe già tanto sapere far architettura del bello, costruirci intorno lo spazio in cui vogliamo vivere. E togliere un po’ di pieni per dare spazio al pensiero. Noi come i piatti giapponesi, l’equilibrio estetico dei vuoti. Dovrei buttare un po’ di riviste? Che ne pensi di quei soprammobili?

Cominciamo a sparecchiare la tavola. Tre bicchieri e un cognac per mettere ordine a questa confusione.

Foto: dalla rete.

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La primavera dei tuoi compleanni

Oggi uno specchio tra le vetrine, somiglio un sacco a papà. I modi e gli sguardi, questa nostra debolezza che scorgi tra i tagli delle mani.

Ai tuoi occhi malati e al fascino dei tuoi occhiali neri. Alle lenzuola consumate insieme e alle mutande che ci siamo sempre scambiati. Alle nostre camere separate da un corridoio. Alla tua scrivania ordinata e alla tua scrittura minuta. Alle lettere che ci scriviamo a Natale e agli sguardi d’intesa quando fuori tutto sembra esplodere.

Che ci mandavamo affanculo spesso e tu te la prendevi di molto, che sei un po’ permaloso e così buono che non ti si può nemmeno mangiare. Compiere gli anni in maggio è foglie verdi e canto del gallo per i tuoi ritorni a casa.

Abbiamo sulle spalle tutta la coscienza che ci siamo cuciti addosso, e qualche buco di sigaretta, gli occhi chiusi per cercarci una lampada dentro e far luce sul cuore. L’orologio appeso alla cintura per ricordarci che il tempo serve a vestirci a festa ogni giorno, apparecchiare la tavola e mangiare con gusto.

Dei nostri viaggi in Marocco e dei mille soli che disegni negli occhi. Di quando sei stanco e ti abbandoni al divano e dei discorsi nuovi con mamma e papà. La mia meraviglia per la maturazione in età adulta, di quando pensavo vuoi vedere che non cambi più e la marcia nuova dei nostri vecchi.

La quantità interminabile del Barolo bevuto a Natale e tu che mi tieni sveglio, la prima corsia in autostrada per il concerto di Vinicio Capossela e quei ritorni dove regna in silenzio sulla A1, Claudio va a finire che dorme e le luci della strada accese sui cazzi nostri. La lontananza fa chiari i contorni e tira fuori tutte le frasi che non riuscivamo a dirci. Così un ti voglio bene non è mai banale e torneremo un giorno in quella casa a tirare al canestrino a ventosa appeso al soffitto di camera mia, porca miseria quanto eri alto, così elegante, quasi irraggiungibile.

Foto: Nicoletta Branco

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ZèroZèro

In quel paese dal nome impronunciabile, sconosciuto ai galli eppur famoso tra donnole e volpi, sovvertiremo il banco dei vestiti d’occasione io e te. Ci vestiremo a futuro cominciando con la nudità dei nostri corpi imperfetti. Mentre muoiono le provocazioni dei blog e si organizzano manifesti e stazioni per riperdere il treno del lunedì mattina.

Noi pendolari del tempo deciso, auto tirate a nuovo in docce moderne e schizzi bianchi su lenzuola profumate. Sfioriscono i gerani e il bianco delle margherite veste di nozze il verde dei prati. Mietono lacrime le stanze vaticane ed è gioia. Si impiccano i potenti agli sms erotici e il fascino incestuoso della lussuria. Poi canti semplici di certi cori alpini.

E’ così umana la sconfitta che non serve marchiarti a fuoco le reni, il numero dispari delle dita della mano destra e le tue gambe in coppia. Io sempre in cerca dell’Uno.

Con le macellerie che inventeranno nuovi nomi per le nostre carni infilzate a ganci color alluminio, i nostri denti strappati e le corde vocali vendute in grappoli; quando saranno gli animali del sottobosco a cibarsi di avanzi, e venderemo le tavole delle nostre leggi e libereremo la famiglia dalla colla gialla che la trattiene insieme. Che lasciavamo la città in cerca del bianco delle piste da sci e rimpiangevamo l’Ovomaltina di risvegli capricciosi e potenti. Il maestro di sci per il superamento in slancio delle nostre paure, il naso ghiacciato e l’odore forte delle nostre estremità consumate.

Le tue paure a nominare la gioia.

Quando mi hai domandato delle correnti e tiravo in ballo il ’68, dicevi sarebbe meglio non esistere proprio per niente, quando disegnavo le tue labbra sullo specchio e mi inventavo baci a cavallo del gomito, il dolce sale del tuo collo nudo.

Poi strade lunghe e Parigi di notte, l’insegna al neon del bar zèrozèro e le melodie accentate dei buttafuori neri. Ti dipingevo gli occhi di scuro per pensarti malvagia e disegnavo sulla strada lo spazio vuoto tra i tuoi denti bianchi per camminare nella tua bocca e arrivarti dentro.

Quando soffocavo soltanto per pochi secondi e diventavi ricordo, di notti insonni e di amicizie trascurate, di seni tondi e canottiere a righe, di camminate infinite prima del rosso e verde dei semafori, il giallo dei lampioni e poi il mattino. Si spengono le luci artificiali e quel che resta è una maglietta sudata e patina bianca sui lati della bocca. Lumache nelle mutande e voglia di scriverti e chiudere gli occhi e zaini rosa e cordoni blu, campanelle di scuola e clacson ed auto e zuppe le uscite delle metropolitana.

Immagine: opera di Lucio Fontana.

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Tu fiorirai in bellezza

Il tremolio delle dita sulla tastiera e quella candela consumata dal tempo sul ciglio della vasca da bagno. A fuoco i panni dimenticati in lavatrice, i nostri capi lisi dal logorio delle posizioni di testa. Ci scrivevamo delle lettere per sentirci meno soli. I nostri combattimenti con le ferite aperte delle nostre adolescenze, i tagli orizzontali sulle ginocchia e le canottiere della NBA. Saltavamo a piè pari le convenzioni, ma non eravamo invadenti, anche se ce lo scrivevate appiccicandoci carta igienica sulla schiena come si fa con i pesci in aprile. Addio ai preliminari di sguardi lontani e alle presentazioni degli amici in comune. Parlarsi soltanto per l’empatia dello sguardo o per colpa della strada in discesa, dei sanpietrini bagnati e dello scivolare di queste Clarks consumate. Sarà che la parola caso l’ho affogata nelle naftalina e che non apro gli armadi da tempo, che accumulo i vestiti sui divani e prima di dormire appoggio le magliette sulle luci al neon per moderarne l’intensità. E mi ritrovo al buio. Quanto vorrei sostituire l’invadenza delle mie sensibilità con la banalità dei gesti: una pizza, una rosa, un pompino. E dire no alle birre delle ventidue, al pensare alla Leffe come a una soluzione, un surrogato di libertà che non domanda di senso e chiedersi il perché al Monoprix di Place d’Italie la trovi sempre in offerta. Le mie difficoltà con gli idiomi e la curiosità per le lingue degli altri. Se mi neghi i tuoi muscoli non diventeremo forti mai. Le fascinazioni nelle tue fotografie, i tuoi disegni da bimba e la finezza della conoscenza. Le tradizioni da scavalcare per metter fuori la testa e oltrepassare la soglia. E con la bocca aperta raccogliere i primi venti e poi tornare dai tuoi cari, ti chiederanno il perché dei tuoi denti bianchi, del rosso del tuo palato e diranno distendi le guance, chiudi le labbra che prendo freddo, chiudi le palpebre che prendi sonno. E schiaccerai il bottone sul cuore e li investirai delle nuove stagioni, dalla tua bocca semi e fiori e piante e venti dai nomi impronunciabili. Pesci rossi sulle finestre e nuvole bianche a decorare i soffitti quando alberi di pesco nasceranno dagli occhi. E fiorirai in bellezza per lo sguardo stupito degli altri. Da piccola a donna. Da donna a germoglio. Che ogni giorno è una primavera me l’ero scritto sulle mani. E me lo ripetevo così tanto che ho finito per dimenticarlo.

Foto: Steve McCurry, Jodhpur, 2007.

Photo editing: Neige

 

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Ai baci rubati del sabato pomeriggio

E con i libri la conoscenza del frattempo mentre per la consapevolezza ricerchiamo l’esperienza. I calli sulle dita e le cicatrici aperte dei nostri occhi, per gli sguardi dimenticati a cavallo delle tue spalle, gli sforzi per sorprenderti e il tuo disinteresse per gli affari grandi. E mi parlavi dell’azzurro del cielo e segni e sorrisi sulle nostra lenzuola bianche come le parole che vorrei scrivere sulle piastrelle dei bagni dei bar e poi perdo il coraggio e abbandono profumi e fantasie dopo gli sforzi e i pantaloni calati. L’essere sensibile spazzato via con un colpo d’acqua, come i calcoli renali e la mia dipendenza dal bicchiere. Non ho mai fatto attenzione ai lampadari, ma alla forma delle posate e alla cortesia del gesto. L’apertura delle braccia e la posizione del busto per l’accoglienza del diverso. Quando mi parli del teatro mi citi i novantenni e così chiudo gli occhi, per le parole stereotipate: i tuoi bellezza, giustizia e gli occhi del cuore. Che mi suggerisci adesso? Guardo l’alba dal tetto, fumo sigari con la mano destra e li accendo coi cerini che ti ho regalato per dar noia ai miei polmoni, la nebbia a Milano manca da troppo tempo e per non guardare lontano costruiamo ancora grattacieli, i progetti degli architetti della new economy e i laureati alla Bocconi che lanciano il cappello. Le gote rosse dei padri e i vestiti inguardabili delle madri, la ciccia che pende dal braccio e i nei che hanno smesso di affascinare. Quando i parchi servivano per bucarsi e poi lasciarsi andare al sonno, ai baci rubati del sabato pomeriggio e alle mattinate senza scopo degli studenti, si scontrano ora tramonti perdibili e i tuoi occhiali grandi non servono più. Tutto questo vuoto lo riempiremo con un punto, uno soltanto, uno qualunque. La ricerca vana del girovagare dei carillon e le fotografie delle tue ferie d’agosto. Il costume alla moda e le frasi scritte sui muri in un’altra lingua suonano meglio e val la pena di ricordarle. Ama mi amorcito. Te quiero e poi i cuori delle bombolette spray e fiamma sulla maglietta del top player che cerca il denaro per far fruttare il talento dei piedi. Non ci preoccupano più le polveri sottili, i denti neri degli angoli della strada e le costole dei tram che disegnano il cemento. Ci siamo detti che senso ha tutto questo silenzio che ci stiamo ricamando addosso? Vorrei chiamarti Penelope e poi correrti dietro come fanno le antilopi. Per quei ritorni che non mi aspetto e le parole che disegno su una carta che non c’è, che polemizzo col passato e per le correzioni lascio la matita rossa ai bimbi. Se tu ci sei fammi toc toc, pum pum, il suono onomatopeico dei tuoi respiri, che se ti sento dentro è perché sono più debole, molle come i budini che non sai cucinare. Se apro la bocca posso parlarti di prospettive e poi farti entrare. Contro al respiro, i denti bianchi, lo schiocco della mia lingua e la campanella delle tonsille. Nei miei ventricoli fino a giù, quando se ti inginocchi non è per succhiarmi via vita, ma soltanto per ascoltarmi. Che parlo piano e non è ancora notte.

Foto: Marilyn Monroe and Arthur Miller, Beverly Hills, California 1960

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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