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La luna dell’altro ieri

Se ci fossimo detti addio tutto questo avrebbe avuto forse senso. Invece no, non lo abbiamo fatto, l’ultima volta è stato soltanto prepararsi a un arrivederci che non è mai avvenuto. Lo hai visto il cielo di ieri? La luna dell’altro ieri? All’ora del tramonto vengono le luci calde ad accarezzarci le spalle, consolazioni alle ore trascorse al lavoro o nell’inganno di quel che non siamo. Io che ti cerco tra le foto di Instagram tu che saltuariamente mi metti un like, ma non ci pensi che sono cose mie, che sono io, è la tua routine. Io invece sono oltre le foto, oltre gli status, oltre tutta quella finzione che è la rete dei social. A manifestare le nostre debolezze, tra malinconia, tatuaggi arte e umorismo, siamo diventati bravissimi. Vorrei sedere ancora di fronte a te, viso a viso, occhi e occhi e mille fughe sulle pareti, sulla superficie del tavolo, rifugiarsi nei bicchieri e non sapere più cosa dirsi, desiderare soltanto l’abbraccio e il contatto. Fare del silenzio uno stare e respirare grazia e grazia soltanto finché mi chiedi una definizione di quel che siamo e io ti accarezzo le dita e mica parlo, non parlo più.

Foto: © Léa HabourdinLea-Habourdin-04

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A te, Jack, nell’anniversario della tua morte

“Vertiginosa, dolce, le più belle caviglie delle vostre meravigliose bellezze non potevano reggere il confronto con un atomo della carne di Maggie nella cavità delle ascelle, tutti i loro occhi, i diamanti e i vizi nessun confronto con la mia personale e intensa visione di Maggie polvere di stelle.”

Sono parole d’amore, di visioni intense e personali quelle che mi vengono in mente oggi. Maggie Cassidy è il suo libro preferito, uno dei tanti a dire il vero, l’unico però dalla prosa che le appartiene e appartenendo a lei appartiene anche a me. Lei è una mia amica, un’amica di quelle che ce ne sono una e basta che le incastri al cuore e quello sanguina ma poi si abitua al chiodo e se lo togli comincia a sputare sangue qua e là e poi muori perché così è la vita in solitudine, un disfacimento lento farcito di cinismo. Sono passati 46 anni dal tuo ultimo giorno, amico mio, e le parole che di te ricordo son quelle dell’amore. Sarà per la mia età, trent’anni che saranno mai, diresti tu, alza il culo e vai a gioire, amico. Che “Non abbiamo tempo, è una notte eccitante in cui sta accadendo tutto non solo a te ma a tutti quanti perché sta accadendo a te! Siamo raggianti, sazi, malati di felicità.”

La felicità come malattia, come l’amore. L’ho realizzato ieri a notte inoltrata mentre il mio motorino ronzino di ferro mi riportava a casa sfilando le rotaie dei tram. Sono guarito, Neve non è più, o almeno, è ancora e sempre sarà, il lungo inverno del mio cuore bianco. Sono solo e ramingo ora, pugni chiusi e rovinati per le battaglie con lo specchio, sguardo ancora sporco, quanto ci vorrà per lavarmi l’anima? Vorrei parlare a tu per tu, io e te, chissenefrega dei cantanti, chissenefrega dei filosofi, mi annoiano, sai. Tu e i tuoi campi infiniti, i viaggi coi pantaloni sporchi sulle ginocchia le camicie tese tra le tue spalle larghe. Tu che mi inviti alla felicità e mi assomigli in sentire e profondità e debolezze e perdizione e disordine. Il tuo alfabeto mi scardina le costole e arriva a bussarmi alle viscere. Io ti comprendo, tu mi comprendi. Sei annegato nell’alcol, non ce l’hai fatta e potrò mai fartene una colpa? Se fossi vissuto più a lungo ti avrei cercato come un fratello di cui s’ignora l’esistenza fino alla rivelazione improvvisa e alla rincorsa. Avremmo bevuto, questo lo so, poi lunghi silenzi, lo sguardo basso sui culi delle cameriere e delle passanti, sulle caviglie fini che ci ha disegnato Truffaut, basta così. Stare insieme e nulla più. Avremmo parlato disprezzando qualsiasi cosa perché è il nostro modo di amare, la nostra dolcezza, viene fuori così, come gli astici, noi.

È una stronzata scriverti ora, nell’anniversario della tua morte, il punto più alto della tua debolezza. Ma i pensieri degli uomini hanno bisogno di appuntamenti, ieri tutti sono impazziti per l’anniversario un futuro di fantasia, io impazzisco per tutto quello che mi è vietato vivere, per la difficoltà dell’amore, per quel calore che soltanto la tavola sa dare. “Vuoi sederti qui, con me? A fare cosa? Nulla. A passare il tempo. A stare nel tempo.” Che importanza ha tutto quello che veloce scorre intorno quando poi un paio di caviglie, capelli neri lunghissimi e colori pastello ci fanno perdere il senno?

Amico mio, carissimo, amico mio, compagno, nel paradiso di tutti i paradisi tu sei perché là sei sempre stato. Se siamo nati così, imperfetti, indecisi, irascibili, amanti dell’alcol e dell’amore bianco, orfani della grazia, travolti dalla nostra sensibilità, irresponsabili amanti degli esseri umani, seguaci del viaggio e ricercatori saltuari del silenzio, se siamo nati così l’importante è riconoscere un nostro simile per non sentirci soli. Tu sei, sei stato, ci sarai, chissenefrega della retorica amico mio. Ti vorrò bene oggi e ancora e ancora.

Marco

“Conoscevo gioie non per nome ma perché mi attraversavano il petto che raggrumava il sangue caldo e scomparivano senza aver conosciuto nome, ignote, non comunicate ai pensieri di altri ma ordinate nello stesso modo e quindi come i pensieri del negro, intensi, normali. Fu più tardi che ci gettarono giù dal cielo apparecchi radar per confonderci i sensi. Basta con gli eccessi di Rimbaud! Piansi ricordando il bel volto della vita quella notte.”

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Cominciamo noi

Di tutto ciò che ho desiderato non tutto ho potuto avere. Le tasche vuote, l’anima smarrita su lampioni dalla luce bianca e coppie innamorate e sigarette spente e fiumi a scorrere notte e giorno sotto di noi e nuvole ad accoppiarsi a fondersi a sfilacciarsi sopra di noi. Non c’è un tuo respiro che io non abbia raccolto, una tua pausa che io non abbia compreso. Come gli occhi delle guardie notturne si adattano al buio e raggiungono lontananze per gli esseri diurni impossibili, così la mia sensibilità si modella alla tua e dona senso a ogni tuo gesto, tentennamento e sguardo. Cammini così sicura che nessuno ti ferma, io solo alzo la mano in segno di stop. Facciamo fatica anche ad abbracciarci. I fiori, i fiori che il tuo profumo ricorda. Le api, le api che le tue labbra richiamano. Il nettare delle tue cosce bianche. Il vento che i pensieri disperde. Non dirmi che fai, con chi sei, non dirmi che mangi, cosa guardi e come trascorri le tue serate. Nascondi il tuo volto quando indossi gli occhiali, quando il tuo pigiama inghiotte gli orsacchiotti e accoglie il tuo sonno. Le tue colazioni, le tue coperte di lana, i cieli bianchi che sai fermare sulle pellicole. È soltanto luce, mi dici. E io non so più pronunciarmi, ti ho detto ormai millanta volte che la parole hanno ugual dignità, quel che importa è il modo, mi esce un porco cazzo, tu ridi. Io non lo so. Dilunghiamoci adesso sui nostri desideri, sui nostri limiti e i contorni delle nostre case troppo piccole. Invitami a cena, vieni a cena da me. Dimmi che vuoi tornare a ballare, dimmi che hai fame, che hai sete, che hai sonno. Torniamo ai bisogni primari. Abita il mio letto e lasciaci il tuo profumo, torna con tutti i tuoi ieri, lascia che l’oggi sia anche il futuro, non rimandiamo niente al domani. Non lasciamo il forno acceso per scaldarci, allunga le tue dita lunghissime, raggiungi le mie, poi guardami. Così ogni cosa finisce, così il tempo accelera, rallenta, che importa, cominciamo noi.

Foto: © Lise Sarfati

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Chiamami selvaggio

Quando le parole non vengono a soccorrerti al risveglio e ti lasciano al vuoto, tu che tendi al disfacimento e sfuggi ai tuoi contorni, quando lo spazio del tuo corpo sembra non bastarti perché sei sempre altro e altrove. Quando non godi dei baci, non ti lasci avvolgere dall’abbraccio testa infilata nell’incavo del collo, profumo annusato, cuore a battere, mai presente, nei tuoi luoghi lontani, disperso. Hai fatto tutto bianco intorno a te perché il colore accompagna sensi e ricordi, il chiarore delle luci tutte muove lo sguardo finché si perde e tu sei e non sei. Il tuo respiro, dici, non conosce ritmi regolari, è tutto un rincorrere e poi fermarsi, ansimare, tornare a correre. E ancora sei e non sei. Immagina ora il tuo letto grande, immagina ora un gattino, immaginalo cercarti, immaginalo zampettarti accanto e a te strusciarsi guidato soltanto dal suo istinto così che il calore cerca il calore. Immaginalo ora e poi dimmi quando ti stancherà, quando dirai così è troppo, non ce la faccio, andrà avanti così per sempre. Immagina ora una volpe venire a farti visita la notte, bussare alla porta, annusare i resti del cibo nella tua pattumiera, cercare nel buio i tuoi occhi e farli incontrare col verde dei suoi, di meraviglia tu rimarresti immobile, di spavento lei fuggirebbe. E così la notte dopo e quella ancora. Non avresti ansie, soltanto dubbi e attese. E confonderesti con piacere desiderio e curiosità. Tornerà domani? Sarà la stessa volpe? Incrocerà ancora i miei occhi? Tra il domestico e il selvatico qualcun altro ha scelto per te. Sei nato col pelo sul petto, con le mani facili a rovinarsi, coi piedi saldi e il passo sicuro. Chiamami selvaggio quando nego il pudore, chiamami selvaggio quando sono soltanto invadenze, quando non so cosa sia il riposo dei sensi, quando dovrei essere corpo e invece sono pensiero, quando non ho casa, non ho città, quando la strada è troppo fredda per essere abitata e mi rifugio nella caverna del cuore e cerco te, te, sempre te. Perché tu sola esisti, perché tu sola sei. Donna. Per l’aggettivo del possesso non c’è mai posto in questa vita breve. Perché se io sono l’altrove, tu sei l’oltre, e nello spazio che non ha tempo siamo, e io l’amore me lo spiego soltanto così.

Foto: © Théo Gosselin

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L’arcobaleno di chissà dove, i tuoi nei per chissà chi

Se non lo fai non lo impari. Se non lo hai vissuto non ne puoi parlare. Tutta quella cosa che chiamiamo esperienza ci riempie le guance e ci fa gonfiare il petto. Tutta quell’aria dentro ai polmoni non può rimanere soltanto per noi, mi dici, così via a respirare più forte fino ad ansimare. Chiamerai ancora godere tutto questo nostro dirci, questo nostro cercare d’interpretarci? Scriviamoci ancora di notte, telefoniamoci per sempre. Sai bene che sempre e mai sono due parole senza significato e noi, noi che siamo cacciatori, perché non smettiamo di pensarci prede? Noi che ci crediamo navigatori, perché non la smettiamo di disegnare rotte e avere in mente porti? Ci perderemmo, mi dici, ci distruggeremmo, mi dici, moriremmo di fame, di sete, di lontananza. Quante altre strade si aprirebbero davanti ai nostri passi se soltanto dimenticassimo da dove veniamo e chi siamo? Mi dici prova a farlo almeno dopo le otto di sera, lascia a perdere i farò, lascia perdere i dovrei, sii ora e sii qui, come diceva Baudelaire. Come se il qui e l’ora fossero una garanzia, come se essere unificati e presenti fosse sempre la cosa migliore da vivere. Perché bevo, mi chiedi? Per non pensare, rispondo io. Ci riesci, mi chiedi. Solo per un po’, rispondo io, e il giorno dopo è sempre un disastro, tutto raggiunge lo stomaco, chiamiamola ansia, mi dici, diamolo finalmente un nome alle cose. Poi la tua foto, l’arcobaleno di chissà dove, i tuoi nei per chissà chi. Dove sono io? Dove sei tu? Risposte semplici. Risposte complicatissime. Vorrei parlarti ora di mare, di paguri e conchiglie, di ricci crudi e lenzuola appese, nel tuo costume da bimba degli anni Sessanta, voglio dimenticare l’oggi e credere al sogno, l’immaginazione che crea futuri possibili e improbabili. “Futuro” è soltanto una declinazione dell’essere, ancora non esiste perché non si vede. Io lo vedo, ti dico, limpido e chiaro, lo vedi anche tu, sta davanti a noi dicono i più, io dico ci sta dietro, come la pensano in sudamerica: il passato sta davanti perché già visto e noto, il nostro divenire invece ci sta dietro e ci sorprende. Dove saremo tra un mese, tra un anno? Avrai tagliato i capelli o copriranno ancora il tuo seno tondo? Ti immagino seduta ora, qui, davanti a me, mi guardi e basta, mi guardi e poi ti giri e io, dietro, come il futuro. Prendimi le mani, fammi raggiungere il tuo petto, guarda la tua pelle che si dilata tra le mie prese forti, io posso solo immaginare il tuo volto, oggi, e domani ancora.

Foto: © Julien Magre

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Come i pesci: dimentichiamo tutto e apriamo bene gli occhi

Ti hanno pubblicato tutto, infami. Trentasei gradi e sudore a gocce sulle tue parole stanche, perché hanno aperto i cassetti della tua stanza? Perché la tua macchina da scrivere è esposta, perché ti hanno preso a calci, non ne avevi subite abbastanza in vita? Ti leggo con lo sguardo di chi ha trent’anni ma crede di comprendere tutto, anche le maree, le donne no, quella è un’altra storia. Ti leggo e sorrido, dico che è non è facile stare bene e scrivere bene, non è facile stare male e scrivere bene. Come se questo “male” e questo “bene” fossero due parole dense di significato, come se ci fosse il giusto e l’errore. Io prendo l’uomo a misura del tutto, innalzerei una U maiuscola sulle anime pure che si stupiscono del limp lamp delle lucciole, delle libellule che sfiorano il pelo dell’acqua. Lontano da noi le palme verdi, vicino a noi i cocktail ghiacciati, così ti guardo attraverso il bicchiere. I tuoi capelli neri e lunghissimi, il tuo seno scoperto, i tuoi capezzoli dolci in punta di lingua. Amico mio, scrivevi, tra una stella cadente e l’altra è il nostro destino, confusi, scontenti e sempre in movimento, capaci di stendere le labbra per fare uscire un wow e urlare al cielo la felicità dell’attimo. Se avessi studiato la musica le mie parole sarebbero canzone, chitarra e versi, per farti addormentare, mai per svegliarti, che il caffè è insuperabile. Amico, sei vermi e cielo, in quell’America che non ho mai visto e che non sogno mai. Lei è qui, più vicina di quanto tu creda, con la sua voce leggera e i suoi vestiti a righe, ti stupiresti alla vista dei suoi piedini. La notte scioglie la lingua e i pensieri si fanno caldi, prendo il motorino, sotto casa sua sotto casa sua, lei non scende non c’è, dov’è? Quando l’immaginazione sostituisce il su e giù del ventre che concede le costole, e scambio d’umori e di cuori, a intrecciare le nostre paranoie e proiettare sul soffitto le nostre ombre irraggiungibili. E i ventilatori suonano per noi e i vicini ci ascoltano e un po’ ci invidiano. Toglimi il cuore e fammi sanguinare, sdraiati sulla schiena, disegnerò sul tuo sedere le nostre vie che prima si allontanano e poi si incontrano e poi diventano una e non sappiamo a dove porta e siamo spaventati e siamo così belli. Ci guardano dai balconi, dalle finestre, ci guardano dai tram e dai cinquantini, ci guardano anche le malelingue, noi facciamo come i pesci, dimentichiamo tutto e apriamo bene gli occhi. Dalle parole di un altro alle tue, quali sentieri segue il mio pensiero, quali notti non ho dormito, quali giorni ho trascorso davanti ai pixel ad osservare le vite degli altri, a chiedere attenzioni, ad ascoltare canzoni che vorrei aver scritto io? “Baciami adesso, se puoi, baciami adesso se vuoi”, è così semplice, non l’hai scritto tu, non l’ho scritto io, basta una radio e l’informe ora prende ora forma e il non creato, si crea. Se solo tu fossi, io sarei. E tu, lo so, tu sei.

Foto: © Dimitris Triantafyllou

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Son sempre stato bravo coi ti amo

Son sempre stato bravo coi “ti amo”, forse perché non m’importava nulla, forse perché non era necessario dirli. La menzogna in punta di labbra per penetrare le tue gambe bianche, le tue dita bianche sulla mia schiena bianca. Dei segni rossi preferisco non parlarne, li teniamo per noi, li terremo per sempre. Poi il silenzio, qualche ricordo, il tempo di un messaggio, l’ebrietà di una birra per tornare a cercarti. Ora tra noi non c’è savana di acacie spinose e baobab, nemmeno oceano e narvali e orche, soltanto il nulla di questo tempo che riempie le mie notti di vorrei, i giorni di farò, in continua tensione verso te, quello che non c’è, l’arco proiettato dei desideri ha sparacchiato le sue frecce contro l’azzurro inutile del cielo, mentre tu riposi tra braccia che non sono le mie, tra lenzuola di cui non conosco l’odore. Di te che ci sei e non ci sei questa distanza. Di te che ci sei, a notte fonda, polvere e farina di grano nei miei capelli, chissà nei tuoi. Di te che ancora non sei fiore per le mie labbra e nemmeno saliva, di te che tutto già sei e io ancora non so. A che serve invocare il passato, cercarti nelle fotografie. Le innumerevoli fantasticherie nelle pause, quando sostituisco l’immaginazione al reale, come gli infelici, gli ultimi della fila che cercano rimedio alla noia. Mi dici che tutto intorno regna l’amore del qualunque, la difesa del qualunque, la ricerca del qualunque. Il tuo sguardo non è sulla terra e nemmeno al cielo, un gradino più in alto della strada, dove non ci sono più retori ma cantori, dove il vino non è gustato, ma celebrato, dove i miei occhi non arrivano più. Rifiuto ora io lo spettacolo, la compagnia. Delle tue mani lunghe ho disegni a migliaia. Non li vedrai ora, né mai. Volevo andare in Grecia, servono i contanti, dicono, e io di zuppo ho solo il cuore, annegato, affogato che ho chiesto all’amico di sventrarmi con parole potenti, coltello affilato e riempire un vaso di vodka e tequila, senza sale né limone e posarci il muscolo più grande, perché in me torni il respiro, perché io sia di nuovo leggero. Un bambi, diresti tu, io mi incazzerei, forse non più.

Foto: © Benedetta Falugi, http://www.benedettafalugi.com

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Il tuo contorno sul muro

Affittasi stanza per luglio e agosto e magari settembre, si torna agli spazi grandi di casa di mamma, quando il letto lo fa lei la tavola la fa lei e cucina lei e ti chiama quando il cibo è pronto e si preoccupa pure se torni tardi. Poi il campeggio, la casa al mare, l’aereo, lo zaino in spalla o l’ombrellone, la crema solare, i pomeriggi elettronici sulla spiaggia o in città e la grappa al rifugio in montagna. Non facciamo l’amore di giorno perché si suda troppo, o lo facciamo lo stesso e diventiamo scivoli e ansimiamo fortissimo e poi ci rilassiamo e ci svegliamo bagnati un po’ ovunque di me, di te, di tutta la città che entra dalla finestra. Mi dici facciamo che ci sfioriamo soltanto di notte altrimenti diventa difficile, tu mi provochi, io ti provoco, soltanto con la presenza, dici tu, soltanto con la presenza, dico io. Le storie d’amore fatte di chimica prima o poi finiscono, lo leggi sui blog, perché la carne fa male, dice la ragazza vegana, perché farsi ancora domande quando stiamo così bene quando siamo io e te, pronomi personali sempre in classifica tra le parole più dette. E guardando la pala che gira forte sul soffitto e mi sposta i capelli mi chiedi il perché abbiamo bisogno di esultare insieme, che secondo te sto meglio quando sono in mezzo ai miei amici e invece con te è prima sorriso poi malinconie infinite. E io di lingua, di labbra e di naso compongo la faccia in smorfia e tu ridi e ti dimentichi pure delle sciocchezze che dici. Parliamo soltanto per riempire il silenzio, o per dimenticarci della morte, per riempire il vuoto, per raggiungere a voce l’armonia che i nostri corpi ancora non conoscono. Così vicini che ci manchiamo o abbiamo paura a mancarci. Vorrei disegnare il tuo contorno sul muro soltanto per ricordarmi che sei stata qui, perché prima o poi te ne andrai, perché prima o poi se ne vanno tutti. Quelli come noi non sono capaci di sosta. Ora non parlare, stai zitta, fatti guardare, zitta, non muoverti nemmeno. Aspettiamo il vento, così, e se quello non ci sorprenderà avremo imparato l’attesa. Bella stronzata, dici, hai ragione, dico. Perché non ti droghi? Sono un bravo ragazzo. Dici davvero? Non lo so. Tu ti droghi? L’ho fatto, ancora una botta ogni tanto. Io alzo le spalle, tu me le abbassi, le alzo ancora, tu me le abbassi, ridiamo. Mi porti a vedere The Bloody Beetroots? Chi? E poi ci andiamo. Tu balli, io ti guardo e sono altrove, tu non ti accorgi e non mi chiedi dove sei. Io te lo dico, tu ascolti la musica, allora lo urlo a tutti, metti che uno lo capisce, metti che uno è là anche lui e cerca qualcuno che parla la sua lingua.

Foto: © Cristina Altieri

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Io ero, io sono, io sarò

Con le fotografie per dire chi sei, dove sei, chi ti circonda e come guardi e cosa guardi. Io mi dedico all’interpretazione, sei fondi di caffè, sei tarocchi, sei le linee sul palmo delle mani, tu, mia invenzione, mio riflesso. Nell’immaginato il senso e nell’ideale il tendere, il resto è presente, ferite sulle dita, muscoli tesi e sveglie sempre troppo presto. Il lavoro, le serrande da alzare, le serrande da chiudere, quando nel ristoro di una doccia fresca gli occhi chiusi, i capelli bagnati e i mari del sud le cosce bianche delle giovinette che attraversano la strada e ci fanno sorridere. Così mi ritrovo a schernirmi da solo a dire che il qui e l’ora non sono tutto. M’inganno, mi dici. Ieri sera lucciole e piume di pavone, la meraviglia di una ruota acquamarina e fluorescenze poi quel verso sgraziato che rompe la quiete. Sei quella ragazza laggiù che cattura lo sguardo e rovina il quadro di parola in parola. In questo paese dove i cantanti hanno opinioni su tutto, i perseguitati diventano saggi, i personaggi inventati maestri da seguire, che dovrei fare? In questo paese le schiene chine usano la parola quando è necessario, il resto sono tastiere per egotici “io penso.”, che dovrei dire? Narciso io, giovane sempre io, nell’età di mezzo che è questa adolescenza infinita mi prendo in giro con le fantasie, eppure sai che non ho più idee su niente, che amo la carne degli esseri umani e il respiro che l’attraversa, che mi affeziono con facilità, che riconosco i deboli come fratelli e contesto i potenti soltanto quando dimenticano che non c’è solo il cielo, che sì, tra i piedi è polvere e asfalto, ma non esistono soltanto i bisognosi, il terzo mondo, i profughi, gli immigrati, tutto intorno è ricca la terra d’infelici, di ineducati al bello, di timorosi che fanno dell’aggressione un alfabeto, non al cielo né agli abissi, verso l’orizzonte più prossimo, come allungare la mano in carezza e dire che sì, siamo qui insieme, felici e infelici, smarriti o già ritrovati, sempre incompleti, in ricerca in attesa. Capaci di dire “io ero, io sono, io sarò”. Illusi forse, magari soltanto imperfetti, magari felici e inconsapevoli. Magari.

Foto: © Giulia Bersani

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A te, fratello

Te ne vai nel mondo in camicia azzurra e jeans, il taglio dei capelli scolpito dal tempo si è fatto moderno, sei presente nel tuo passo all’apparenza sicuro, sensibilità a sera e sguardo troppo ampio per dedicare l’attenzione che desideri a tutto quel che si fa accorgere. E primavere e inverni, ricordi a saltello dei tuoi trent’anni, le corse fino a perdere il fiato nei prati verdi di Brusson, magliettone bianche e ginocchia sempre sbucciate. Di quando sei diventato altissimo e nemmeno te ne sei accorto, le tue caviglie fragili, la specialità del tiro libero perché quando tutti si aspettano qualcosa tu non manchi mai. Il Brasile, poi l’Africa, la porta di quel monastero che mi hai aperto tu soltanto con la gioia degli occhi e racconti di tavola e ricercata semplicità e accenti emiliani. E così, liberati dal peso di altari e cattedre, liberi e nuovi alla vita, un’altro passo ancora, e dietro a tutti gli angoli il nostro tentativo imperfetto e utopico di comprendere il presente e l’uomo e così l’eterno. Tu, facile all’emozione, facile al pianto, tu, capace di attenzioni ad altri sconosciute, folle del vino, ubriaco d’andare. Fai dello spazio nuovo che ti è donato il tuo eremo mai chiuso, dell’accoglienza siano esperte le tue mani grandi, e tavola sempre in ordine e mura bianche per dar respiro agli occhi. Nella mia testa i tentativi dello stare in disparte, farmi rifugio, pronto al bisogno, mai invadente. Dalle mie labbra senza governo né freno, spesso troppa libertà, perdonerai. Incapace io alla menzogna, ti basta guardarmi, tu sai dove sono, chi sono, che penso. Ti basta abbracciarmi, e tu sai dove il mio respiro giace. Quasi mai presente io, spesso lontano, incapace del qui, dell’ora, ma capace d’amore, di sguardo, di voce. Null’altro. Felice sia questo tuo andare, sempre più libero, sempre più tu.

Foto: © Bernard Faucon

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