Nelle tue scarpe aperte

Nelle tue scarpe aperte l’assenza dei chilometri percorsi aggrappato ai tuoi capelli cortissimi. Le fotografie mai banali e la grazia dei colori pastello di fine anni ottanta.

Nella rivoluzione delle temperature, di questi inverni infiniti e delle estati dei centri commerciali, gli orizzonti infiniti di certa gioventù mi regalano speranze. Lo sguardo intenso degli occhi nocciola e questo nuovo cielo a ricordarci la potenza del blu.

Ti scrivo con l’istinto di certe adolescenze; quando prendevo la bicicletta per l’ultimo saluto all’amica del cuore prima di partire per il mare, che mulinavo forte sui pedali e finivo per baciare l’asfalto.

Nel malessere delle domeniche di maggio le necessità: pulire casa, lavare i piatti, fare il bucato e poi cambiare aria e prendere la strada. Una birra fredda e il sapore intenso dei vini del centro Italia. Un Chianti Classico o magari uno Zibibbo, è così accogliente il tuo ombelico che non avrebbe senso non trasformarlo in fontana.

E mentre si muovono i treni delle relazioni a distanza, io faccio le prove allo specchio e dando la schiena intreccio le braccia sopra le spalle e stringo così forte che faccio spremute di solitudini per saziare la sete di conoscenza delle 16 e 26.

Sono venuti a raccontarci del festival di Cannes e degli abiti meravigliosi, le cosce abbronzate e le dichiarazioni senza senso dei critici. La necessità taglia le dita e fa girare la testa. Esistono film per piangere e filosofi ben vestiti che fanno della parola un ronzio fastidioso. E regalare sorrisi a chi ti è vicino e infischiartene della banalità. Ricercare il linguaggio nuovo nel due degli occhi e nell’accoglienza. Così ogni persona diventa storia e ogni incontro da raccontare.

Vorrei tornare a chiederti come si chiama tua madre e quanti anni ha il tuo cane. E scrivere ai miei amici quelle frasi brevi zuppe di parolacce, e dare un voto ai nostri trent’anni come in da 0 a 10 che è un film di Ligabue, quello che canta.

Quando ho incontrato per caso Servillo a Parigi ho avuto paura e non son stato bene. Non per colpa sua, certo. Queste nostre sensibilità hanno bisogno di campi da arare, tavole da apparecchiare e sassi da chiamare per nome. Che ho per amici dei monaci e dove vivono loro ci sono ancora le lucciole.

Foto: Cristina Altieri

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