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Dialogo con Erri De Luca, Università Statale Milano

Entro in università come non facevo da tempo, dalla porta di servizio. Meglio sarebbero i portici, ma sono in ritardo. Lui è già sulle scale, altissimo e magro, che a mezzogiorno non mangi mai ormai è risaputo.

Quel che mi interroga sono le foto con e l’autografo al libro preferito: sia lode ai vent’anni.

Quattro sedie sistemate sopra ai gradini nel corridoio di fronte all’aula magna. Altre sedie sparse e panchine.

Occhi neri nerissimi. Occhi azzurri azzurrissimi. Poi pensionati curiosi, due uomini in giacca e cravatta e giovani di barbe fatte e barbe sfatte, qualche rasta ben sistemato, qualcuno arruffato, stivali dalla firma nota e un mondo di Clarks. I simboli e le maschere nere sulle statue greche, andiamo a inscenare un dialogo e prendiamoci spazio. Quello al di fuori delle aule e dei riscaldamenti, quello fuori soglia. I discorsi d’attesa: quel prof è bravo e quell’altro meno. L’hai letto il suo ultimo libro, sai parla del mare. Mi piace il collo della ragazza davanti a me, veste di nero, ma non è in lutto. L’attenzione colta da un adesivo con la scritta NO TAV appiccicato a una sedia. E poi la nuova resistenza che comincia dalle magliette: Join the new resistance. Baciatevi pure e baciatevi tutti, mi viene da dire, tutto colpa degli scatti ormonali: quanti volti belli!

Poi le cravatte si staccano dal pubblico e riempiono le sedie vuote: sono avvocati, lui è lo scrittore e veste con camicia e maglione. Le firme scemano e il nostro raggiunge il suo posto mentre un volto pulito, occhi curiosi e bell’eloquio, presenta l’incontro e mi piace cominci dicendo guardateci qui, fuori dalla grazia di un luogo, in mezzo al via vai di certe code di cavallo ben pitturate e magliette attillate e orari da rispettare. Si renderanno conto prima o poi che lo spazio è importante? Pare di no. E allora via che si comincia.

Sull’intellettuale coerente e il favore alla pratica del sabotaggio. La politica di resistenza culturale e poi la domanda: perché la cultura quando diventa partigiana fa paura?

Non è facile utilizzare al meglio questi termini: politica, partigianeria, resistenza. Io li accolgo cercando di relazionarli al contesto e nulla mi suona male.

E poi intellettuale è soltanto un’etichetta o qualcosa di più? Il ragazzo di fianco al viso pulito si tocca un sacco i capelli, indossa una giacca niente male e utilizza parecchio la parola meccanismo, poi macchinazione, poi macchina, arancia meccanica, apparato repressivo e ancora meccanismo. C’è qualcosa di artefatto in questo mondo, è vero.

Chissà se Erri de Luca, che scrittore è, riesce a dirci qualcosa di questa narrazione distorta dei fatti del piccolo globo.

De Luca così prende parole, dice io sono qui disposto all’ascolto. Prendiamoci il diritto all’ascolto e impariamo ad abitare i luoghi e a non abbandonandoli quando questi hanno bisogno. Racconta di un suo amico poeta bosniaco rimasto in città durante la guerra, diceva il poeta: “in molti si sono innamorati con le mie poesie, sono io responsabile della felicità ed ora, che il periodo è critico, devo farmi responsabile anche dell’infelicità.” Avverto quindi il bisogno di stare, di occupare lo spazio. Ecco quella che per me è occupazione.

E a me viene in mente ora che quand’ero adolescente regalavo i suoi libri, nessun amore degno di nota, ma tanto lirismo e qualche scampolo di intimità.

Continua De Luca: “Il portatore di parole condivide il guasto con la propria comunità. Negli anni settanta militavo in un’organizzazione rivoluzionaria. Si era rivoluzionari perché il mondo era in rivoluzione, non si poteva fare altrimenti. Noi facevamo la lotta estremista radicale perché volevamo cambiare le cose rovesciando i rapporti di forza. Oggi, invece, qualcosa è cambiato. Non si rivoluziona nulla, ma si difende il diritto ad esistere. In Val di Susa difendere la sovranità del suolo vuol dire difendersi dall’estrazione di uranio che non si riesce a cancellare, lo si può solo nascondere o scaricare da qualche parte ignorata dai più, farà male e porterà morte.

Chiamo sabotaggio politico quel che avviene in piena luce, quello che oppone corpi. Quello che occupa lo spazio, appunto.

Intanto la Tav non si può più fare e non si farà perché esiste un sabotatore inafferrabile che si chiama Hollande e vive in Francia e ha affermato che i francesi inizieranno i lavori nel 2030. Questo significa che lo scavo oltralpe non si farà.

Quanti interessi in Italia? Fare un buco per fare un buco e null’altro. Se quel buco si farà si costringerà la popolazione della valle a una deportazione che ci si dovrà auto imporre. Un Vajont differito, dove non sarà la natura a far disgrazia, ma l’uomo all’altro uomo. E intanto i ministri dell’interno inaugurano le frese. I ministri passano e le frese restano.

E la libertà di parola o è allineata o è un atto criminale. Io sono per la parola responsabile, quella performativa che si prende la responsabilità del suo essere detta. Non come chi dice e non fa, non come chi dice e poi ritratta. Chi smentisce continuamente se stesso non conosce responsabilità alcuna.”

Conclude, si accarezza le guance. Un applauso.

Prende poi la parola una delle cravatte, appena comincia a parlare diventa subito più umana, meno stretta. E’ uno degli avvocati che segue gli arrestati per i sabotaggi in Val Susa e tanti dei presenti che fanno della politica atto e non soltanto parola. Dice che ormai la categoria della legalità si sovrappone a quella della giustizia.

Per me questo è già straordinario e mi basta. La giustizia non coincide con la legalità, spesso.

Lo sguardo vaga tra il pubblico, l’assemblea, i ragazzi. Il credo, la passione, la responsabilità. Non ci sono curiosi qui, gli sguardi sono attenti, c’è silenzio, ognuno si interroga e si lascia interrogare. Non si fa nemmeno il confronto con gli altri che sono a casa a dormire o seduti nei banchi, no, pare che si voglia parlare a tutti e non importa se per adesso questi non ci sono, un giorno verranno o non verranno per niente, ma ci sarà un risveglio prima o poi, una primavera delle coscienze.

Ritorno con l’attenzione alle parole di uno degli avvocati, credo confonda verità con realtà, dice: la verità è che non c’è speranza, c’è desolazione, ingiustizia.

Io ho sempre pensato che la verità è l’uomo e nell’uomo c’è speranza e sguardo aperto al futuro. Non siamo sconfitti finché siamo in vita.

E ricomincia Erri De Luca: “L’intellettuale, lo scrittore, è colui che ci sta e sta nel mezzo.”

Possiamo allargare il concetto a colui che si prende sul serio ed è responsabile: costui non guarda da fuori. Non è soltanto spettatore, ma vive da dentro per cambiare il punto di vista e renderlo originale.

De Luca ci dice che ormai il giornalista sta alla scrivania, a chi sta “al seguito delle truppe” e mai “sul campo”, che l’informazione così non sarà mai verificata, ma soltanto riportata.

Continua affermando che lui vuole essere presente. Che essere presenti significa guardare i volti e i volti non si guardano dai palchi e nemmeno dalle prime file. E ancora: “Si sta nel mezzo. Si occupa il proprio posto.”

Infine lo scrittore saluta, rifiuta la parola maestro e si dice pessimo più per vezzo che per convinzione, mi dico io, ma magari sbaglio.

Poi altri interventi più o meno lunghi, si sottolinea il già detto e si propongono riflessioni nuove. Non mi dilungo. Quel che mi colpisce è che chi parla è appassionato, vivo. Occupa il suo posto. Mi fa sperare, già, è così. E se partivo prevenuto è ora di ammetterlo, quanta speranza c’è nella gioventù e nell’atto di chi la gioventù l’ha superata, si è concesso l’accumulo di certe retoriche, ma si è fatto presenza e dialogo, in un certo senso maestro, che è colui che insegna, ma stando in mezzo ai suoi. Con parola responsabile che diventa esempio.

Non sono un giornalista e riporto le parole di Erri De Luca così come le ho annotate sul quaderno cercando di essere il più possibile esatto. Ringrazio l’ex-cuem libreria autogestita che ha organizzato l’incontro, meriterebbero più parole, ma se cosa si somma a cosa si finisce per appesantirsi. Ecco tutto.

Marco Colabraro, Milano, 1 Ottobre 2013.

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Le lettere non si scrivono più

Non c’è coraggio nelle valigie, ma nelle braccia di chi le solleva.

La cura nel costruire architetture del bello per i nostri risvegli, le pareti bianche per svuotare lo sguardo e prepararlo all’incontro.

Lo stereo suona musica da camera, non so perché va a finire che giudico anche la musica che ascolto: se è colta mi porta al vezzo e i cantautori che potevi incontrare a Bologna già mi sanno di vecchio. Dovrei lasciarmi andare alla corrente romana, ma troppe g mi vanno di traverso e il canto della sofferenza ci scava le guance. Dico davvero, li vuoi guardare ora i miei occhi? Ho perso in bellezza e concedo alla barba d’incorniciarmi il viso. La mia risposta alle tue questue di tracciar dei confini.

Sarà che siamo raggiungibili sempre e comunque, sarà che la tecnologia ha tolto il freno alla lingua, ma quattrocento e più lettere dentro al mio blog e quattrocento e più colpi sparati a salve.

Ti ho sognata questa notte, lo sai, e cucinavi peperoni verdi e rossi, ti dicevo falli bruciare così la pelle viene via e dentro rimangono teneri e cotti. Rispondevi: ho paura del nero, dicevo, prova e te ne accorgerai. Lasciavi perdere, prendevi la macchina fotografica e l’appoggiavi tra le mie mani dicevi: scatta senza pensarci. Io non riuscivo. Non è la stessa cosa? Perché non la smetti di pensare e fai, dicevi tu. Cosa? Rispondevo io. E mi accarezzavi il neo sulla guancia sinistra, appoggiavo le labbra al tuo collo e inspiravo col naso per ricordarmi del tuo profumo. La tua pelle così compatta e la camicia a quadri con le maniche arrotolate. Quanti complessi hai tu? Ricordo il culo, le braccia e poi i piedi. Troppo celebrale per arrivare così in basso. Così istintivo da rubarti le anche e sussurrarti da dietro che le parole non servono a nulla.

Quando parlo di Parigi mi danno dello snob, quel che è rimasto dei miei viaggi nel nord Africa è soltanto sapore d’avventura. Che ne sai tu dei tramonti deludenti di certa savana, dell’equilibrio straordinario dell’orizzonte e delle spine delle acacie. Di quei cammelli che attraversano deserti per anni e il perché lo sanno soltanto loro mentre esistono treni fermi da trent’anni abitati dalle formiche. Quando Marquez Gabriel Garcia parlava della pietra filosofale che tutto trasforma in oro non si dimenticava degli innumerevoli ritratti di famiglia e della libertà necessaria dalle confraternite. Mi dici lo sai, domani De Luca Erri parla all’università statale all’ora di pranzo? Mi sembra una cosa bella, ti dico io. Verrai? Credo di no. Perché? Perché gli ho scritto una lettera e non mi ha risposto. Lo sai a quante lettere avrà dovuto rispondere? Le lettere non si scrivono più.

Foto: dalla rete.

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Anche una stupida domanda del cazzo

La calza sinistra bucata e gli sguardi lasciati dietro alle vetrine e agli angoli delle strade della città del mutuo soccorso.

Vengono a rubarci le chiavi di casa per mettersi nei nostri panni e non trovano niente di interessante.

Quando non ti ho mai visto in pigiama e ho fantasticato troppo.

Non c’è una notte qui, non c’è riposo per le nostre guance. Le carezze mancate e tutti questi sinonimi per descriverti quello che sento.

Dovremmo strappare una pagina bianca e metterla davanti a noi come una copertina.

Non credere a tutto quello che dico, ma guardami negli occhi, annusa l’odore che porto intorno al collo. Noi come gli asini, il carico delle rinunce, i viaggi intorno ai campanili e le sigarette spente sul balcone. Ci appendevamo alla traversa per sollevare i piedi da terra e simulare il volo.

E ti ho comprato un paio di stivali rossi per attraversare la strada, dicevi che non ti interessa nulla delle attenzioni degli altri e finivi per non capire che mi sporgevo così tanto che correvo il rischio di cadere dalla finestra e diventare l’angelo delle tue notti insonni. La deflorazione è soltanto un passaggio. Vuoi dirmelo ancora dov’è finita quella che una volta chiamavamo armonia?

E con dovizia di particolari potrei spiegarti il perché poi il coito mi interessa così poco eppure mi ossessiona.

Vorrei tenere i tuoi occhi sul comodino come se fossero un paio di occhiali. Che sono miope da troppo tempo e se dormo poco mi pulsa la cicatrice che porto sull’occhio sinistro.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta? Classificare le esperienze in base al tempo per la disabitudine alle attese. Se ci fosse Erri De Luca ci farebbe un sonetto, a te tendere: attendere.

Me lo vuoi spiegare perché non riesci a sederti con me senza pensare a un domani, senza farti prendere dalla paura di quel che succederà? Vorrei avere sessanta o più anni, i peli radi e bianchi e l’aiuto delle pastiglie. Vorrei dirti che è così sciocco fare teorie sulla vita e quello che conta è raccontarsi esperienze. Una bottiglia di Bordeaux del 2008.

E quando parlavamo della follia potevi citarmi Shakespeare o le frasi intraducibili sui bordi della strada che per me faceva lo stesso.

Quando ti ho detto che hai gli occhi liquidi hai fatto finta di niente.

E adesso sai che faccio? Vado a una festa di ventenni e spruzzo il profumo buono. E poi guardo in alto, i balconi e poi le nuvole, le ciminiere e le stelle, per non dimenticarmi dove voglio arrivare. Che sublimare in parole tutta l’esistenza mi fa un sacco male, come vomitare. Parlami ora, scrivimi adesso e dimmi quello che ti passa per la testa, qualsiasi cosa, anche una stupida domanda del cazzo.

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