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Per cielo

Se soltanto fossimo più giovani, dicevi, così ti ho chiuso la bocca e ci siamo baciati fino a quando la notte ci ha sfondato le palpebre. Coi tempi condizionali ho chiuso, dicevo io, e guidavo ai sessanta all’ora in prima corsia e mi facevo superare da tutti. Guardavamo insieme il paesaggio e contavamo i chilometri che ci separavano dall’addio. Tu indicavi i cartelli stradali dei lavori in corso, c’è sempre qualcuno al lavoro, sempre, altrimenti il mondo si annoierebbe, o magari sono tutte sciocchezze, dicevi. Se per un giorno tutti smettessimo cosa succederebbe? Poi, mentre ti inviavano le foto dello sgombero dell’Angelo Mai e io ti dicevo è inevitabile, tu ti incazzavi un sacco. Ha fatto il suo tempo, ha sussurrato il prefetto. Un ordine e via vai di camionette. E ci radunavamo insieme per consolarci, per la morte dei nostri passatempi notturni e per la speranza tolta ai nostri cartellini timbrati. Ci incontravamo per condividere le nostre giornate, quando ubriachi salgono i pensieri che consideriamo inutili, ma che invece contano. Dei concerti non ci interessava sempre molto. I sottofondi dei gemiti in qualche sottoscala, affrontavamo lo zero che ci circonda cercando di fonderci e sentirci più forti, ma durava sempre poco. E portavamo via quel che per noi aveva un valore, ma fuori da quel posto, alla luce del sole, non serviva più a niente. Abbiamo accumulato cianfrusaglie ai bordi della strada che non servono più, i nostri amici arrivano coi bagagliai vuoti, poi li richiudono.

Nel dopo c’è sempre una strada davanti a noi, a volte per andare, a volte per tornare. Guardiamo per terra o per cielo, perché non si dice “Per cielo”, ma “In cielo”?

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Tu che mi guardi spesso le mani

Ti chiamavo per noia o per vanità. Mi rispondevi ogni tanto concedendoti il vezzo delle cuffiette. Dicevi dobbiamo provarle tutte per combattere i mali incurabili e mi proponevi di scegliere tra i vestiti firmati, ti fotografavi in pose sciocche.

Mettere una x a tutte queste ragnatele, i rapporti a spirale e i cerchi che si prendono gioco di noi. Negli spogliatoi delle scuole medie i primi approcci con la ribellione, chi lo sa se esiste ancora chi ha paura delle sigarette. Fumiamo spliff la sera per rilassare i nervi, l’ottimismo nello sguardo perso e tu che continui a inviare email, il copia incolla delle mie emozioni e i caschi dei ghisa che rallentano l’aria.

Diserto gli show della sera con la spocchia dei chiodi che infilzano il muro, ma lasciano fuori la testa. Tutte quelle notti irrisolte e i quadri espressionisti delle tue labbra.

Mi guardavi spesso le mani e ti chiedevo il perché, finivamo a ridere e a confrontarci la lunghezza del dito medio. E ti sedevi sui gradini di Brera in sfregio alla nobiltà degli aperitivi e a quei chianti scadenti.

Fuori dalla finestra, tra le inferriate, le mie paure e le imprecazioni degli operai. Le battute in palestra e specchiarci per far risaltare il muscolo. Mentre ti trucchi mi chiedi se ho mai cambiato le gambe al letto. Non esistono fratture per gli immobili, ti dico io. Frequento troppo la grazia, mi dici tu, l’ignoranza del bruto è esplosione di forza. Perché non ti arrabbi mai?

Sotto al braccio l’indignazione e le firme dei quotidiani. Che serve al nostro mondo, mi chiedi tu? Non lo so, ti rispondo. Credo dovrei scommettere sulle corse dei cavalli per tornare a conoscere l’adrenalina. Aspetta martedì, mi dici, quando il Real verrà a Torino e si deve vincere, soltanto vincere. Chisseneimporta, rispondo io, perché non vieni a trovarmi? Non credo sia il caso, rispondi tu. Ma come stai? Non lo so, mi dici e stirando una camicia spruzzo vapore senza uno scopo e mi dico che sì, poi non sapere non è così male.

Foto: http://jimmaybones.tumblr.com/.

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Tu fiorirai in bellezza

Il tremolio delle dita sulla tastiera e quella candela consumata dal tempo sul ciglio della vasca da bagno. A fuoco i panni dimenticati in lavatrice, i nostri capi lisi dal logorio delle posizioni di testa. Ci scrivevamo delle lettere per sentirci meno soli. I nostri combattimenti con le ferite aperte delle nostre adolescenze, i tagli orizzontali sulle ginocchia e le canottiere della NBA. Saltavamo a piè pari le convenzioni, ma non eravamo invadenti, anche se ce lo scrivevate appiccicandoci carta igienica sulla schiena come si fa con i pesci in aprile. Addio ai preliminari di sguardi lontani e alle presentazioni degli amici in comune. Parlarsi soltanto per l’empatia dello sguardo o per colpa della strada in discesa, dei sanpietrini bagnati e dello scivolare di queste Clarks consumate. Sarà che la parola caso l’ho affogata nelle naftalina e che non apro gli armadi da tempo, che accumulo i vestiti sui divani e prima di dormire appoggio le magliette sulle luci al neon per moderarne l’intensità. E mi ritrovo al buio. Quanto vorrei sostituire l’invadenza delle mie sensibilità con la banalità dei gesti: una pizza, una rosa, un pompino. E dire no alle birre delle ventidue, al pensare alla Leffe come a una soluzione, un surrogato di libertà che non domanda di senso e chiedersi il perché al Monoprix di Place d’Italie la trovi sempre in offerta. Le mie difficoltà con gli idiomi e la curiosità per le lingue degli altri. Se mi neghi i tuoi muscoli non diventeremo forti mai. Le fascinazioni nelle tue fotografie, i tuoi disegni da bimba e la finezza della conoscenza. Le tradizioni da scavalcare per metter fuori la testa e oltrepassare la soglia. E con la bocca aperta raccogliere i primi venti e poi tornare dai tuoi cari, ti chiederanno il perché dei tuoi denti bianchi, del rosso del tuo palato e diranno distendi le guance, chiudi le labbra che prendo freddo, chiudi le palpebre che prendi sonno. E schiaccerai il bottone sul cuore e li investirai delle nuove stagioni, dalla tua bocca semi e fiori e piante e venti dai nomi impronunciabili. Pesci rossi sulle finestre e nuvole bianche a decorare i soffitti quando alberi di pesco nasceranno dagli occhi. E fiorirai in bellezza per lo sguardo stupito degli altri. Da piccola a donna. Da donna a germoglio. Che ogni giorno è una primavera me l’ero scritto sulle mani. E me lo ripetevo così tanto che ho finito per dimenticarlo.

Foto: Steve McCurry, Jodhpur, 2007.

Photo editing: Neige

 

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