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Con lo stradario in tasca

Ci nascondevamo tra i nomi di fantasia per non farci riconoscere. C’erano poi giorni in cui dimenticavamo la nostra identità e desideravamo soltanto scomparire sotto ai piumoni per fare buio su tutta la terra.

Che me ne importa delle grandi piogge, dicevi tu, ti ricordi quando in Eritrea partivamo col sole, poi una goccia e un’altra ancora si riempivano i fiumi e non c’erano argini. Lasciavamo le nostre quattro ruote motrici al riparo degli alberi e trascorrevamo la notte nel villaggio più vicino. Quando ti fai viaggio l’unica casa sei tu e impari la pazienza, l’attesa e la barba bianca della natura che non riesci mai a contraddire.

Così ieri notte in via dei Transiti tra i negozi aperti ventiquattro ore e i kebab a un euro e cinquanta ho avuto una visione: tutto il planisfero e le vite degli altri, io non ho mai visto il Canada, eppure esiste, dicono. Il mondo è un continuo fidarsi.

Non sentirti in colpa quando ti domandano se ci pensi mai a quante bombe cadono in questo momento e quanti prati si colorano di nero, quanti alberi non fioriranno più. Lo sterminio delle formiche e sassi per bloccare le vie di fuga. C’è chi ha la mente così vasta da contenere tutti i problemi del mondo e chi invece è fatto per le relazioni a due, chi si accorge dei tuoi stati d’animo e ti sta vicino soltanto con la presenza. E non dimenticarti di togliere il reggiseno, ci hanno insegnato le Femen, eppure io te lo chiedo sempre e tu mi dai del testardo.

Così non fidarti di chi ti dice che la musica è finita negli anni ottanta, il fondatore del Manumission di Ibiza ora ha tre figli, chi lavora di notte spesso di giorno ha una vita equilibrata.

E non ascoltare chi, come me, si perde in sentenze o rimpiange la giovinezza. Nelle manifestazioni di piazza abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce, dicevo io, finché ti ho incontrato e mi hai detto: sei in ritardo. Non sapevo tu mi aspettassi, ho detto io, non ci conosciamo. Eppure ti stavo aspettando, hai detto tu.

A chi disprezza i libri di Fabio Volo dovrebbero far vivere vite senza emozioni artificiali. Io per esempio ce l’ho con Pamuk che mi frantuma le palle, solo che se lui scrive di casa sua è un genio, se lo scrivo io sono un presuntuoso. E caro Foster Wallace, tu mi hai insegnato che non importa finire di leggere un libro, con te è quasi impossibile, lo sai, ci sono parole fatte per gli istanti.

Portare a termine tutto quel che hai cominciato a volte è rischioso. Ogni strada ha il suo andare, e se si riempiono i fiumi, cambiamo rotta, dormiamo in tenda.

Foto: Ben Ong.

Ben-Ong---Untitled

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Sutura de labios

Quello che chiamate silenzio silenzio non è. Nei buchi dei piercing il punto a croce tra le labbra gonfie, il filo teso che ci accorcia il respiro: i nostri riti vodoo per le lontananze, che siamo sangue e respiro. Le bambole di pezza non hanno le labbra, lo sai? Non pensano troppo e non cambiano idea: lo spazio ideale delle carezze. Noi non sporchiamo parole e ruminiamo di notte, vacche incastrate tra le pieghe dei materassi sfatti coi cuscini indispensabili per gli abbracci, per sentirci due, la nostra solitudine intrecciata ai pixel. Se spegnessimo gli interruttori dormiremmo da un po’, chissà poi da dove viene tutta questa elettricità che ci fa rivoltare come i cani contenti, tutta questa polvere che ci si accumula addosso che dovremmo sbagliare, farci prendere a schiaffi per ripulirci e starnutiremo, certo, lanceremo al mondo le nostre tossine per il repulisti delle coscienze e tutti i viaggi a vuoto, le nostre californie e il rock and roll, la birra a fiumi per i nostri scivoloni. Per le notti sull’attenti del nostro passero solitario e poi la mattina a cercarsi tra le mutande e i calzini e dire addio a non si sa chi, la conoscenza di una notte molesta, il martello penumatico dei nostri pensieri a spaccare la notte venendo di fuori per non contagiarti. E dietro al letto, sul muro, gli schizzi dei miei fallimenti. Le camminate verso casa guardando per terra e le cicche di sigaretta per quella volta che ne ho raccolta una, mi sono guardato intorno per essere visto e poi nel cestino ed il mio inchino per questo mondo che è più pulito. Alle piccole attenzioni è la dedica dell’ultimo libro di Fabio Volo. Alle Indie delle grandi librerie che sono parchi giochi per i vecchi in salute ed ai racconti ardimentosi sull’adolescenza che non tirano più. Metto fine ai silenzi quando ho qualcosa da dire, la scrittura è un buon riparo, una vela salda, ma c’è da fare esperienza, conoscere il vento, soffocare in tempesta, e finalmente scrivere del Central Park, la prima pagina del Baricco. Ho gli orizzonti stretti e non ho tatuaggi, verrà un momento che mi scriveranno sulla pelle, mi marchieranno a fuoco e là nel pascolo, come vacca al macello, come erba per i palati stanchi. E intanto corro, e scappo e non c’è recinto, non c’è galera. No al recinto e questo è tutto, con la Ryan Air e i sogni di libertà a basso costo. Ai voli mancati, alla prima pagina che non ho ancora scritto.

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