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Tre o quattro ore per notte

Tre o quattro ore per notte e sogni che non hanno il tempo di appoggiare le guance al cuscino.

Per questo mio affannarmi nelle stesse lenzuola per giorni e domandarsi il perché della pazienza e dell’allineamento dei pianeti novelli.

E i tuoi discorsi sul tutto che ci sopravvive, anche le canzoni degli anni ottanta. E io che dimentico la borsa della palestra nell’armadio e cancello le date degli equinozi che eseguo i giorni a sentimento e lancio spartiti dalle finestre del quarto piano.

Accompagnami a sollevare borse della spesa, forse se fossimo in spiaggia resteremmo zitti a lungo e non avremmo nulla da dirci; ognuno impegnato a mettere ordine nei suoi ieri e lanciare sassi nell’acqua per distruggere quei domani che ci hanno disegnato intorno.

Come nei vecchi film immagino una scritta enorme sopra di noi per ricordarci dove siamo, che ore sono e che anno è. Il giorno invece non è più importante che lavoriamo quando capita e riposiamo appena si può.

Questa mattina ho svegliato io il temporale, scuotevo le camicie nell’armadio per far cadere a terra il fascino di incontri mai avvenuti. Con te che mi dici che vorresti essere altrove e io che ti dico che c’è un qualcosa che va oltre noi, che non è fatto di contingenza, ma di sentire, e hai voglia a spiegartelo.

E quando mi chiedi come sto vorrei risponderti: su un sasso, tra i rami, con i leprotti tra le gambe, gli M&M’s nelle orecchie, ma non capiresti. Questa follia inspiegabile senza sguardi e alfabeti comuni.

Delle nostre ricerche di solitudini e degli strali di frecce che lanciamo di notte. Degli amici che si sposano e di quelli che diventano grandi, della crisi di mezz’età e dei nostri amori per le adolescenti.

E davanti alle responsabilità ci facciamo volpi e attraversiamo la strada di notte senza guardare.

Vorrei dirti ancora qualcosa per impressionarti, della neve ad agosto sulle cime della Valtellina o sull’importanza di una buona alimentazione, che a Londra ci ciberemmo soltanto di patatine all’aceto e avremmo sete fino alla fine dell’anno.

Comprerei uno champagne dal nome sconosciuto per poi ricordarmelo e chiamarci nostra figlia, e scriverei righe sotto al tavolo per non vederle mai, ma sapere che ci mangio sopra e ogni tanto bere un caffè, far cadere il cucchiaino per guardarti le gambe.

Foto: David Alan Harvey

DavidAlanHarvey

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