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Di tetto in tetto, di cielo in cielo

Stormi di neri, di tetto in tetto, di cielo in cielo. A raccogliere fumo bianco dai comignoli, scongelare il becco e tornare al canto. Dietro la schiena i lividi prati che circondano i nostri ovest e muri bianchi fatti per dividerci. Così proponevi una birra, tutti distesi dietro alla luce artificiale del televisore, consumavamo il tempo delegando il pensiero ai racconti fantastici degli effetti speciali. Svegliarsi presto per guardare l’alba delle città industriali, chiedersi che ce ne facciamo del tempo quando il riposo è un’arte per pochi.

Vorrei accarezzarti le dita, appoggiarle alle mie spalle, avvicinarle alle labbra e scriverti con la lingua le iniziali inventate di una storia mai cominciata. Ti siedi a gambe incrociate, io guardo dalla finestra, sbuffi tu, sbuffo anch’io, la neve fuori rende onesti i silenzi e il suo disfarsi tra i polpastrelli concede meraviglia.

Tra le travi in legno e il soffitto stanno incastrate le frasi dei libri che non abbiamo ancora letto, scendono il pomeriggio a illuminarci gli occhi, ad allargare il cuore.

Suonano intanto i carillon e non sai mai riprodurne la melodia, prendono i nostri nervi e li stendono come si fa con la pasta all’uovo, ci lasciamo scivolare sui letti con gli occhi semichiusi, il sorriso accennato.

E così il sole fa il suo, si sciolgono i ghiaccioli aggrappati alle grondaie e ticchettii allegri sulle strade, cappelli colorati e pelo, il primo ghiaccio a ricordarci l’equilibrio.

Ed ora ascolta le canzoni della tua adolescenza, stringi le gambe e allenta i primi bottoni della camicia. Vibrano le tue costole e ti chiedono intrecci, mentre c’è gente che ancora fa la fila per lavare l’auto e si preoccupa del tempo che non lascia impronte, tu aspetti i daini e l’imbrunire, apri il quaderno e scrivi: “Che cos’hai? Mancanza.” e poi Wim Wenders e immagini il Cielo sopra Berlino ti dico non serve, mi chiede se ha senso ragionare così.

Foto: Nicoletta Branco.

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Oooh e suoni di campanelle

Gli occhi divisi tra i tuoi mappamondi e il meridiano nero, pensieri affondati. Il mio strabismo di Venere, il neo sulla guancia sinistra e la leggerezza dei tuoi capelli. Lecca lecca tra i nostri respiri e bottoni da far saltare a ogni contatto.

Ti stringevi al muro per non prendere freddo, la curva dorata della tua schiena, gli scivoli delle tue cosce e tutto il calore del sole che nascondi dietro le spalle. Aspettavo i tramonti, i tuoi risvegli urlati e le mie mani a coprirti le labbra.

Ci guardavamo come fanno gli alieni con le pupille disordinate tra le lenzuola e la ricerca di un’armonia nell’ansimare. Poi ti scrivevo haiku sulla schiena, ti rilassavi al contatto del pennello e nero di china tra le tue scapole, il tuo ombelico come un bersaglio, gli schizzi a mano libera, poi disegni accennati in punta di lingua e le parole che ci rimangono tra i denti.

Sarà che il sacro risale alle nostre viscere, non vedo il male nelle vicinanze, nei desideri che non esprimiamo per non vergognarci. Vuoi dirmelo cosa sarebbero le rivoluzioni senza il narcisismo? L’hai guardato a lungo il ritratto del Che? Trovare bellezza nei colori del viso e nell’armonia del contatto, perdere il controllo dei battiti, la salivazione aumenta, puoi parlarmi ora delle tue sopracciglia, del rosso delle tue labbra e del sudore che mi riga il volto.

Ci si morde per sentirsi vivi, dicevi, e stringevi le gambe per far correre il cavallo, la criniera al vento e gli zoccoli duri, quante autostrade e quante montagne, quanti cieli immaginati sopra le nostre teste e scritte bianche a ricordarci di alzare gli occhi.

Poi tra i vagoni dei treni ci siamo distratti in sonno, le dita dimenticate sul muro e magliette disperse.

Dovremmo fare colazione ora, non rimandare i domani cercando il calore delle brioche. Fuori è tutto un brusio di lavatrici, un bisbigliare di porte chiuse e vetri appannati. Aspettiamo la neve per raffreddare i nostri desideri appesi agli alberi del Natale, il latte caldo fuori dalla finestra. Arriveranno le renne, arriveranno e non avremo più paura di rivelarci. Così deboli, storpi, soli, affannati, capaci di stupirci in danze proibite agli occhi degli altri. Ooooh e suoni di campanelle. Ooooh e suoni di campanelle.

Foto: Francesca Woodman.

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LETTERA A UN POETA

Caro,

ti scrivo anche se non ci conosciamo, ti scrivo perché ho bisogno di confidarmi a qualcuno senza essere accusato di invadenze.

Siamo pietre che quando rimbalzano sui fiumi piatti saltellano e lasciano scie tonde, poi affondano e riposano nascoste ai più in attesa che qualcuno si tuffi per raccoglierle.

Così i nostri scritti. Proiettiamo le nostre interiorità sul bianco e rischiamo la critica, il giudizio e il riso. Lo facciamo per necessità e per sentire.

Come è difficile, amico mio, qui il mondo si guarda allo specchio e non ci accarezza le guance. Siamo così narcisi che ci specchiamo nelle vetrine per sapere quello che gli altri dicono alle nostre spalle. La nostra camminata e le sporgenze dei nostri bacini.

Non esistono più i gruppi o le correnti e così ci ritroviamo fermi sulle sedie con la testa china a cercare il plauso sui social network per sentirci meno soli. Che ne è del gruppo ’63 o degli under25 tanto cari a Tondelli? Il massimo che riusciamo a fare è organizzare serate nei piccoli locali e circondarci di amici sensibili. Ma frequentarci in scrittura è un’altra cosa. Quanto sarebbe bello stare intorno al tavolo e leggere di noi. Lasciar consumare i sigari al vento per il desiderio di farci ascoltare. E farci accarezzare i capelli soltanto al mattino. Magari tu a casa hai qualcuno che ti aspetta.

Nessuno ci aiuta, è vero, ma noi non ci aiutiamo. I nostri vecchi piangeranno le nostre morti, incuranti e inconsapevoli macchine per la distruzione. Il fatto è che vogliono salvare questa nave che è affondata da tempo e lasciano indietro il futuro. Sono così legati ai modelli che tutto è giudicato secondo parametro e dove c’è il talento non si fa nulla perché questo emerga. Fuori dai binari non viaggiano i treni.

Non siamo qui a darci la colpa, ti scrivo perché mi manchi. Mi mancano le tue parole, le tue lettere, i tuoi giudizi schietti, l’affetto dato dalla rivelazione delle nostre intimità.

Sai quanto mi piacerebbe parlare dell’amore e poter dire: vorrei morire per l’incavo delle sue scapole senza sentirmi un inetto. Questo nulla che ci sovrasta oggi risplende, nascosto, nel cielo azzurro di Milano. Nemmeno le nuvole osano contraddirlo. I passi sono stanchi e gli occhi appiccicati ai cellulari. Abbiamo le tasche più consumate di sempre.

Caro amico, dove sei? Dammi notizie di te. Scrivimi, cercami. Facciamo qualcosa. Li vedi i musicisti che stringono amicizia, fanno le jam e magari non si piacciono, ma si stimano, si aiutano. Perché noi no? Perché ancora cerchiamo la soddisfazione personale soltanto? Perché?

Al posto di trascorrere le nostre giornate sulle reti per tastare il polso al paese reale e poi farci pagare i laboratori per sopravvivere, facciamo così: trascuriamo quella boria che ci vuole insegnanti, neghiamo le cattedre e apriamoci al confronto, diamoci degli appuntamenti, apriamo le nostre case e decidiamo di leggerci e guardarci.

Potrei mettermi in ginocchio per ascoltare le tue parole, o in piedi sull’attenti, o seduto con le gambe incrociate, chiudere gli occhi, magari piangere o urlare. Sorseggerei del vino.

Preferisci finire anche noi come i nostri padri, su quelle scrivanie a decidere i destini dell’umanità? Domandami cosa c’è sotto al banco, pensa ai polpastrelli consumati, alle rughe dell’espressione, alle crisi di nervi davanti ai loro figli, ai mariti, alla frustrazione nell’osservazione dei muscoli altrui.

Finiremo noi come i filosofi e ci circonderemo di giovinette?

Indossiamo pure i nostri cappotti invernali, copriamoci di ridicolo ordinando un vino pregiato nei bar milanesi. Facciamoci invitare a cena dai nostri amici più ricchi e poi raccontiamocelo. Condividiamo questa povertà, è uno spazio raro, durerà poco, troveremo il modo per cavarcela, lo sai e non saremo più quelli che siamo ora.

Prepariamoci al tuffo, alle mani che verranno a raccoglierci, facciamolo insieme, che le correnti logorano chi le contrasta e modellano a loro piacimento. Facciamoci forti, facciamolo insieme e diventiamo diga.

O amico caro,

a presto.

Marco

Foto: dalla rete, Corso e Ginsberg.

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Perché mi ricorda te

“Sei così furbo che non ti fai mai vedere ubriaco.”

Alza le spalle. Mi pulisce le labbra dal sugo.

“Finisci la pasta.”

Inforco gli spaghetti, giro la posata su se stessa, la porto alla bocca. Lui si versa del vino, beve.

“Stai ancora cercando casa?”

Ho la bocca piena, mastico, faccio sì con la testa.

“Sono due mesi che cerchi. Ancora non hai trovato?”

Faccio segno di no con la testa.

“Quanto vuoi spendere?”

Un’altra forchettata. Questa volta le spalle le alzo io. “A te non interessa. Perché me lo chiedi?”

“Per cortesia. Finisci la pasta, poi è meglio se te ne vai.”

Mi lecco le labbra poi le pulisco col tovagliolo.

“Prendersela non serve. Ti fa piacere se resto ancora un po’. Puoi venire più vicino se ti interessa guardarmi.”

Si versa da bere e fa di tutto per non voltarsi verso di me. Guarda il palazzo di fronte: un uomo grasso in canottiera è seduto su una sdraio. Fuma.

“E’ sempre più grasso.”

“Non mi sembra.”

“Lo guardo tutti i giorni per non diventare come lui.”

“Non sto cercando la casa perché non lo so se ho voglia di affittare una casa. Avere un contratto a scadenza e una casella della posta con scritto il mio nome. Non so nemmeno se voglio abitare ancora a Milano. Non so…”

Lui mi interrompe, mi riempie il bicchiere. “Dovrai decidere prima o poi o non combinerai nulla come sempre.”

“Io so che mi manca quella finestra. Ci affacciavamo e io la abbracciavo da dietro. Mi diceva che avrebbe voluto saltare giù e morire di spavento prima di toccare terra, che la vita è troppo triste perché anche le cose belle prima o poi finiscono. Dicevo che avrei passato la notte a rubare i materassi ai barboni, a costruire un grattacielo di molle e tessuto. Avrei costruito una passerella per i suoi capelli neri. Dicevo faremo l’amore per strada e ci prenderemo le zecche come i cani.”

“Stasera non torna.”

“La casa è in vendita. Vogliono trecentocinquanta euro. Pensavo che se qualcuno la compra non saprà nulla della storia dei materassi. Che non potremo amarci mai più come una volta.”

“Perché sei tornato qui?”

“L’orologio della cucina segna ancora le undici e tre quarti.”

“Voleva buttarlo. L’ho convinta a lasciarlo.”

“Non c’entra più nulla coi muri gialli.”

“Mi fa pensare a te.”

“Ti senti in colpa?”

“Molto.”

“Credi dovresti chiedermi scusa?”

“Non riesco.”

“E come stai?” Lo guardo dritto negli occhi, accenno un sorriso.

“Bene, dai, che cazzo di domanda è?”

“Perché stasera non torna? Ha un’altro?”

“No, non credo.”

“Scopate spesso?”

“Tutti i giorni.”

“Wow.”

Guarda per terra. “Vado da un sessuologo. Lei dice che è colpa sua.”

“Le donne si prendono colpe non loro. Hai provato con altre?”

“Con le altre nessun problema. E’ con lei che vengo sempre troppo presto.”

“Ti senti così tanto in colpa che non riesci ad esserle fedele?”

“Lo faccio per te.”

“Stronzo.”

“Mi dico che non è una relazione seria. Che non la amo. Che io e te siamo ancora quello che eravamo.”

“Compra quella casa.”

“Come mai sei qui?”

“Compra quella casa. Smetti di tradirla, chiama il sessuologo e digli che è tutto risolto. Poi facci l’amore. Dille che l’ami.”

“Non torna a casa da giorni.”

“Lo so.”

“Mi tradisce?”

“Sì.”

Ci guardiamo a lungo. Mi alzo. Indosso la giacca.

“Compra la casa. I soldi ce li hai. Quella finestra è importante.”

“Si è tagliata i capelli cortissimi. E’  ancora più bella.”

“Lo so.”

“L’hai vista?”

“Glieli ho tagliati io.” Vado verso la porta. Lui mi trattiene.

“Non preoccuparti. Stasera tornerà.” Mi sistemo i capelli. Gli sussurro all’orecchio: “La amo molto, sai? La ami tu?”

“Credo di sì.”

“Compra la casa. Non voglio che nessun altro si affacci a quella finestra.”

“Perché l’hai lasciata?”

“Tutte le cose belle prima o poi finiscono, io le precedo e le faccio finire prima che si consumino.”

“Lei ti ama ancora. Sta con me perché le ricordo te.”

“Già.”

“Verrò a trovarvi.”

“Anche io sto con lei perché mi ricorda te.”

Comincia a piangere. Mi si avvicina. Mi abbraccia. Mi bacia. E poi ancora, e ancora.  Mi abbottono i pantaloni. Gli strizzo l’occhio.

“A presto.”

Lui non risponde. Io chiudo la porta. Scendo le scale.

All’ingresso un cartello “Vendesi.”

Lui corre alla finestra, accarezza il vetro, mi guarda mentre  mi allontano. “Ci vorranno almeno dieci materassi, forse venti, è un terzo piano…”

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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Hai vinto tu

Sui tetti della camera il concerto dei grilli che strofinano le ali per lamentarsi, mai per volare.

Il lusso che possiamo concederci è la furbizia di un saltello. Tutte queste carriere agevolate dai semafori verdi della conoscenza e la nostra corsia preferenziale intasata dai furbi. Quando col motorino sorpasso a sinistra è perché ho fretta di arrivare, ma non so ancora dove. Così agli stop domando informazioni tra i nomi delle vie intitolate ai Nobel per la pace vestiti a lutto e le processioni per la morte degli animali. Finisco per perdermi. Fuori dalla città e dall’andirivieni quotidiano, contro l’esercito dei tralicci della corrente ad addobbare la pianura lombarda, il Natale con le luci spente e la nebbia delle sei del mattino.

E mi scrivi che ti sei fermata ad Eboli come il Cristo e fotografi in patinata le stanze artefatte dei nomi noti, così mi presento agli edicolanti facendo il tuo nome e mi rispondono che non è stagione e che maturi in inverno. E’ inutile stare all’ombra degli alberi ed aspettare i frutti. Quando smetterai di farti accompagnare dal buonismo e ti ribellerai all’amore che già conosci?

Dovrei farlo anche io. Ribaltare gli affetti già noti e sperimentare l’intimità di un muro, la carne non è un disegno e gli incastri non son giochi da infanti. Inutile questo silenzio che porti addosso come un abito lungo. Vestita a sera per le mie notti, è così buio qui che basterebbe una parola, riconoscere l’origine del suono per orientarmi.

Tra poche ore Federico si sposa e stanotte ho sognato di dimenticarmi le preghiere e la cintura. Così che mi cadono i pantaloni, lo scandalo di una mutanda bianca, il mio arrendermi al presente a trovar gioia nei canti degli altri. E quando dirai sì io bagnerò il volto e ti dirò che noia la congiuntivite.

Mentre sei ancora in letargo e chissà quanto durerà questa mia attesa. Che è ora di smetterla di pensare in prospettiva e farsi nudo in descrizioni senza nemmeno il riparo di una chitarra. Come nei western t’inquadrano sempre in viso, ci vorrebbe ancora Sergio Leone, una pistola, un pallone, un rigore. Di quando a otto anni ero così arrabbiato che ti tiravo la palla in faccia più forte che potevo e più forte ancora ti dicevo fai schifo, ho vinto io. E rossa in volto e gonfia e sudata, mi dicevi: hai perso tu.

Ho perso anch’io.

Foto: Carola Ducoli

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Quale cielo?

Proviamo a ribaltare il mondo e a camminare in cielo.

Quale cielo? Mi dici tu. L’azzurro intenso dell’aere montano, il celeste delle colline toscane o il glauco che accarezza il mare? E poi giorno o notte? Stelle o nubi? Cirri o cumuli? Siamo generici anche nei desideri e vorresti rivoltare il mondo con la funzione dell’Iphone che ti fa vedere tutto in negativo.

Io insisto col dirti che fare l’amore non è tutto, che bisogna saper tradire i silenzi senza un estro particolare e quando appoggio la testa tra le tue gambe magari è per chiederti casa e ristoro. I tuoi rosari sgranati al telefono con le amiche e quei problemi inutili del che penseranno di me. Hai aperto chissà quanti blog e tra password e tumblr non ci capisci più nulla.

E prendi aerei e mangi in troppi ristoranti e colmi gli occhi col bello e a sera avveleni serenità in debolezze. Poi scrivi sul quaderno che ti manca il coraggio dei piccoli passi e come a un due tre stella avanzi per poi scappare quando ti senti scoperta.

Che ne sarà un giorno delle tue magliette a righe, delle camicie firmate? Che ne sarà di questo seme che disperde il vento e impigliato alla rete chiede libertà.

Nelle prigioni del virtuale tutte le nostre immaginazioni.

E quando mi racconti dei tuoi sogni sei la prima a sorprenderti. Così ci tiriamo in mezzo in discorsi pro vegan, no vegan con l’ordine del mondo che fa il suo giro sull’autostrada Milano-Torino, sempre in ritardo per lavori in corso.

Mi dimostri che viviamo in un mondo fasullo, che dietro ogni cosa c’è una storia e un interesse e non hai voglia di raccontarmelo nei particolari. Ti dico perché non ci beviamo un caffè senza chiederci da dove viene e mi rispondi ok. Ma poi ci pensi e rimani immobile sulla soglia di casa. E ti urlo ti basta un passo, fallo. Senza paura, senza domande. Fallo.

Foto: Anna Aden

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Sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze

Basta oltrepassarli, è così che si riconoscono gli argini. Credevo bastasse guardarli e poi segnare due righe parallele per non pensare alla fine di tutto. Quando il cielo si farà tempesta e le rane gracideranno le canzoni di Battisti.

M’ero seduto sulla riva del mondo per guardare dal balcone le luci dell’alba: il rosso acrilico che sfuma in blu elettrico; invocheremo presto l’ennesimo blocco del traffico e non servirà a nulla.

E’ stato ieri, in bicicletta, mulinando un rapporto leggero, che ho realizzato di aver regalato le mie estati migliori al volontariato e che ero contento, così ignorante del mondo che trovavo felicità nei sorrisi degli altri e bucavo i tramonti per cercare il senso che sta dietro al creato.

E mi alzavo alle sei del mattino per andare alla Messa e scrivevo diari per la mia fidanzata di allora. Con le giornate che cominciavano tutte con “Oggi” e un “mi manchi” qua e là per dare un senso alla nostra lontananza.

Quando avremmo dovuto costruire baracche di paglia e iniziarci alla vita e all’armonia dei corpi e credevamo nell’aiuto come unica salvezza. Salva te stesso! Che ad allungare il palmo son tutti capaci, a stringerlo in pochi.

Nel mio passo di oggi c’è l’occhio compassionevole dei vent’anni e il cinismo dei trenta. Ti guardo con affetto e poi ti dico no, non si può. Io che cerco denari in salvadanai già rotti.

Mi disturba la mancanza di serietà nei contesti del rito, mi disturbano le parole di troppo e del pauperismo non posso pensarne che male.

Volevo scriverti qualche vorrei, buttarlo lì per la pausa pranzo dei tuoi cani, perché mangiassero di me e potessi confondermi al pelo per ricevere le tue carezze.

Di quando compravi le scarpe da trekking e dicevi che non basta siano tecniche, bisogna che siano belle. E ti rispondevo è così, cerchiamo di fondere tecnica e bellezza, lasciamo perdere i discorsi sull’origine della specie e sulla mancanza delle piste ciclabili e impariamo dagli africani a riunirci per strada senza un bisogno apparente. Senza un pic nic da consumare e per un giorno senza confidenze. Impareremo a stare e a non chiedere.

Come quel week end ad Aqui Terme, ci sedevamo a tavola e trascorrevamo ore in pigrizia, troppo caldo per alzarsi e troppo bello per parlare.

E’ così che la mia ragazza di allora mi lasciò, non riusciva a capire perché non facessi nulla, nulla di nulla, perché restavo seduto, annusavo il vino, lo sorseggiavo e finivo per fare discorsi assurdi sul desiderio della beatitudine e altre piccolezze.

Foto: Stephen Gill

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La prima bestemmia

Nature morte in cucina e i panni stesi in cerca di una vita. Scuotere gli occhi del mattino per guardare oltre alla tazza del tè. Tornare a sottolineare parole imprescindibili e concetti espressi senza banalità retoriche e orpelli di vecchiaie.

Quando conosci la potenza del punto a capo e delle frasi brevi isolate. Quando conosci il potere evocativo di tramonti ed etimologie.

Tu che hai sbattuto l’anima contro ai marciapiedi, hai perso il pudore nelle scuole di teatro ed ora sai criticare, ma fai fatica ad amare. Io che ho raccolto l’anima sotto a un semaforo, sono salito in piedi sulle panchine per inaugurare la stagione dell’amore fatto di ribaltamenti e prese, battaglie di ventri e dolcezze e mani strette per farsi forza.

Con il chiodo fisso della creazione: dal due nasce il tre e non è per forza un bambino. Essere del nostro essere, prolungamento dei nostri sguardi e libertà di un nome.

E ci ripetevamo che fuori dal contesto ogni creazione acquista valore. E allora scappiamo dalla famiglia, dagli atelier, dalle scuole e dai cinema, dalle manifestazioni fatiscenti delle nostre contrarietà e dal paese natale. Ci torneremo in seguito accolti in feste o indifferenze.

Lo sguardo altro nelle attese racchiusi nelle ascensori. Una porta si apre e ci sarà prima o poi chi ci inviterà a cena e ci farà sedere alla tavola del tu.

Ed ora scrivimi che così non puoi sognare, che altra cosa erano i film dell’epoca nuova e i bianchi e nero delle magliette a righe, i discorsi improponibili ai piedi del letto e tutti i su e giù a mano piena di mister Godard.

Dovrei finire con un vorrei, lo sai. Ma al mattino il volere non serve a niente: scarpe da corsa e maglietta leggera, la strada aspetta e vuoi mettere a guardarla col fiatone, con le gambe pesanti? Lo sai che c’è? Che non riesco a fermarmi. E prova a prendermi, giochiamo a rincorrerci. E sarà allora che ti racconterò delle mie debolezze, della mano alzata della quarta elementare e della noia dei tempi della maturità. Del mio primo vaffanculo alla professoressa d’inglese e della mia prima bestemmia: anni sei, un prato, un retino, una farfalla bianca imprendibile. Accarezzo il cielo e la imprigiono, si rotola nell’erba, la mia mano piccola tra le maglie di corda, per la mia gloria a chiamare mamma, a chiamare nonna: un istante, mi distraggo, lei vola, io urlo per caso o per sentito dire. Contro dio, il cielo e il denaro. Poi piango. Il senso di colpa che accompagna i miei oggi e polvere bianca a colorare il verde dei fili d’erba.

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Regalami tu presenti senza contemplazione

Magari chiedimi da dove vengono le onde così potrò risponderti che questi sono discorsi da film e buio di sale nere.

Con la richiesta d’attenzione dei topless da spiaggia e quelle tavole disordinate dove ognuno guarda al sé e dimentica il noi. I discorsi lenti dell’ora della digestione e la mancanza di opinioni originali. Che per lasciar perdere e riempirci il bicchiere diamo la colpa a tutti e mischiamo le responsabilità con la ricchezza.

Sono atterrati gli alieni questa notte e nessuno se n’è accorto.

Tra gli speciali della moda giovane, i concerti estivi e le lezioni di cucina registrate a Gennaio. Poi a Republique suonava Pete Doherty, e quando ti chiedevo chi è mi rispondevi soltanto: è l’ex di Kate Moss. E mi veniva voglia di domandarti ancora chi è questa Kate Moss e se ha qualcosa da dire al pianeta intero, ma non te l’ho chiesto. Ho paura dei tuoi discorsi sessisti e delle femmine emancipate di sessant’anni che popolano i palchetti dei festival. Bisognerà prima o poi impegnarsi in qualcosa? Dicevi leggerò storie ogni sera ai miei figli per crescerli belli e forti, e sani e felici. Ti supplicavo di lasciar perdere i cantautori leggeri dei generi letterari e di provare con Apollinaire e il ritmo lento di certa poesia Sufi. Così imprecavo Mary Lou di restituirmi la vita a furia di frasi brevi. Per scoprire di aver interesse nei volti e di trascurare ormai i corpi.

E volevo disegnarmi un narvalo proprio sotto alla coscia per guardarmi allo specchio e credermi mare; acqua che mondi nasconde e corpi trattiene. Infinito sconosciuto e magnifico a me inaccessibile per incapacità natatoria.

Nelle vie che salgono da Belleville al parco di Buttes Chaumont il vento muove le foglie e i sampietrini ospitano piccole serpi a sonagli. I topi si incantano e si ammassano davanti alle recinzioni per guardare lo spettacolo dei pic nic estivi, di questi nudi appiccicosi e della carta trasparente che difende i prosciutti.

Dimmelo ora, dimmelo adesso, perché non godersi l’istante e guardarsi da fuori? Dimmelo ora perché c’è chi si tatua il terzo occhio e chi invece ce l’ha senza averlo scelto? Accecami tu come Ulisse, con le tue cosce da maga e notti insonni, e regalami presenti senza contemplazione.

Foto: Saul Leiter

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Nelle tue scarpe aperte

Nelle tue scarpe aperte l’assenza dei chilometri percorsi aggrappato ai tuoi capelli cortissimi. Le fotografie mai banali e la grazia dei colori pastello di fine anni ottanta.

Nella rivoluzione delle temperature, di questi inverni infiniti e delle estati dei centri commerciali, gli orizzonti infiniti di certa gioventù mi regalano speranze. Lo sguardo intenso degli occhi nocciola e questo nuovo cielo a ricordarci la potenza del blu.

Ti scrivo con l’istinto di certe adolescenze; quando prendevo la bicicletta per l’ultimo saluto all’amica del cuore prima di partire per il mare, che mulinavo forte sui pedali e finivo per baciare l’asfalto.

Nel malessere delle domeniche di maggio le necessità: pulire casa, lavare i piatti, fare il bucato e poi cambiare aria e prendere la strada. Una birra fredda e il sapore intenso dei vini del centro Italia. Un Chianti Classico o magari uno Zibibbo, è così accogliente il tuo ombelico che non avrebbe senso non trasformarlo in fontana.

E mentre si muovono i treni delle relazioni a distanza, io faccio le prove allo specchio e dando la schiena intreccio le braccia sopra le spalle e stringo così forte che faccio spremute di solitudini per saziare la sete di conoscenza delle 16 e 26.

Sono venuti a raccontarci del festival di Cannes e degli abiti meravigliosi, le cosce abbronzate e le dichiarazioni senza senso dei critici. La necessità taglia le dita e fa girare la testa. Esistono film per piangere e filosofi ben vestiti che fanno della parola un ronzio fastidioso. E regalare sorrisi a chi ti è vicino e infischiartene della banalità. Ricercare il linguaggio nuovo nel due degli occhi e nell’accoglienza. Così ogni persona diventa storia e ogni incontro da raccontare.

Vorrei tornare a chiederti come si chiama tua madre e quanti anni ha il tuo cane. E scrivere ai miei amici quelle frasi brevi zuppe di parolacce, e dare un voto ai nostri trent’anni come in da 0 a 10 che è un film di Ligabue, quello che canta.

Quando ho incontrato per caso Servillo a Parigi ho avuto paura e non son stato bene. Non per colpa sua, certo. Queste nostre sensibilità hanno bisogno di campi da arare, tavole da apparecchiare e sassi da chiamare per nome. Che ho per amici dei monaci e dove vivono loro ci sono ancora le lucciole.

Foto: Cristina Altieri

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