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Verrà poi Draxler alla Juve?

Sarà il calciomercato, l’avvicinarsi di settembre, dormire con le finestre chiuse, respirare sempre la stessa aria da troppi giorni. Un treno, rotaie lunghissime, aria condizionata e poi prati verdi, bicchieri di vino e case bianche. Questo ci vuole, cambiare aria al pesce, spostare latitudini. Mi hai scritto proprio ora lo stress è come un bicchiere d’acqua, se lo prendi in mano è leggero, se lo reggi per un’ora è insopportabile. Mollare bisogna, non preoccuparsi dei vetri e del rumore al contatto col suolo, sedersi dove capita, ferirsi coi ricordi e lasciare che il sangue sgorghi un poco, poi il tempo, le piastrine e tutto il resto, il taglio si rimargina e il dolore che porta diventa un ricordo. Certo che l’ansia di non sapere se Draxler verrà finalmente a regalare poesia all’attacco bianconero per me rimane un peso. Verrà il trentuno del mese e avremo chiuso con tutte le dicerie e i discorsi fuorvianti e sarà tempo di fare i conti con quel che c’è, decidere il modulo, dare fiducia al capitano e sudare e sudare negli allenamenti per fiorire in partita e vincere, vincere, vincere non trascurando il bel gioco. È il quinto caffè che mi annerisce lo stomaco, è il terzo sonno dalle tre del mattino, dovresti smetterla, colora di bianco i tuoi denti, dici così, a me, intollerante ai latticini e ai consigli. E mentre tutti tornano noi partiamo, e mentre tutti dormono noi dormiamo. Smettila di cercare l’orizzonte, dici ancora, e io che gli orizzonti li ho sempre inseguiti ora che faccio? Basterà un balcone? Un letto? Una finestra? È inevitabile. Guarda i miei occhi ora nuovi, ne ho consumati un paio o forse più, guardaci dentro e dimmi che vedi. Io ancora niente, sono in rodaggio. Comincio con te, rimani qui, proprio davanti, e prima metto a fuoco e poi mi guardo intorno, così che tutto, questa volta, lo sai, parte da te, che sei mio occhio, mia destra, mio inaspettato orizzonte.

Foto: © Giulia Bersani

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Non so contare fino a diecimila

Che cazzo vuoi, ma vaffanculo e non lo so dove sia mia moglie: parole sporche di caffè e cornetto nei bar delle periferie. La gazzetta lasciata aperta sul tavolo soltanto un pretesto per i nostri discorsi sul tempo. Io non ci so contare fino a diecimila, le vite inghiottite dall’onda, stravolte nell’aria. Le Filippine che ci figuriamo soltanto nelle camere da letto o in cucine eleganti. Varranno di meno le morti lontane? Chi ti dà il senso del nostro risveglio?

Non bastano i tuoi occhi trasparenti, i tuoi denti bianchi e la semplicità del tuo pigiama. Non basta accendere la televisione e ritrovarci i talk show che rassicurano. Poi vieni ancora a domandarmi e se fossimo noi i figli degli altri? Io non ti capisco. Mi dici che la nascita è tutto, ti dico che nascere non serve a niente, che la fatica è disfarsi del ciuccio e rivoltarsi in coperte non tue. E infine i discorsi sulla ricchezza e il presidente dell’Uruguay come un esempio, lo sai che era un ribelle, lo sai che ha combattuto, lo sai che ha ucciso? Hai visto mai una rivoluzione che si è realizzata senza una morte?

Io chiudo gli occhi e ti ascolto, ma sii sincera e se vuoi tagliami il fiato, separami il respiro. Non ho tempo ora per fare delle filosofie o per recensirti un film o uno spettacolo qualsiasi, ti dico guardalo e se ti annoi lascia perdere. Non ha senso domandarti di finire un libro se rimandi al domani anche le lavatrici.

Lascerò prima o poi la città, me lo sono inciso dietro le scapole, abbandonerò queste strade strette, queste auto le lascerò alla sosta, il carico e lo scarico delle nostre frustrazioni. Ma da solo non serve a nulla, se è vero che un uomo solo è moltitudine è vero anche che non puoi urlare Geronimo senza un esercito da sconfiggere e un cavallo per condividere una vittoria, per tornare indietro dopo una sconfitta.

Foto: Margaret M. De Lange.

Daughers

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Sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze

Basta oltrepassarli, è così che si riconoscono gli argini. Credevo bastasse guardarli e poi segnare due righe parallele per non pensare alla fine di tutto. Quando il cielo si farà tempesta e le rane gracideranno le canzoni di Battisti.

M’ero seduto sulla riva del mondo per guardare dal balcone le luci dell’alba: il rosso acrilico che sfuma in blu elettrico; invocheremo presto l’ennesimo blocco del traffico e non servirà a nulla.

E’ stato ieri, in bicicletta, mulinando un rapporto leggero, che ho realizzato di aver regalato le mie estati migliori al volontariato e che ero contento, così ignorante del mondo che trovavo felicità nei sorrisi degli altri e bucavo i tramonti per cercare il senso che sta dietro al creato.

E mi alzavo alle sei del mattino per andare alla Messa e scrivevo diari per la mia fidanzata di allora. Con le giornate che cominciavano tutte con “Oggi” e un “mi manchi” qua e là per dare un senso alla nostra lontananza.

Quando avremmo dovuto costruire baracche di paglia e iniziarci alla vita e all’armonia dei corpi e credevamo nell’aiuto come unica salvezza. Salva te stesso! Che ad allungare il palmo son tutti capaci, a stringerlo in pochi.

Nel mio passo di oggi c’è l’occhio compassionevole dei vent’anni e il cinismo dei trenta. Ti guardo con affetto e poi ti dico no, non si può. Io che cerco denari in salvadanai già rotti.

Mi disturba la mancanza di serietà nei contesti del rito, mi disturbano le parole di troppo e del pauperismo non posso pensarne che male.

Volevo scriverti qualche vorrei, buttarlo lì per la pausa pranzo dei tuoi cani, perché mangiassero di me e potessi confondermi al pelo per ricevere le tue carezze.

Di quando compravi le scarpe da trekking e dicevi che non basta siano tecniche, bisogna che siano belle. E ti rispondevo è così, cerchiamo di fondere tecnica e bellezza, lasciamo perdere i discorsi sull’origine della specie e sulla mancanza delle piste ciclabili e impariamo dagli africani a riunirci per strada senza un bisogno apparente. Senza un pic nic da consumare e per un giorno senza confidenze. Impareremo a stare e a non chiedere.

Come quel week end ad Aqui Terme, ci sedevamo a tavola e trascorrevamo ore in pigrizia, troppo caldo per alzarsi e troppo bello per parlare.

E’ così che la mia ragazza di allora mi lasciò, non riusciva a capire perché non facessi nulla, nulla di nulla, perché restavo seduto, annusavo il vino, lo sorseggiavo e finivo per fare discorsi assurdi sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze.

Foto: Stephen Gill

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Isole bellissime nei cuori delle città

Le vesti bianche benedicono il mare e le balene annunciano messaggi in codice; i fischi lunghissimi delle navi in partenza e tutti in coperta in camere d’aria condizionata.

Faremo il giro della Francia in tour con tappa a Nizza per guardare gli scogli.

Quando mi accorgo di tutte le pulsioni che ci circondano, le luci del Naviglio si chetano soltanto al mattino nella prima borsa in pelle dei professionisti delle vendite.

Mi coglie lo stupore soltanto sulla Serravalle, e non parliamo di saldi, ma delle luci al neon delle centrali idroelettriche.

Vorrei chiudere le porte al sole in questo giorni di luglio e guardarmi dentro con quelle torce da speleologo che vendono al Decathlon.

I resti della vita attiva e i rituali di iniziazione davanti al crocifisso. La nostalgia di quei pomeriggi con il ghiacciolo in mano e la maglietta sporca di terra, rincorrere il pallone a mille all’ora e gonfiare la rete guardando per terra per paura d’esaltarmi troppo, cercare refrigerio nell’ultima panca, le navate laterali delle chiese di provincia. E confessare il peccato del diventare grandi soffiando sulle candele, spegnere i rimasugli dei sensi di colpa ed entrare nella vita vera.

E poi mi dici che sono una bussola montata male, che la lancetta rossa è sempre verso il centro e quel centro sono io. L’io come misura del tutto e il tutto come amaca per le notti d’estate, bottiglie di birra lanciate nel prato e zanzare in questua del mio sangue caldo.

Mentre misuriamo i nostri giorni in successi, tu mi ricordi che i silenzi son così pieni che forse a strizzarli potremmo conservarli in vetro e usarli nel traffico del centro.

Di tutte le lettere che ti ho scritto e dell’infinito spazio disponibile nelle caselle di posta elettronica.

E ora indosso una maglietta a righe su bianco, quelle su nero son sulla copertina di un libro.

La disumanità del marketing per me che ho nostalgia della libreria di via Alfredo Albertini, quando dietro al vetro c’erano gli struzzi e leggevamo il Manifesto e poi al sabato offrivamo il caffè con la torta appena sfornata. E ci venivano gli anarchici e magari gli ex brigatisti, e si mangiava e si brindava e si parlava di storie, che le contingenze politiche erano discorsi da camere bianche e vuote, e se ci chiedevano di Bruno Vespa noi si rispondeva che certe cose qui non esistono.

Che esistono ancora isole bellissime nei cuori di pietra delle città.

Foto: Berenice Abbott

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Quando fare un caffè era dirci buongiorno

Diventiamo così grandi che finiamo per sdoppiarci. Le pance gonfie di birra e i Super Tele ingoiati dalle donne degli amici, i palloni da lasciar calciare ad altri e l’attesa per il nome nuovo del figlio del vicino.

Vorrei esultare come al Maracanà e fare la Ola per tutti quegli amori realizzati nel terzo. Quando in accademia mi insegnavano che non esiste storia a due, ma ci vuole un tre per far accadere qualcosa.

E così ci muoviamo con scarpe di tela e occhiali da sole in questo giugno bizzarro, che piove col sole e poi sudi di notte. E le case condivise e vedervi al risveglio. Quando fare il caffè era dirci buongiorno. E’ così che siamo partiti, chi per restare, chi per tornare. Che quando prendo il treno non è più per una donna, ma per un abbraccio. Benvenuto, è qui che puoi essere come sei.

Quando mi sono sorpreso a inserire faccine nei messaggi su Facebook ed evitare il punto alla fine di ogni frase per non fare paura. Mentre i piccioni non svernano e le rondini, oh, le rondini! Una sera d’estate, sudati di vino, un tavolo in legno e rimanere minuti a fissare un nido, quando tu ti avvicini, ti siedi sulle mie gambe mi dici: è tardi, vuoi inciderla, dannazione, quella tua vena contemplativa? Lasciar scorrere il sangue in zampilli e sporcarti di terra. Sudare tra due cosce soltanto per sfogarti e non cercarci in mezzo l’altissimo. La vuoi perdere questa maledetta malinconia che trasforma i tuoi giorni in romanzi? Non è tempo ora per i film parlati, gli effetti speciali delle storie di fantascienza e le cronache delle vite modello.

E quando torno a casa spero sempre di incontrarti, come quella volta che mi hai accolto in lacrime e alla fine sorridevi, mi dicesti a domani. Il primo domani e l’ultimo capoverso. Per il seguito dei punti e delle frasi brevi degli scrittori degli anni novanta. Per quel folle di Wallace e per la sua passione per il tennis. Per la carbonara cara a Pasolini e per il caro prezzo dei bar frequentati da Celine. Delle escargot di Sartre e delle ciliegie d’oro di rue Montorgueil.

Vorrei offrirti un panino, vorrei dirti, lo sai che c’è? Io non sono capace di non annoiarmi, non sono capace di trascorrere ore senza desiderare essere altrove, vuoi farmi cambiare idea? Tu puoi convincermi, tu puoi. Solo parlandomi, solo guardandomi. Solo restando.

Foto: Mario Giacomelli

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Tre o quattro ore per notte

Tre o quattro ore per notte e sogni che non hanno il tempo di appoggiare le guance al cuscino.

Per questo mio affannarmi nelle stesse lenzuola per giorni e domandarsi il perché della pazienza e dell’allineamento dei pianeti novelli.

E i tuoi discorsi sul tutto che ci sopravvive, anche le canzoni degli anni ottanta. E io che dimentico la borsa della palestra nell’armadio e cancello le date degli equinozi che eseguo i giorni a sentimento e lancio spartiti dalle finestre del quarto piano.

Accompagnami a sollevare borse della spesa, forse se fossimo in spiaggia resteremmo zitti a lungo e non avremmo nulla da dirci; ognuno impegnato a mettere ordine nei suoi ieri e lanciare sassi nell’acqua per distruggere quei domani che ci hanno disegnato intorno.

Come nei vecchi film immagino una scritta enorme sopra di noi per ricordarci dove siamo, che ore sono e che anno è. Il giorno invece non è più importante che lavoriamo quando capita e riposiamo appena si può.

Questa mattina ho svegliato io il temporale, scuotevo le camicie nell’armadio per far cadere a terra il fascino di incontri mai avvenuti. Con te che mi dici che vorresti essere altrove e io che ti dico che c’è un qualcosa che va oltre noi, che non è fatto di contingenza, ma di sentire, e hai voglia a spiegartelo.

E quando mi chiedi come sto vorrei risponderti: su un sasso, tra i rami, con i leprotti tra le gambe, gli M&M’s nelle orecchie, ma non capiresti. Questa follia inspiegabile senza sguardi e alfabeti comuni.

Delle nostre ricerche di solitudini e degli strali di frecce che lanciamo di notte. Degli amici che si sposano e di quelli che diventano grandi, della crisi di mezz’età e dei nostri amori per le adolescenti.

E davanti alle responsabilità ci facciamo volpi e attraversiamo la strada di notte senza guardare.

Vorrei dirti ancora qualcosa per impressionarti, della neve ad agosto sulle cime della Valtellina o sull’importanza di una buona alimentazione, che a Londra ci ciberemmo soltanto di patatine all’aceto e avremmo sete fino alla fine dell’anno.

Comprerei uno champagne dal nome sconosciuto per poi ricordarmelo e chiamarci nostra figlia, e scriverei righe sotto al tavolo per non vederle mai, ma sapere che ci mangio sopra e ogni tanto bere un caffè, far cadere il cucchiaino per guardarti le gambe.

Foto: David Alan Harvey

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Almeno non oggi

Tutte queste notti insonni e il desiderio da spiaggia. Le aragoste e i granchi di Essaouira, le cavalcate tra le tue cosce nude e il sudore di giugno.

Ci giocavamo a dadi il turno per occupare il bagno e trovare un poco di quiete che qui è tutto un incontro e non c’è mai tempo per stare da soli. E così mi confondevi con la tua estetica e poi le tue parole rarefatte, il K2 dei tuoi passo e chiudo e l’imbecillità di certe mie voglie.

Ci chiudevamo in auto per prendere la strada e andare ai concerti. E in mezzo alle danze non sentirci soli. E piangere cantando, guardare il cielo e lasciare andare i ricordi.

E ci scrivevamo sulle mani che le cose non vanno spiegate, ma vissute, che la letteratura degli anni novanta voleva insegnarci la vita e quella del 2000 è rivolta allo spreco.

Vienimi a prendere quando esco di casa e apri la porta quando salgo le scale.

Immaginare domeniche in collina e odore di bosco, il cibo buono e il saluto dei vecchi. E paesi sempre più piccoli per sentirti straniero e case grandi per non desiderare orizzonti troppo lontani.

Delle tue camicie aperte e degli occhiali neri. La grazia dell’erranza dei padri e le famiglie disperse sui treni notte. Verranno a chiederci i documenti e avremo voglia a rispondere che siamo tutti uguali. Mentre tracciamo linee per tirare le somme e costruiamo tende per non farci sorprendere in nudità. Che ne dici di una Polaroid? E della mia barba lunga?

Dovremmo sederci a cavallo dei bimbi, farci cullare dallo stupore delle nascite dei figli degli amici, sorridere ai matrimoni e non avere paura dei domani, perché arriveranno senza bussare.

Le nostre notti non sono infinite e così i nostri giorni, ho disimparato a contare per questo.

E mentre ci tatuiamo di labbra le guance coi nostri saluti di benvenuto, ci ritroviamo a sera, lo specchio sul naso, ad ammirare le nostre imperfezioni e rifarci al canone del classico per la bellezza del mattino.

Più serie tv americane e meno manuali per vivere meglio. Quando ci chiederanno di sverginare i teatri entreremo in punta di piedi, come si fa in casa dei vecchi, poi urleremo le nostre domande che qui ci si perde in sordità.

Ti accuseranno di presunzione e faranno idoli della parola umiltà. Tu guarda lo specchio e poi chiedi di te dove riposa la tua stima, e fatti qualche domanda, non troppe. E non dormire sempre solo, non sempre, almeno non oggi.

Foto: Rebecca Norris

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Spliff

Davamo la colpa alla schiena per quelle notti trascorse accanto alle finestre. Il respiro nell’atto titanico dello sfondamento dei vetri e sigari ormai deformi sul davanzale.

Ci sono luci che non si spengono mai e mille strade che non ho mai attraversato. Sento il palpitare interminabile del viscere della terra e gli insegnamenti della scuola superiore ricoperti di alghe. L’odore incredibile del tuo collo bianchissimo e quel tuo viso che manca d’armonia.

Ho smesso di credere nell’amore uno a uno, che i pareggi non fanno vincere nessuna classifica, così l’universo ha bisogno di libertà vere.

E come un jeans troppo grande non veste bene senza una cintura così è della libertà, va stretta in vita e non lasciata andare, che si sporca col passo e perde d’eleganza.

Non più poesie solitarie in stanze d’albergo, non più canti delle ninne nanne nei carillon; ci vogliono madri dalla voce dolce e padri presenti. Poi zaini sulle spalle e una gobba accennata, che il peso non ha mai fatto male e diffido di chi corre col petto in fuori. Guardati ancora nudo allo specchio, rasa quel pelo, tra il pollice e l’indice il grasso in eccesso: l’imperfezione è una grazia che bisogna riconoscere.

E spazi aridi tra le orecchie per l’ascolto dei filantropi, che con Celine chiamo e richiamo grandi rompicoglioni. Trova il tempo per riposarti gli occhi e non credere ai numeri grandi e all’assenza delle differenze. Mentre a Milano crescono Festival Indipendenti e a Piacenza si radunano gli alpini pensi alla tradizione e alle rotture. E come Fontana intagliamo tele in cerca delle fessure per seminare nei nostri giardini le nostre idee di piccolo mondo, e poi metterci intorno recinti, noi che combattevamo la proprietà privata e citavamo Rosa Luxemburg, chi è quello? E’ uno dei nostri?

A nulla serve creare parole nuove e il cambiamento pensato dell’alzata di mano. Verranno le volpi nei nostri campi e ammazzeranno qualche gallina, vuoi ribellarti alla natura, tu? Tu che costruisci muri, tu che lanci parole al vento senza rispetto per gli ascoltatori?

Li senti i tuoi neuroni crepitare? Perché quell’ultimo spliff? Per arrivare fin qui a teorizzare sull’esistenza?

Mettiti sotto le coperte e abbraccia il cuscino, respira forte e sogna. Che magari è meglio. Che magari domani ti svegli e quando bevi il caffè sei contento. Poi fatti un video, così come sei, sette secondi, apri Photo Boot, clicchi registra, ti inquadri e dici: “Sono felice”, così magari tu ci credi, che a me non importa nulla.

E ora vieni a casa, suona, siediti a tavola, mangiamo, beviamo, e poi stiamo pure in silenzio, che abbiamo sostituito lo stare, col fare, e la felicità non fa, sta.

Foto: Jeff Wall

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A chiamarsi per nome

La bottiglia vuota, la tavola imbiancata di cenere e la diaspora delle due e mezza di notte. Ci lasciavamo come gli adolescenti, metti giù tu, no prima tu. E un letto, un divano, le nostre voci a sonaglio e il veleno dei discorsi sulle nostre mancanze. E gli ideali orgiastici delle pulsioni nascoste. Ci accoglieva la solitudine e ci ribellavamo posando il dito sul mouse e facendoci forza nelle conversazioni scariche del martedì sera, domani è il primo maggio e un’altra birra, non si lavora. Il tuo pendaglio a forma di casa e finestre sempre aperte per entrate invadenti. Che continuiamo a cercare di fare nostro quello che è distante, allunghiamo la lingua per la curiosità dei mondi che non ci appartengono e non abbiamo il coraggio di dare la colpa alla sete di conoscenza, al nostro narcisismo e al fascino infinito della pelle liscia. La crema sull’abbronzatura esalta l’odore, esalta il sapore, così aspettiamo l’estate e il sole che scalda. Per non vergognarci di perdere il senno, di perdere il sonno. Ci facciamo geranei e aspettiamo l’acqua dal cielo, le bocche bagnate degli sconosciuti. E poi lo so che il pensiero ora è sulla strada, nelle labbra rosse di queste darling parigine, negli occhiali neri dei maschi impegnati. Mentre ci promettiamo i domani in lunch, in brunch, mi faccio serio e mi accarezzo le guance, c’è una barba da fare, il capello da sistemare. E accordarsi al presente trovando il compromesso col mondo reale. Una bottiglia è poca e due sono troppe. Che ne direste di una pasta aglio e olio? Che intorno alla tavola si consuma la conoscenza e Skype si dimostra una chitarra che tiene insieme serate disordinate, ognuno canta il suo ritmo e le parole del ricordo. E a furia di mi piace ci siamo fatti gioco e abbiamo sfidato la notte a colpi di clic. Mi piace guardarti ridere. E penso agli amici, ai bicchieri di plastica e ai soprannomi che ben conosco. Nelle conoscenze mature ci si chiama per nome. Quando il sesso degli angeli non è più un taboo e i siti porno soltanto pretesto. Dimmelo adesso che non volevi dormire sola. Dimmelo ora che poi è troppo tardi. Non ci saranno cinguettii per i nostri risvegli, il prezzo da pagare delle città grandi. Prendimi in braccio che afferro le stelle, solo per celia, questione di prospettive sai, come le foto sciocche. Il tuo capezzolo sinistro e i miei Vietnam per domare la tua pancia irrequieta. E allunga le braccia, e stendi i cuscini sul letto, che non sei sola e se li fai cadere, non si fanno male.

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A passera sciolta

Nottetempo viaggi in metropolitane, e cosce snelle, bocche ubriache di rosso e piedi unti e creme profumate.

Nottetempo sguardi bassi e occhi neri, melodie arabeggianti agli angoli della strada.

E tette enormi di prostitute settantenni.

Catene d’oro per colli d’ebano e suoni gutturali.

Le strade si assomigliano, si fanno strette, il passo è stanco, il piede spinge sulla scarpa nera elegante mentre la barba si manifesta e la pulizia del mattino è ancora da rifare.

Non sono bravo coi pronomi possessivi e al posto di mio o tuo preferisco dare un nome nuovo alle cose: chiamerò i tuoi capelli trasferelli, la tua bocca albicocca e i tuoi occhi pastrocchi. E quando ci ascolteranno parlare sembreremo bambini o folli, di pastrocchi, trasferelli, albicocche. Stavamo bene un tempo quando distinguevamo la notte dal giorno e cercavamo pascoli lieti e pecore smarrite da rincorrere con lo scettro dell’estetica e la parola melensa.

Sono vietati i panni stesi e per mancanza di spazio fioriscono i business delle lavanderie.

Sono vietati il fallimento e la gentilezza fine a se stessa. Sono vietati i complimenti strani: che belle gote hai, che buone le tue caramelle, mi piace il tuo mignolo dovresti affondarlo nel mascarpone e poi appoggiarlo sulle mie labbra.

Ho rimandato gli odi ai campi incolti, senza recinti né margini, ho delegato la gelosia alle coppie vergini, la rabbia alle relazioni più vere.

Quando mi fai leggere versi dell’Achmatova o di Aleksandr Blok penso all’attitudine della vita da single in case piccole e funzionali, alle regge e ai palazzi, alle cascine e alle case di ringhiera, e a quanto doveva esser bello cercare solitudine in strade e boschi, quando dietro ai paraventi di consumava la scoperta del nostro sesso e si finiva in rincorsa d’ancelle. Nascosti dietro all’occhio, sulla porta, il bagno dell’amata e dietro ad alberi le nuotate a passera sciolta delle dame di compagnia.

Le etichette all’amore si fabbricano nei palazzi, all’aria aperta è un fiorire di prati e gioie e consolazioni nobili. E quanto è bello sentirti ansimare, e dopo l’amore potremmo aprire le cataratte dei nostri discorsi mai rivelati ed evitare le complicanze dei perché.

Giudizi e tribunali non nascono per i sentimenti, ma per le azioni stolte, quelle del tu, mio.

E allora voltati, guardami, fatti rincorrere, e allora voltati, guardami e poi nasconditi.

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