Non togliere il quale alla bellezza

Nell’azzurro le strisce bianche delle partenze d’agosto.

Le riflessioni sull’oggi affidate ai quotidiani e il lino delle camicie ad alleggerire gli argomenti dei talk show.

Con la televisione che ci insegna che è il ritmo quello che tiene desta l’attenzione, così parole si sprecano e si dà voce al superfluo.

Abbiamo prese scoperte e buchi nel nostro sistema di sorveglianza, e troviamo le case infestate di retorica e immagini vacue che a differenza dei topi non muoiono in terra, ma sublimano al cielo.

Ed ecco che leviamo i punti di domanda per affermare noi stessi, a condividere il pensiero dominante o a ostacolarlo senza attenzione per gli originali. Così tappezziamo i muri di stampe e perdiamo il contatto col gusto abituati all’Ikea della comunicazione. Informazioni a basso costo e colori pastello.

Così Dostoevskij  chiedeva: “Quale bellezza salverà il mondo?” Non vi erano punti a capo, nessuna affermazione consolante, ma una domanda netta, un endecasillabo atipico facile a ricordarsi. Abbiamo tolto il “Quale” e dimenticato il levare della pronuncia per affondare in voce e guardare in basso. Così bellezza è donna nobile e avvenente tramutata in prostituta, gambe divaricate al migliore offerente e labbra mosce incapaci di pronunce necessarie. La puoi ritrovare ai Festival o nelle insegne dei negozi, sui volantini dei treni ad alta velocità e nei best seller appoggiati alle casse delle librerie. In manuali o in arie, nella programmazione degli Arci e nei bar Indie. Se togli il “Quale” vuoi dirmi a che pensi? Non esiste il bello se non nel vero. Che cogli bello quel che già ti appartiene e ti rimanda a qualcosa che non sai. Bellezza è riconoscimento, poi scoperta e spavento. Mai consolante, mai pacifica, ma questuante. Vedere il bello chiede sforzo e coinvolge corpo e emotività, è gesto dinamico che costringe alla vita e abbandonare il certo e progredire in domanda. E’ una questione di alfabeti, lo sai? Così l’occhio va allenato e il passo armonizzato, il rischio è rimanere intoccabili, soli, protetti e insensibili: cinici e rimandare il senso critico allo sguardo informe dei più.

E poi ancora; ciò che è negato allo sguardo può dirsi bellezza? Così eserciti l’occhio e nei pomeriggi assolati le nenie assordanti delle tue prove di concordanza sguardo-cuore. Che a rinnegare i punti si finisce per farsi domanda. E così progresso. E così voce. Hai mai guardato il tuo esistere come un appello? Un desiderio di senso, un’interrogazione sul bisogno?

E così voce, dicevo. Così cittadino. Che la città è un meccanismo alchemico di risposte ai bisogni e fa cemento il punto e oasi di verde le virgole. La vita popola le strade e si chiede che fare di questi oggi e lo sguardo acuto vede il difetto e cerca un’architettura armonica e vera. La tensione verso l’infinito esistere di chi non si accontenta e fa della curiosità trampolino e slancio verso l’al di là. A saltellare sul già detto e dar nuovo colore alle altalene del sentire comune.

E così siamo politoi, cittadini, esperti in sguardo e poco avvezzi alle frasi lunghe e al ritmo in battere dei comizi. Facciamo domande e domandiamo il quale e poi il perché alla città. E desideriamo risposte e orecchi.

E se mi chiedi quale bellezza salverà la politica e se poi la politica salverà il mondo ti risponderò: ma sì, certo, è scelta attenta e occhio vivo, è domanda, è rincorsa all’architettura del bello, del fuori e dentro e dell’armonia dei contrari. E’ disciplina, sguardo alzato e ginocchia capaci di piegarsi, occhio allenato e presenza. Che per domandare bisogna ascoltare, per ascoltare bisogna star svegli e poi per star svegli occorre trovare un riposo buono.

E se mi chiederai: ma il compromesso è necessario? Ti dirò che non esiste azzurro che non conviva col bianco e nuvole in alta quota e temporali estivi. Poi le mattine della pulizia e dell’aria fresca, le notti afose, e che per ogni alba occorre puntare una sveglia.

alchimia

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