25 aprile 2020

C’erano i soprannomi: Saetta, Riccio, Sparviero, Ulisse, Tarzan. C’erano le montagne, c’erano le cascine e i cani per le strade e i bambini che li rincorrevano. C’erano boschi in cui nascondersi e alberi e rami su cui arrampicarsi. C’erano le bugie e c’erano i rastrellamenti. I racconti di Primo Levi, Libera Nos a Malo di Meneghello e le poesie scritte sui muri da giovani sconosciuti morti prima di aver sussurrato l’amore al fiore caldo di una ragazza ancora bambina. Nelle nostre insonnie le vite che hanno preceduto la nostra, quelle che la seguiranno. Tutto il male del mondo da cui liberarci. E non serve guardare oltre la soglia delle nostre labbra ma dentro, giù nelle viscere, nei ricordi d’infanzia, nelle mani dei nostri genitori e nei dolori sofferti in adolescenza. Dici che il passato è un pasto grasso della domenica che abbina alla gioia di un momento i malesseri e la sonnolenza del pomeriggio, la notte a rigirarsi sulle lenzuola. C’erano le corti e c’erano i paesi, i matrimoni e i funerali, le lunghe attese prima di vedere l’amato o l’amata la domenica dopo la Messa o alla fonte, tra le pannocchie dei campi coltivati con sudore. Fare la conta di famiglie numerosissime, pane e vino sempre sul tavolo all’arrivo di un ospite. Il senso dell’accogliere, quello della condivisione. Ci sono mille e più telegiornali social, cronache delle nostre vite, sventolio di generosità e ironie, brindisi senza sapore, pelle senza profumo. L’immaginazione contro cui un tempo puntavo il dito è ora una salvezza. Fulmine, Freccia, Sole e Clarita, siete venuti a salvarmi, ora che questa casa non ha più muri, che le idee valgono nell’orizzontale dell’a tu per tu e sono catene quando arrivano dall’alto. “Si sognava la fine della guerra per guardare le ragazze dai bei vestiti (…), giocare una partita di pallone…” Ora che possiamo dire quello che vogliamo non sappiamo cosa dire. Quando potevamo andare dove volevamo non trovavamo il tempo per andare. Quando ci era concesso di immaginare una vita felice avevamo imparato ad accontentarci di un presente sicuro ma incolore. Sotto l’ombra di quel fiore tutti i nostri grazie da non trasformare in rimpianti. Mi chiedi perché mi sveglio ancora? Per l’attesa, questo mi basta.

A chi tace

Qui, nell’oltremondo, laviamo le mani sotto l’acqua bollente per sentire il calore che le attraversa, provare dolore e poi sorridere. Qui, nell’oltremondo, migliaia di piegamenti sulle braccia: il muscolo teso la sera, indolenzito al mattino. Convivere con l’acido lattico, con gli sguardi curiosi dei vicini. Regole per i giorni nuovi: il piacere del trovare posto a tavola, l’acqua che bolle sul fuoco, le notizie dal fronte degli ospedali, lenzuola in lavatrice. In questo luogo appartato, rintracciabile dalle applicazioni dei cellulari, gli uccelli volano radi, spaventati dall’assenza degli umani ricercano la resina dell’albero, il rumore sempre uguale dei ruscelli. C’è un uomo che si affaccia alla finestra e compie azioni ripetitive: fuma, sorseggia caffè da una tazza bianca, si copre gli occhi con una mano tesa per cercare il sole, toglie la mano quando spunta la luna. È un uomo le cui labbra, coppia fulva di cavalli arabi, rimangono chiuse. E nulla può la tempesta dei social, nulla l’esibizione altrui del sé, trovare un motivo all’esistere nel solo fatto di respirare. Qualcosa più di altro è degno di essere svelato? Si domanda. Scuote la testa, non c’è risposta. Fuori da noi, oltre noi, lo spazio dell’attenzione degli altri si fa molle e appiccicoso nell’intrattenimento, la depressione è un corvo nero sulle spalle, esiste una leggerezza che non è nella mancanza di senso. Il contest ginnico e quello culinario, tutte le tue preferenze, le tue stranezze, quanto ti importa delle parole degli altri nelle videochat che sono diventate impegni? Bisogna pur trovare un modo per ingannare il tempo. Nell’oltremondo, dove non ci si può sfiorare, le dita si allungano, l’immaginazione torna a farsi indispensabile. L’esistere non è più soltanto quel che si realizza, ma quel che si desidera, quel che si plasma nello spazio intangibile di un’irrealtà che irreale non è. Il nostro non vederci sublima l’emozione e confonde il sentimento. Posso credere ai tuoi occhi orientali? Alle tue labbra, orlo di un’anfora antica colma di vino e allegria? Qui, nell’oltremondo, anticamera del salone delle feste, ci si prepara al mondo. E se non sarà il tempo delle parigine e dei maglioni a collo alto, onoreremo l’estate con spalle nude e gambe che si intrecciano. Io, tu, nel migliore dei tempi possibili, l’unico che ci è dato vivere.

#RIMINI

@marcodimanche

Il pappagallo

Si svegliano, si salutano, aprono la finestra, spalancano le persiane. Sul balcone di fronte un anziano in pantaloncini corti parla con un pappagallo, gli chiede di volare sopra al cimitero e salutargli la moglie e gli raccomanda di non svegliarla, che questi non sono tempi belli. Si alzano, si siedono al tavolo della cucina, scaldano il latte, aspettano che il caffè sporga dalla moka. In televisione le opinioni di tutti e completi firmati, camicie stirate. Scrivono ai genitori, scrivono ai figli, ora che gli interessa davvero sapere come stanno le persone che amano. E sistemano il letto, aspirano la polvere, lavano i pavimenti, caricano la lavatrice. “Aspettiamo i compiti dalla maestra”, dice la mamma alla bimba canta una canzone di Tommaso Paradiso. E decidono cosa mangeranno a pranzo, e si abbracciano come non facevano da tempo. “Leggimi una storia”, sempre la stessa storia. Lei si spalma creme sul viso, riordina quello che ha già sistemato più volte. Lui si siede al tavolo della cucina, accende il Mac, legge le email di lavoro. Non riesce a concentrarsi, si alza, apre il frigorifero, beve un bicchiere d’acqua. Prende un quaderno, scrive una strofa, suona la chitarra. Si siedono a tavola, non parlano di niente. Chiamano gli amici, li guardano attraverso un cellulare. Hanno voglia di fare l’amore, lo fanno. Sono finiti i preservativi, non importa. Hannibal, Charthaginensium imperator, post longum et difficile ab Hispania per Galliam iter… Traducono dal latino, studiano la storia degli uomini. Imparano a leggere. Consumano i tablet. E fanno domande sull’esistenza di Peppa Pig. Vola un pappagallo sulle case degli uomini, vola e saluta chi dorme, qualcuno dice il suo nome perché lui lo ripeta, lui lo ripete. Un pappagallo colorato che volteggia tra i palazzi e spinge a muovere la mano in segno di saluto, la cui memoria è fatta di nomi e di messaggi da portare. Si baciano i polsi, si lavano i capelli sotto la doccia, si stringono in asciugamani che profumano di ammorbidente. Si guardano come la prima volta. Tornano a essere sconosciuti, curiosi di sapere chi sono davvero, e ogni parola si fa leggera, non come un tempo, quando gli animali stavano nelle gabbie e ripetevano soltanto il nome dei padroni.

 

 

Nelle Azzorre

Nei dintorni di São Miguel, nelle Azzorre, là dove non si tirano cavi e dove si perde il segnale dei satelliti. Niente rete internet, nessuna comunicazione telefonica, soltanto vulcani e radure, sorgenti d’acqua, sentieri e laghi che dall’alto stanno in un abbraccio. Lontano da tutti per cambiare l’inerzia delle azioni quotidiane, umani riuniti in case basse a ridosso di un mare che confonde l’occhio. Il bianco, il blu, il verde nelle gradazioni che regala la natura. La barba di una settimana, le mani che si fanno forti e i muscoli delle gambe sempre più tonici, che è tutto un su e giù di strade improvvisate. Pozzanghere naturali in cui gettarsi nudi, sassi grandi su cui sdraiarsi perché il sole asciughi la pelle. Lontano dal mondo ritrovare il contatto col proprio corpo, sentire il suono del cuore quando dal bosco viene un rumore sconosciuto e la paura si insinua tra i sensi. Il respiro dopo una salita, il calore sulla pelle e il freddo di notti passate all’addiaccio. Si può rinunciare all’amore, si chiede, nella solitudine in cui ho voluto cacciarmi? Fa no con la testa, parla a un vento leggero che prende le parole e le fa girare in tondo. Il pensiero di lei, il desiderio carnale che al mattino lo sorprende. Afferrare la terra, abbracciare gli alberi, strofinare il ventre sul prato e muovere il bacino sfidando la resistenza dell’acqua. Poi meditare dopo una scalata, chiudere gli occhi per non farsi distrarre dalla meraviglia dell’orizzonte. Può dirsi felice o anche quella è una cattività? Estrema libertà di fare e di pensare, poter stringere il tutto o azzerarsi nel nulla. Le parole di Giovanni Lindo Ferretti: trova le regole che possano far uscire da te soltanto quello che è necessario. Imparare dalle emergenze. Le contraddizioni del pensare alla propria produttività, quanti passi oggi? Quanti vulcani? Quante sorgenti? Ovunque il rischio di contare, di giudicarsi per il proprio fare. Quanto sono stato capace di stare? Quante volte ho avvertito il desiderio di amare? Lontano da tutto si sente parte del tutto. E così il pensiero del suo profumo di mandorle e incenso, delle sue spalle nude, delle sue anche spigolose, tutto è paesaggio e desiderio di un ritorno all’uomo che è sempre stato.

Nel disegno

In quel disegno che ancora non mi hai mostrato ci sei tu a piedi nudi che prendi la rincorsa su un ring, coi guantoni da boxe e gli short sopra l’ombelico. Dove corri? Il tuo sguardo in un casco imbottito di pelle gialla, la gamba piegata per spiccare il volo. Dici la libertà non è di ora, alle finestre sono appesi i messaggi per la vita che verrà. Immobilizzati come siamo pensiamo al condizionale: come sarebbe se. Cantanti dietro alle tastiere, cittadini davanti al televisore, case sempre più pulite, capelli sempre più sporchi e le poesie di Bolano e di Mariangela Gualtieri. Mi piace leggere le parole dei vivi, immaginarle tra decine di anni e dire che quando sembra mancare tutto nelle parole c’è una consolazione sorprendente. Ti ho scritto per istinto, per curiosità, per noia, ho proiettato in te futuri improbabili e viaggi utopici e falliti in partenza. Hai detto che hai voglia di vedermi, che se allunghi le dita non riesci a toccarmi. Per chi inganna il reale con l’immaginario e lo traduce in parola questa solitudine è più leggera. Mentre c’è un’ansia che ci divora e ci costringe sul divano. Cuscini sotto alle nostre teste, immaginarci orizzontali a guardare un cielo che non c’è. Tradurre i giorni in progetti, riempire quaderni con citazioni di altri e liste di cose da fare che poi non hai voglia di fare. Cerchiamo di tradurre in ordine questo disordine a cui non siamo abituati. E quando tutto è sulla scrivania, fogli e fogli, righe e righe, la tazza del caffè, arrivi tu e spalanchi una finestra dal tuo piccolo mondo verde e fatato, vento che scompiglia i capelli, vento che tutto disordina e A4 sul pavimento. Ricominciare da capo, una nuova sfida di guance e sangue che scorre, di curiosità tradotte in domande. Abbiamo tolto la maschera dici e ora sì che il nostro respiro assomiglia a una canzone di quelle che sorprendono sdraiati su una amaca, quel che resta del giorno nel deserto di Atacama.

I viaggi dentro noi stessi che non avevamo previsto

Come messaggi in bottiglia da un’isola deserta, parole sott’acqua per reti da pesca che ormai nessuno getta da giorni. L’uragano, la burrasca, onde alte sulle finestre delle case la notte. I risvegli silenziosi e gli uccelli nel blu a dirci che la vita non è ancora finita. Prima di chiudere gli occhi hai detto siamo su una mongolfiera e sotto di noi tutto si confonde, diamo la colpa di ciò che non conosciamo alle nuvole. Una scrivania contro il muro al posto del tavolo dove invitavi gli amici. Questa cosa del non toccarci ci appesantisce, lo dici mentre metti in ordine i cassetti, libri in ordine per colore, ti chiedo se non l’hai già fatto ieri, dici che ognuno ha i suoi rituali. Ora che gli animali che ci saltano in braccio e ricevono le carezze che pensiamo per gli altri, non rimpiangi di non averne uno? A farmi compagnia mura bianche e le lampade, i rumori di fondo e le parole delle poesie che sono quelle che contro ogni aspettativa assomigliano più ai dialoghi del mondo dei vivi. La luce come un’amica, sarà per questo che abbiamo paura del buio e cerchiamo case con le finestre grandi. Pensieri di notte: corsie degli ospedali, amici e amiche con le loro vite storte e bellissime, i discorsi degli innamorati a distanza e le pulsioni erotiche, la chimica che ci stravolge le parole e le posizioni da tenere sul letto. Ora che ogni come stai riprende senso, i quarant’anni di Simone e le feste da remoto. Andrea con la cuffia sulle orecchie e i lavori da portare a termine. Lo trovi ancora un senso all’affannarsi? Pennarelli scarichi e scarabocchi sugli scontrini. La nebbia che fa il vaporizzatore e l’odore buono dei panni appena stesi. Il tuo risveglio che mi ricorda perché mi sveglio anch’io. L’aereo che parte per la Sardegna e il mio posto vuoto. I viaggi dentro noi stessi che non avevamo previsto.

La musica nei bar

La musica nei bar distrae i pensieri ma non lo sguardo. Addormentati, le dita strette alla tazzina del caffè, una notizia dopo l’altra, la retorica di Gramellini ancora in prima pagina. Dici non parliamo di niente, dici parliamo di tutto. Al paese suonano le campane per salutare il giorno, la Messa tace e vecchie dita scorrono i rosari in case coi soffitti alti. Le comunità delle montagne si ritrovano intorno a grandi tavoli in legno, colazioni in silenzio e braci del camino ancora calde. Ci scaldavamo la gola con il Syrah di Stefano Amerighi e ci sentivamo ricchi. Le scuole sono chiuse come a Natale ma non c’è aria di neve e nemmeno di festa. Spaesati in quello che sono sempre state le nostre vie, l’imbarazzo degli abbracci mancati e il timore dell’altro. Facevamo l’amore guardandoci da lontano o parlandoci al telefono. Di notte mi hai scritto che questa che viviamo è una dimensione che a volte pensi stupida e altre volte no. Che dovremmo vederci e questi chilometri che ci separano scomparire. Sul treno con le salviette igienizzanti, le mani consumate, la tua pelle morbida diventa scivolo per i miei pensieri. Un pacchetto di Camel Blu ancora nel cellophane, le aprirai tu se ne avrai voglia. Ho smesso di fumare anni fa ti ho detto, sono certo di non ricominciare. Andiamo a Venezia, chiudiamoci nei cinema quando piove. Quando dopo aver fatto l’amore facevo discorsi surreali e tu dormivi, chissà chi li ha ascoltati, chissà se qualcuno li ricorda. Ora ti svegli in un letto che non è il tuo, sul fuoco il caffè per gli amici, scegli la tazza che ti piace di più e la metti un po’ in disparte, un po’ come fai con me. Dove stai tu non ci sono montagne, qui invece dal ponte della tangenziale, tra i grattacieli dell’Expo, si vede anche il Rosa. Dovresti dirmi la lunghezza del tuo piede, dovrei affittare gli scarponi e gli sci e un albergo tutto nostro, come in Borgogna, con la piscina chiusa e il personale ridotto, cuscini nascosti negli armadi e mille o più coperte per sentire un peso che non è quello del vivere.

Impegnati come siamo

Impegnati come siamo ad apparire per quello che siamo, magari meglio di quello che siamo. Oltre la frontiera costruiscono muri e lanciamo aerei di carta con messaggi rassicuranti. Facciamo ancora la miglior pizza al mondo. Le tue labbra congelate sulla seggiovia e le cosce di mare, arriverai a togliere il reggiseno sotto le maglie a rete in quel paese troppo piccolo che ti disegna i contorni a pennellate di giudizi. Fuori dai palasport i parcheggi vuoti, dormiamo in case troppo grandi hai detto, dovremmo stringerci prima che sia troppo tardi, utilizzare soltanto lo spazio necessario per una sosta e il resto attraversarlo. Joanna canta in francese di una solitudine da stringere tra le braccia, tra le mie gambe un cuscino prima di dormire, poi un altro, uno ancora, quante carezze dalle lenzuola in una notte sola. Non me ne intendo di nulla, ti dico, e ora che ho smesso di bere, con le forze raddoppiate e una lucidità rara non mi addormento al telefono e non ti annoio con i miei sei bella. Quando sei ubriaca saltelli su una gamba sola come gli aironi. Ti dico che è inutile lamentarci, che frasi come è il periodo più buio di sempre non servono a un cazzo. E ridi quando discuto con gli sportelli automatici, con i distributori di sigarette e dei biglietti della metropolitana. Pensi che dovremmo andarcene da qualche parte e poi ci ripensi, nel senso che non ti va più. Ricordo la mia adolescenza e i complimenti rimasti tra i denti, quegli sfottò alla compagna di banco, al suo culetto a forma di pesca e ai tvb scritti sul diario. Quando a otto anni ho regalato un portachiavi a forma di cuore a Francesca, che merda. Ora che chiudono anche gli aeroporti, ora che non abbiamo nemmeno il tempo per scopare, mi chiedi perché continuo a sentirmi irrealizzato se forse non sarebbe ora di fare un figlio. E apri le gambe dici che tutto sta lì e io non capisco. Guardo nel buio e mi fido di quando dicevi che in tutto ciò che possiamo ancora immaginare vive la speranza.

57 anni di David Foster Wallace

Di David Foster Wallace non ho mai finito un romanzo, mai. Li ho cominciati tutti, davvero tutti, de La scopa del sistema sono arrivato a pagina 447, a circa settanta dalla fine, poi mi sono stufato, ho lasciato il libro accanto al letto e ci è rimasto mesi. Infinite Jest: mi sono fermato a pagina 40, ho letto stralci qua e là, conosco le trame, gli incastri e i personaggi. Riesco a parlarne con chiunque senza che si accorga delle mie lacune. Sta nella libreria di fianco ai vocabolari (Rocci e Devoto Oli per la precisione) e alle guide dei vini d’Italia e del mondo. Coi saggi è andata meglio, son poche pagine e la prosa è differente, ne ho finiti almeno 4, sì, 4, letti dalla prima all’ultima riga (le note no). Il tennis come esperienza religiosa l’ho regalato, mi ha anche dato lo spunto per scrivere qualche cartella a tema “Del Piero e la poesia”, ma pigrizia ha voluto che quell’assurdo progetto non prendesse mai forma – ma almeno il gol del 3-2 alla Fiorentina rimarrà per lungo tempo visibile su Youtube e non c’è bisogno che qualcuno lo racconti –. Settimana della moda, Milano, quel che mi ha sempre attratto di David, in verità, sono le bandane e la magliettone larghe, le braghe corte, i capelli lunghi, gli antidepressivi e quell’ironia che solo chi è consapevole delle imperfezioni del sé e del mondo riesce a usare. DAVID-FOSTER-WALLACE, tre parole che stanno bene in bocca e pure nelle canzoni de I cani. Oggi tutti a dire “È nato è nato!” come si fa a Natale col Salvatore. La realtà è che, al di là dei vezzi narcisi e dello sbandieramento del proprio essere curiosi, intellettuali, colti o soltanto dei cazzo di nerd da tastiera, noi sconfitti ci affezioniamo ai deboli che ce l’hanno fatta, che sono riusciti a salire sulle labbra di tutti e sono morti del loro talento e della loro fragilità. Il David, che funziona con me, infatti, è quello delle interviste e delle conversazioni con editor e scrittori, là lo capisco, là scatta qualcosa e siamo amici. Io della cultura non so che farmene, dico davvero, ho studiato a scuola, mille e più scuole, studio ancora adesso ma scrivo peggio di dieci anni fa e ora che ho trent’anni e passa so che posso leggere un romanzo in una notte, sette romanzi in tre giorni tra lavoro e palestra e poi rimanere imbambolato davanti a Netflix per settimane e non sfogliare manco una pagina. Io sono un debole, un qualunquista. Io sono quello che la curiosità la esprime scrivendo a sconosciuti sui social e aspettandomi di cogliere l’essenza delle vite degli altri. Pensino pure che io voglia portarli a letto, sto soltanto rubando un po’ del loro tempo e della loro esistenza. L’intimità delle lenzuola è per pochi. Io sono quello che quando si innamora fa una o più cazzate per farsi abbandonare o risultare stonato. Io sono quello che gli antidepressivi non li usa ma ha una voglia matta di ficcarseli in gola. Con l’alcol è un’altra storia, ma sono problemi miei. Viva DFW, romanziere ribelle, culo da McDonalds, professore che avrei desiderato avere, amico da chiamare alle quattro del mattino quando la notte è più buia e nessuno risponde mai.

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Lunario

Lui è quello che aspetta: l’innamorato. Nell’ora scura prima del mattino la sveglia, vestirsi in fretta, la casa racchiusa in una borsa a tracolla. Nelle tasche denaro a sufficienza, un cellulare spento e le chiavi di una porta chiusa sul passato. Quaranta minuti di taxi nel silenzio sacro che annulla le domande di un autista invadente. Volano aerei sul mondo conosciuto, volano e sanno tutti dove andare in quello spazio di cielo che non conosce nuvole e temporali. Chiude gli occhi, felpa sulle spalle, aria condizionata nelle narici, il pensiero delle sue braccia lunghe delle dita leggere dei tatuaggi colorati che forse non la faranno unica perché lo è già, tutto il suo corpo teso verso di lei mentre la dinamica del movimento lo porta lontano. Un altro cielo, altra luce, altri tratti sul volto degli altri. Un po’ di paura lo prende allo stomaco durante l’atterraggio. E i sedili di un’auto che viene dagli anni Ottanta, vie strette, carri bestiame, la notte cancella i contorni delle cose mentre gli animali cacciano lunghi versi e le stelle rosicchiano la notte, la luna fa chiara strada che conduce alla sua nuova casa. Ci sono fantasmi incastrati nelle sue orecchie, timori racchiusi nelle pupille lucide e nere, ci sono parole che non vuole più pronunciare e immagini che si sovrappongono a un reale fatto ora di un hotel che dove è nato non potrebbe permettersi, una cortesia fatta d’inchini, petali di rose odorosi su un letto troppo grande, asciugamani modellati a mo’ di cigni che formano un cuore col loro becco di spugna. Dormirà solo, certo che se il punto più in ombra si trova sotto la lampada, basta stare alla luce, correre più veloce delle notti, spostarsi sorprendendo le stagioni, le aspettative, la ragione. Lui è sempre quello che aspetta: l’innamorato.

Giorno Due

C’è qualcosa in lui che lo fa destare prima del suono della sveglia, sono le cinque e quarantacinque di un giorno di pioggia. Tutti i progetti per sorprendere l’alba se ne vanno a farsi fottere; seduto al tavolo di un cucinino fatto di un fornello elettrico e un banco trafugato alle scuole dell’obbligo sorseggia il secondo caffè solubile, addenta pane stantio e una marmellata dolcissima, la lucina rossa del trasformatore della batteria della macchina fotografica gli rimane intermittente negli occhi. Che fare? Tutte le strade si possono percorrere ora, il bello dell’andare è non prendere nessuna decisione che non abbia fatto i conti con gli incontri, i desideri psicofisici e il meteo. Così abituato all’abbandono il suo primo pensiero è riempire di nuovo lo zaino, pagare quei tre spiccioli d’hotel, raggiungere la strada che taglia in due la grande città e alzare la mano bianca, trovare un driver e farsi largo lungo la sterrata. Mentre arrotola tabacco e cartina decide che questa volta no, bisogna stare. Raggiunge il cortile, una panchina di legno colorata d’azzurro pastello, si siede.

“Mi fai fare un tiro?” La turista bionda in un francese perfetto turba il silenzio. Lui annuisce, nulla può contro quel seno giovane che sporge da una canotta bianca troppo larga. Come ti chiami che ci fai qui dove vai da dove vieni quanto ti fermi. Fa finta di non capire, lui. Abbandona la sigaretta alle dita di lei, decide in quel momento che fumare al mattino non lo fa stare bene, troverà un altro gesto che lo aiuti a pensare. Io fuggo, le dice alzandosi, fuggo da tutte quelle come te, esplosive quando le incontri, complicate e silenziose in assenza. Fuggo dal me di ieri, fuggo dal mio desiderare l’altrove. Rimango qui, devo restare a disposizione, aspettare come un pacco in giacenza. Devo farmi trovare pronto. Se non te ne vai pranziamo insieme. Quelle come te non vedono l’ora di andarsene e rimanere nel ricordo. Lo dice nella sua lingua, lei non capisce. Fuma, alza le spalle e spostandosi i capelli strizza l’occhio sinistro.

Giorno tre

Piove da giorni ormai, le strade sono piccoli torrenti e la collina si scioglie in un’acqua simile a quella che scende dalle ginocchia di un bimbo che ha trascorso il pomeriggio in cortile a rincorrere il pallone. Lui ha comprato un paio di stivali in plastica giallo fluo in una baracca di legno dove si vendono anche galline e montoni; si era avventurato nella città vecchia, aveva percorso il sentiero dei templi su fino a una cima chiamata Kojoni, aveva deciso che sì, quello era il luogo in cui desiderava stare. Il volo di un calabrone lo condusse alle guance rugose e abbronzate di un vecchio, cercava le parole per chiedere se ci fosse un letto sul quale trascorrere qualche ora, magari una notte. Il vecchio ripeté due volte “Jusu” toccandosi il petto, probabilmente era il suo nome, poi annuì senza che lui avesse ancora parlato. Il calabrone emise un ronzio più forte degli altri e s’infilò nel buio, Jusu lo seguì e così fece anche lui. Venne la il tramonto, poi la notte; la luna concentrava i suoi sforzi per illuminare gran parte del cielo col suo tondo d’argento. E lei? Era certo che l’avrebbe sognata, in giorni come quello la sua sensibilità era come potenziata, sentiva una forza venirgli dal profondo, i suoi occhi vedevano più lontano rispetto al consueto, le sue orecchie captavano rumori mai sentiti prima, il suo cazzo s’induriva spesso tanto che anche il suo incedere appariva innaturale. Da un materasso impolverato gettato sul pavimento, senza cuscino né lenzuolo, senza ventilatori né aria condizionata, nel mese dei monsoni, lei venne di notte accompagnata dal calabrone, lo punse più volte con la sua bocca aguzza, lo morse coi suoi denti bianchi più del giglio, e si unì a lui fino a che fu costretto a svegliarsi ansimando, prendendo aria con la bocca spalancata perché si sentiva soffocare. Una risata lo attendeva dietro alla porta, quella di Jusu. Decise che era il momento di andare, lasciare la città, abbandonare la strada, prendere il sentiero della foresta, addentrarsi nel verde, guadare il grande fiume per arrivare là dove il bianco investe anche le case e gli occhi non riescono a restare aperti per lo splendore. Là dove il sonno è il privilegio degli amanti, la veglia degli anziani è una preghiera per la felicità dei giovani. Là dove lei era nata, dove lei affondava i piedi nella sabbia, dove lei era prima che tutto accadesse, lei che era per lui l’unico paese possibile.

Giorno quattro

Come un monaco, tra le terrazze bianche di una cittadina della costa, col rumore del mare che gli s’intrufola nelle orecchie e scandisce le ore tutte uguali della notte, precede il sole e torna perpendicolare alla terra facendo forza sui polpacci. L’orizzonte non si vede ancora, poche stelle in un cielo che si fa sempre più chiaro. Si è fatto rasare i capelli, indossa vesti nere, lascia sempre qualcosa nel piatto, non beve più alcolici. Nei giorni nuovi del suo andare si è dato regole sempre più nette. Non le scriverà più, non userà i social. No selfie, no stories. A chi lo incontra pare un sapiente, l’uomo spirituale che disdegna il vizio e guarda oltre al qui, l’altrove; quell’uomo che non può esistere: soltanto un pusillanime, un essere mediocre che così facendo vuole attirare l’attenzione dell’amata su di sé. Crede che una disciplina rigida accompagnata a un miglioramento estetico e funzionale del suo corpo scoperchino nuove energie che favoriscano il nuovo incontro. Una tartaruga si fa strada tra la sabbia muovendo le pinne come se nuotasse, lui, euforico per quel suo inquieto e folle vagabondare, si getta prono nell’arena e imita il rettile, raggiunge il mare e con quel piccolo essere di cheratina improvvisa un buffo balletto tra le onde, nuota verso il fondale e poi riemerge tenendo l’animale sul naso, un bacio sul carapace e poi addio, piccola mia, raggiungi il tuo orizzonte, sii libera tu almeno. Ora il riflesso dei primi raggi del sole invade i suoi occhi che si fanno piccoli, galleggia senza sforzi, pensa che prima di ogni addio ci vorrebbe un ballo o un bacio. Immagina lei stesa accanto al suo lui, oppure pensante e irrisolta in una vita che non le assomiglia. Immagina l’inconsistenza del futuro che lo attende: è partito senza una meta, senza un volo di ritorno, senza un obiettivo. È partito per lei, o per trovare rimedio alla disperazione che lo accompagna. C’è acqua nel suo naso ora, acqua nella sua bocca fin giù nei polmoni, acqua che bisogna sputare, acqua da abbandonare. Chi pensa troppo affoga, muoviti amico, raggiungi la riva. Una bracciata, un’altra, finalmente la sabbia. Prende ancora fiato, il vivo, l’innamorato. Ora che nudo, vestiti abbandonati alle onde, cerca ancora strada. Insegue il profumo del fuoco, desidera trovare il riparo nella cura di un suo simile, in una casa qualsiasi senza più un tetto fatto di cielo.

Giorno cinque

Appeso con tutte e due le mani a un ramo di una vecchia quercia si dondolava avanti e indietro sfiorando l’erba con i piedi nudi. Dai minareti il canto del muezzin per ricordare a tutti i fedeli l’ora della preghiera. Una coccinella sulla sua guancia, lui lascia la presa, atterra sulla terra dura, le ginocchia rispondono bene all’impatto. Giallo e nero sull’elegante livrea della piccola che le dicerie dicono portare fortuna ma se la si osserva a lungo la si scopre cannibale vorace. La città è lontana, gli ultimi richiami rimbombano un poco nel cavo dell’albero. Poi è silenzio e nel silenzio un vento sottile che gli scompiglia i capelli. In quell’insetto così piccolo sono riassunte tutte le contraddizioni che attraversano i suoi giorni. Bisogna conoscere l’infedeltà per penetrare nel profondo la fede, bisogna tradire sé stessi per conoscersi davvero. Tutti quei pensieri quando nella sua testa c’era soltanto l’immagine di lei: un costume a righe, la carne scura. Tutte le parole che avrebbero potuto dirsi e non si erano mai detti. Tutte le tavole che li aspettavano, i piatti da svuotare, le bottiglie da stappare. Sperava ora che le sue orecchie potessero udire il lungo richiamo del lupo, che i suoi occhi si potessero trovare all’improvviso a tu per tu con la bestia, che con un balzo spuntasse dal bosco un agile ammasso di muscoli e pelo, denti bianchi e desiderio di lotta. Desiderava sperimentare la paura, trovare il coraggio di affrontare un attacco sferrato senza un motivo chiaro. Fronteggiare il pericolo con coscienza era diventata per lui l’obiettivo ultimo, il perché del suo girovagare, dei suoi esercizi all’alba, delle sue prove di resistenza. Sapeva ora perché doveva lasciare la natura, raggiungere le strade, l’asfalto, i grattacieli, i semafori. Ora che i suoi muscoli erano più tonici, la sua mascella più forte, ora che non temeva di perdere tutto, ora, conscio com’era che la sconosciuta era l’unico motivo che lo spingeva a tornare. Perché, si ripeteva, non sono speciale io, non lo è nemmeno lei, ma in nostro incontro può generare, oh, sì, meraviglie. Si mise perciò a correre, lontano dal lungo richiamo del bosco, dallo stridere dei denti di lupo.

Giorno sei

Sull’autobus, la ragazza con le guance rosse e una capra seduta sulle ginocchia nel sedile di fianco al suo lo fissa. Accarezza il giallo del suo maglione con mani magri e abbronzate. Lui la guarda, le sorride, lei distoglie lo sguardo e allontana la mano. Avrebbe voluto dirle no, continua, ho bisogno di tutte le carezze del mondo. Il resto sono finestrini aperti e un vento gelido che taglia le labbra, odori di bestie e di urina – il mezzo non fa soste, ognuno si arrangia come può –. Il viso appoggiato alla spalla, gli occhi semichiusi, cerca una concentrazione che gli permetta di resistere alla nausea che avvolge il suo intestino, al colon che pulsa, alla vescica che urla. Stringe i pugni, serra la mandibola, è pronto a lasciarsi andare, a dimenticare il suo pudore tutto occidentale, quando l’autobus rallenta. Fuori le stelle dell’emisfero sconosciuto, la luna che ha imparato a chiamare da piccolo. Quando la porticina del veicolo si apre è il primo a uscire, sbottona i pantaloni, piscia sul ciglio di una strada che pare abbandonata. Poi si toglie il maglione, la ragazza e la capra lo guardano dal finestrino, lui si mette sulle punte e mentre il motore romba e la prima marcia muove le ruote lo passa alla ragazza le dice tienilo, lo dice in italiano, lo ripete. Lei lo prende, lo porta vicino al viso, presto si addormenterà. Sotto alla maglietta di cotone i suoi capezzoli si sono fatti duri, la pelle increspata dal vento, che fare? Bisogna trovare un riparo per affrontare la notte. Tutti ora dormono, la città è vuota. Segue il lungo verso del mulo, raggiunge una stalla e si corica sulla paglia. Sogna. Lei e i grattacieli, lei e i suoi profumi da donna, le sue unghie curate. Lei e il rossetto sull’orlo del calice, lei e quelle spalle ossute, lei e quelle scarpe a cui non può rinunciare. Tutto ciò che la rende irraggiungibile e irreale. Si è ripetuto a lungo che la felicità non sta nelle cose e nel possesso dell’altro, che bisogna avere il coraggio di svuotare gli armadi, sgonfiarsi l’ego a furia di fallimenti. Che l’amore che non è amato non può far altro che rendere più saggi. Sa che se tornasse nel mondo che lo riconosce sarebbero presto serate e neon, abbracci caldi di cosce sconosciute e capelli profumati, sa che potrebbe avere tutto, lui che a tutto a rinunciato. La felicità invece non la conosce ancora. Nel suo maglione caldo e pulito, ora, riposa nella pace delle montagne la sconosciuta. La silenziosa, l’amore di un istante, quello che altrove e altrimenti sarebbe impossibile. Libero e fanciullo.

Giorno sette

Cappuccio e bavero alzato, capelli che s’infilano negli occhi e si lasciano andare al vento sporgendo un poco oltre le guance. Grigie le nuvole, grigia la terra, grigie le sue scarpe scivolano nel fango. E acqua sopra la testa, acqua santissima. I contadini guardano il cielo con le bocche aperte, la vite si abbevera, il glicine china la testa e gonfia le radici. Quella che infastidisce il suo sguardo per la natura è vita, cerca di spostare il suo punto di vista, ribaltare il significato delle parole fatica, stanchezza, agio, riposo, tempo cattivo, tempo buono. Desidera andare oltre quel che il menù del mondo presenta ogni giorno. Davanti alla montagna spoglia d’alberi che sfila alta e scura tra il verde alberato delle sue sorelle il passaggio di un cane attira il suo sguardo. L’animale rincorre una farfalla dalle ali grandi color bianco spento, saltella sulle zampe posteriori, lei solleva il suo volo quel tanto che basta a scappare dal naso bagnato della bestia. La grazia sottile di quel movimento s’insinua nei suoi occhi, scende lungo la gola, fin dentro alle viscere. Ora un calore nuovo invade il suo corpo, la pioggia ha smesso di cadere, nel silenzio irreale del paesaggio sente un ronzio nelle orecchie, gli pare di sentire il suono del sangue che il suo cuore pompa fin negli angoli più remoti del corpo. E poi una lacrima, una ancora, il cane abbaia, la farfalla velocizza il suo volo, lui singhiozza ed è costretto ad accovacciarsi, prendersi il volto tra le mani, docile farsi guidare da quel sentimento inaspettato. Un singhiozzo e uno ancora, poi i denti si aprono in un sorriso. E il cane lecca le sue dita sporche e bagnate e la farfalla è scomparsa. Una gioia nuova lo attraversa, colpa delle follie della notte, del fallimento delle sue parole. Vigile per giorni, provato nel corpo e sempre in tensione verso una ricerca di senso nello spazio che il suo corpo può occupare, ora che la luna è nascosta si è abbandonato al buio e al vino, all’estasi delle piante sacre, ai riti degli sciamani e ha perso il controllo del sé. E proprio in quella notte lei si è avvicinata, l’ha fatto con un come stai, gli è parso di udirlo tra gli alberi, avrebbe dovuto avvicinarsi piano e ascoltare. E invece ha corso, si è spogliato, ha urlato forte. E lei? Che avrà pensato lei? Avrà avuto timore pensandolo folle? Crede sia ancora vicina, crede sia nascosta nel bosco. E chissà se quel sussurro tornerà, se lei avrà la pazienza di capire la lingua rossa che si muove tra la carne delle labbra, le parole senza scudo che vanno incontro allo sconosciuto. Questa la causa delle sue lacrime, questo il motivo del suo sorriso. Lei capirà, prima o poi capirà. E il volo della farfalla troverà riposo.

Giorno otto

C’è una città che nessuno riesce a vedere dietro alle lunghe file dei meleti, al di là della collina, lungo i chilometri di quella strada asfaltata da operai cinesi che come adolescenti annoiati hanno fatto il minimo indispensabile per portare a termine il lavoro. Cammina da ore al riparo di un cappellino con la scritta “Vans”, qualcuno ha pensato che quello fosse il suo nome, gli si è rivolto con un “Bonjour Vans”, lui ci ha messo un poco a capirne il senso, poi ha riso, infine gli è piaciuto. Ora si presenta così alla ragazzina al bordo della strada che vende noccioline e un caffè ormai freddo che ha preso il gusto plastico del thermos. Catalina, è il nome di quei lunghi capelli neri, delle ginocchia sbucciate, degli occhi verdi che timidi guardano la strada. “Posso mangiarle qui con te? Ne vuoi un po’?”. Si siede su una grande pietra e sorseggia il caffè, lei rimane in piedi, guardano nella stessa direzione. Lui le porge le noccioline che riempiono un foglio di giornale a forma di cono, lei allunga la mano senza spostare lo sguardo, ne prende una, una soltanto e la porta alla bocca. “Merci Vans.” Sussurra. Minuti interminabili e sguardi che non si incontrano mai, lui le accarezza la testa, torna in piedi, “Ciao Catalina, Ciao!”, si mette a correre in modo sciocco per farla ridere, Catalina alza lo sguardo, agita tutte e due le mani fino a che Vans scompare dietro a una curva. “Poveri cuori umani che battono dappertutto, nella vita non c’è altro che viverla e basta.” Si ripete mentre il suo passo riprende regolare. Non vedrà più Catalina eppure le ha voluto bene. Prova affetto soltanto per gli sconosciuti oppure riconosce in tutti l’umanità e per questo è capace di amare lo straniero? Le noccioline sono finite e la sua solitudine è vasta come i campi che attraversa. Tutto è desolazione, dice, ma nel suo profondo sa che qualcuno ora vocia di gioia, che in letti di legno opera dell’uomo, di plastica opera delle macchine, d’oro opera degli dei, si sta consumando l’amore, che in tutte le cliniche del mondo camici bianchi annunciano ora morte ora vita. E poi c’è lei. La lei che l’ha condotto al viaggio, il suo pretesto per tornare adulto. Come può la gente credere che i folli non siano felici, che tutta la malinconia non sia un modo tra i tanti di benedire i giorni? Non c’è ora luogo più triste di quella strada vuota, di quel tramonto e i colori pastello che nessuno può guardare con lui, con i capelli in disordine, le guance rosso fuoco, i muscoli sodi, bisogna far ritorno a casa, riempire il vuoto, trovare sguardi, che così si vive.

Giorno nove

Diecimila metri dal suolo, tutte le strade del mondo sotto ai suoi piedi, fuori dal finestrino azzurro di cielo e nuvole bianche a tappeto. Il sole che riflette sul vetro e il suo corpo che cerca una posizione comoda tra la plastica bianca dell’aeromobile. L’hostess in un inglese stentato gli ha proposto riso bianco e pollo con non so quali spezie. Lui annusa la confezione calda, sigillata nell’alluminio, ripensa all’odore delle vie strette, ai volti e ai mercati della piccola città. Chiude gli occhi pronto a entrare nel sonno là per le vie del sogno che ad alta quota si confondono al reale.

Piedi nudi e granelli di sabbia tra i peli del polpaccio, una lunga inspirazione yoga per riempire l’anima dell’aria che scompiglia le onde. E se il bene può entrare dal naso ecco che lui ora ne è colmo in un’estasi che lo porta ad aprire le mani per accogliere il nuovo mondo, sente le vibrazioni del ventre di lei, l’odore caldo della sua pelle, là fino ai luoghi sconosciuti del corpo di una donna giovane dove l’ombra regna e il respiro si fa più denso, i suoi occhi pozzi neri e profondi in cui cadere e intonare canti alla vita, il bacino stretto e degno di abbracci forti, di colpi decisi. Il risveglio è brusco, allacciare le cinture, ci aspetta l’Europa, un’altra città che è stata sua e ora è persa, altre strade che lo condurranno al ricordo. Tutte le domande che verranno, il cazzo che pulsa tra le cosce e il desiderio di santità rimandato al domani. Ora che l’umanità in piedi recupera il bagaglio e aspetta con ansia di tornare sulla terra lui, rimasto seduto, prova un impeto di pietà e compassione per tutti quegli esseri, dal più grasso al più magro, alti o bassi che siano, qualsiasi parola esca dalle loro bocche, i desideri nascosti, i vizi e le insicurezze, le grandi contraddizioni che scandiscono le loro vite, si sente un tutt’uno con le vite degli altri. Non c’è nulla di speciale in me, non sono che una piccola parte del tutto, l’essere uno e indiviso coi miei simili, lupo lasciato indietro dal branco. Animale perso e forse per questo vivo, e affamato, e a suoi agio con i peccati tutti. Trova il viso di lei in una donna persiana seduta ad attendere un bagaglio. Abbandona tutti quei pensieri stupidi, si fa vittima dell’ansia dell’andare, quei giorni nella grande città, ancora lontano da lei, li crede ora uno sbaglio. Ma Luis lo attende fuori dalla porta scorrevole dell’aeroporto, si abbracciano forte e caricato lo zaino sui sedili posteriori, salgono in auto.

Giorno dieci

Che ne dici un caffè? Ti andrebbe un caffè? Ce lo beviamo un caffè? Magari potremmo bere un caffè? Quanti modi per dire la stessa cosa. “On va a prendre un verre?” Qui si fa presto a dire vediamoci, solo le agende non coincidono mai. Luis lo porta al bar in cui avrebbe voluto trascorrere la sera degli spari e del sangue, dell’ubriachezza che in un istante si trasformò in rabbia e poi in disperazione, la notte insonne e la desolazione al mattino, le strade vuote e la coda silenziosa chez le boulanger per addentare un croissant e provare a non pensare all’assurdità del reale. Ci misero un poco ad accordarsi l’anima, lui parlava troppo piano e si guardava intorno, Luis lo investiva di discorsi con l’esuberanza e l’eccitazione di un amico che ha tanto atteso un incontro. Alla seconda bottiglia di vino il vociare che li circondava non dava più fastidio alcuno, erano racconti di un viaggio, del loro amore che avrebbe potuto essere e non era stato, del cuore magnifico di Luis che aveva realizzato il sogno di fondare una comune d’artisti nel verde fuori dalla città grande. Dell’egoismo di Vans – dopo aver ascoltato il racconto anche Luis cominciò a chiamarlo così – e del suo perdersi dietro a mille vite senza sceglierne una. “Capace che ci muori tra le tue stelle cadenti e i tuoi mari, capace che resti solo per sempre.” Ci sarà la natura a consolarmi, l’alba che non abbandona mai il mattino, la notte che è rifugio per tutti, so che non basterà e allora quando non troverò che il vento ad ascoltarmi verranno quelli come te, Luis, gli amici di sempre, gli amati. Lesse una poesia appuntata durante il viaggio spinto dall’ebrezza di quella notte di metropoli e vino, la lingua sciolta disegnava i contorni di una lei finalmente adulta, irraggiungibile forse, ma dall’esistenza vera e complessa. Luis lo guardò con gli occhi di chi ama e tutto comprende, gli accarezzò i capelli, lo baciò sulla fronte con labbra rosse d’uva e candore di fanciullo, disse che quei capelli bianchi segnavano il tempo della saggezza. “Non hai mai avuto muscoli così sodi.” Non sono mai stato quello che sono, disse Vans. Risero, brindarono. Sorpresero le ronde dei topi del Georges Pompidou, rimasero ore su una panchina sul lungosènna a guardare l’acqua scorrere. Mentre la città dormiva due cuori battevano forte e la luna che sconvolge ogni vita guardava dall’alto specchiandosi sugli occhiali di Luis.

Giorno undici

In quelle loro bocche, negli aliti di vino e sigarette, nei loro occhi ormai piccoli e nelle finestrelle della città grande che s’illuminano una dopo l’altra annunciando il nuovo mattino, c’è un mondo fatto di uomini che confondono il tempo: il sonno soltanto quando necessario, luce e ombra, sole e pioggia, freddo, caldo, variabili accolte con gioia per non fare concessioni all’abitudine, per tornare a parlare all’animale che da sempre abita l’umanità intera. Zaini e valigie, i ribelli del nuovo secolo che senza rabbia alcuna ma spinti dalla gentilezza e dalla curiosità rifiutano di entrare in quel meccanismo che costringe a contare le ore, a sentirsi liberi soltanto nel fine settimana, poesie declamate nelle piazze, libercoli scritti a mano, viaggi di un anno e più alla scoperta dello sconosciuto mondo. E follia di musei dati alle fiamme, desiderio del nuovo in tutte le sue forme. A morte Shakespeare, tagliamo la gola al Petrarca! Ridono con le teste ormai pesanti, sulle biciclette prese in prestito dal comune di Parigi fanno ritorno a casa, spingono la porta con le ultime forze, Vans s’addormenta all’istante sul pavimento, Luis lo guarda, vorrebbe stringerlo a sé, accarezzargli il viso, le spalle, la schiena, dormirgli accanto. Rimanda il desiderio in gola e sente lo stomaco bussare forte, corre al bagno e rigetta tutti i pensieri della notte, l’alcol, i sogni e i desideri nella tazza del water. Due colpi d’acqua e tutto scompare. Non si può chiamare notte il sonno di due spiriti ubriachi nelle ore più calde del giorno quando gli operai con le maniche rivoltate fanno a strisce bianche la strada nera e i bambini in sciame con cartelle colorate sulle spalle abbandonano le scuole. Chi troppo sogna dimentica il mondo. C’è una vita dello spirito che fatica a allinearsi al quotidiano, la sfida grande di chi ha coscienza di molto e molto ancora ha da sbagliare. Di chi non accetta l’egoismo e sfiora la strada per non ferirla, rivolge parole buone ai vecchi e fa ridere i piccoli, pazzi che con gesti imprevedibili lanciano scorci di libertà possibili sull’universo intero. Poveri piccoli uomini sconfitti da una notte di slanci e preghiere alla vita, giovani sconfitti dal sonno, che il mal di testa aspetta al risveglio.

Giorno dodici

Tornare, come se tutto si riducesse a un gesto. Ci sono luoghi in cui si può essere felici per un tempo limitato, segnali del proprio corpo da cogliere, pensieri che hanno bisogno di un materasso con impresso il calco della schiena per poi trovare riscontro nel quotidiano esistere. Parigi era tutto per lui: la libertà, l’amore, l’essere sconosciuto tra sconosciuti, il potersi rivelare ogni giorno in una nuova identità, la rive droite e il corso lento del Canal Saint Martin rifugio per pomeriggi inoperosi e notti senza direzioni, quel giorno in cui davanti allo specchio di rue Saint Maur si era rasato i lunghi capelli e tagliato la barba perché sentiva fin tra le dita l’energia forte di una nuova vita che gli si spalancava davanti. Ma il tempo coi suoi giri e la consapevolezza che porta lo conduceva altrove. È cambiato lui, non i luoghi, la febbre del conoscere le esistenze degli altri, le possibilità del vivere adulto, l’essere ovunque da nessuna parte, non gli interessano più. In quella camera cosparsa di vestiti e libri, di polvere e tabacco, in quella camera dove il sole non c’è, chiude lo zaino e indossa scarpe chiuse, nere di corvo e di notte. Milano è lei, lei e tutte quelle come lei, rare e per questo desiderabili, lei diversa da tutte le altre, lei per la quale è pronto a perdere le strade tutte per sperimentare una libertà nuova. Lei e il suo silenzio, lei e quel: sei tornato, io sono qui, che tarda ad arrivare. Lei che cercherà nei vicoli dei Navigli, tra i ristoranti per i turisti col loro pane posso e il risotto precotto, l’elettronica dei club e le magliette a tre quarti dei ragazzini, le barbe curate dei nati negli anni Ottanta. Ora la immagina in bicicletta, gli occhiali da sole a nascondere gli occhi, un cellulare che vibra in una borsa stretta, soltanto delle unghie non sa prevedere il colore. È l’ora, un taxi lo aspetta sotto al portone, ha salutato Luis poche ore prima, un abbraccio lunghissimo e una pacca sulla schiena, un bacio ricevuto sul neo, sono i vizi dell’amico e bisogna accettarli. Bonjour, carica lo zaino nel baule, apre la portiera e via verso l’aeroporto. Dal finestrino semafori e baguette, vestiti a righe e rue lunghissime. Nessuno gli siede accanto, le capre e le noccioline un ricordo sfocato, è una freccia ora, pronta a ficcarsi nel ventre della metropoli e tagliarne il cemento, poi là rimanere.