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LETTERA A UN POETA

Caro,

ti scrivo anche se non ci conosciamo, ti scrivo perché ho bisogno di confidarmi a qualcuno senza essere accusato di invadenze.

Siamo pietre che quando rimbalzano sui fiumi piatti saltellano e lasciano scie tonde, poi affondano e riposano nascoste ai più in attesa che qualcuno si tuffi per raccoglierle.

Così i nostri scritti. Proiettiamo le nostre interiorità sul bianco e rischiamo la critica, il giudizio e il riso. Lo facciamo per necessità e per sentire.

Come è difficile, amico mio, qui il mondo si guarda allo specchio e non ci accarezza le guance. Siamo così narcisi che ci specchiamo nelle vetrine per sapere quello che gli altri dicono alle nostre spalle. La nostra camminata e le sporgenze dei nostri bacini.

Non esistono più i gruppi o le correnti e così ci ritroviamo fermi sulle sedie con la testa china a cercare il plauso sui social network per sentirci meno soli. Che ne è del gruppo ’63 o degli under25 tanto cari a Tondelli? Il massimo che riusciamo a fare è organizzare serate nei piccoli locali e circondarci di amici sensibili. Ma frequentarci in scrittura è un’altra cosa. Quanto sarebbe bello stare intorno al tavolo e leggere di noi. Lasciar consumare i sigari al vento per il desiderio di farci ascoltare. E farci accarezzare i capelli soltanto al mattino. Magari tu a casa hai qualcuno che ti aspetta.

Nessuno ci aiuta, è vero, ma noi non ci aiutiamo. I nostri vecchi piangeranno le nostre morti, incuranti e inconsapevoli macchine per la distruzione. Il fatto è che vogliono salvare questa nave che è affondata da tempo e lasciano indietro il futuro. Sono così legati ai modelli che tutto è giudicato secondo parametro e dove c’è il talento non si fa nulla perché questo emerga. Fuori dai binari non viaggiano i treni.

Non siamo qui a darci la colpa, ti scrivo perché mi manchi. Mi mancano le tue parole, le tue lettere, i tuoi giudizi schietti, l’affetto dato dalla rivelazione delle nostre intimità.

Sai quanto mi piacerebbe parlare dell’amore e poter dire: vorrei morire per l’incavo delle sue scapole senza sentirmi un inetto. Questo nulla che ci sovrasta oggi risplende, nascosto, nel cielo azzurro di Milano. Nemmeno le nuvole osano contraddirlo. I passi sono stanchi e gli occhi appiccicati ai cellulari. Abbiamo le tasche più consumate di sempre.

Caro amico, dove sei? Dammi notizie di te. Scrivimi, cercami. Facciamo qualcosa. Li vedi i musicisti che stringono amicizia, fanno le jam e magari non si piacciono, ma si stimano, si aiutano. Perché noi no? Perché ancora cerchiamo la soddisfazione personale soltanto? Perché?

Al posto di trascorrere le nostre giornate sulle reti per tastare il polso al paese reale e poi farci pagare i laboratori per sopravvivere, facciamo così: trascuriamo quella boria che ci vuole insegnanti, neghiamo le cattedre e apriamoci al confronto, diamoci degli appuntamenti, apriamo le nostre case e decidiamo di leggerci e guardarci.

Potrei mettermi in ginocchio per ascoltare le tue parole, o in piedi sull’attenti, o seduto con le gambe incrociate, chiudere gli occhi, magari piangere o urlare. Sorseggerei del vino.

Preferisci finire anche noi come i nostri padri, su quelle scrivanie a decidere i destini dell’umanità? Domandami cosa c’è sotto al banco, pensa ai polpastrelli consumati, alle rughe dell’espressione, alle crisi di nervi davanti ai loro figli, ai mariti, alla frustrazione nell’osservazione dei muscoli altrui.

Finiremo noi come i filosofi e ci circonderemo di giovinette?

Indossiamo pure i nostri cappotti invernali, copriamoci di ridicolo ordinando un vino pregiato nei bar milanesi. Facciamoci invitare a cena dai nostri amici più ricchi e poi raccontiamocelo. Condividiamo questa povertà, è uno spazio raro, durerà poco, troveremo il modo per cavarcela, lo sai e non saremo più quelli che siamo ora.

Prepariamoci al tuffo, alle mani che verranno a raccoglierci, facciamolo insieme, che le correnti logorano chi le contrasta e modellano a loro piacimento. Facciamoci forti, facciamolo insieme e diventiamo diga.

O amico caro,

a presto.

Marco

Foto: dalla rete, Corso e Ginsberg.

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Dialogo con Erri De Luca, Università Statale Milano

Entro in università come non facevo da tempo, dalla porta di servizio. Meglio sarebbero i portici, ma sono in ritardo. Lui è già sulle scale, altissimo e magro, che a mezzogiorno non mangi mai ormai è risaputo.

Quel che mi interroga sono le foto con e l’autografo al libro preferito: sia lode ai vent’anni.

Quattro sedie sistemate sopra ai gradini nel corridoio di fronte all’aula magna. Altre sedie sparse e panchine.

Occhi neri nerissimi. Occhi azzurri azzurrissimi. Poi pensionati curiosi, due uomini in giacca e cravatta e giovani di barbe fatte e barbe sfatte, qualche rasta ben sistemato, qualcuno arruffato, stivali dalla firma nota e un mondo di Clarks. I simboli e le maschere nere sulle statue greche, andiamo a inscenare un dialogo e prendiamoci spazio. Quello al di fuori delle aule e dei riscaldamenti, quello fuori soglia. I discorsi d’attesa: quel prof è bravo e quell’altro meno. L’hai letto il suo ultimo libro, sai parla del mare. Mi piace il collo della ragazza davanti a me, veste di nero, ma non è in lutto. L’attenzione colta da un adesivo con la scritta NO TAV appiccicato a una sedia. E poi la nuova resistenza che comincia dalle magliette: Join the new resistance. Baciatevi pure e baciatevi tutti, mi viene da dire, tutto colpa degli scatti ormonali: quanti volti belli!

Poi le cravatte si staccano dal pubblico e riempiono le sedie vuote: sono avvocati, lui è lo scrittore e veste con camicia e maglione. Le firme scemano e il nostro raggiunge il suo posto mentre un volto pulito, occhi curiosi e bell’eloquio, presenta l’incontro e mi piace cominci dicendo guardateci qui, fuori dalla grazia di un luogo, in mezzo al via vai di certe code di cavallo ben pitturate e magliette attillate e orari da rispettare. Si renderanno conto prima o poi che lo spazio è importante? Pare di no. E allora via che si comincia.

Sull’intellettuale coerente e il favore alla pratica del sabotaggio. La politica di resistenza culturale e poi la domanda: perché la cultura quando diventa partigiana fa paura?

Non è facile utilizzare al meglio questi termini: politica, partigianeria, resistenza. Io li accolgo cercando di relazionarli al contesto e nulla mi suona male.

E poi intellettuale è soltanto un’etichetta o qualcosa di più? Il ragazzo di fianco al viso pulito si tocca un sacco i capelli, indossa una giacca niente male e utilizza parecchio la parola meccanismo, poi macchinazione, poi macchina, arancia meccanica, apparato repressivo e ancora meccanismo. C’è qualcosa di artefatto in questo mondo, è vero.

Chissà se Erri de Luca, che scrittore è, riesce a dirci qualcosa di questa narrazione distorta dei fatti del piccolo globo.

De Luca così prende parole, dice io sono qui disposto all’ascolto. Prendiamoci il diritto all’ascolto e impariamo ad abitare i luoghi e a non abbandonandoli quando questi hanno bisogno. Racconta di un suo amico poeta bosniaco rimasto in città durante la guerra, diceva il poeta: “in molti si sono innamorati con le mie poesie, sono io responsabile della felicità ed ora, che il periodo è critico, devo farmi responsabile anche dell’infelicità.” Avverto quindi il bisogno di stare, di occupare lo spazio. Ecco quella che per me è occupazione.

E a me viene in mente ora che quand’ero adolescente regalavo i suoi libri, nessun amore degno di nota, ma tanto lirismo e qualche scampolo di intimità.

Continua De Luca: “Il portatore di parole condivide il guasto con la propria comunità. Negli anni settanta militavo in un’organizzazione rivoluzionaria. Si era rivoluzionari perché il mondo era in rivoluzione, non si poteva fare altrimenti. Noi facevamo la lotta estremista radicale perché volevamo cambiare le cose rovesciando i rapporti di forza. Oggi, invece, qualcosa è cambiato. Non si rivoluziona nulla, ma si difende il diritto ad esistere. In Val di Susa difendere la sovranità del suolo vuol dire difendersi dall’estrazione di uranio che non si riesce a cancellare, lo si può solo nascondere o scaricare da qualche parte ignorata dai più, farà male e porterà morte.

Chiamo sabotaggio politico quel che avviene in piena luce, quello che oppone corpi. Quello che occupa lo spazio, appunto.

Intanto la Tav non si può più fare e non si farà perché esiste un sabotatore inafferrabile che si chiama Hollande e vive in Francia e ha affermato che i francesi inizieranno i lavori nel 2030. Questo significa che lo scavo oltralpe non si farà.

Quanti interessi in Italia? Fare un buco per fare un buco e null’altro. Se quel buco si farà si costringerà la popolazione della valle a una deportazione che ci si dovrà auto imporre. Un Vajont differito, dove non sarà la natura a far disgrazia, ma l’uomo all’altro uomo. E intanto i ministri dell’interno inaugurano le frese. I ministri passano e le frese restano.

E la libertà di parola o è allineata o è un atto criminale. Io sono per la parola responsabile, quella performativa che si prende la responsabilità del suo essere detta. Non come chi dice e non fa, non come chi dice e poi ritratta. Chi smentisce continuamente se stesso non conosce responsabilità alcuna.”

Conclude, si accarezza le guance. Un applauso.

Prende poi la parola una delle cravatte, appena comincia a parlare diventa subito più umana, meno stretta. E’ uno degli avvocati che segue gli arrestati per i sabotaggi in Val Susa e tanti dei presenti che fanno della politica atto e non soltanto parola. Dice che ormai la categoria della legalità si sovrappone a quella della giustizia.

Per me questo è già straordinario e mi basta. La giustizia non coincide con la legalità, spesso.

Lo sguardo vaga tra il pubblico, l’assemblea, i ragazzi. Il credo, la passione, la responsabilità. Non ci sono curiosi qui, gli sguardi sono attenti, c’è silenzio, ognuno si interroga e si lascia interrogare. Non si fa nemmeno il confronto con gli altri che sono a casa a dormire o seduti nei banchi, no, pare che si voglia parlare a tutti e non importa se per adesso questi non ci sono, un giorno verranno o non verranno per niente, ma ci sarà un risveglio prima o poi, una primavera delle coscienze.

Ritorno con l’attenzione alle parole di uno degli avvocati, credo confonda verità con realtà, dice: la verità è che non c’è speranza, c’è desolazione, ingiustizia.

Io ho sempre pensato che la verità è l’uomo e nell’uomo c’è speranza e sguardo aperto al futuro. Non siamo sconfitti finché siamo in vita.

E ricomincia Erri De Luca: “L’intellettuale, lo scrittore, è colui che ci sta e sta nel mezzo.”

Possiamo allargare il concetto a colui che si prende sul serio ed è responsabile: costui non guarda da fuori. Non è soltanto spettatore, ma vive da dentro per cambiare il punto di vista e renderlo originale.

De Luca ci dice che ormai il giornalista sta alla scrivania, a chi sta “al seguito delle truppe” e mai “sul campo”, che l’informazione così non sarà mai verificata, ma soltanto riportata.

Continua affermando che lui vuole essere presente. Che essere presenti significa guardare i volti e i volti non si guardano dai palchi e nemmeno dalle prime file. E ancora: “Si sta nel mezzo. Si occupa il proprio posto.”

Infine lo scrittore saluta, rifiuta la parola maestro e si dice pessimo più per vezzo che per convinzione, mi dico io, ma magari sbaglio.

Poi altri interventi più o meno lunghi, si sottolinea il già detto e si propongono riflessioni nuove. Non mi dilungo. Quel che mi colpisce è che chi parla è appassionato, vivo. Occupa il suo posto. Mi fa sperare, già, è così. E se partivo prevenuto è ora di ammetterlo, quanta speranza c’è nella gioventù e nell’atto di chi la gioventù l’ha superata, si è concesso l’accumulo di certe retoriche, ma si è fatto presenza e dialogo, in un certo senso maestro, che è colui che insegna, ma stando in mezzo ai suoi. Con parola responsabile che diventa esempio.

Non sono un giornalista e riporto le parole di Erri De Luca così come le ho annotate sul quaderno cercando di essere il più possibile esatto. Ringrazio l’ex-cuem libreria autogestita che ha organizzato l’incontro, meriterebbero più parole, ma se cosa si somma a cosa si finisce per appesantirsi. Ecco tutto.

Marco Colabraro, Milano, 1 Ottobre 2013.

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Lo sai com’è difficile essere nessuno

Il fatto è che la nostra rivoluzione non è un da farsi perché è di ieri, perché è di oggi e sarà anche domani.

Così alle tre del mattino il tuo fegato chiede il conto della notte trascorsa. E quando non troviamo discorsi a cui aggrapparci per portare alla luce le nostre profondità affondiamo la cannuccia nel Negroni e il Vodka-lemon ci permette di sopportare la musica e quel dj che si muove troppo e quella barba così folta che alla fine ti sta male.

Tra i leggings e i push up corriamo il rischio di slogarci il collo e per le scarpe puntiamo l’immaginazione alla moda parigina che qui a Milano vanno di brutto i negozi cinesi.

L’enoteca di Paolo Sarpi è strafatta di professionisti e son pure simpatici, fa tutto parte del dopo lavoro. Ti rendi conto che a Milano si è smesso di chiedere: “e tu che lavoro fai?” e si punta il tutto sulle passioni: La bici a scatto fisso e poi la musica, di che elettronica stiamo parlando? Mi piacerebbe anche a me un nuovo tatoo. E che ne dici se ci apriamo un tumblr assieme, magari ci tiriamo fuori qualcosa di buono. Ho in mente una start up e lui fa il giornalista potrebbe presentarti qualcuno, lo sai com’è difficile essere nessuno.

Così c’è chi nasconde il cognome e tira di bianco per distruggere l’immaginario democristiano della famiglia dei piani alti. Si dice così che a piano terra costa tutto di meno, lo sai, colpa del traffico, le polveri sottili e la mancanza di tregua allo sguardo.

Ora puoi guardare quel non so che di contemporaneo che hanno costruito là a Garibaldi al posto del Bosco di Gioia dove ci riempivamo di spliff mentre le madri lasciavano i piccoli arrampicarsi su scivoli blu e solleticare il cielo sulle altalene, i cani pisciavano allegramente e le farfalla s’erano estinte.

Ora invecchiamo sui tavoli di lavoro e lasciamo cadere i capelli sul pavimento: il segnale del nostro passaggio e la rigenerazione del cuoio capelluto.

E il parlamento invece è così distante dai nostri oggi che lo trattiamo come il gossip e ci infervoriamo durante le crisi, per tutto il resto alziamo le mani e appoggiamo il gomito sul generalismo.

Signor Presidente della Repubblica lei è invecchiato, si fa mal consigliare.

E ancora su Facebook mi spertico in come stai che spesso suonano come invadenze. Che la proprietà privata non è soltanto spazio, ma rapporto e conoscenza. Noi siamo noi, voi siete voi. Il resto è virus che interroga e avvelena.

Così alle mie domande fai a meno di rispondere, resti nel tuo, che dentro al recinto siamo al sicuro. Invece sulla strada si perdono treni, si inseguono aerei e si diventa così retorici che si finisce per non dire nulla e in questo niente, invece, ci sono io e ci sei anche tu, perché la ricerca spesso è così vuota che ha bisogno di un contatto anche superficiale. Chiamala se vuoi solitudine, questa per me è cultura, questa per me è maturità. E poi mettici tanta debolezza.

Foto: dalla rete.

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Ai pigri progetti della domenica

Ci stordivano i passeri che si dilungavano in discorsi cosmicomici tra i rami degli alberi. La radio e le canzoni in inglese. Quando non capisco mi innervosisco, lo sai.

Tutto intorno, protetti dai muri e dalle veneziane, bicchieri mezzi pieni su tavole ancora apparecchiate e uomini in slip che abbracciano cuscini e donne appoggiate sul fianco. Il suono delle campane della provincia.

Quando ti svegli non ti domandi mai la forma dei tuoi capezzoli. Lo sai che il silicone chiede del tempo per tornare al suo posto? Assomigli a un quadro cubista, ma mi piaci lo stesso.

Alle frustrazioni di chi non bacia perché non si è lavato i denti e a chi non fa l’amore perché al mattino vuole silenzio. A chi ha dormito pancia contro schiena e al bisogno di spazio di quando apri gli occhi. AI mille caffè sui fuochi artificiali e ai pigri progetti della domenica.

Il sudore dei corridori intasa i tombini.

I treni partono in orario e chissà quanti aerei abitano il cielo. L’atterraggio in un altro continente è spesso un qualcosa da ricordare, come tutte le bistecche alla fiorentina che hai assaggiato nella tua vita, quelle che hai comprato dal macellaio e hai cotto nel burro, quelle che hai lasciato in equilibrio sull’osso, l’olio buono e il taglio per valorizzare il rosso.

Gli amici che vanno a trovare amici in Inghilterra. Le foto di Instagram che mi dicono dove sei anche quando non ti fai sentire. La barba incolta di Pippo Civati e le lezioni di stile della mano destra. I discorsi escatologici di Renzi e l’estetica di Roberto Baggio. Lo sai a sinistra bisogna tradurre la parola “leader”, così anche Del Piero è emigrato in Australia.

I ritorni per nostalgia e i contorni che siamo costretti a rispettare. Quando eravamo bambini ci davano sagome da colorare e nulla ci importava dell’ordine precostituito. E giocavamo a sparare con rivoltelle di plastica e per la rivoluzione indossavamo magliette e stracci bianchi sugli zaini per dire no a tutte le guerre. Poi ci trovavamo a sera e per perdere il controllo, ribaltavamo il bicchiere e i nostri fegati nuovi non danneggiavano i risvegli. Le stesse campane, le vie non cambiano i nomi e nuove rotonde intercettano il traffico del centro. Mi disegno sul polso una x, dico guardala spesso, pensaci almeno una volta che se rimani tu le sconfitte non fanno altro che rendere necessarie le risalite, cinque anni fa il Napoli era neopromosso in serie B.

Foto: dalla rete.

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La libertà scritta sulle lenzuola

Così ti hanno dato il permesso di svitare il barattolo, che era già aperto, dicevi tu, ma non potevi uscire.

Che frustrazione guardare il cielo e trovare il vetro che spegne ogni volo.

E sostituivi ai muri i quaderni e poi mille tag  per decifrare il significato del tuo nome e isolarlo dagli altri. Tu li chiamavi fratelli, lo vedi poi che il cristianesimo e il comunismo in fondo in fondo si baciano? Te lo ricordi il graffito sul muro di Berlino, quello che nessuno capisce che significa e non si distingue tra giacca e camicia così sia lode ai patti stabili, agli amori senza distinzione di sesso.

Questa libertà ci farà male, ti dicevo io, mentre la trota cuoceva nel forno e tu appoggiavi gli occhi sull’orizzonte, dicevi lo vedi laggiù, lo sai che oltre mi è vietato andarci?

E col pensiero scalavi montagne e ti fermavi a riflettere sul significato della parola impegno e ci tiravamo paranoie infinite sui fumetti erotici degli anni novanta e mi dicevi che non è tanto l’atto in sé a sapere di meraviglia, ma tutto quello che c’è intorno. E l’inerzia ci portava a ballare sotto i soffitti alti i ritmi elettronici di un non so chi e mi dicevi lasciamo perdere i contatti, è questione di odori, lo sai.

E l’animale giocava tra i cuscini e tenevamo lontana ogni seduzione perdendoci a guardare gli spazi sporchi tra le piastrelle, colpa degli spliff dicevi tu, è un fumo di merda, potevi almeno pensarci.

E attraversi ora le strade facendo forza sulle cosce sode, la velocità dei pattini a rotelle e nessun timore dei semafori rossi. Sui luoghi del passato prossimo quelle lenzuola con scritto il tuo nome e la parola libertà. Sei libera ora oppure si sono allargati gli spazi? Che ne sarà di quei domani che avevi appuntato sul calendario? E l’emozione del varcare la soglia ci farà ancora venire presto e si rivelerà in pene o in gioie?

Per festeggiare taglieremo i cuscini e dai balconi getteremo piume: strade bianche e voglia di neve. Fatti abbracciare dai tuoi e riprendi il tuo posto. Sorridi ancora e sorprenditi diversa. Che i luoghi ci cambiano e gli orizzonti ancora ci interrogano. E attraverseremo le strisce pedonali ricordandoci di guardare negli occhi gli sconosciuti, per domandarci da dove vengono e dove andiamo noi. E spegneremo anche Rai3 quando ci accorgeremo che ci mettono a pecora per assecondare la morale dell’oggi e non far male a nessuno, sentirci più buoni. E ti prometto che non criticherò più il narcisismo degli altri e sostituirò l’io col tu che solo così ogni incontro è possibile e le domande non restano al silenzio.

Foto: dalla rete.

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Non togliere il quale alla bellezza

Nell’azzurro le strisce bianche delle partenze d’agosto.

Le riflessioni sull’oggi affidate ai quotidiani e il lino delle camicie ad alleggerire gli argomenti dei talk show.

Con la televisione che ci insegna che è il ritmo quello che tiene desta l’attenzione, così parole si sprecano e si dà voce al superfluo.

Abbiamo prese scoperte e buchi nel nostro sistema di sorveglianza, e troviamo le case infestate di retorica e immagini vacue che a differenza dei topi non muoiono in terra, ma sublimano al cielo.

Ed ecco che leviamo i punti di domanda per affermare noi stessi, a condividere il pensiero dominante o a ostacolarlo senza attenzione per gli originali. Così tappezziamo i muri di stampe e perdiamo il contatto col gusto abituati all’Ikea della comunicazione. Informazioni a basso costo e colori pastello.

Così Dostoevskij  chiedeva: “Quale bellezza salverà il mondo?” Non vi erano punti a capo, nessuna affermazione consolante, ma una domanda netta, un endecasillabo atipico facile a ricordarsi. Abbiamo tolto il “Quale” e dimenticato il levare della pronuncia per affondare in voce e guardare in basso. Così bellezza è donna nobile e avvenente tramutata in prostituta, gambe divaricate al migliore offerente e labbra mosce incapaci di pronunce necessarie. La puoi ritrovare ai Festival o nelle insegne dei negozi, sui volantini dei treni ad alta velocità e nei best seller appoggiati alle casse delle librerie. In manuali o in arie, nella programmazione degli Arci e nei bar Indie. Se togli il “Quale” vuoi dirmi a che pensi? Non esiste il bello se non nel vero. Che cogli bello quel che già ti appartiene e ti rimanda a qualcosa che non sai. Bellezza è riconoscimento, poi scoperta e spavento. Mai consolante, mai pacifica, ma questuante. Vedere il bello chiede sforzo e coinvolge corpo e emotività, è gesto dinamico che costringe alla vita e abbandonare il certo e progredire in domanda. E’ una questione di alfabeti, lo sai? Così l’occhio va allenato e il passo armonizzato, il rischio è rimanere intoccabili, soli, protetti e insensibili: cinici e rimandare il senso critico allo sguardo informe dei più.

E poi ancora; ciò che è negato allo sguardo può dirsi bellezza? Così eserciti l’occhio e nei pomeriggi assolati le nenie assordanti delle tue prove di concordanza sguardo-cuore. Che a rinnegare i punti si finisce per farsi domanda. E così progresso. E così voce. Hai mai guardato il tuo esistere come un appello? Un desiderio di senso, un’interrogazione sul bisogno?

E così voce, dicevo. Così cittadino. Che la città è un meccanismo alchemico di risposte ai bisogni e fa cemento il punto e oasi di verde le virgole. La vita popola le strade e si chiede che fare di questi oggi e lo sguardo acuto vede il difetto e cerca un’architettura armonica e vera. La tensione verso l’infinito esistere di chi non si accontenta e fa della curiosità trampolino e slancio verso l’al di là. A saltellare sul già detto e dar nuovo colore alle altalene del sentire comune.

E così siamo politoi, cittadini, esperti in sguardo e poco avvezzi alle frasi lunghe e al ritmo in battere dei comizi. Facciamo domande e domandiamo il quale e poi il perché alla città. E desideriamo risposte e orecchi.

E se mi chiedi quale bellezza salverà la politica e se poi la politica salverà il mondo ti risponderò: ma sì, certo, è scelta attenta e occhio vivo, è domanda, è rincorsa all’architettura del bello, del fuori e dentro e dell’armonia dei contrari. E’ disciplina, sguardo alzato e ginocchia capaci di piegarsi, occhio allenato e presenza. Che per domandare bisogna ascoltare, per ascoltare bisogna star svegli e poi per star svegli occorre trovare un riposo buono.

E se mi chiederai: ma il compromesso è necessario? Ti dirò che non esiste azzurro che non conviva col bianco e nuvole in alta quota e temporali estivi. Poi le mattine della pulizia e dell’aria fresca, le notti afose, e che per ogni alba occorre puntare una sveglia.

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A parlare coi delfini

Verrai anche a dirmi che hai parlato coi delfini, che erano alieni pronti ad avvistare le invasioni dal centro della terra. Così ci spruzzavamo addosso quel che rimane del giorno e quanto gioivo nel vederti godere.

Mi dicevi che lasciarsi andare è così difficile e ti lanciavo occhiate sciocche da dietro al cuscino. Ti nascondevi nelle lenzuola per farti cercare, per farti trovare. E cominciavo a contare girato dall’altra parte, chiudevo gli occhi e aspettavo il mattino. Per leggere le prime notizie del giorno e affittare un goniometro per misurare la nostra lontananza. Parliamo di pianeti e di soli, di stelle fisse e altri piccoli mondi. Di questo tempo che dà senso all’alzarsi delle maree, delle tue paranoie al tramonto e di questi occhiali da sole che ci nascondono gli sguardi.

Mi leggevi la sensibilità di Mariangela Gualtieri e ti dicevo che dovremmo inventarci strategie per sussurrare poesia tra i sampietrini e non aspettare il palco e il buio o i libercoli bianchi di Einaudi.

Così in quel letto disabitato mi regalavo buonanotti in versi e prendevo sonno al fumo di un sigaro per poi svegliarmi con gli occhi infiammati. Così delicata è l’esistenza di chi si mette in ascolto del sé.

Voglio comprarti delle cuffie enormi, di quelle buone, s’intende, e vederti ballare da sola, per strada, salutare i passanti e appenderti ai semafori in pirouette.

Tutte queste immagini per il mio scrivere che non suona in campane e nemmeno in consolle. Ci pensi mai alle tue porte chiuse? A quanto è bello rispondere e far delle parole leggerezza e non temere il domani e le sensibilità sciolte. Siamo cavalli noi senza sella né fantino, dormiamo nei prati con gli occhi aperti e salutiamo il giorno prima degli altri.

Così ieri notte a cena con gli amici, a bere e fumare, a parlare degli aghi e della medicina orientale. Scottarsi la lingua col brodo bollente ricorda i postumi del masticamento da foglie di coca. Quel Sudamerica che ho tatuato nel colon e i tuoi viaggi a bordo dell’immaginazione.

E poi mi scrivi che con le parole fai esperimenti, che poi nessuno ti prende sul serio. Ma non temere, io sono anni e lo sai, chi si prende sul serio alla fine si perde, chi si loda s’imbroda e potremmo andare avanti così per giorni e magari ridere e finire sul divano a guardarci una serie a puntate.

Foto: Jeandel

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Isole bellissime nei cuori delle città

Le vesti bianche benedicono il mare e le balene annunciano messaggi in codice; i fischi lunghissimi delle navi in partenza e tutti in coperta in camere d’aria condizionata.

Faremo il giro della Francia in tour con tappa a Nizza per guardare gli scogli.

Quando mi accorgo di tutte le pulsioni che ci circondano, le luci del Naviglio si chetano soltanto al mattino nella prima borsa in pelle dei professionisti delle vendite.

Mi coglie lo stupore soltanto sulla Serravalle, e non parliamo di saldi, ma delle luci al neon delle centrali idroelettriche.

Vorrei chiudere le porte al sole in questo giorni di luglio e guardarmi dentro con quelle torce da speleologo che vendono al Decathlon.

I resti della vita attiva e i rituali di iniziazione davanti al crocifisso. La nostalgia di quei pomeriggi con il ghiacciolo in mano e la maglietta sporca di terra, rincorrere il pallone a mille all’ora e gonfiare la rete guardando per terra per paura d’esaltarmi troppo, cercare refrigerio nell’ultima panca, le navate laterali delle chiese di provincia. E confessare il peccato del diventare grandi soffiando sulle candele, spegnere i rimasugli dei sensi di colpa ed entrare nella vita vera.

E poi mi dici che sono una bussola montata male, che la lancetta rossa è sempre verso il centro e quel centro sono io. L’io come misura del tutto e il tutto come amaca per le notti d’estate, bottiglie di birra lanciate nel prato e zanzare in questua del mio sangue caldo.

Mentre misuriamo i nostri giorni in successi, tu mi ricordi che i silenzi son così pieni che forse a strizzarli potremmo conservarli in vetro e usarli nel traffico del centro.

Di tutte le lettere che ti ho scritto e dell’infinito spazio disponibile nelle caselle di posta elettronica.

E ora indosso una maglietta a righe su bianco, quelle su nero son sulla copertina di un libro.

La disumanità del marketing per me che ho nostalgia della libreria di via Alfredo Albertini, quando dietro al vetro c’erano gli struzzi e leggevamo il Manifesto e poi al sabato offrivamo il caffè con la torta appena sfornata. E ci venivano gli anarchici e magari gli ex brigatisti, e si mangiava e si brindava e si parlava di storie, che le contingenze politiche erano discorsi da camere bianche e vuote, e se ci chiedevano di Bruno Vespa noi si rispondeva che certe cose qui non esistono.

Che esistono ancora isole bellissime nei cuori di pietra delle città.

Foto: Berenice Abbott

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Almeno non oggi

Tutte queste notti insonni e il desiderio da spiaggia. Le aragoste e i granchi di Essaouira, le cavalcate tra le tue cosce nude e il sudore di giugno.

Ci giocavamo a dadi il turno per occupare il bagno e trovare un poco di quiete che qui è tutto un incontro e non c’è mai tempo per stare da soli. E così mi confondevi con la tua estetica e poi le tue parole rarefatte, il K2 dei tuoi passo e chiudo e l’imbecillità di certe mie voglie.

Ci chiudevamo in auto per prendere la strada e andare ai concerti. E in mezzo alle danze non sentirci soli. E piangere cantando, guardare il cielo e lasciare andare i ricordi.

E ci scrivevamo sulle mani che le cose non vanno spiegate, ma vissute, che la letteratura degli anni novanta voleva insegnarci la vita e quella del 2000 è rivolta allo spreco.

Vienimi a prendere quando esco di casa e apri la porta quando salgo le scale.

Immaginare domeniche in collina e odore di bosco, il cibo buono e il saluto dei vecchi. E paesi sempre più piccoli per sentirti straniero e case grandi per non desiderare orizzonti troppo lontani.

Delle tue camicie aperte e degli occhiali neri. La grazia dell’erranza dei padri e le famiglie disperse sui treni notte. Verranno a chiederci i documenti e avremo voglia a rispondere che siamo tutti uguali. Mentre tracciamo linee per tirare le somme e costruiamo tende per non farci sorprendere in nudità. Che ne dici di una Polaroid? E della mia barba lunga?

Dovremmo sederci a cavallo dei bimbi, farci cullare dallo stupore delle nascite dei figli degli amici, sorridere ai matrimoni e non avere paura dei domani, perché arriveranno senza bussare.

Le nostre notti non sono infinite e così i nostri giorni, ho disimparato a contare per questo.

E mentre ci tatuiamo di labbra le guance coi nostri saluti di benvenuto, ci ritroviamo a sera, lo specchio sul naso, ad ammirare le nostre imperfezioni e rifarci al canone del classico per la bellezza del mattino.

Più serie tv americane e meno manuali per vivere meglio. Quando ci chiederanno di sverginare i teatri entreremo in punta di piedi, come si fa in casa dei vecchi, poi urleremo le nostre domande che qui ci si perde in sordità.

Ti accuseranno di presunzione e faranno idoli della parola umiltà. Tu guarda lo specchio e poi chiedi di te dove riposa la tua stima, e fatti qualche domanda, non troppe. E non dormire sempre solo, non sempre, almeno non oggi.

Foto: Rebecca Norris

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Nelle tue scarpe aperte

Nelle tue scarpe aperte l’assenza dei chilometri percorsi aggrappato ai tuoi capelli cortissimi. Le fotografie mai banali e la grazia dei colori pastello di fine anni ottanta.

Nella rivoluzione delle temperature, di questi inverni infiniti e delle estati dei centri commerciali, gli orizzonti infiniti di certa gioventù mi regalano speranze. Lo sguardo intenso degli occhi nocciola e questo nuovo cielo a ricordarci la potenza del blu.

Ti scrivo con l’istinto di certe adolescenze; quando prendevo la bicicletta per l’ultimo saluto all’amica del cuore prima di partire per il mare, che mulinavo forte sui pedali e finivo per baciare l’asfalto.

Nel malessere delle domeniche di maggio le necessità: pulire casa, lavare i piatti, fare il bucato e poi cambiare aria e prendere la strada. Una birra fredda e il sapore intenso dei vini del centro Italia. Un Chianti Classico o magari uno Zibibbo, è così accogliente il tuo ombelico che non avrebbe senso non trasformarlo in fontana.

E mentre si muovono i treni delle relazioni a distanza, io faccio le prove allo specchio e dando la schiena intreccio le braccia sopra le spalle e stringo così forte che faccio spremute di solitudini per saziare la sete di conoscenza delle 16 e 26.

Sono venuti a raccontarci del festival di Cannes e degli abiti meravigliosi, le cosce abbronzate e le dichiarazioni senza senso dei critici. La necessità taglia le dita e fa girare la testa. Esistono film per piangere e filosofi ben vestiti che fanno della parola un ronzio fastidioso. E regalare sorrisi a chi ti è vicino e infischiartene della banalità. Ricercare il linguaggio nuovo nel due degli occhi e nell’accoglienza. Così ogni persona diventa storia e ogni incontro da raccontare.

Vorrei tornare a chiederti come si chiama tua madre e quanti anni ha il tuo cane. E scrivere ai miei amici quelle frasi brevi zuppe di parolacce, e dare un voto ai nostri trent’anni come in da 0 a 10 che è un film di Ligabue, quello che canta.

Quando ho incontrato per caso Servillo a Parigi ho avuto paura e non son stato bene. Non per colpa sua, certo. Queste nostre sensibilità hanno bisogno di campi da arare, tavole da apparecchiare e sassi da chiamare per nome. Che ho per amici dei monaci e dove vivono loro ci sono ancora le lucciole.

Foto: Cristina Altieri

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