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In piedi sulla sedia

Così a mio agio qui, su carta immaginaria, al riparo della luce tenue di una lampada, su un tavolo di legno scuro, con le dita consumate e il velo del sonno che mi scompiglia i capelli. Così a mio agio qui, tra queste righe nate ribelli e ora chete. Goffo invece quando ti invio anche solo una riga, gli sms e il tono sconosciuto ai diapason. E’ questione di spazio e di stare, ci si conosce in presenza il resto è tutto un delegare all’immaginario. Così non sei drago e nemmeno lucertola, ogni tanto non sei nemmeno tu.

Vorrei contare i tuoi capelli e alla prima caduta ricominciare dall’uno. Così la mia pazienza avrebbe un fine.

Mi sono svegliato presto ieri, spremuta d’arance e occhi grandi, il primo caffè per provare a parlare. E ascoltavo Cesare Cremonini, fuori la luce chiara di un sole di febbraio, ero felice così, con tutto da perdere e un giorno da guadagnare. Non c’è nulla di trascurabile nella felicità. Se tutto diventa indefinibile, tutto diventa scomposto, che fine faremo noi abituati ai puzzle coi pezzi mancanti? Le multinazionali in Cina se ne fregano sempre. Se ne fregano i piani alti degli uffici di Garibaldi e se ne fregano pure gli impiegati addetti alle mance dei cessi dell’Autogrill.

Tornavo a casa al mezzogiorno per mangiare coi miei, il profumo della pelle di mamma e imprecare contro la sfortuna dimmi a che serve? Ricerca il sapore di casa, la bicicletta dell’amico che non vedi da troppo.

La memoria è un compasso sgraziato, non disegna che cerchi, come stagni dal fondale ricco, la fatica del nuoto e il tuffo, far forza sui quadricipiti per riemergere.

I quarant’anni di papà intorno al tavolo di nonna, la torta di frutta, i bicchieri di cristallo, la tovaglia bianca, quanti anni avevo allora? Che poesia avrò recitato in piedi sulla sedia, che paura avevo delle altezze?

Ma non si vive di sola memoria e così rovesciavo pagine di libri sul tavolo, mi asciugavo le guance col fumo denso dei sigari, ballavo sui balconi di Viale Marche suoni mescolati e bottiglie vuote. Non c’era vento e non suonavano i carillon. Tu ascoltavi, perché sapevi ascoltare. Io parlavo, perché non sapevo parlare. Così ci addestravamo al timore e nascondevamo i respiri perché troppe leggerezze ci fanno volare lo sai, e abbiamo paura, ora, che non abbiamo dieci anni e nemmeno ottanta, sempre alla ricerca, di cosa poi?

Foto: Ilaria Margutti, Il filo di Ananke.

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L’ultima ruota del carro

Chissà se lo hai visto Nostalghia di Tarkovskij e il monologo gridato dal folle: bisogna riempire gli orecchi e gli occhi di tutti noi di cose che siano all’inizio di un grande sogno, qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi non importa se poi non le costruiremo, bisogna alimentare il desiderio, dobbiamo tirare l’anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all’infinito. 

E poi me ne andavo al cinema, così tra le lenzuola stese ti ho chiesto: vuoi fidanzarti con me? Nessuna cena elegante, nessun foglietto con due possibilità da barrare con una x. Conoscersi nell’abitudine al lavoro, nella frequentazione dello stesso spazio, e poi il matrimonio, il letto, la vita insieme.

Le parole sussurrate sulla schiena delle coperte, la televisione che ci prende la mano per condurci al sonno e poi le preoccupazioni del quotidiano smorzate in abbracci. Mi ascolti tu, ti ascolto io, dimmelo adesso di che altro ancora abbiamo bisogno? La naturalezza dei gesti e gli amici di sempre, chi non passa mai il pallone e chi trascorre tutta la vita ad aspettare il passaggio smarcante per prendersi la responsabilità del tiro in porta e accettare la gioia del goal. Siamo brave persone, dicono i più, chissà poi che vuol dire, quest’onestà che portiamo nei tratti del viso e pare non serva a nulla; la fatica di molti, i soldi dei furbi e il loro stuolo di amanti.

Poi i disegni su tele enormi per dar colore alla noia dei letti disfatti, dei vetri oscurati a proteggere l’illegalità dei viaggi dei potenti. Parole sporche al telefono e unghie sempre pulite.

I tuoi capelli neri non si riconoscono più nello specchio di questa storia che ci fa guardare le cose grandi dai balconi e ci stringe l’anima a forza di confronti. Quante candeline hai spento e quante ancora ne spegnerai?

E chi sono poi gli altri per giudicare quello che fai, ti appenderanno sulle spalle responsabilità che non hai mai immaginato e sotto all’albero di Natale verranno ad abbracciarti, a controllare la lucentezza delle tue scarpe, la morbidezza del tuo maglione. Ti vogliono bene, lo sai, soltanto la vita li ha ridotti così. Che farsi forti vuol dire modulare gesto: una mano può esser pugno, può esser carezza, lo sai anche tu questo?

E come è semplice parlare delle ballerine inguardabili che indossi anche al mare? Non mi ero mai accorto della tua vita così stretta. Certo poi in pista ti lasci andare, tu Marilyn e io il supereroe di qualche fumetto che in edicola non trovi più.

E finiva che ci ingannavano anche i dottori, vivevamo la vita senza rendercene poi tanto conto, tu che sorridevi al cravattino, il baffo accennato di Carmelo Bene; ci sono cose che si avvertono anche senza capirle e poi sudore e l’ora più bella del giorno, dopo il lavoro, quando le serrande si abbassano e si accendono le luci e fuori è buio, la tavola è apparecchiata, la cena e le preoccupazioni da affidare alla sedia e al neo che porti sulle labbra, la grazia nel lavare i piatti e la consolazione dell’ultimo sorso di vino.

Nel bacio prima del sonno pensare che sei tutto e qui: tu donna, tu madre, nonna, santa e poi troia, diavolo e angelo e fratello e sorella e già figlia. Ho tutte le donne del mondo perché ho te, tu che sei tutte, trovare l’infinito quando sai contare soltanto fino a due.

E lo sai che c’è? C’è che non siamo mai state comparse e non ci hanno fatto mai ridere le battute sessiste alle cene eleganti. Che in mezzo alla folla basta uno sguardo e ci facciamo camino e poi fuoco. Non importa se perderemo ai gratta e vinci, non importa nemmeno che diranno i tuoi, che diranno i miei, magari saremo nonni, magari no.

Ce lo vedremo prima o poi Nostalghia di Tarkovskij e arriverà quella scena, quando il poeta domanda alla bambina: sei felice tu? Di cosa? Domanda lei. Della vita. Continua lui. Beh, della vita, sì. Risponde la bimba, e poi nasconde il viso e poi sorride e poi m’immagino che guarda in alto, che cerca il cielo.

Foto: dalla rete.

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Vasodilatazioni

Così la televisione della Corea del sud mica la puoi guardare. Ti chiedi chissà se ci stanno le ballerine o i muscoli sodi di Mtv. Chissà quale altra cantante ci mostrerà autostrade di gambe e spliff preconfezionati da drogherie olandesi.

Dipingiti ancora le labbra di rosso e affronta la strada. Supera i posti di blocco degli sguardi degli altri, i loro discorsi fatti di numeri e clienti, il pastoso zucchero a velo e le aspirazioni incastrate nei lavandini. E lascia perdere i buongiorno, indossa un cappuccio e tagliati la lingua da piccolo.

Viene quel tempo dei padri che seppelliscono i figli, gli stadi ubriachi di cori e i litigi tra i pugni alzati, una ragione per ogni insulto e la proprietà privata dei centri sociali. Le case occupate e poi chiuse a chiave e quello sporco tenuto nascosto. Sarà la natura dell’animale che protegge il territorio e piscia ovunque per far sentire il puzzo del branco.

Sarà che le tue cosce mi tengono compagnia in questa noia irrisolta. Dei pomi d’ottone ai bordi del letto e degli specchi che usavamo per guardarci i muscoli finalmente in tensione. Che snobbavamo le palestre e non sapevamo nulla dei parlatoi, delle tue carceri ai bordi del naviglio e di tutta quella ciurma che veste in livrea.

Così tu prendi aerei, tu invece auto, tu ancora autobus e biglietti del tram e dorsi della mano neri d’inchiostro. Rimanere puliti è impossibile, mi dici. Poi scoperchi il cofano dei tuoi occhi per la messa in moto di tutte le mie vasodilatazioni e l’attività accelerata dell’ipotalamo.

Quel che rimane sono solitudini che sconfinano in isolamenti, non basterà l’acqua sul fuoco, pastasciutta e vino e notti insonni, incubi ricorrenti, ansia e petto che sembra esplodere, respiro che rimane nel ventre, succhi gastrici a rincorrersi in gola. Non basterà tutto questo a colmare il pozzo della mia irrequietezza.

Verranno gli elicotteri e troveranno una folla radunata in nome della curiosità. Per la paura del vuoto ci costruiamo vite debordanti. Io non possiedo nulla: soltanto tagli sulle dita, milioni di pagine di libri, parole scritte a penna, bigliettini ripiegati su se stessi, e desiderio di disciplina e di orari fissi. La libertà scompare a nominarla, è un po’ come te, che a furia di cercarti si finisce per perderti.

Foto: Toshio Saeki.

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Dietro queste mura

Sembra non esserci un altro muro dietro queste mura. Questo è importante. Significa che se oltrepasso la soglia non avrò altre mura intorno, soltanto spazio vuoto e libertà di passi.

Così ti chiedevo di portarmi a guardare l’orizzonte, ti fermavi a pensare e non dicevi nulla. Io ti seguivo e stavi sempre un passo avanti come chi si prende la responsabilità di un insegnamento.

Era notte, non avevo l’orologio e il tuo andare troppo svelto per prendere il cellulare dalla tasca. Tra gli ubriachi di Porta Venezia e le insegne illuminate anche la notte, il rumore dei tuoi passi come un metronomo su cui regolare il respiro. E ti guardavo le gambe e mi beavo delle tue imperfezioni. L’odore dei kebab arrosto e le lingue straniere. Mi prendevi la mano per invitarmi ad allungare il passo e superavamo i tralicci del tram giù in fondo a via Porpora. L’ultima corsa della metropolitana e gli sguardi a riposarsi sull’asfalto. Le borse tenute strette e il nostro slalom speciale tra gli ultimi avventori del buio.

Ti fermavi davanti a un muro grigio, accarezzavi lentamente la superficie irregolare del cemento e indugiavi sullo spray nero spruzzato da qualche adolescente; e senza voltarti dicevi noi siamo così, una scritta indistinta sotto il cielo grigio. Poi ti arrampicavi sul muro: i tuoi sforzi ostinati e i tuoi fallimenti ripetuti. Così ti offrivo le spalle, facevi forza sugli avambracci, spingevi con le gambe e raggiungevi la cima. Seduta con le gambe a penzoloni guardavi davanti a te le scritte luminose che annunciavano il ritardo dei treni. Per me fu semplice raggiungerti, l’esercizio di tutta la mia adolescenza: saltare le recinzioni per recuperare il pallone. Sei più importante di un SuperTele, ti dicevo, e un poco più pesante. Ti stringevo le mani e tu le ritiravi. Giocavo a fare dei riccioli coi miei capelli e guardavo nel vuoto anche io. Perché siamo qui? I treni la notte non passano e non abbiamo comprato nemmeno una birra per goderci la rappresentazione di questo vuoto. Una birra, mi facevi il verso, hai sempre bisogno di qualcosa da fare altrimenti ti annoi, sarà per questo che dici sempre che vuoi smettere di bere, di fumare, di scopare, per ridarti la possibilità del non fare nulla e cambiare la velocità dei tuoi presenti. Mi hai portato qui di corsa, ti dicevo io. Non potevo fare altrimenti, dicevi tu, lo spettacolo è già iniziato, tra poco pioverà e tutto diventerà evanescente. Quando piove scompaiono i significati è per questo che riflettiamo di più.

Mi giro per baciarti e non ci sei più, chissà dove sei. Non mi viene da piangere da giorni. Passa veloce un treno e lo spostamento d’aria mi fa perdere l’equilibrio. Cado all’indietro, il riflesso del mettere le mani davanti al volto. Soltanto qualche graffio e striature nere tra le dita. Cerco una panchina, la trovo, è verde, le assi di legno consumate e un tappeto di cicche di sigaretta.

Ti siedi di fianco a me, mi dici: non cercarmi, lo sai che io vivo lontana. Sei partita senza salutarmi, ti dico io. I saluti non servono a niente, mi dici tu, nessuno se li ricorda i saluti. Ho ancora il tuo libro, hai sottolineato delle pagine, l’ho scoperto soltanto sfogliandolo, ho deciso di leggerlo quando hai cominciato a mancarmi. Io sono qui, mi dici tu, ci sarò sempre.

Perché non ti fai abbracciare? Ti chiedo io.

Perché non sono di carne.

Ma riesco a vederti.

Io non esisto, lo sai.

Riesco a vederti.

Lo so.

Foto: Susan Meiselas.

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Ballano, ballano, ballano!

L’ironia critica e le classifiche. Le visualizzazioni, le vite regalate, i record imbattibili e le menzioni d’onore. Frequentare il volto truccato del potere e trasformarsi in polpi, la multi-presa per affrontare il presente e non raschiare mai il fondo.

Il fatto è che a certe cose o ci sei avvezzo o non lo sei per nulla.

Ti proporranno travestimenti tutta la vita, tu hai l’armadio già zuppo, non sai a chi donare il vestito e ti senti bene anche nudo.

Proprio ora sto immaginando i tuoi piedi, è così sciocco perché a me i piedi non sono mai piaciuti. Così realizzo che quando riuscirò a guardarti le unghie senza imbarazzo allora saremo così intimi che, insomma, potremo svegliarci insieme e fare ognuno la colazione all’ora che preferisce e magari andarcene a cena la sera soltanto scrivendoci: io non ho voglia di cucinare e tu? Io nemmeno, dai usciamo. E non ci sarà più nessuna ansia, nessuna attesa.

Proprio ieri sera si diceva che a invitare a cena una donna e poi il drink, la discoteca, beh, si paga di più che andare a troie. Qualcuno diceva è vero, qualcun altro: vuoi mettere il fascino? Vuoi mettere la seduzione? Tu poi mi prendevi in disparte, dicevi: lo sai, io non potrò amare più, cerco soltanto surrogati per rendere sopportabile la mia solitudine, forse dovrei comprarmi un gatto. E io a dirti che il sesso non mi interessa più granché, frasi così solo tu riesci a capirle, perché in fondo non è vero. Ma siamo sentimentali e davanti alle fronti lucide e alle idee del cinismo ci rifugiamo ballando come gli adolescenti e disinteressandoci di quel che succede intorno. Una volta invece avevo occhi dappertutto e controllavo chi avevo di fianco, la donna più bella, e lanciavo occhiate che rimbalzavano su capelli decolorati e orecchini inguardabili. Nell’evoluzione del desiderio le nostre frustrazioni. Il fatto è che confondiamo il traguardo e la corsa. Siamo in vita per vivere, non per arrivare da qualche parte. Cosa significa vivere, cosa arrivare? Mi domandavi tu. Io rispondevo: lo vedi, siamo qui e parliamo delle nostre grandi masturbazioni mentali eppure non ci vergogniamo e non ci stanchiamo e lo sappiamo che sono soltanto discorsi e non porteranno mai a nulla, e ora versami un bicchiere di Falanghina, apriremo poi un Roero Arneis, è freddo e nel frigo, non aspetta altro. Abbiamo trent’anni e diciamo ancora “spacca” e “bella lì”, la bella gente ci guarda male, non sarete un po’ troppo cresciuti? E ci accorgiamo che parliamo di pompini e scopate con una naturalezza sconosciuta, qualcuno ci morde la lingua, dice: certe cose si fanno e non se ne parla. Noi invece ne parliamo così tanto che finiamo per trascorrere notti in dolcezze a immaginarci mondi paralleli dove la gente si parla e si ama per davvero, dove non esiste l’interesse e ascoltare è più semplice del raccontare se stessi e un pompino conta tanto quanto una carezza, un sorriso.

Ho nascosto l’io sotto al giubbotto, ho deciso di guardare negli occhi e far tanto silenzio, prendermi il tempo del sorso del vino, di quando guardi il fumo sparpagliarsi nell’aria dopo aver fumato.

Oggi, solo per oggi, non ho alcun interesse che qualcuno mi legga. Nessuno. Presuntuoso come pochi, dirà qualcuno. Egocentrico, narciso, egoista. Può darsi. Leggevo di Bertolucci e quelle assurde polemiche sul sesso anale di mr. Brando all’insaputa di Maria Schneider e via e via, qualcuno diceva che chi scrive o suona o canta e cose così va a finire che a volte dimentica le consuetudini cordiali e sfrutta cose e persone per quella necessità che lo muove. Io non lo so se è poi così vero, tengo davanti il rispetto e la buona creanza, ma è vero che capita di debordare: augurare buone notti a chi ha già chi gliele augura, salutare con invadenza gli sconosciuti, porre domande che possono essere mal interpretate.

Immaginiamo mondi dove tutto è permesso, poi nella presenza dell’a tu per tu siamo semplici e sorridenti, poco furbi e sprovveduti. Creduloni e sciocchi, facilmente affascinabili. Così ogni tanto, più per paura che per desiderio, abbassiamo lo sguardo e ci fissiamo le scarpe. Incapaci di muoverci e con la paura di essere giudicati tatuata sulla fronte. Troppo magri, troppo grassi. Vorremmo essere sempre altrove e non sappiamo goderci il momento, così trascorriamo in noia le nostre notti e se appariamo folli, ribelli o invadenti è perché non sopportiamo l’immobilità. Chiamala tu superficialità, colpiscimi in mezzo agli occhi e ripetimelo più volte: se sei questa continua confusione è perché vuoi vivere più vite e fingere di non esistere per davvero. Hai così paura della morte che ti crei più esistenze nella speranza dell’immortalità.

Perché ancora vivi col desiderio di lasciare qualcosa alla posterità? Perché non abiti il presente con passo sicuro? Una volta qualcuno mi ha detto: volevo fare tante cose, poi ho fatto due figli e a loro leggo una fiaba ogni sera e insegno il saluto e l’incontro, credo sia molto. Così di fronte a quella montagna ho aperto la bocca nel gesto dell’estasi. Famosi o non famosi, non c’è tempo per arrivare a tutti. E poi ci pensi ai volti di plastica degli attori di Hollywood, di quella volta che ho scritto “A Miché”, l’amico mio negro che si voleva far prete per non entrare nell’esercito e mi faceva vedere le foto della sua ragazza che aveva due figli,  Miché che con l’inganno e in elemosina sorridente si è fatto regalare una macchina fotografica ed è diventato il più ricco del villaggio facendo foto e vendendole, poi ha preso una barca, è venuto in Europa, mi ha scritto dalla Germania: mandami dei soldi. Gli ho risposto col cazzo, nulla ti è dovuto, amico mio. E mi sono sentito male per mesi, ora quando c’è qualche notizia di quelle tristi sull’emigrazione io penso a lui. Penso alle storie originali e provo a togliere il velo del pietismo come si fa col grasso quando il brodo raffredda. Siamo sospesi tra il buonismo e il cinismo. Tutti questi ismi che ci riempiono la testa. Che ce ne facciamo del pensiero strutturato? Mi dici tu.

Quando vai a teatro e c’è lo spettacolo di DelBono, quello nuovo, si chiama Orchidee e ci recitano un ragazzo down, un ex tossico mendicante e un signore di 77 anni che ha vissuto più di metà della sua esistenza in manicomio, e poi uomini e donne imperfette eppure così veri che tu dici il mondo è insopportabile, ma se troviamo un modo, uno stile per starci può aprirci a speranza. C’è un girotondo di nudità che fa pensare ai quadri di Renoir, pittore della gioia, per qualcuno. In quel momento ho fatto pace col teatro, mi sono detto tutto sta qui e non era un’idea fricchettona, ma solo il riconoscimento del corpo e il suo utilizzo per non sbranare, per non appagare, ma per stare insieme. Non c’è una drammaturgia tradizionale, non per forza una storia, ma corde vive e confessione sincera: per me l’unica gente possibile sono i pazzi diceva il mio caro Kerouac, ma il pazzo è colui che esce dal paradigma è alogico che poi forse è una patologia, forse sarebbe meglio dire, pur con un neologismo, è antelogico: quel che era prima della parola e trova nella parola riposo soltanto dopo essere uscito dai binari che i più hanno disegnato.

Rendere questo mondo vivibile è possibile soltanto se riconosciamo la nostra umanità e non cerchiamo di adeguarla agli spigoli che ci hanno disegnato intorno. Ci chiameranno esseri semplici, poveri, perversi, disperati, peccatori e impuri. Saremo santi che ballano una musica che gli altri non sentono. E ballano, e ballano, e ancora ballano e per le strade si riconoscono.

Foto: Nicoletta Branco, il mio amico scrittore.

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Lo sai com’è difficile essere nessuno

Il fatto è che la nostra rivoluzione non è un da farsi perché è di ieri, perché è di oggi e sarà anche domani.

Così alle tre del mattino il tuo fegato chiede il conto della notte trascorsa. E quando non troviamo discorsi a cui aggrapparci per portare alla luce le nostre profondità affondiamo la cannuccia nel Negroni e il Vodka-lemon ci permette di sopportare la musica e quel dj che si muove troppo e quella barba così folta che alla fine ti sta male.

Tra i leggings e i push up corriamo il rischio di slogarci il collo e per le scarpe puntiamo l’immaginazione alla moda parigina che qui a Milano vanno di brutto i negozi cinesi.

L’enoteca di Paolo Sarpi è strafatta di professionisti e son pure simpatici, fa tutto parte del dopo lavoro. Ti rendi conto che a Milano si è smesso di chiedere: “e tu che lavoro fai?” e si punta il tutto sulle passioni: La bici a scatto fisso e poi la musica, di che elettronica stiamo parlando? Mi piacerebbe anche a me un nuovo tatoo. E che ne dici se ci apriamo un tumblr assieme, magari ci tiriamo fuori qualcosa di buono. Ho in mente una start up e lui fa il giornalista potrebbe presentarti qualcuno, lo sai com’è difficile essere nessuno.

Così c’è chi nasconde il cognome e tira di bianco per distruggere l’immaginario democristiano della famiglia dei piani alti. Si dice così che a piano terra costa tutto di meno, lo sai, colpa del traffico, le polveri sottili e la mancanza di tregua allo sguardo.

Ora puoi guardare quel non so che di contemporaneo che hanno costruito là a Garibaldi al posto del Bosco di Gioia dove ci riempivamo di spliff mentre le madri lasciavano i piccoli arrampicarsi su scivoli blu e solleticare il cielo sulle altalene, i cani pisciavano allegramente e le farfalla s’erano estinte.

Ora invecchiamo sui tavoli di lavoro e lasciamo cadere i capelli sul pavimento: il segnale del nostro passaggio e la rigenerazione del cuoio capelluto.

E il parlamento invece è così distante dai nostri oggi che lo trattiamo come il gossip e ci infervoriamo durante le crisi, per tutto il resto alziamo le mani e appoggiamo il gomito sul generalismo.

Signor Presidente della Repubblica lei è invecchiato, si fa mal consigliare.

E ancora su Facebook mi spertico in come stai che spesso suonano come invadenze. Che la proprietà privata non è soltanto spazio, ma rapporto e conoscenza. Noi siamo noi, voi siete voi. Il resto è virus che interroga e avvelena.

Così alle mie domande fai a meno di rispondere, resti nel tuo, che dentro al recinto siamo al sicuro. Invece sulla strada si perdono treni, si inseguono aerei e si diventa così retorici che si finisce per non dire nulla e in questo niente, invece, ci sono io e ci sei anche tu, perché la ricerca spesso è così vuota che ha bisogno di un contatto anche superficiale. Chiamala se vuoi solitudine, questa per me è cultura, questa per me è maturità. E poi mettici tanta debolezza.

Foto: dalla rete.

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10 ANNI DI MERCANTI DI STORIE

Un casting per una pubblicità, un ruolo minore.

La sala d’attesa, maniche di camicia abbottonate e i soliti discorsi del tu cosa fai e perché sei qui, ti hanno pagato, ti hanno comprato?

Quando non interessa il chi sei e ci si concentra sul come ti guadagni la vita, di che vita poi ti stai guadagnando importa a pochi.

Massimiliano è seduto di fianco a me, mica lo conosco, io mi leggo Majakovskij perché in quel tempo mi sento fico a leggermi le vite dei poeti che non sono contenti mai e vivono d’istinti e sensibilità, e saltano sui tavoli delle cene borghesi e vomitano malesseri e utopie, io inadatto alle sfilate e al taglio definito della barba.

Una battuta per passare il tempo. Una donna sui quaranta che ci spiega quanto è bello recitare, dare vita a un personaggio, dice che NOI sì, NOI sì che pensiamo, NOI sì che scegliamo, NOI sì che sappiamo. Io e Massi ci guardiamo, alziamo le spalle, un sorriso: “arrivederci signora”.

Buona fortuna. Esce dalla porta portandosi dietro il dolce del profumo acquistato da Sephora.

Noi chi? Dico io.

Noi chi? Dice lui.

Io no. Manco io.

E via con le presentazioni, il rituale per passare il tempo. Io ho fatto la Grassi, quell’accademia là in zona Bligny, io pure. Io drammaturgo, io attore. Bella storia. Come stai? Di merda. Tu? Media merda. Almeno tu sei innamorato, corrisposto, dico io. Vero, dice lui.

E poi parole su un parrucchiere terrone che taglia bene i capelli. Ci vuoi andare pure tu? Magari.

E così Massi mi dice dei Mercanti di storie, io gli racconto di Santo Francesco e dei miei monologhi per i Frati Cappuccini. Mica lo conoscevo ancora. Lui ride, dice: Francesco c’aveva le palle. Due, dico io.

Piero Ciampi piace a tutti e due e “figli, vi porteremmo a cena sulle stelle, ma non ci siete, ma non ci siete.” Colpa della crisi e dei tagli alla cultura. Dice qualcuno. Mica ci credo io.

Ho voglia di un bicchiere di rosso, facciamo due, magari tre.

E poi al teatro vado a vederlo, dice pure le bestemmie lui, forse un po’ troppe penso io, però ci sa fare e sai cosa ti dico, mica è un attore, no, pure se ha recitato per Latella e con Paolo Rossi, io non ci vado a vederlo agli altri spettacoli, io me lo vedo coi Mercanti di Storie, quando ha voglia di dire quel che gli piace, di fare quello che lo diverte, necessità la chiamo io. Che poi alla fine mica condivido tutto, ci piacciono l’alcool e le donne, ci piace scrivere e cantare, urlare e sussurrare.

Ma son contento che non faccia i personaggi lui, che alla fine mi piacciono le attrici, ma in fondo mi annoiano e va a finire che mi innamoro delle fotografe, che c’hanno gli occhi diversi. A volte liquidi, ma son termini dettati dall’emozione e mi ci perdo facile.

In quei tempi faccio il barman al Pentesilea, là in zona Sarpi, quello di Germana e Claudio per intenderci, quello dove la notte si fa più leggera e aspetta il mattino per raggiungere casa col passo incerto. E diamo la colpa ai bicchieri delle nostre disgrazie. Al Pentesilea ci suona e ci beve spesso Giovanni Melucci, che è sensibile e porta il cappello e possiamo discutere ore dell’ultimo piano di Melegari in via Paolo Sarpi, ma poi va sempre a finire che parliamo di donne

Giovanni e Massimiliano e Patrizia, che conosco meno, ma vedo a teatro e in foto, sono i Mercanti di storie e festeggiano dieci anni. Mi sento un po’ vecchio e scrivo da Parigi, sembra una cartolina coi bordi rovinati.

Lo spazio del teatro torna ad essere casa, piatto caldo, caffè freddo, sputo, vita, coltello, guadagno, e portafogli rubati e abbracci, baci con o senza lingua, salti della quaglia e magnifiche notti d’amore. Non è più il mi piace o il non mi piace, a culo, no, io dico che c’è un credo sotto, una passione vera. Possiamo essere persi, dispersi, santi o raccoglitori di pomodori, avvezzi al rancore e molliche di pane, per coltivare il sacro e dare un senso alle notti occorre un rituale collettivo e un motivo. Ecco qua, e via a mercanteggiare storie senza la pretesa di essere altri se non se stessi. Mica attori, no, performer del sè con l’occhio aperto al presente e quelle malinconia sofferente che non conosce felicità, ma dona gioie e sbornie. Che me ne faccio ancora della felicità? Ripeto io.

Di quando ci vedevamo a Macao, sul grattacielo, in piazza, in Brera, al Bellezza, caro Massi, e non ci dicevamo niente, magari uno sguardo, che uno parlava, l’altro osservava. Che ti piace metterci il cazzo e il fanculo e magari il porcomondo per attirare l’attenzione, ma poi sei leggero e sai chiedere scusa. E poi sei sincero.

Son mica lodi queste, son troppe parole per dire che non siamo mica soli al mondo mentre urlo in una stanza chiusa. E lodo l’uomo, per me il teatro come rappresentazione è morto. Sepolto.

Evviva tutti, buon compleanno e fanculo, cazzo, fanculo. E poi bella lì, che son sempre nato a Bollate io, provincia di Milano, eh.

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