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Così sei tu, finalmente tu

Così sei tu, finalmente tu. Ora che non sei qui, tu immersa in notti senza lampioni, desta in risvegli nel rosa di albe tra stazioni senza insegne e treni arrugginiti, tu senza un nome, senza pantofole dietro le bandiere azzurre dell’esercito della salvezza e i panni stesi fuori da tende costruite troppo in fretta. Dicevano tutti resteranno una notte, una soltanto, passano gli anni e sono ancora là, telo dopo telo, impermeabili ormai, dimenticate dai più. Dici il mio andare costruisce memorie, rivela gli orizzonti nascosti dai grattacieli, dai caloriferi accesi e da orologi che appesantiscono i polsi. Ora che dormi, i tuoi piedi nudi su materassi gonfiabili, quel tuo essere di scelte forti e cuore fragile, sei vetro infrangibile, così trasparente che ti si vede attraverso, così dura che è impossibile trovar spazio in quelle tue interiorità labirintiche. Sai mille lingue tu e apri le porte coi denti, non domandi mai, sai ascoltare. L’hai portato un profumo con te? Tra le tue dita ricordo di sigari accesi e confidenze, dove ci porterà tutto questo nostro perderci, questa vocazione al varcare le soglie e rinunciare al biancore dei volti dei figli. Cosa resta di me? Uomo qualsiasi, imperfetto, uomo di tasca vuota e trench lisi, scarpe consumate e labbra morbide, impulsivo e invadente. Resta questo dire che non conosce trincee, così scoperto da mostrare il fianco al giudice, così personale da finire sul fondo e non galleggiare in ricordi e non finire tatuato sulle scapole delle adolescenti, sulla Smemoranda delle scuole medie. Torneremo dove siamo nati e proveremo a non farlo da morti, avremo storie da raccontare, cappelli da sollevare al sole per prestare la fronte al perdono, al saluto. Amici miei di provincia e città, amici miei sconosciuti e offesi, benedite il mio passo, soffocate il mio grido e stringetemi forte sul petto, che non sia mai medaglia, ma fazzoletto, per asciugare guance, per ripulire volti. Così son io, finalmente io, in virtuale lontananza, perché tu esisti soltanto in fotografia, sei messaggi sui social network, un tempo eri volto, ora sei ricordo, un montone grigio, lana bianca. Sei, sarai, continuerai a esistere finché imparerò la dimenticanza.

Foto: © Giulia Bersani

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Tre o quattro ore per notte

Tre o quattro ore per notte e sogni che non hanno il tempo di appoggiare le guance al cuscino.

Per questo mio affannarmi nelle stesse lenzuola per giorni e domandarsi il perché della pazienza e dell’allineamento dei pianeti novelli.

E i tuoi discorsi sul tutto che ci sopravvive, anche le canzoni degli anni ottanta. E io che dimentico la borsa della palestra nell’armadio e cancello le date degli equinozi che eseguo i giorni a sentimento e lancio spartiti dalle finestre del quarto piano.

Accompagnami a sollevare borse della spesa, forse se fossimo in spiaggia resteremmo zitti a lungo e non avremmo nulla da dirci; ognuno impegnato a mettere ordine nei suoi ieri e lanciare sassi nell’acqua per distruggere quei domani che ci hanno disegnato intorno.

Come nei vecchi film immagino una scritta enorme sopra di noi per ricordarci dove siamo, che ore sono e che anno è. Il giorno invece non è più importante che lavoriamo quando capita e riposiamo appena si può.

Questa mattina ho svegliato io il temporale, scuotevo le camicie nell’armadio per far cadere a terra il fascino di incontri mai avvenuti. Con te che mi dici che vorresti essere altrove e io che ti dico che c’è un qualcosa che va oltre noi, che non è fatto di contingenza, ma di sentire, e hai voglia a spiegartelo.

E quando mi chiedi come sto vorrei risponderti: su un sasso, tra i rami, con i leprotti tra le gambe, gli M&M’s nelle orecchie, ma non capiresti. Questa follia inspiegabile senza sguardi e alfabeti comuni.

Delle nostre ricerche di solitudini e degli strali di frecce che lanciamo di notte. Degli amici che si sposano e di quelli che diventano grandi, della crisi di mezz’età e dei nostri amori per le adolescenti.

E davanti alle responsabilità ci facciamo volpi e attraversiamo la strada di notte senza guardare.

Vorrei dirti ancora qualcosa per impressionarti, della neve ad agosto sulle cime della Valtellina o sull’importanza di una buona alimentazione, che a Londra ci ciberemmo soltanto di patatine all’aceto e avremmo sete fino alla fine dell’anno.

Comprerei uno champagne dal nome sconosciuto per poi ricordarmelo e chiamarci nostra figlia, e scriverei righe sotto al tavolo per non vederle mai, ma sapere che ci mangio sopra e ogni tanto bere un caffè, far cadere il cucchiaino per guardarti le gambe.

Foto: David Alan Harvey

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Il principio dell’altalena

Perché alla fine mi piace Cremonini, ballo con Jovanotti e piango con certe canzoni di Vasco. E mi esalto per Fabri Fibra, poi quanto spacca la pasta alla carbonara, che Radiofreccia è un gran film e l’emozione per l’elezione del Papa. E pure certi passaggi di Fabio Volo non sono mica male, dico davvero.

E poi la mia mensa sarà sempre una festa.

Mi piace pensare di lasciarti la tavola sporca, le tracce di me che cancellerai sparecchiando.

E penserai che sono così invadente col mio ideale estetico e quei giudizi taglienti, le mie labbra dolci e la barba lunga per sembrare più grande. Ti scriverei ogni due o tre minuti, che mi manca l’odore, il sapore, e per ogni tua immagine un pensiero diverso, il prolungamento delle mie dita e lo spazio chiuso dei nostri uffici naive.

Nei tuoi capelli la cura, sulla tua bocca il colore. Le mie invenzioni pomeridiane e la tua immagine proiettata sul soffitto come nei film di Chaplin. Andavamo a correre a notte tarda, ci svegliavamo sudati e mi dicevi: è già pronto il caffè?

Delle mie mille adolescenze e dei calzini dispersi. Di quando prendevamo aerei per sentirci adulti e ricamavamo sul cuore le nostre iniziali e per ricordarci di dare un taglio a tutto ciò che non serve cominciavamo dai nomi. Le tue poche lettere per i miei richiami lunghi. E soffiavo tra le tue lenzuola perché la brezza ti ricordasse il mare, la stoffa le onde.

Mi chiederai: li vedi nello specchio i miei piedi? E ti risponderò sempre sì.

Indosserò le tue scarpe per conoscerti meglio e coi tuoi trucchi darò il nero agli occhi. Saremo punk eppure hippie, saremo nerd e pure cool. E scriverò sul muro bianco della tua camera quanto era bello attendere la tua conoscenza.

Col sole che cerca il riflesso tra i tuoi capelli e il cestino grande della bicicletta. Mi sorprenderai a masturbarmi e ti dirò che è tutta colpa della tua lontananza. Mi rassicurerai dicendo: lo sai, sono qui. E non ti crederò, poi l’amo della tua lingua nella mia gola, che sarò pesce e risalirò lungo il tuo fiume.

E’ così sciocco disegnare paesaggi a parole e farmi piccolo e infante. L’isola non trovata e la storia infinita delle rincorse. Il principio dell’altalena che a furia di spingere poi tutto ritorna, e prendi il volo, alzi lo sguardo, non tocchi terra e poi mi salti in braccio.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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