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Oooh e suoni di campanelle

Gli occhi divisi tra i tuoi mappamondi e il meridiano nero, pensieri affondati. Il mio strabismo di Venere, il neo sulla guancia sinistra e la leggerezza dei tuoi capelli. Lecca lecca tra i nostri respiri e bottoni da far saltare a ogni contatto.

Ti stringevi al muro per non prendere freddo, la curva dorata della tua schiena, gli scivoli delle tue cosce e tutto il calore del sole che nascondi dietro le spalle. Aspettavo i tramonti, i tuoi risvegli urlati e le mie mani a coprirti le labbra.

Ci guardavamo come fanno gli alieni con le pupille disordinate tra le lenzuola e la ricerca di un’armonia nell’ansimare. Poi ti scrivevo haiku sulla schiena, ti rilassavi al contatto del pennello e nero di china tra le tue scapole, il tuo ombelico come un bersaglio, gli schizzi a mano libera, poi disegni accennati in punta di lingua e le parole che ci rimangono tra i denti.

Sarà che il sacro risale alle nostre viscere, non vedo il male nelle vicinanze, nei desideri che non esprimiamo per non vergognarci. Vuoi dirmelo cosa sarebbero le rivoluzioni senza il narcisismo? L’hai guardato a lungo il ritratto del Che? Trovare bellezza nei colori del viso e nell’armonia del contatto, perdere il controllo dei battiti, la salivazione aumenta, puoi parlarmi ora delle tue sopracciglia, del rosso delle tue labbra e del sudore che mi riga il volto.

Ci si morde per sentirsi vivi, dicevi, e stringevi le gambe per far correre il cavallo, la criniera al vento e gli zoccoli duri, quante autostrade e quante montagne, quanti cieli immaginati sopra le nostre teste e scritte bianche a ricordarci di alzare gli occhi.

Poi tra i vagoni dei treni ci siamo distratti in sonno, le dita dimenticate sul muro e magliette disperse.

Dovremmo fare colazione ora, non rimandare i domani cercando il calore delle brioche. Fuori è tutto un brusio di lavatrici, un bisbigliare di porte chiuse e vetri appannati. Aspettiamo la neve per raffreddare i nostri desideri appesi agli alberi del Natale, il latte caldo fuori dalla finestra. Arriveranno le renne, arriveranno e non avremo più paura di rivelarci. Così deboli, storpi, soli, affannati, capaci di stupirci in danze proibite agli occhi degli altri. Ooooh e suoni di campanelle. Ooooh e suoni di campanelle.

Foto: Francesca Woodman.

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Come i marosi

Di chi ha dita così rovinate che sembra lavori nei campi o al bancone di un bar, che costruisca case e autostrade, invece no, è l’attesa che divora la carne e lacera i tessuti.

Così una goccia di sangue non è il passaggio all’età adulta, ma il girare intorno a se stessi che fa perdere la testa ed esplodere il cuore.

Hai voglia a prendere esempio dalle vite degli altri, non potrai vivere a lungo sull’è stato detto, andrà a finire che troverai uno specchio e ti chiederai ancora chi sei.

Mi dici che sono così noioso, che servirebbe uno shock di quelli forti che mi faccia dimenticare tutte le domande e mi trasformi in animale che non giudica gli istinti, ma li asseconda. Così se ti avvicino al muro, ti annuso i capelli, ti faccio girare e ti penetro da dietro dovrei dimenticarmi l’estetica, quella viene prima, ora è tempo di concentrarsi nell’estasi. Invece mi lancio in riflessioni come si fa col marmo liscio dei Rodin. E comincio a dirti che i quadri andrebbero trafugati alle fondazioni ed esposti alle pareti di case qualsiasi, mi guardi le spalle e mi chiedi: chi li ha inventati i musei? Così proviamo ancora a farci armonia, il mio ventre s’infrange contro al tuo come fanno i marosi. Tu sbrigli la lingua e citi l’espressionismo grottesco, io e le mie valvole in sussulto, poi il fischio lungo per tornare al porto.

Manca la musica, mi dici tu. Non la senti, rispondo io. Le parole rimbalzano tra i denti e melodie sul palato, che te ne fai dell’elettronica?

Faresti meglio a tradirti -mi lanci la maglietta, ti sistemi i capelli-, a prenderti meno sul serio. Io rido e stringo il cuscino, come i daini salto sul materasso, distendo le braccia, i palmi rivolti al cielo: dovrebbe piovere, le senti le prime gocce, vieni più vicina, salta anche tu, facciamoci branco. Ci pensi un poco, prendi la rincorsa e mi raggiungi, così a tuo agio nel nudo, così vicina che sembra Titanic, ti metti a ridere, certo che sei banale, sussurri. La senti la pioggia, una goccia, un’altra e una ancora, chiudi gli occhi, lascia che piova e poi fatti stringere, ti asciugherò i capelli più tardi, ora lasciati andare, finiremo per piangere o urlare noi che ancora sappiamo immaginare.

Foto: dalla rete.

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La libertà scritta sulle lenzuola

Così ti hanno dato il permesso di svitare il barattolo, che era già aperto, dicevi tu, ma non potevi uscire.

Che frustrazione guardare il cielo e trovare il vetro che spegne ogni volo.

E sostituivi ai muri i quaderni e poi mille tag  per decifrare il significato del tuo nome e isolarlo dagli altri. Tu li chiamavi fratelli, lo vedi poi che il cristianesimo e il comunismo in fondo in fondo si baciano? Te lo ricordi il graffito sul muro di Berlino, quello che nessuno capisce che significa e non si distingue tra giacca e camicia così sia lode ai patti stabili, agli amori senza distinzione di sesso.

Questa libertà ci farà male, ti dicevo io, mentre la trota cuoceva nel forno e tu appoggiavi gli occhi sull’orizzonte, dicevi lo vedi laggiù, lo sai che oltre mi è vietato andarci?

E col pensiero scalavi montagne e ti fermavi a riflettere sul significato della parola impegno e ci tiravamo paranoie infinite sui fumetti erotici degli anni novanta e mi dicevi che non è tanto l’atto in sé a sapere di meraviglia, ma tutto quello che c’è intorno. E l’inerzia ci portava a ballare sotto i soffitti alti i ritmi elettronici di un non so chi e mi dicevi lasciamo perdere i contatti, è questione di odori, lo sai.

E l’animale giocava tra i cuscini e tenevamo lontana ogni seduzione perdendoci a guardare gli spazi sporchi tra le piastrelle, colpa degli spliff dicevi tu, è un fumo di merda, potevi almeno pensarci.

E attraversi ora le strade facendo forza sulle cosce sode, la velocità dei pattini a rotelle e nessun timore dei semafori rossi. Sui luoghi del passato prossimo quelle lenzuola con scritto il tuo nome e la parola libertà. Sei libera ora oppure si sono allargati gli spazi? Che ne sarà di quei domani che avevi appuntato sul calendario? E l’emozione del varcare la soglia ci farà ancora venire presto e si rivelerà in pene o in gioie?

Per festeggiare taglieremo i cuscini e dai balconi getteremo piume: strade bianche e voglia di neve. Fatti abbracciare dai tuoi e riprendi il tuo posto. Sorridi ancora e sorprenditi diversa. Che i luoghi ci cambiano e gli orizzonti ancora ci interrogano. E attraverseremo le strisce pedonali ricordandoci di guardare negli occhi gli sconosciuti, per domandarci da dove vengono e dove andiamo noi. E spegneremo anche Rai3 quando ci accorgeremo che ci mettono a pecora per assecondare la morale dell’oggi e non far male a nessuno, sentirci più buoni. E ti prometto che non criticherò più il narcisismo degli altri e sostituirò l’io col tu che solo così ogni incontro è possibile e le domande non restano al silenzio.

Foto: dalla rete.

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Lenzuola

E quella volta che l’ho detto a tutti tranne che a te. Che mi piacevi e non potevo proiettare sui muri nessun’altra. Che avrei rimboccato le pieghe delle tue ginocchia tutte le notti e ti avrei portato a sorvolare le fabbriche per proteggerti dalle truppe di terra. E ascoltavo sempre la stessa canzone. E dormivo sul pavimento e conservavo le lenzuola pulite per le tue spalle fredde. E cominciavo le frasi e non le chiudevo mai per paura della fine. E poi ho incontrato lei e tu ti sei nascosta nell’armadio insieme ai poster di Non è la Rai. Quando ti ho sentita starnutire, ma faceva troppo freddo e si stava come gli dei sotto le coperte sporche di vino e ho fatto finta di non sentire. Per tutte le volte che non mi hai aspettato. Che avresti potuto anche scendere in pigiama.

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