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Sarà la spinta a ridarci equilibrio

La confusione ci sorprende a sera. Piedi nudi fuori dal piumone, lingua al tabacco e magliette larghe. Decifrare i segni del corpo, un bicchiere d’acqua e poi il letto. Un fischio prolungato, sempre uguale, teso tra le tempie. I bassi e le luci colorate, tutti quei neon che ci fanno brillare gli occhi. Le barbe lunghe, i capelli rasati sui lati, scarpe tutte nere e camicie aperte. Balla tu che ballo anch’io, sarà la spinta a ridarci equilibrio. Attento alle tasche, alla notte al futuro. Tutti quegli approcci grevi, le mani che stringono visi sconosciuti e le occhiate che tagliano il nero. Tra i sampietrini i segni di una fuga, bicchieri vuoti, sacchetti in plastica e sigarette spente. I lampioni restano accesi e non commentano. Soltanto una donna, le rughe in fronte e un guinzaglio legato al polso. Lei e il suo ronzinante, cane anziano, occhi velati. Non si sa chi conduca l’altro. Intorno la notte. Chi ha perso il tempo e chi invece si perde. Chi il tempo dimentica e non distingue le ore. Tu intanto un’altra autostrada, un’altra città. Chissà se ti misuri in distanze, chissà se ti viene in mente il mio neo. Tutte le volte che fai un punto mi stai disegnando, tutte le volte che metti un punto mi stai allontanando. Ho così voglia di luoghi comuni che le domande si fanno invadenti. Tutto questo vuoto intorno, questo spazio infinito che separa i nostri alfabeti. Le tue frequentazioni e il melange delle lingue. Come le rondini tu. Fai il nido e poi emigri, l’anno dopo torni. Sarai ancora tu, sempre la stessa? Mi ingannano i capelli, le labbra rimangono rosse per sempre. Ho più chiodi sul muro che quadri. Non piango, lo sai? Non piango mai. Dice l’uomo debole alla donna forte. Chissà i miei vicini, chissà il pigiama, le schiene curve e odore di verdura stufata in cucina. Finiremo così. A misurarci la pressione, tenendoci la mano.

Foto: dalla rete.

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È sciagura non amare, sciagura amare.

È tutto così assurdo. A farci le fotografie, a cercare di essere letti, visti, guardati, ammirati, apprezzati. Dove sono finiti gli occhi che guardavano sbalorditi il volo, le luci al neon della sera, le ciminiere altissime delle fabbriche col loro fumo bianco. A invidiare le posizioni di comando, declassare l’umanità per la funzione. Dove siamo finiti, noi? Sotto le briciole che fanno le stelle, la pelle ispessita dai tubi di scarico degli aerei, delle automobili fuori produzione e dalla novità delle vernici metallizzate. Figli della borghesia, figli di contadini. Ai nobili la servitù, a noi il buonismo. A noi il pensiero bello. A noi quel bianco, è e sarà sempre il bianco a velare le barbarie. Vuoi mettere una sera a cena, una famiglia, le invidie? Vuoi mettere una mattina, la macchinetta del caffè, i colleghi? Perché, mio signore, mio dio, che dall’alto guardi le miserie degli uomini, perché? Il piede fuori dal mondo vien scacciato in fretta dalle raffiche veloci di quel vento universale che ci confonde i capelli e ci porta via il sonno. Non basta l’amore, potevi dirmelo prima. Non bastano tutte le attenzioni, non basta l’ottimismo, la fatica, il lavoro, non basta nulla. E quando ti dico che forse ci vorrebbe qualcuno con cui dividere le notti, farsi rabbia, sudore, tremore e piacere. Quando godere non sarà più così importante, quando ritroverai lo stesso sguardo dopo anni, più consapevole eppure impaurito. Avremo paura per sempre? O alla fine tutto terminerà e non ci sarà spazio per le ansie, per parole di troppo come queste. Mi dici è sciagura non amare, è sciagura amare. Ti dico che ci vuole un luogo bello, pulizia negli occhi, tovaglie profumate, aria chiara, sole discreto, cibo dei più buoni, bicchieri trasparenti. E non avere fretta e nessuna necessità del dire. Dare al tempo il suo posto, quello degli orizzonti. Fatti per essere guardati, per trasportare il pensiero altrove. Visioni di libertà nell’impossibile del mondo. Nell’urlo che tratteniamo a forza.

Foto: dalla rete.

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Forse felici

Chissà quanto durano le tue settimane e dove te ne vai, così bella, senza una bicicletta. I lavori in corso ad annunciarci l’estate. A riscoprire le gambe nude, seduti a guardarci le ginocchia. Le battute di caccia ai punti neri sotto la scrivania.

Sederci sulle terrazze, imparare a prenderci il tempo di guardarci intorno prima di bere il caffè, perché se no si fredda, perché se no si fredda. Chiudere i cassetti dei maglioni, i cappotti in lavanderia e naftalina in punta di dita. Scompensi ormonali e pressione atmosferica. Lontano dal petto sta il cuore.

Pedalano i ciclisti le strade dell’Italia unita, pedalano i vecchi nelle prime ore del giorno, i camion non frenano e si affermano in grandezza. In libreria risuona dall’altoparlante l’urlo gracchiante di una madre, dove aumenta la qualità diminuisce la quantità e viceversa. Chissà poi se è vero.

E sui gradini fuori dalle scuole pubbliche il vociare dei grembiuli colorati, le sigarette sui petali rossi di labbra adolescenti e scappamenti di motorini e quei baci lunghissimi con la lingua mai stanca. Ritorneremo nei parchetti a perdere i nostri giorni, a scambiarci le figurine o il fumo, trovare modi per contrastare la noia. In giro la sera a conoscere tutto il paese, a sbucciarci i gomiti per sfuggire alle guardie. Colorare i tunnel con nostri nomi e ascoltare i Nirvana, farci crescere i capelli, centrare pali con palloni sgonfi, prendere la patente per dire sono grande.

E piogge e piogge hanno sbiadito i colori, i muri sono tornati bianchi come i nostri capelli, i tunnel neri perché le luci non funzionano mai. L’automobile comprata coi tuoi soldi, la gita col suo profumo sul sedile del passeggero, l’ultimo bottone chiuso, la camicia stirata.

E poi le corse ai semafori, il desiderio di primeggiare, i nuovi sfruttamenti e quegli uffici tutti uguali. Come quando ieri al tavolino di un bar mi hai detto: l’amore, il corpo, i risvegli, le notti, siamo così fortunati noi, così ansiosi, malinconici eppure bellissimi. Forse felici.

Foto: © Philip-Lorca diCorcia

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Metti che mi rubano il nome

In groppa a cavalli fantastici facciamo finta di cavalcare. Così la notte dai fuoco alle anche, tremano i materassi e tremi anche tu.

Perché tutta questa fretta? Cosa ne hai fatto di una carezza? Contro le mura si abbattono le nostre ribellioni, lo sperma è dappertutto e nasceranno piante selvatiche ai bordi della strada.

Tra il rumore metallico delle serrande e gli occhi aperti da poco scivola il barbiere sulla sua poltrona e si guarda allo specchio, quanta cura per gli altri e io in tutto questo mi sto consumando. Si guarda le mani il macellaio, morbide come quelle del figlio appena nato, morbide eppure inesperte nel gioco antico del cullare.

Intanto tu continui a dimagrire, le tue guance scavate e la mandibola sviluppata. Nelle prime file degli aerei fai delle palpebre un mirino e battezzi nuovi sguardi. Così un giorno da dio e quell’altro nel buio. Le coperte sul viso e una finestra che non vuole aprirsi. Chissà se ti masturbi, siamo egoisti tutti, mi dici. Rispondo di sì, poi tu non mi ascolti. Ho scritto il mio nome sulla porta di casa, ho scritto il mio nome su tutte le pagine, metti che mi rubano il nome, chi sarò io? Come mi chiamerai?

E pioggia fuori, la piscia del mattino e poi il rubinetto, lo sguardo basso e movimenti meccanici. Sotto alle cascate artificiali chiudiamo gli occhi, quel che per gli altri è mistero per noi è abitudine. E balsamo per i capelli, le mie ferite nuove e lo stress che blocca la schiena, lega le labbra.

Ancora una notte nei sorsi, ancora il pensiero alle tue albe, che sono rosa dappertutto, ai tuoi tramonti, che sono rossi dappertutto. E quel cappotto giallo che ti veste bene, arriverà l’estate, diventerai camicie leggere e abbracci inaccessibili.

Io strada e sconosciuti. Parole senza bilancia. Vicoli e promesse mancate, mille affetti, poche confidenze.

Metti che mi rubano il nome, chi sarò io? Come mi chiamerai?

Foto: © Philip-Lorca diCorcia

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Due irraggiungibile

Di quel ragazzo che ha preso la vita e l’ha portata nei campi, sui binari e nel cielo, non l’abbiamo vista esplodere perché era troppo in alto per gli occhi di tutti. Sono rimasti tra i nostri ricordi quei segni indelebili che fanno gli occhi.

Cercava ragazze sconosciute per allontanare il pensiero di te, ma non era solo quello, sorrideva ai cani nei parchi e ai clandestini dei parcheggi. Sparava parole a raffica dopo la prima birra e i suoi pensieri si perdevano nel fumo denso, nei suoi miliardi di disegni fatti sui muri, sui davanzali scavalcati e sui tetti per guardare i tramonti e salutare le albe con l’urlo. Scriveva cose che nessuno ha mai letto, magari tu. Magari sua madre. Chissà dove ha lasciato gli occhiali prima di uscire di casa e perché tutto all’improvviso è rimasto confuso.

Della ragazza che ha dimenticato di dirgli ti amo, che gli ha lasciato gli occhi sulla nuca, la sola parte di lui che potesse osservare senza essere vista, il culo troppo in basso e i capelli troppo in alto. Ora guarda in alto e disegna con le mani le direzioni delle stelle che non cadono più. Non arriverà un altro agosto.

Di quel ragazzo che ha preso l’esistenza sul serio e non è passato un giorno uno soltanto senza chiedersi il perché dello scorrere del tempo, che si dimenticava per mesi di tagliarsi i capelli e al ricordo rasava tutto, l’unica preoccupazione il senso degli oggi e gli incontri. Magari due chiacchiere con te e il suo cavallo dei jeans sempre abbassato, che quando ballava dicevi è così diverso da tutti gli altri, c’era la musica che vi univa forte e forse in quei momenti eravate davvero uno e uno soltanto poi tutto era una declinazione di desiderio, un’esercitazione di corteggiamenti.

Le uniche rose che ti aveva donato quelle congelate dei senegalesi, ti diceva vorrei scrivere nel cielo il tuo nome perché suona bene. Durante i temporali giocavate a rincorrervi e non vi riparavate mai, siamo come le piante, diceva dobbiamo crescere e non soltanto in età. Poi si immaginava i tuoi seni sotto la maglietta anche se c’era sempre troppo poco da immaginare, non ci facevi mai caso tu e ti piaceva quella forma che prendono le canottiere leggere quando il capezzolo si indurisce. Avresti voluto tenerlo sul petto, consumavi le notti cavalcando il ragazzo stimato dai più, poi pensavi a lui solo perché era dolce, non gli hai mai dato il tempo di farsi conoscere per intero, l’hai trattato come gli angoli ti dici ora, ma non puoi fartene una colpa.

Perché l’età ha le sue ignoranze, anche se hai letto tutto Proust o sai suonare il pianoforte, anche se hai viaggiato moltissimo e conosci qualche parola di russo, o magari il cinese.

Lui non se n’è andato, hai i suoi diari e tutto il bello dei suoi ricordi che tanto due è impossibile, diceva, due è irraggiungibile. Non riesco ad amare mia madre, figurati una donna.

Chissà perché ora ti preoccupi delle guerre di Ucraina e della mafia coi suoi appalti truccati, del narcotraffico e dei diritti delle donne in Iran e poi dimentichi l’attenzione alle solitudini, nell’ultimo buco della cintura di tutte le notti trascorse a inseguire un ideale per rendere le ore accettabili. E delle tue chisseneimporta?

Non è vero che non esiste più, non è vero che lo ami di più e non è vera tutta la colpa che ti hanno appiccicato addosso che sei nera di fuliggine per gli incendi che appiccano intorno. Fischiano le orecchie e fischieranno ancora altre locomotive, non aver paura di indossare la maglietta del tuo gruppo preferito, colorati ancora le labbra di rosso per sembrare più grande.

Perché erano stucchevoli i suoi carillon e stortavi la bocca per i suoi jeans consumati sul fondo, non potevi raccontarlo alle tue amiche, che invece oddio urlavano nei bagni dei privè del lusso. E quando fumavate tu chiudevi sempre gli occhi, ti immaginavi altrove perché ti vergognavi di renderti accessibile, lui giocava col fumo e ti veniva da ridere come adesso e ti chiedi il perché.

Ma lui è presente con quelle sue pupille quasi trasparenti, i suoi modi gentili e il passo veloce che ti precedeva ovunque. Così che tu potevi solo inseguirlo o cantarlo ed è per questo che hai scritto una musica che arriva lassù e riempie di senso quello che il senso ora sembrava aver tutto perduto. Che tutto gira tutt’intorno e tutto gira. Giri anche tu tra i dischi in vinile e perdi l’equilibrio, l’orientamento e poi sei sempre tu. Tu, come piaci a lui, come gli piacevi, come ancora gli piacerai quando lo canterai.

Foto: dalla rete.

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Nelle tue tasche qualche migliaio di fotografie

Nelle tue tasche qualche migliaio di fotografie e tu così giovane che sai ancora imbarazzarti.

Le scialuppe di salvataggio calate sulla strada e i concerti dei clacson ai semafori, rientriamo tutti, rientriamo presto.

Togliere le scarpe e il pavimento che ci fa scivolare, un bacio alla moglie o al frigorifero. Salutiamo il televisore e sfondiamo il divano. Ora passami l’erba che ho voglia di non pensare. Ora passami la Coca Cola che c’è una serata da incorniciare.

E alle cinque di una notte come tutte le altre rigirarsi in un letto troppo grande e avere voglia di chiamarti. Chissà la tua voce dov’è nascosta e se ti stropicci le sopracciglia quando ti svegli.

L’esistenza negata a chi rifiuta il reale e le zampe dei cani appoggiate sulle ginocchia, i nostri infanti e i silenzi per raccontare storie.

Dovrei abituarmi a pensare a te oltre il corpo, come fanno le badanti sudamericane sedute sulle panchine che accarezzano la schiena a vecchi con lo sguardo rivolto a un altrove. Il rito del passaggio, quei capelli bianchi che perdendo colore acquistano luce e si preparano ad attraversare una materia che non afferriamo.

Mi dici che vuoi fumare prima di andare a dormire, ti dico che mi vengono le paranoie.

Mai che mi dici che vuoi scopare. La vita del due è un articolo “il” mi dici, si sta vicini senza toccarsi e si anticipa il nome, si aspetta il verbo, coscienti di non bastare a riempire le frasi di senso.

La vita dell’uno è una lettera dispersa capace di infilarsi ovunque e a confondersi con mille altre, tu dimmi che “e” vorresti essere nella parola perché? Quella accentata per dare nell’occhio ed esplodere sulle labbra degli altri o la prima che resta in disparte e assiste agli incendi esercitando la meraviglia?

Quante domande sciocche che ti rivolgo in lontananze, quante parole annegherei nel rosso e quanta vita dispersa ha già chiuso gli occhi e più non chiede di me.

Ma adesso che senso ha rimboccare le maniche a camicie che riposano in fondo agli armadi, dimmelo ora a chi regalare i miei papillon, le mie sciarpe calde, le mie mani deboli. Dimmelo tu, non altri.

Prenderò l’ultima barca, l’ultimo treno, l’ultimo verso di una poesia, l’ultima strofa di una canzone, prenderò e partirò, tu mi vedrai comunque. Che sono immagine, visione soltanto, perché non mi hai mai visto starnutire, né piangere e nemmeno venire.

Foto: da Tumblr.

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California

Mangio molti yogurt e sono intollerante ai latticini. Mi prudono spesso le dita delle mani e non ho mai voglia di prendere a pugni qualcuno. Dovremmo scrivere tutte le nostre contraddizioni sulle lavagnette della cucina, poi farci intorno quei disegni semplici figli di noie e telefonate lunghissime.

Quando scrivevi alle due di notte per dirmi spero tu stia dormendo io mi svegliavo e ti rispondevo: lo sai, io non dormo mai. Mentivo, ma non sono capace di resistere al richiamo del basso ventre. Nei canti delle sirene che fanno deragliare le mie notti la colpa delle mie occhiaia nere.

Vorrei essere anch’io un dandy nichilista, quelli col vestito nero e la camicia bianca. Vorrei dirti tanto alla fine lo sai si muore e guardarti con la presunzione di aver capito tutto. Vorrei anch’io ridere quando mi nominano Zoolander o Una notte da leoni e mimarti le scene, eppure non ci riesco.

Mi emozionano le paste lunghe al pesto di Camogli o quando un amico fa la spesa, ti suona a casa, dice: voglio cucinare per te. E non aspetta inviti e non ci sono orari.

Viaggiare e vivere all’estero aiuta a relativizzare tutto quello che ci succede, il rischio è diventare ghiaccio e non sciogliersi mai. Dovremmo farci più furbi, mi dicevi, e adattarci al contesto. Accumulare il denaro necessario per dire la nostra oppure morire poveri e inascoltati.

Quando ti parlavo della dilazione pensavi a non so quale malattia e io ti rincorrevo per ascoltarti affermare: ogni cosa a suo tempo. Mentre mi donavi le tue foto in bianco e nero e le sigarette lunghissime della mezzanotte i tuoi vestiti stretti, abbiamo stabilito un record di lontananze ti ripetevo, dicevi che siamo simili ed è per questo che non ci incontriamo mai. Credi che questo mi basti? Dovremmo farci più semplici, come bere un tè all’anice stellato da California Bakery, cercare dentro alla teiera la stella e trovarci soltanto un tritato. Ecco. Non andare a fondo, rimani in superficie che il mare è bello perché è blu e se non ci pensi, galleggi.

Foto: dalla rete.

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Donami ancora bellezza

L’acqua del Naviglio così diversa da quella del Po, non è Torino coi suoi viali lunghi e le piazze larghe, non è Venezia con quell’odore che ti s’infila nelle narici e non ti lascia mai. Nemmeno Roma e la sua luce chiara, né Porto con le sue scale ripide o Parigi che t’invita ad alzare lo sguardo.

Muovevi la gonna come i toreri e facevi attenzione ai sempietrini, così non inciampavi e guadagnavi in portamento. Non avevo voglia d’uscire, non ce l’ho mai, avevo accelerato il cuore a forza di birre, che malto e luppolo sciolgono la lingua e annullano il ragionamento.

Così non ho fatto in tempo a guardarti e mi hai sorpreso nell’angolo più buio di un bar troppo indie, le sedie tutte diverse e un senso d’inadeguatezza, io senza un bicchiere tra le dita che potesse difendermi e donasse al corpo la possibilità di un atteggiamento studiato. E un po’ goffo e senza equilibrio ti avvicinavo per affidare gli occhi alle tue cure, come a chiederti donami ancora bellezza e costringimi a chiedere di più alle mie notti. Ti nascondevi nel nero dei tuoi capelli e riparavi le tue guance nella barba incolta di un giovane, la giacca di pelle nera che non si sbaglia mai.

Mi domandavo il perché tutto questo desiderio di conoscenze, e mi dicevo che tutti dovremmo passare almeno una notte in compagnia di un volto sconosciuto scelto tra i mille rivoltosi del dopo tramonto. E davanti a certi pensieri va a finire che mi spavento, che poi si invecchia e la fedeltà non è prerogativa dei cani. Un tradimento è una chiacchera? Così finivo appoggiato al bancone a incensare il più classico dei rituali: “Come mai qui?”, “E tu che fai?”, “Emigreremo tutti prima o poi.” E approfittavo degli stimoli per chiudermi al cesso a prendere respiro durante il piscio. Poi salutare, attraversare la strada, desiderare un incontro o il fascino quieto di quegli occhi grandi e un poco allungati. Delle tue scarpe leggere. Quell’abbronzatura svanirà presto e ti ritroverai anche tu un po’ più chiara e avrai ancora bisogno di farti guardare.

Foto: dalla rete.

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Hai vinto tu

Sui tetti della camera il concerto dei grilli che strofinano le ali per lamentarsi, mai per volare.

Il lusso che possiamo concederci è la furbizia di un saltello. Tutte queste carriere agevolate dai semafori verdi della conoscenza e la nostra corsia preferenziale intasata dai furbi. Quando col motorino sorpasso a sinistra è perché ho fretta di arrivare, ma non so ancora dove. Così agli stop domando informazioni tra i nomi delle vie intitolate ai Nobel per la pace vestiti a lutto e le processioni per la morte degli animali. Finisco per perdermi. Fuori dalla città e dall’andirivieni quotidiano, contro l’esercito dei tralicci della corrente ad addobbare la pianura lombarda, il Natale con le luci spente e la nebbia delle sei del mattino.

E mi scrivi che ti sei fermata ad Eboli come il Cristo e fotografi in patinata le stanze artefatte dei nomi noti, così mi presento agli edicolanti facendo il tuo nome e mi rispondono che non è stagione e che maturi in inverno. E’ inutile stare all’ombra degli alberi ed aspettare i frutti. Quando smetterai di farti accompagnare dal buonismo e ti ribellerai all’amore che già conosci?

Dovrei farlo anche io. Ribaltare gli affetti già noti e sperimentare l’intimità di un muro, la carne non è un disegno e gli incastri non son giochi da infanti. Inutile questo silenzio che porti addosso come un abito lungo. Vestita a sera per le mie notti, è così buio qui che basterebbe una parola, riconoscere l’origine del suono per orientarmi.

Tra poche ore Federico si sposa e stanotte ho sognato di dimenticarmi le preghiere e la cintura. Così che mi cadono i pantaloni, lo scandalo di una mutanda bianca, il mio arrendermi al presente a trovar gioia nei canti degli altri. E quando dirai sì io bagnerò il volto e ti dirò che noia la congiuntivite.

Mentre sei ancora in letargo e chissà quanto durerà questa mia attesa. Che è ora di smetterla di pensare in prospettiva e farsi nudo in descrizioni senza nemmeno il riparo di una chitarra. Come nei western t’inquadrano sempre in viso, ci vorrebbe ancora Sergio Leone, una pistola, un pallone, un rigore. Di quando a otto anni ero così arrabbiato che ti tiravo la palla in faccia più forte che potevo e più forte ancora ti dicevo fai schifo, ho vinto io. E rossa in volto e gonfia e sudata, mi dicevi: hai perso tu.

Ho perso anch’io.

Foto: Carola Ducoli

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L’amore non esiste, esiste solo l’acqua del rubinetto

Costretto a casa. La paura del quadro elettrico e le esplosioni emotive delle circostanze.

Guardava alle pareti con l’espressione degli imbianchini. Lavoro, solo lavoro, tutto è lavoro.

Prese un pennarello nero e disegnò sul bianco del muro. Tre righe lunghe. Non soddisfatto decise di imbrogliare il mondo e sollevare ogni tratto dal senso. Ghirigori scuri e una scritta: l’amore non è esiste, esiste l’acqua del rubinetto e con quella laverò via le brutture del mondo.

Corse al lavandino, svitò il pomello di destra, mise le mani a conca e aspettò che si riempissero d’acqua, poi, facendo attenzione a non perdere nemmeno una goccia, raggiunse il muro e lanciò il liquido trasparente che s’impennò e finì sugli scarabocchi.

“Quando lei tornerà si arrabbierà molto. Darà la colpa a me. Sono emotivo. Tutto qui.”

Prese un panno bianco e strofinò il muro. Il disegno non si cancellava.

Allora si sedette a gambe incrociate sul pavimento, fissò la parete.

“Quando lei tornerà mi manderà via. Non mi vorrà più vedere. Ma non è colpa mia. Sono impulsivo, tutto qui.”

Pronunciò “impulsivo” a voce alta e appoggiò uno strano accento sull’ultima o, tanto che si meravigliò di come un suono così strano potesse essergli uscito dalla gola.

Si sollevò agilmente e raggiunse un armadio a muro, lo aprì e rovistando in una piccola latta afferrò dei chiodi, poi prese un martello. Tornò al muro. Si levò i pantaloni e li inchiodò al gesso. Poi si tirò via le calze una a una. Poi la camicia, poi il cappello. Tutto inchiodato in ordine sparso.

Si ritrovò in mutande seduto a gambe incrociate a guardare il muro davanti a sé:

“Dovrebbe arrivare Martin. Se arriva Martin non s’arrabbierà.”

Si sollevò ancora e raggiunse l’armadio, prese una giacca pesante e ci vollero quattro chiodi perché restasse attaccata al muro.

“Così non avrò freddo.”

Si sdraiò sul lato, il braccio piegato a sostenere la testa:

“Martin non arriverà. Non si arrabbierà. Se lei non arrivasse, non si arrabbierebbe. Speriamo che lei non arrivi.”

Si sfilò le mutande bianche e le sollevò davanti agli occhi. Poi le appoggiò al muro e diede un’occhiata all’insieme.

“Bisogna sporcarle. A lei non piacciono le mutande bianche.”

Tracciò una X col pennarello nero sul tessuto bianco.

“Le piacerebbero queste. Piacerebbero anche a Martin queste.”

Le inchiodò al muro.

“Ora ci vorrebbe una paperella dentro a una vasca da bagno. Se lei arrivasse e vedesse una paperella dentro una vasca da bagno non si arrabbierebbe, sarebbe contenta.”

Andò in bagno, prese una paperella e la inchiodò al muro un po’ in disparte rispetto ai vestiti. Poi col pennarello nero tracciò un grande cerchio che iniziava sul muro e finiva sul pavimento. Uscì nudo sulla terrazza di casa e ritornò dentro con una canna verde per l’irrigazione, la collegò al rubinetto della cucina e cominciò a bagnare mirando dentro al cerchio.

Rimase fermo. L’acqua scorreva. Fischiettava il ritornello di una canzone di Battisti.

“Si farà il bagno. Sarà contenta. Faremo il bagno insieme, tutti e due nudi. E se arriverà anche Martin si farà il bagno anche Martin. Non sono mai stato geloso di Martin.”

Alzò le spalle e appoggiò la canna al pavimento stando bene attento a non posizionarla fuori dalla linea nera.

Si sdraiò nell’acqua, guardò il soffitto, disse: “Manca qualcosa lassù, avremo bisogno di stelle, di un cielo, una nuvola. Dovrà essere bellissimo. Non ci serviranno lampadari.” Così prese la scopa e mulinò con forza contro al manufatto di vetro che si staccò e cadde sul pavimento frantumandosi.

“Lei non ha molta immaginazione, ma ne servirà molta, è tutto così bianco là sopra. Aspetteremo quando sarà buio e farò finta di vedere delle stelle cadenti. Lei ci crederà, ha sempre funzionato. Dirà: Peccato, dovrei stare più attenta.”

Guardava in alto e immaginava cieli senza rendersi conto che i suoi piedi erano rossi di sangue, trapassati più volte dalle schegge di vetro del lampadario distrutto.

Gli venne un’idea. Corse in camera da letto e prese il computer portatile. Lo appoggiò su una sedia, disse: “Ti verrà voglia di venire qui quando vedrai tutto questo. Non ti arrabbierai, credo faremo l’amore.”

Aprì Facebook e le scrisse queste esatte parole. Lei era in chat: attiva, verde. Non rispose. Lui sapeva che lei aveva letto.

“Arriverà, mi farò sorprendere.”

“E poi ci vorrà un sole. Un sole non allo zenit, un sole prima del tramonto. Un sole caldo che non scalda, che illumini senza invadenza.”

Così prese una lampada e l’appoggiò su una sedia. I piedi nell’acqua ormai rossa. Collegò la spina alla presa, la lampada si accese. L’acqua saliva.

“Non avrà caldo?”

Pensò allora che mancasse un vento leggero, di quelli che si infilano tra i capelli e sotto ai vestiti. Di quelli che solleticano i corpi nudi e costringono a stringersi.

Andò in bagno, sentì per la prima volta male ai piedi, non ci fece molto caso, afferrò l’asciugacapelli.

Il mare rosso, la paperella, la luce fioca di una lampada, le mani bagnate. Collegò la spina alla presa.

I vestiti appesi grondarono lacrime.

Lei non arrivò.

Martin fu il primo a bussare alla porta.

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