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Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi

A confessarti che ho dimenticato aperto il barattolo della marmellata. Le colazioni in solitaria e la spontaneità delle mie scritte sui muri. Sarà la paura, sarà che prima o poi verranno a cercarmi, ma ho sempre fretta chissà poi perché. E mi ritrovo a dirti che non ha senso parlare male degli altri, che non è sempre importante dire quello che penso e che bisogna imparare il silenzio quando il pubblico è inadatto alla libertà del verso beat. E augurarti la buonanotte, guarda che ci sono, non è importante dove.

Nei tuoi disegni i cuori innalzati in vecchiaia, che non è mai troppo tardi ce l’hanno insegnato da piccoli, prima o poi anche io suonerò uno strumento.

E le lamentazioni sul freddo che fa, le code al cinema. Fuori dalla porta i dibattiti su un film e una parola con la data di scadenza mai scritta. Quella bellezza abusata, annegata, innalzata, adorata e consolata. Non così sogno i miei domani, se è vero che crescere è ridurre tutto al semplice ritorneremo un giorno a pronunciare sillabe come Ma Ma e Ta Ta, perdendo i contorni e facendoci paesaggio per poter guardare senza essere giudicati. Che non ho mai visto una fabbrica prendersela perché non piace, mai cascate innalzarsi per fascino.

E dieci dita dai vent’anni, la ragione mi conduce in porti sconosciuti e scelgo l’esempio dei Cristi morti di cirrosi epatica: lo scandaglio dell’io e la comprensione di tutte le debolezze. Quando sarai grande poserai la testa sulla mia spalla e mi mancheranno le carezze, che ho le mani disperse nel fascino ignoto delle conoscenze superficiali.

Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi.

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A tirare la coda ai tram

A rovesciare tovaglie con le ultime braccia che ci sono rimaste. Il resto è caduto a briciola, solitario il passero mi trascina per la camicia, dice vola anche tu se puoi farlo e costruisci un nido. C’è chi una casa ce l’ha e chi è costretto ad affittare il tempo, a riempirsi le dita di graffi, le bruciature dei rapporti superficiali.

E quanta tristezza mi coglie a vederti là, circondata di spine e uva passa, nel frutteto acerbo del buon agire. Quanti altri sorrisi di bimbi porteremo sulle labbra per nascondere i nostri pianti, quanti ancora poeti del nulla saremo costretti a inseguire per dare senso alla melanconia di questi sguardi negati.

Mettere un punto e a capo è operazione impossibile quando si tratta di stomaco e cuore; è tutto un sussulto, il ruminio greve delle giornate di maggio. Vorrei potare le tue relazioni millenarie e condurti nell’aspro dei limoni, lo zucchero delle ginestre per le nostre colazioni primaverili, di quando hai ancora gli occhi chiusi e ti avvicini per sentire calore.

E mentre alla fiera del libro cantano gli imperatori dei gelati, tra i banchetti estatici dell’alta borghesia ci sono ancora, nascosti, i colletti bianchi dei folli che rifiutano la vita grassa e lanciano il tempo a cavallo dei ronzini scartati dagli altri, e si ritrovano soli nelle notti insonni a cavallo di biciclette trovate per caso: le relazioni col rosso dei semafori e tirare la coda ai tram.

Posso solo ricordarti che tu sei ancora diversa da quel che fai, e poi da chi ti circondi, ed è per questo che parti in solitudini e rifiuti il contatto col nuovo. I tuoi disegni in bianco e nero: non troverai mai i colori che cerchi nella spirale chiusa della sicurezza, che potrei prendere treni e perdere aerei, che potrei farmi notte per donarti lune e giorno per illuminarti gli occhi. Che tu sia serena, triste, felice o scontrosa non è interessante. Sono importanti gli incontri e questa vita che lasciamo indietro a furia di comprare scarpe nuove. Che poi te lo dico, mi basta il tuo profumo; è andata a finire che non riesco più a ricordarlo.

Foto: Rafael Sanz Lobato

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Quando il gallo cantò 3 volte

E ritrovarsi così deboli, negare certezze e opinioni, quando il gallo cantò tre volte.

Risalgo al volo dei corvi tra i tuoi capelli, alle strade lunghe della stazione Cadorna e alle redazioni dei giornali di moda. La frangia a incorniciarti il volto, la scuola d’Atene e il coltello di Fontana per gli spazi tra i tuoi denti da latte. Mentre ti svaghi su Candy Crash e regali le tue dodici e più vite a tutti gli altri, non c’è traccia di carta nella mia casella delle lettere.

Prima o poi arriverà una busta paga e mi vergognerò di versare denaro allo stato. Mentre capisco che non mi interessano i discorsi geniali e non ho curiosità alcuna nei pavoni del sapere. Mi toccano le relazioni, il profumo ingannevole delle scapole e il modo di guardare nel vuoto. Quando appoggi il pollice sulla guancia vedo il segno dei morsi, e cambi pelle per le stagioni che vuoi dimenticare.

E quando incontri la notorietà abbandona gli occhi sul davanzale dei denti, li troverai bianchissimi o marci di fumo, non c’è verità in quelle bocche sfatte.

Figlia mia, amante, abbi sempre paura di chi ti circonda il collo dopo cinque minuti di conoscenza, sorridi invece quando ti prendono sottobraccio.

Non c’è amore che scoppia come gli incendi che poi si faccia foresta, non c’è foresta che non sia prima stata gemma e pascolo.

E mentre impazza la fiera del libro mi trovo qui, la finestra chiusa, a ripararmi dagli schizzi di boria di chi s’affaccia al balcone del canale terzo. E predica sapienza scambiando la categoria del reale con quella dell’interesse.

Vorrei dirti che se ho perso tre chili non è perché mangio meglio. Vorrei installare una telecamera e contare il numero delle notti che mi rivolto nel letto. Dirti che ti cerco è così banale che potrei entrare negli smartphone degli adolescenti ora che ho i capelli rasati sui lati.

Qui tutto è pronto per la beatitudine, non resta che aspettare e prima o poi arriverà il grande giorno, quando i perché troveranno risposte e non avrò più bisogno di toccarti.

Foto: David LaChapelle

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Le occupazioni studentesche delle librerie

Li vedi dispersi e decisi. Canottiere larghe e sciarpe, e cartelle datate, scritte coi pennarelli neri e spray rossi. Occhi lucidi, appassionati e puri. Lunghi capelli neri. E bionde rasate sui lati. Jeans strappati e pantaloni eleganti a risvolto. Negli zaini libri dalle copertine ingiallite e la critica ai compromessi storici.

Tiravamo sera con l’accendino a consumare i polpastrelli, le dita gialle e smorfie eleganti per soffiare via fumo denso e fare chiarezza nelle nostre notti. Ci dicevamo del senso di essere al mondo, vedevamo tramontare i nostri vecchi e per le nostre idee facevamo ricorso alle date incise sui cartelli intravisti nelle foto in bianco e nero. La barba incolta di mio padre e il pugno alzato a rivendicare il diritto di aprire la bocca e svelare il rosso della lingua.

C’è l’io in formazione, la testuggine organizzata delle battaglie perse, quei megafoni e lo stile vecchio dell’arringare la folla. I motivi va a finire che son sempre gli stessi.

Non ci vedo del bello nelle occupazioni studentesche se non il lucidare le proprie domande e cercare risposte nel collettivo, invocare una giustizia che non si conosce. Il bene comune è un campo da calcio per trascorrere i pomeriggi, la fontanella per bere e i contrasti duri. Le cadute a sangue sulle ginocchia e l’esercizio dei calci piazzati. E sentimenti contraddittori; vorrei dirci di non stancarci, vorrei dirci che è bello credere in qualcosa, un qualcuno, almeno in noi stessi, negli ideali di altri che la nostra breve esperienza ancora non coglie.

Mi piacerebbe ci fossero più case aperte e meno assemblee. L’abuso dei beni comuni. Una libreria è una libreria, e ne sono rimaste poche. Non facciamone slogan, non mettiamoci i libri di un’epoca fa e odore stanco di pantaloni a zampa. Per sconfiggere i pachidermi bisogna farsi furbi e sfidarli su un campo che non è il loro. Portiamoli al mare, facciamoci orche e impariamo l’agilità tra le correnti. Meravigliamoci del giallo fosforescente del plancton e non diamo tutto per due casse semidistrutte, la parata dell’orgoglio dei diversi e quattro stracci senza in tasca neanche più un quotidiano.

Poi quelle divise, il casco a bloccare il pensiero, a cercare il potere nell’ordine, il comando del comandato, la servitù accumula rabbia. Noi figlie e fratelli delle stesse madri. La spesa al mercato e mettiti la canottiera che prendi freddo. Noi seduti agli stessi banchi di scuola ora ci facciamo cariche opposte e poi ci lamentiamo quando siamo i primi a offendere e così fieri di mostrare il taglio sul viso.

Maledetta la comunicazione e maledetta questa spettacolarizzazione dei nostri vorrei.

Che stiamo male è scritto nei nostri rapporti d’amore, nel non lasciarsi stare delle nostre vene e negli stupefacenti che inseguiamo la notte. Diplomati in canti e in letture, chiamiamo compagni coloro che scegliamo fratelli. Quando poi arrivi a casa ti togli le scarpe e cammini piano per non far rumore, poi tiri le coperte fin sotto al naso, respiri forte, guardi il soffitti e dici: sono un combattente, un guerriero. E provi a disegnare un’ideale sulla parete, e va a finire che non ci riesci, che un po’ copi e un po’ ti chiedi se vale la pena stare ancora sull’altalena, ma poi ti spingono e senti l’ebrezza del volo e chiudi gli occhi perché hai paura e non puoi sostenere la vista dall’alto. Così cambi discorso e ti ritrovi bagnato, sudato, e aneli mappamondi di carne per distendere le tue mani stanche e bocche accoglienti per il calore che cerchi e che non trovi più.

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Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare

Gli ippopotami sott’acqua si muovono leggeri, mulinano le zampe e sembrano camminare nell’aria. Così dovresti accorgerti che non parlo d’amore, ma lo attraverso.

Esplodono le pentole a pressione e tutti gli schizzi di pomodoro sui miei jeans per prepararti una pasta di merda, che tanto non te ne sei accorta preoccupata com’eri a decifrarmi le labbra. La terra trema e non c’è verso di andare insieme a un festival di quelli estivi, con le canotte larghe e lunghe fino alle ginocchia.

Viviamo a più dimensioni ed è per questo che porti gli occhiali. E in fondo al mio letto ci trovi le mutande scadute della settimana scorsa, che quando dormiamo insieme ti ripeto che voglio essere libero. E poi mi alzo la notte a pisciare e quando torno ti guardo dormire. Mi appoggio sul fianco e penso alle distanze incancellabili delle nostre origini e al fatto che è colpa delle nostre nascite se vediamo le cose in maniera diversa.

Mentre non chiudono i teatri occupati e i luoghi chiusi dai figli dell’alta borghesia, che mettono casa in affitto e dormono tutti insieme sotto le stelle delle televisioni spente. E quei musici che ho amato tanto le cantano al primo maggio con la presunzione degli arrivati. Dei prosciolti. Degli ex rivoluzionari. Dei giornalisti d’opinione e degli invecchiati sui banchi delle scuole. E di quelli come me che non hanno ancora il coraggio di raccontare storie e ammettere che nell’immediato non servono a niente.

Mentre Gondry presenta il film che attendevo con ansia, la schiuma dei giorni sulla punta del mio sesso e la rabbia contro le industrie del cinema che ci sottraggono in immaginario. E poi ammettere che quando scrivo è soltanto per scoparti a distanza e godere premendo i tasti e scoprire il respiro saltare dalla finestra e cercare riposo sui davanzali in compagnia dei passeri. Mentre a Parigi non ci sono panni stesi sui balconi e quanto mi mancano le discese ripide del centro Italia e l’odore dei faggi. Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare.

Nel corno d’Africa raccoglievo carte di caramelle per non sporcare la terra, e venivano bambini con gli arti gonfi ad insegnarmi a non aver paura dei serpenti e quattordicenni madri di due figli con i piedi duri come rocce e la dolcezza nelle cicatrici sul viso.

E al ritorno mi son scoperto così egoista da lasciare la ragazza di allora e sudare la camicia bianca del volontariato e abbandonare alle velleità la distruzione dei futuri prossimi in vista del progetto colossale della salvezza del mondo. Trovare il Cristo fuori dalle chiese e nelle strade e raggiungere il tempio poco prima dell’ora di chiusura per dar riposo alla lingua, farmi silenzio e disperdere lo sguardo sugli affreschi.

Entreremo nell’età d’oro della grazia spogliandoci del superfluo dei nostri progetti di notorietà e incastrando le reni, non avremo paura dei semafori gialli e delle metropolitane affollate, e guarderemo all’ufficio come all’esercizio quotidiano di nostra sorella pazienza, abbiamo progetti più grandi e belli delle scrivanie squadrate.

E ora portami a ballare, dimmi che così è normale, che non c’è vergogna nel tirare mattino e ha ancora senso barcollare tra i muri con l’alito striato di birra, e lanciami la lingua addosso per farmi del male, piega la schiena e appoggia il tuo sedere al muro, alza le mani che io ti sparo. Tanto poi al mattino non me lo ricordo, e mi gira la testa e incrocio indice e medio e prometto: non bevo più, non mangio più, non guardo la Tivù.

Foto: Allen Ginsberg, James Franco

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10 ANNI DI MERCANTI DI STORIE

Un casting per una pubblicità, un ruolo minore.

La sala d’attesa, maniche di camicia abbottonate e i soliti discorsi del tu cosa fai e perché sei qui, ti hanno pagato, ti hanno comprato?

Quando non interessa il chi sei e ci si concentra sul come ti guadagni la vita, di che vita poi ti stai guadagnando importa a pochi.

Massimiliano è seduto di fianco a me, mica lo conosco, io mi leggo Majakovskij perché in quel tempo mi sento fico a leggermi le vite dei poeti che non sono contenti mai e vivono d’istinti e sensibilità, e saltano sui tavoli delle cene borghesi e vomitano malesseri e utopie, io inadatto alle sfilate e al taglio definito della barba.

Una battuta per passare il tempo. Una donna sui quaranta che ci spiega quanto è bello recitare, dare vita a un personaggio, dice che NOI sì, NOI sì che pensiamo, NOI sì che scegliamo, NOI sì che sappiamo. Io e Massi ci guardiamo, alziamo le spalle, un sorriso: “arrivederci signora”.

Buona fortuna. Esce dalla porta portandosi dietro il dolce del profumo acquistato da Sephora.

Noi chi? Dico io.

Noi chi? Dice lui.

Io no. Manco io.

E via con le presentazioni, il rituale per passare il tempo. Io ho fatto la Grassi, quell’accademia là in zona Bligny, io pure. Io drammaturgo, io attore. Bella storia. Come stai? Di merda. Tu? Media merda. Almeno tu sei innamorato, corrisposto, dico io. Vero, dice lui.

E poi parole su un parrucchiere terrone che taglia bene i capelli. Ci vuoi andare pure tu? Magari.

E così Massi mi dice dei Mercanti di storie, io gli racconto di Santo Francesco e dei miei monologhi per i Frati Cappuccini. Mica lo conoscevo ancora. Lui ride, dice: Francesco c’aveva le palle. Due, dico io.

Piero Ciampi piace a tutti e due e “figli, vi porteremmo a cena sulle stelle, ma non ci siete, ma non ci siete.” Colpa della crisi e dei tagli alla cultura. Dice qualcuno. Mica ci credo io.

Ho voglia di un bicchiere di rosso, facciamo due, magari tre.

E poi al teatro vado a vederlo, dice pure le bestemmie lui, forse un po’ troppe penso io, però ci sa fare e sai cosa ti dico, mica è un attore, no, pure se ha recitato per Latella e con Paolo Rossi, io non ci vado a vederlo agli altri spettacoli, io me lo vedo coi Mercanti di Storie, quando ha voglia di dire quel che gli piace, di fare quello che lo diverte, necessità la chiamo io. Che poi alla fine mica condivido tutto, ci piacciono l’alcool e le donne, ci piace scrivere e cantare, urlare e sussurrare.

Ma son contento che non faccia i personaggi lui, che alla fine mi piacciono le attrici, ma in fondo mi annoiano e va a finire che mi innamoro delle fotografe, che c’hanno gli occhi diversi. A volte liquidi, ma son termini dettati dall’emozione e mi ci perdo facile.

In quei tempi faccio il barman al Pentesilea, là in zona Sarpi, quello di Germana e Claudio per intenderci, quello dove la notte si fa più leggera e aspetta il mattino per raggiungere casa col passo incerto. E diamo la colpa ai bicchieri delle nostre disgrazie. Al Pentesilea ci suona e ci beve spesso Giovanni Melucci, che è sensibile e porta il cappello e possiamo discutere ore dell’ultimo piano di Melegari in via Paolo Sarpi, ma poi va sempre a finire che parliamo di donne

Giovanni e Massimiliano e Patrizia, che conosco meno, ma vedo a teatro e in foto, sono i Mercanti di storie e festeggiano dieci anni. Mi sento un po’ vecchio e scrivo da Parigi, sembra una cartolina coi bordi rovinati.

Lo spazio del teatro torna ad essere casa, piatto caldo, caffè freddo, sputo, vita, coltello, guadagno, e portafogli rubati e abbracci, baci con o senza lingua, salti della quaglia e magnifiche notti d’amore. Non è più il mi piace o il non mi piace, a culo, no, io dico che c’è un credo sotto, una passione vera. Possiamo essere persi, dispersi, santi o raccoglitori di pomodori, avvezzi al rancore e molliche di pane, per coltivare il sacro e dare un senso alle notti occorre un rituale collettivo e un motivo. Ecco qua, e via a mercanteggiare storie senza la pretesa di essere altri se non se stessi. Mica attori, no, performer del sè con l’occhio aperto al presente e quelle malinconia sofferente che non conosce felicità, ma dona gioie e sbornie. Che me ne faccio ancora della felicità? Ripeto io.

Di quando ci vedevamo a Macao, sul grattacielo, in piazza, in Brera, al Bellezza, caro Massi, e non ci dicevamo niente, magari uno sguardo, che uno parlava, l’altro osservava. Che ti piace metterci il cazzo e il fanculo e magari il porcomondo per attirare l’attenzione, ma poi sei leggero e sai chiedere scusa. E poi sei sincero.

Son mica lodi queste, son troppe parole per dire che non siamo mica soli al mondo mentre urlo in una stanza chiusa. E lodo l’uomo, per me il teatro come rappresentazione è morto. Sepolto.

Evviva tutti, buon compleanno e fanculo, cazzo, fanculo. E poi bella lì, che son sempre nato a Bollate io, provincia di Milano, eh.

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Del tuo collo un Mirò

Non sarà certo youtube a tenere compagnia ai nostri incontri.

I ricordi di via Vigevano, la moka rosa, il portone grande e le ore spese a ridere dietro allo schermo. Col vino dimentico il perché delle mie visite, mi lascio andare al presente per negare al futuro l’accesso alle mie debolezza. Sono cambiato, lo sai, e diluisco lo sguardo nel tempo, lascio le ciglia sul palmo delle tue mani così puoi prendermi a pugni per esprimere desideri.

E sarà sempre un tavolo a dividerci. Le mani si incontrano cercando il cibo nei piatti.

E poi lo sai che quando sento parlare di verità mi si abbassa l’uccello, e volano via i pensieri cercando i piccioni e tanta merda sul capo dei retori. E non parlarmi dei romantici quando non c’è ironia nella tua prosa stanca. Il punto e l’a capo. La Kristof scriveva in una lingua non sua, quando dicevi che tutto bisogna lasciare per ritrovarlo nella bocca degli altri.

Quando ho messo le mani sugli occhi e ti ho detto cucù hai pensato sei folle.

E mentre si fa giorno non è la luce che trascina via le coperte e lascia al corpo il tempo del sabato per il risveglio. Nel cielo il bianco dei condom usati e decori di ringhiere e tende colorate. L’inverno delle porte chiuse e la lametta nuova per modellare il viso. Cade la barba sul nudo dei piedi, il ricordo delle tue docce lunghissime e i crampi delle ore notturne quando occorre distendersi per far passare il dolore.

E al mattino il desiderio delle tue spalle nude, la stella nera fa del tuo collo un Mirò.

E mentre preparo il caffè sporco le dita di nero e poi mi asciugo sui pantaloni, nel lavandino ci stanno i ricordi, che se abbandoni le mani nell’acqua finisci per indebolirti, lo sai. Quando la rilassatezza è una questione di misura.

Vorrei parlarti della vita dei ricci di mare e tengo trattati sull’apertura delle conchiglie.

Quanto ci esalta nyan.cat.

Poi dentro al telefono parole sul corpo, dice Laura: l’infanzia non piange al contatto e cerca un ventre per sonni tranquilli.

Quando sei tu va a finire che ti lasci abbracciare, non siamo salmoni e non è la natura a suggerirci l’andare.

E sui quotidiani i tweet dei famosi, il libro del momento ha il nome di un bar.

Ho indossato la tua felpa, Andrea, quella coi disegni sulla schiena e la scritta Dead to Fall, ti porto in spalla un po’, che ogni partenza ha bisogno di un saluto lungo. E gli addii li lasciamo ai calciatori, ci pensi mai che Zanetti è immortale? Che poi a 20 mi sembrava già vecchio, a me che porto trenta nei cerchi concentrici sottopelle e nascondo i segni dell’esperienza nella cicatrice sull’occhio sinistro. Quanti conoscono la sua esistenza, secondo te? Quanti mi hanno guardato davvero? Pochi. Rispondo io.

Prendevamo a pugni Milano per sentirci meno soli, quando lavoravo in libreria leggevo di più, pensavo di meno e andavo in palestra ogni giorno. L’allenamento è l’accesso alla conoscenza. Sei poi riuscito a muovere il muscolo del polpaccio?

Nel sangue ancora le tracce dell’alcool di ieri, e quanto è buono il Remy Martin alle fine dei pasti?

Vorrei utilizzare la parola stranito senza pensare alle anatre. Vorrei dirti sei bella, ma mica che poi pensi male.

E che vorrei imparare a suonare la chitarra quante volte l’ho detto, poi avere il coraggio di attraversare Parigi di notte. Ora lo faccio per prendere un aereo o ubriaco, vorrei farlo da sobrio, magari con te, dopo un caffè. A non parlare, a non raccontare, soltanto a guardare, a camminare. A bere, a fumare, e poi a casa dirci che se sei sulla strada non puoi scrivere come Paolo Coelho. Dormiamo insieme, dormiamo.

Foto: Philip-Lorca di Corcia

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E ora vorrei parlarti dell’amore, di puttanieri e puttane

Ci siamo giocati il linguaggio noi sconfitti dal tempo, quando una memoria e una soltanto manco esiste, il ricordo dimenticato, sudato, annegato tra gli sforzi d’unicità dei più grandi. Sei così noto che tutto è permesso, potresti vendere auto col tuo nome inciso e pitture scarse, bibite zuccherate e corsi di cucina.

Vecchie bottiglie nei nostri mari e messaggi indecifrabili, l’Alessandria d’Egitto è Babele e tutto vi si mischia cercando l’ultimo gradino, quando mi abbassi le mutande per farti forza su me, io senza pantalone controllo l’intimo e perdo di vista la testa.

Così le voci si rincorrono inutili e vane, puttanieri e puttane e la retorica di fori intasati, le traversine portano tutto lo sporco alla fogna.

Mi riconosco nel rap che dà alle cose un nome e le unisce in ritmica e stile, e disconosco il mischiare i ruoli: io cantante, tu polis.

Non agli artisti è chiesta l’opinione, l’artista interroga e si interroga, la risposta è volgare. Usiamo il punto per raccontare storie.

Così voi giornalisti se fate cronaca, fate la cronaca e poi basta. Altrimenti ditelo, metto l’io davanti all’oggetto, perché molto ho letto, molto ho guardato, molto ho compreso, e vi stringeremo mani a più riprese, esulteremo perché non ci sentiremo così tanto soli. Ma di retorica Basta! Siete voi, voi che ci fate schiavi, voi che create la dinamica del servo e infarcite la lingua borghese di neologismi, e confondete coscienze col diritto di replica del fasullo. Il mass media è uno strumento di potere,  cosidetto libero o privato che sia, non c’è libertà quando tutto è già stato scelto e si chiede l’adesione o la non adesione, come ai tempi delle gite scolastiche, la religione nelle ore di scuola. Potreste dirmi che fare? Non c’è alternativa alcuna. E’ un mestiere, un lavoro, ben più nobile d’altri, più che un mestiere una necessità. E avete pure le vostre ragioni, e passione e un credo, chi sono io per imputarvi mea culpa? Io con le mutande bagnate di piscio, il bicchiere pieno, la borsa vuota. Io che rifiuto ogni volgare abbraccio e che stringo amicizie con gli sconosciuti con la scusa della sensibilità. Io che non ho una stanza, una porta, perché rifiuto la seggiola girevole e quando siedo a capotavola desidero che tutti prendano parola. Mangino bene. A sazietà.

Si aprissero le porte della prigione del nascondimento per contenere la mia sete di fama e il fascino eterno dei talk-show. Sogno di notte Daria Bignardi, io, Fabri Fibra e Marrakesch a interrogarci sul senso nuovo della parola. E sputare in mare, e togliere fascino ad albe e a tramonti.

La compagnia è il migliore strumento di fidelizzazione.

Se chiedi alle cosce riceverai risposte da cosce. Se chiedi il culo, un culo ti verrà donato. Chiedi alla fica, mio caro e da lì prenderai senno.

Tutto è parziale, non c’è armonia nella tua sete di sapere, non c’è risposta alcuna al tuo bisogno.

Sali la scala difficile della strada, fatti chiamare folle e abita lo spazio fatato del pasto, del vino, il silenzio dei luoghi del culto e il brusio delle coscienze disperse. Chiedi aiuto alle mani degli altri e interrogati con loro sul senso di questo tuo andare. Chi costruisce i palazzi e chi li abita, chi partorisce i figli e poi chi li cresce, chi si è tatuato, come un bollino che si appiccica alle banane, la parole diverso o egoista soltanto perché ha scelto il sentiero del discernimento assoluto e la rincorsa interminabile al folle che è altro dalla folla, folle è colui che tutti racchiude e si dà un nome soltanto quando negli altri coglie il colore delle sue labbra.

E ora venite a parlarmi di camicie di forza, di madri irrequiete e delle preoccupazioni di nostro fratello marchese. Non è così, la burocrazia ci tiene all’ordine e stirare le camicie per l’indomani niente ha a che fare con lo stile, ma con lo spazio.

Dipingere se stessi come un quadro ben noto, fare attenzione alla luce e alle ombre, i pieni, i vuoti. E ti ribellerai alle cornici con la tua forza inconoscibile e vera, risalirai negli occhi degli altri e percorrerai gole e gesti minuti o enormi. Immagina l’urlo quando farai paura, immagina l’abbraccio e il battito del cuore di chi ti verrà vicino.

E ora vorrei parlarti dell’amore. Quando diviene tutto un lungo silenzio. E quando apri la bocca è soltanto un sospiro lungo. E poi silenzio, ancora. E ancora.

Immagine: Ben Shahn

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Ho voglia di dirti sei bella

Come,

chi è rinchiuso tra sbarre d’uffici,

come,

chi ha una sposa pronta ad accoglierlo ad ogni ritorno, un piatto caldo in tavola, un piccolo uomo sbavoso e felice che piange per notti e poi cerca seno e mano donando affetto in cambio di calore,

come,

può pensare costui che una vita sciolta da ogni vincolo sia gioia e libertà assoluta?

Nulla a che vedere con questo hanno i capelli al vento, nelle vetrine a specchio dei palazzi borghesi i nostri soprabiti lunghi, le tasche lise e i gomiti consumati. I nostri sorrisi folli e quella sofferenza che ci coglie in mezzo alla notte mentre pensiamo al futuro dei nostri cari per lasciare il nostro in preda ai cani che si dividono membra già dilaniate dalle domande che recitiamo al mattino.

Per salutare il giorno coloriamo di nero la moka Bialetti e non ci basta un caffè, non ci basta nemmeno un pasto povero. Ci ingozziamo di vita, noi che non sappiamo accontentarci del sapore e vogliamo andare oltre le pietanze. E sballiamo col vino, i nostri denti rossi e la lingua lunga per cercare diamanti grezzi in seno alla notte.

Recitiamo lo stesso copione falso dei palchetti dorati delle città grandi alle donne incontrate per strada, diamo scandalo pubblico abbassando lo sguardo quando ci sentiamo accettati e ci lanciamo col dire ti amo soltanto dopo qualche minuto, un profumo.

Noi esseri disperati che non sappiamo come le nostre madri abbiano avuto il coraggio di chiamarci per nome, diventiamo rossi per un abbraccio e quando qualcuno prepara la tavola per le nostre facce ribelli, ci dice siediti e non toccare niente, che siamo ospiti entrambi, ma questa è casa mia.

Ospite della vita, in vero, a quattro zampe cerco ancora sul pavimento i cocci di bottiglia dei folli che mi hanno preceduto e ritrovo soltanto fotografie in bianco e nero e pagine e pagine di confessioni.

Vorrei vendere la mia Vespa di panna per poter dire: “Non possiedo nient’altro che una valigia di stracci e medicine contro il mal di testa e scarpe per camminare e diplomi da bruciare davanti al signore di Roma”.

Non sarò certo io a rivoltare gli argini del fiume disumano che attraversa i nostri costumi invernali, le maschere dei maiali e tutti questi no agli agnelli. Come se il bianco fosse intoccabile, la carne indesiderabile.

Mi stenderei sotto il sole d’aprile per aspettare le stelle cadute e maledire il tempo che ho perso e le parole sprecate con le bellissime dei rotocalchi.

Mentre mi accarezzo il petto e penso con stima, piacere, affetto a Lucio Dalla e ai colpi di mano tra i peli radi delle cosce magre, alle canzoni che accompagnano le mie passeggiate e ai viaggi in nave, per quella notte in aereo con Monica Bellucci dopo mesi d’Africa nera. Il bianco dei nostri schizzi è vita sciolta, sprecata.

Niente è più atteso dei tuoi tratti dolci quando in bocca hai l’amaro dei giorni. Ma occorre sciacquarsi le guance e poi ancora aspettare, che i passaggi bruschi non rendono gioie alla lingua.

Addormentarsi una sera ubriachi e ritrovarsi rock star.

Le mie paure delle dipendenze: la droga, l’alcool, l’amore e poi il mare.

Sento il richiamo blu del gabbiano, le isole della Grecia mi attendono ora che è arrivata una proposta da McDonalds spengo lo sguardo e getto la lingua di lato. Ho voglia di dirti sei bella.

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Ci scattavamo foto nudi

Ci scattavamo foto al nudo per riscoprire il volto. La tua schiena e polvere di stelle cadenti, il tuo seno accennato e la tua mano che viene ad accogliere il mio abbraccio e così lo riempie di senso. La ricerca e il frutto proibito dell’albero che porti a cavallo del gomito. Le mie sopracciglia dense e gli occhi che cadono tra le tue parole scomposte.

E intanto la strada sporgeva il suo fianco alle auto, pozzanghere nere e gonne lunghe a primavera, scarpe veloci e gambe a x. Veniva a prendermi la malinconia della domenica, le coppie nei parchi e gli aperitivi dei dolci profumi. A perdere il senno tra le pentole della cucina, la scelta degli ingredienti e ritrovarmi ad apparecchiarti la bocca di baci mancati.

E in ascensore un vetro per riflettere sul perché degli incontri. Sempre un impegno e poi fare festa, tutte le preghiere ai mattini assolati che non mi accorgo più del passare dei giorni, come quel viaggio in Sudamerica, il cavallo sulle spiagge di Essaouira e poi i concerti finiti a tarda notte, a cercare la posizione più adatta ai nostri membri induriti dalle attese di quei messaggi che non arrivano mai e quando arrivano respiri forte e dici che bello.

Noi cercavamo la nobiltà nelle soste all’autogrill, con Bud che si faceva di nero e biscotti e le razzie di patatine di Enry, a scambiare parole con le scolaresche e lamentarci del culo della commessa. Questa è la notte che tiravamo indietro i sedili per dormire scomodi, e ci fermavamo in bar piccolissimi e strattonavamo la camicia a righe del barista coi baffi e un altro giro, un’altra mezz’ora, che fuori è buio e fa un po’ paura. Mentre davo gas e saltavo sulla frizione, la prima sgommata della mia fuoriserie d’annata e nuove partenze verso le feste degli altri.

Una sera intera a parlare del perché mi nego e alla fine darti un bacio come una bandierina del Risiko, dire che sì, un’altra volta, anche tu, e perdere il conto delle conquiste, gettare i dadi: altro giro, altro mattino. Quando non sai se un caffè è abbastanza e rimpiangi le lenzuola appena lavate di tua madre.

Grattavo via i rimasugli delle attività di volontariato e mi avvicinavo all’amico per dirgli “e poi come stai? Che si racconta là in quella terra dove fuori non succede mai niente e dentro son tempeste?”. Mi guardavi male quando parlavo del volto di Dio.

E così prendevo la fuga, di quando il sole scalda la tenda e la maglietta appiccica sul collo. E cerchi il mare, la brezza fina del primo topless della giornata e il tuo libro impegnato che non riuscirai mai a finire. Una focaccia calda, un cappuccino, un panino.

Gli altri nel mare, io sugli scogli che a pensare troppo diventi sirena, il canto insensato che rende folli e i dischi degli indie, il ritmo elettronico per sentirsi meno soli.

E mentre tua sorella dorme di giorno e si popola il tuo letto delle fidanzate di altri ti viene un urlo dentro che soffochi così, scrivendo sul muro le tue iniziali, per dirti sei in cella e prima o poi evaderai, vedrai.

Foto: Allen Ginsberg

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