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Corrimi incontro quando scendo dal treno

E poi ci sono le redazioni, gli orari frenetici delle ultime notizie e l’accavallarsi di stampe su fogli A4 e banchi spersonalizzati, le foto dei nostri figli e i cioccolatini da mettere in tasca alla moglie, pile di post it come arcobaleno.

Le luci bianche di neon asettici per ricreare la luce del giorno e dire che sì, il lavoro nobilita così tanto che non arriverà un’altra notte, non dormiremo mai più pensando ai nostri figli che a 16 anni si rasano i capelli sui lati e domandano i diritti del terzo mondo e poi una scuola che permetta loro di entrare nel giogo del lavoro.

A 18 anni viaggiare, sperimentare dolcezze infinite e deserti acidi, e poi amare e trovarsi la sera a suonare, a scambiarsi le idee perverse di mondo e la libertà di fumare sigarette lunghissime lontano dagli occhi dei grandi. Quando tutto questo sarà finito piegherete la testa al denaro e vi ritroverete gobbe in mezzo alla schiena, vittime voi degli slogan e dei megafoni.

Che a 20 anni bisogna pensare a sé e trovare passione e credo e desiderio del fare e i bisognosi verranno dopo, non pensare, incontrare, le riflessioni sugli altri valgono poi, in nascita, in morte e in maturità.

Tornare a casa con la borsa a tracolla, realizzati, schivi, comprare una pizza in cartone, magari una birra, un sushi d’asporto. La polvere del mondo fuori di casa, la porta chiude bene, doppia mandata, non verranno a interromperci questa sera. E così il beat elettronico di Deezer e i piedi nudi sul pavimento per dirci ancora una volta che anche le scarpe sono una prigione, figurarsi i muri.

Nel sesso gli sfoghi, guardavi ai due buchi come a una liberazione e mi insegnavi a fottere le regole soltanto col movimento perverso della tua bocca. Non quello cercavo, volevo le tue braccia dietro la schiena, la tua bocca capace di pronunciare parole che io neanche immagino, vederti inventare tramonti di bottoni e laghi di carta stagnola.

Verrà un giorno in cui faremo insieme l’albero di Natale, andremo a prenderlo in foresta e ti mostrerò il luogo in cui sono nato.

Non voglio parlare di quel che succede nel mondo, indossa il vestito leggero, quello che si muove col vento e corrimi incontro quando scendo dal treno.

Foto: Charles Moore

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Ci scattavamo foto nudi

Ci scattavamo foto al nudo per riscoprire il volto. La tua schiena e polvere di stelle cadenti, il tuo seno accennato e la tua mano che viene ad accogliere il mio abbraccio e così lo riempie di senso. La ricerca e il frutto proibito dell’albero che porti a cavallo del gomito. Le mie sopracciglia dense e gli occhi che cadono tra le tue parole scomposte.

E intanto la strada sporgeva il suo fianco alle auto, pozzanghere nere e gonne lunghe a primavera, scarpe veloci e gambe a x. Veniva a prendermi la malinconia della domenica, le coppie nei parchi e gli aperitivi dei dolci profumi. A perdere il senno tra le pentole della cucina, la scelta degli ingredienti e ritrovarmi ad apparecchiarti la bocca di baci mancati.

E in ascensore un vetro per riflettere sul perché degli incontri. Sempre un impegno e poi fare festa, tutte le preghiere ai mattini assolati che non mi accorgo più del passare dei giorni, come quel viaggio in Sudamerica, il cavallo sulle spiagge di Essaouira e poi i concerti finiti a tarda notte, a cercare la posizione più adatta ai nostri membri induriti dalle attese di quei messaggi che non arrivano mai e quando arrivano respiri forte e dici che bello.

Noi cercavamo la nobiltà nelle soste all’autogrill, con Bud che si faceva di nero e biscotti e le razzie di patatine di Enry, a scambiare parole con le scolaresche e lamentarci del culo della commessa. Questa è la notte che tiravamo indietro i sedili per dormire scomodi, e ci fermavamo in bar piccolissimi e strattonavamo la camicia a righe del barista coi baffi e un altro giro, un’altra mezz’ora, che fuori è buio e fa un po’ paura. Mentre davo gas e saltavo sulla frizione, la prima sgommata della mia fuoriserie d’annata e nuove partenze verso le feste degli altri.

Una sera intera a parlare del perché mi nego e alla fine darti un bacio come una bandierina del Risiko, dire che sì, un’altra volta, anche tu, e perdere il conto delle conquiste, gettare i dadi: altro giro, altro mattino. Quando non sai se un caffè è abbastanza e rimpiangi le lenzuola appena lavate di tua madre.

Grattavo via i rimasugli delle attività di volontariato e mi avvicinavo all’amico per dirgli “e poi come stai? Che si racconta là in quella terra dove fuori non succede mai niente e dentro son tempeste?”. Mi guardavi male quando parlavo del volto di Dio.

E così prendevo la fuga, di quando il sole scalda la tenda e la maglietta appiccica sul collo. E cerchi il mare, la brezza fina del primo topless della giornata e il tuo libro impegnato che non riuscirai mai a finire. Una focaccia calda, un cappuccino, un panino.

Gli altri nel mare, io sugli scogli che a pensare troppo diventi sirena, il canto insensato che rende folli e i dischi degli indie, il ritmo elettronico per sentirsi meno soli.

E mentre tua sorella dorme di giorno e si popola il tuo letto delle fidanzate di altri ti viene un urlo dentro che soffochi così, scrivendo sul muro le tue iniziali, per dirti sei in cella e prima o poi evaderai, vedrai.

Foto: Allen Ginsberg

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ZèroZèro

In quel paese dal nome impronunciabile, sconosciuto ai galli eppur famoso tra donnole e volpi, sovvertiremo il banco dei vestiti d’occasione io e te. Ci vestiremo a futuro cominciando con la nudità dei nostri corpi imperfetti. Mentre muoiono le provocazioni dei blog e si organizzano manifesti e stazioni per riperdere il treno del lunedì mattina.

Noi pendolari del tempo deciso, auto tirate a nuovo in docce moderne e schizzi bianchi su lenzuola profumate. Sfioriscono i gerani e il bianco delle margherite veste di nozze il verde dei prati. Mietono lacrime le stanze vaticane ed è gioia. Si impiccano i potenti agli sms erotici e il fascino incestuoso della lussuria. Poi canti semplici di certi cori alpini.

E’ così umana la sconfitta che non serve marchiarti a fuoco le reni, il numero dispari delle dita della mano destra e le tue gambe in coppia. Io sempre in cerca dell’Uno.

Con le macellerie che inventeranno nuovi nomi per le nostre carni infilzate a ganci color alluminio, i nostri denti strappati e le corde vocali vendute in grappoli; quando saranno gli animali del sottobosco a cibarsi di avanzi, e venderemo le tavole delle nostre leggi e libereremo la famiglia dalla colla gialla che la trattiene insieme. Che lasciavamo la città in cerca del bianco delle piste da sci e rimpiangevamo l’Ovomaltina di risvegli capricciosi e potenti. Il maestro di sci per il superamento in slancio delle nostre paure, il naso ghiacciato e l’odore forte delle nostre estremità consumate.

Le tue paure a nominare la gioia.

Quando mi hai domandato delle correnti e tiravo in ballo il ’68, dicevi sarebbe meglio non esistere proprio per niente, quando disegnavo le tue labbra sullo specchio e mi inventavo baci a cavallo del gomito, il dolce sale del tuo collo nudo.

Poi strade lunghe e Parigi di notte, l’insegna al neon del bar zèrozèro e le melodie accentate dei buttafuori neri. Ti dipingevo gli occhi di scuro per pensarti malvagia e disegnavo sulla strada lo spazio vuoto tra i tuoi denti bianchi per camminare nella tua bocca e arrivarti dentro.

Quando soffocavo soltanto per pochi secondi e diventavi ricordo, di notti insonni e di amicizie trascurate, di seni tondi e canottiere a righe, di camminate infinite prima del rosso e verde dei semafori, il giallo dei lampioni e poi il mattino. Si spengono le luci artificiali e quel che resta è una maglietta sudata e patina bianca sui lati della bocca. Lumache nelle mutande e voglia di scriverti e chiudere gli occhi e zaini rosa e cordoni blu, campanelle di scuola e clacson ed auto e zuppe le uscite delle metropolitana.

Immagine: opera di Lucio Fontana.

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Il principio dell’altalena

Perché alla fine mi piace Cremonini, ballo con Jovanotti e piango con certe canzoni di Vasco. E mi esalto per Fabri Fibra, poi quanto spacca la pasta alla carbonara, che Radiofreccia è un gran film e l’emozione per l’elezione del Papa. E pure certi passaggi di Fabio Volo non sono mica male, dico davvero.

E poi la mia mensa sarà sempre una festa.

Mi piace pensare di lasciarti la tavola sporca, le tracce di me che cancellerai sparecchiando.

E penserai che sono così invadente col mio ideale estetico e quei giudizi taglienti, le mie labbra dolci e la barba lunga per sembrare più grande. Ti scriverei ogni due o tre minuti, che mi manca l’odore, il sapore, e per ogni tua immagine un pensiero diverso, il prolungamento delle mie dita e lo spazio chiuso dei nostri uffici naive.

Nei tuoi capelli la cura, sulla tua bocca il colore. Le mie invenzioni pomeridiane e la tua immagine proiettata sul soffitto come nei film di Chaplin. Andavamo a correre a notte tarda, ci svegliavamo sudati e mi dicevi: è già pronto il caffè?

Delle mie mille adolescenze e dei calzini dispersi. Di quando prendevamo aerei per sentirci adulti e ricamavamo sul cuore le nostre iniziali e per ricordarci di dare un taglio a tutto ciò che non serve cominciavamo dai nomi. Le tue poche lettere per i miei richiami lunghi. E soffiavo tra le tue lenzuola perché la brezza ti ricordasse il mare, la stoffa le onde.

Mi chiederai: li vedi nello specchio i miei piedi? E ti risponderò sempre sì.

Indosserò le tue scarpe per conoscerti meglio e coi tuoi trucchi darò il nero agli occhi. Saremo punk eppure hippie, saremo nerd e pure cool. E scriverò sul muro bianco della tua camera quanto era bello attendere la tua conoscenza.

Col sole che cerca il riflesso tra i tuoi capelli e il cestino grande della bicicletta. Mi sorprenderai a masturbarmi e ti dirò che è tutta colpa della tua lontananza. Mi rassicurerai dicendo: lo sai, sono qui. E non ti crederò, poi l’amo della tua lingua nella mia gola, che sarò pesce e risalirò lungo il tuo fiume.

E’ così sciocco disegnare paesaggi a parole e farmi piccolo e infante. L’isola non trovata e la storia infinita delle rincorse. Il principio dell’altalena che a furia di spingere poi tutto ritorna, e prendi il volo, alzi lo sguardo, non tocchi terra e poi mi salti in braccio.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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In primavera con le braghe corte

In primavera con le braghe corte.

Ad attenderti coi fiori in mano sui cavalcavia.

Cercarti alla stazione dei treni alle sei del mattino e incontrare le tue palpebre gonfie, saltarci sopra per fare sbocciare l’estate dai tuoi occhi.

Che non ti trovavo mai. Le coppie sui prati a incastrare le costole, i movimenti pelvici nelle discoteche del pomeriggio e le gare di lingua degli amici del cuore. E mille ipotesi sul buco nero dell’altro sesso.

Avevamo lasciato acceso il riscaldamento per sudare di più mentre compivamo rituali di gruppo fuori dai bagni della scuola. Hai mai fumato? Hai mai scopato? Dimmelo adesso, dimmelo ora. Ora che siamo grandi facciamo i giochi della verità perché incapaci di invadenze, sarebbe meglio che tu me lo dicessi quello che stai pensando. Tirare fuori le curiosità dal bacino e metterle davanti agli occhi, darci una forma e modellarle a vetro.

E poi dirai che sono strano, forse anche sciocco. Tirerai conclusioni guardando le mie foto su Facebook, ora che uso un nome vero è tutto così finto.

Dice che l’Italia è il paese in cui più si bestemmia perché c’è il Vaticano, dice che dai rifiuti s’impara ad amare, che l’amore negato regala profondità ad altri sconosciute.

Dimmelo ora come dar riposo al ventre, come far ricresce la pelle sulle nocche quando è inverno; la barca accumula bianco sui lati e ghiaccia l’albero, quando vorrei soltanto la tua schiena e il vento caldo del tuo ansimare.

La pelle del pene non ha uguali nel mondo, lo sai? Che se non ti fai prendere dalla fretta lo capisci. Ecco quello che intendo, pensi troppo, lavori troppo e mi vivi poco. Perché tutte queste paranoie? Chissà poi a cosa pensi. Ci sarà il sole domani, o pioverà? Ci sveglieremo e saremo sorpresi, e se poi nevica non andremo al lavoro. E chi ti parla della vecchia democrazia cristiana lascialo perdere, che il più è stato detto. Chi ti dice di non essere rappresentato prendilo a schiaffi e digli che per la rappresentazione non bastano nemmeno i pennelli e anche la fotografia è soltanto un istante, o un sempre, chiamalo come vuoi. E non lamentiamoci poi se tutto è così complesso, che se fosse semplice finiremmo per andare al mare tutti i giorni e troveremmo altre scuse per annoiarci.

E ora guardami ancora con gli occhi che brillano, che se è stato un caso farò finta di niente, dimenticherò in fretta e tornerò alla teoria del meno peggio, te lo prometto.

Guardami ancora con gli occhi che brillano.

tomboy348

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Chiameremo nostra figlia Domani

I centesimi in tasca per quelli che chiamiamo giorni dei saldi. Se fossi giovane ti direi che non vendono la felicità, che è una parola che trovi nelle discariche, che disegni ancora i tuoi geroglifici sulla mia auto posteggiata male. E mentre ti fotografavo ti dicevo che sotto agli archi sembriamo più piccoli e per i nostri trionfi dobbiamo far ricorso alle infanzie. Quando delle adolescenze preferivamo non parlare. E quando ti scrivo continui con le tue frasi di una riga e alla fine metti sempre un punto. E io lo so il perché, ma non ho mai avuto il senso della finitezza, la reincarnazione dei nostri desideri. La signora coi capelli bianchi a far la fila per quattro yogurt e una bottiglia di rosso, che senso ha essere giovani così mi dicevi e ti guardavo dicendo di dimenticarti i tuoi ieri, di non pensare al domani. Coi sacchetti della spesa bucati, quando cancellavamo la strada con la carta igienica e non sapevamo che nostra figlia, sì, nostra figlia, si sarebbe chiamata Domani. Donami ora i tuoi organi esterni, donami ora i tuoi organi interni. Suoniamo insieme, quattro mani e un piano-cocktail ancora da inventare. E intanto Belleville ci aspetta con le sue brasserie sempre più sporche, gli occhi unti per quando ti ho sorpreso in pianto e i tovaglioli bianchi che non mancano mai.

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Il mio bacino e il tuo culo stretto

Mi volti le spalle per prendere sonno dopo le telefonate impossibili e la ruvidezza dei tuoi gomiti. Non c’è il tuo alito a riscaldarmi le labbra, il mio bacino e il tuo culo stretto, non ci facciamo guerra per i confini.

Coi tuoi sussulti dentro a una notte fatta di tende tirate e letti sfatti. Le istantanee che ti scattavi da sola, come se tutti bastassimo poi a noi stessi.

E ti facevo domande sciocche soltanto per sentirti ridere. Che quando siamo sdraiati la nostra voce ha una pasta diversa.

E ti incollavo sul petto le scritte fosforescenti delle mie voglie, poi mi chiedevi di pulirti le spalle e di sistemarti i capelli.

Tra i nostri discorsi sulla violenza della parola amo, quando alzavi le sopracciglia, trasformavi le labbra in tunnel per inghiottirmi e rimanevi incastrata: un buco sulla guancia e poco sangue sulle lenzuola.

Moriremo d’insonnia prima o poi.

Dei tuoi arrivi e delle mie partenze.

Dei nomi che continuiamo a sottrarci.

E col cucchiaio di legno fare la guerra, rompere il ghiaccio delle tue sopracciglia, far piangere la tua conchiglia in tinta con le mie dita e mettere in sottofondo l’armonia tentennante dei carillons.

Quando la giostra gira soltanto per il padrone e i bambini la guardano con le mani sugli occhi e poi nel naso; a cavallo delle spalle dei padri ci facciamo largo tra la folla.

Noi che chiediamo libertà senza saperne il significato e nei discorsi traduciamo in energia le nostre pulsioni. Vorrei vedere ancora la tua camicia a quadri, le scarpe che d’estate non indossi mai per ritrovare il senso di questo tempo che ci scavalca, dove andremo noi non ci saranno strade era una frase di Ritorno al futuro.

Leccami          e             fottiti,                   amami e soffocami.                                                     Leccami e fottiti, amami e soffocami.

Solo a parole non si va da nessuna parte lo sai? Con l’Uniposca rosso ho scritto ora et labora sullo zaino Invicta per ricordare agli hipster che non c’è possibilità alcuna di dar tregua al pensiero durante le traversate, i coast to coast in queste città ricche d’invisibili.

Chi cade a terra può soltanto essere mangiato, come le mele, nutrimento e quiete.

Dal frutto il seme nelle favolose canzonette della scuola elementare, dal frutto il seme, che se non cadi e non ti fai assaggiare, poi non fai fiori, non diventi albero, non metti radici.

E poi sei bella, te lo scrivo ancora, te lo scrivo così, perché val la pena di ricordarcelo quanto sei bella.

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Quando saremo vaso e fiore avremo sconfitto la morte

Quanti comignoli nel fumo grigio del cielo di Gennaio.                                                                               E tetti abitati, finestre illuminate.

Il ticchettio della pioggia dei giorni nuovi. Coi rumori di casa a comporre melodie elettroniche.

Le serrature chiuse per proteggermi dalla nostalgia delle mie infanzie a cavallo delle siepi. Le corse calciando il pallone sotto al sole di luglio e suonare i campanelli e ridere e poi scappare via. Signora, le mancheranno le mie invadenze.

Rimanevamo colpiti dei mondi che ci circondano, non siamo i soli sotto ai lampioni. Non siamo soli, i treni partono in ritardo e gli aerei atterrano. Penso ai bus notturni per i viaggi di mille chilometri tra le Ande e i piatti stranieri al sapore di conoscenza. L’intontimento per gli alfabeti degli altri.

Non ci capiamo a parole e ora non bastano nemmeno gli sguardi. Sei così lontana che dovrei mettere un . e poi andare a capo.

Le lettere non spedite e quelle che tieni sul davanzale della finestra: le dichiarazioni di umanità nelle debolezze.

La libertà di un ti amo.

L’emozione soffre se non si fa carne, accumula forza come le molle e poi non saltella

                                                                                    se non togli il dito

                 .e le permetti lo scarico

E’ una questione di spinte lo sai, che anche la fisica sa di poesia.

E con la sindrome della donna angelo ci siamo strofinati come si fa con le auto nuove, la tua pelle di daino e le mie corna fosforescenti.

E se mi guardo allo specchio trascuro i contorni e mi soffermo sui difetti.

Dimmi soltanto che quando saremo due ci sosterremo senza farci grucce, dimmi che troverò un volto che accolga lacrime e due cosce per il riposo delle mie vacuità.

Quando saremo vaso e fiore avremo sconfitto la morte.

             E dai nostri capi svaniranno le ombre.

Il popolo nero dell’alba, quando proiettavamo sulla strada le nostre paure e aspettavamo mezzogiorno per schiacciarle sotto ai piedi: un piatto di pasta, un bicchiere di vino.

Gli amici che accompagnano le partenze e la fotografia dei nostri momenti più belli.

La nostalgia non è un momento, la malinconia non è una scelta. E per la gioia levighiamo ancora le nostre estremità, come fa il mare coi pezzi di vetro, come fa il cielo con le meteoriti.

E finiremo per incontrarci,

quando anche il tempo si sarà fatto da parte e ti accorgerai che la porta è aperta, che non ci sono chiavi e per le illusioni lascerai il posto ai maghi.

Foto: Ray K. Metzker

Philadelphia, 1983, City Whispers series

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Mi farò volpe

Le undici e quarantadue, nessun rintocco e suoni rari. Un lenzuolo bianco e le sue macchie pallide, non serve altro per sentirsi soli. Le pulsioni eruttano a vulcano e poi la quiete. La fame folle del post orgasmo e il cuore a mille per le pressioni che saltano sulle nostre teste. Quando ti lasci andare alla notte e non prendi sonno mai. Che sei mia posso dirlo soltanto per questioni d’immaginazione. Ti trascinavi lungo le strade strette della metropoli con i tuoi taxi e non ti fidavi di metro e autobus per paura del contagio del genere umano. Le spalle coperte t’immobilizzano i movimenti, lo sai. Sono venuto a cercarti e non c’eri. Non ci sei più e lo so da tempo e riconoscerlo è più difficile dei quadri in 3D che trovavo appesi dal parrucchiere quando avevo otto anni. E fissavi lo sguardo su un particolare per accedere al tutto, al volume dei tuoi fianchi, il gorgogliare delle tue natiche e la lente delle tue lentiggini. Come la luna sull’orizzonte appare immensa e sopra la testa un puntino, non è questione di lontananza. Più siamo distanti più tu ti fai grande. Le mancanze diventano binocoli ed i miei occhi non reggono il rosso dei fumi dell’atmosfera terrestre. Vorrei essere bianco e puro e salire sul Grande Carro e farmi il giro del cielo per gli approdi che non so intuire e questo viaggio che acquista di senso in percorrenza. Dimmi dei tuoi cento nomi, dimmi della tua cordialità e dei cuoricini che disegni tra i pixel. Dimmi perché io son qui che cerco mille donne per ritrovare i segni di te. Il tuo camminare, le tue dimenticanze. Il tuo vezzo snob e la timidezza, l’accesso vietato ai tuoi luoghi chiusi e le mie domande invadenti. Vuoi dirmi perché ti sei fatta un recinto? Puoi rispondermi che sei come insalata, che cresci al riparo per darti in pasto alle tavole dei contadini.

Mi farò volpe e verrà la notte, penetrerò nel tuo campo, tra le dune morbide della tua terra calda, il seme del mio venire e poi tutte le parole che ci si può sussurrare soltanto quando siamo uno nell’altra. Non ti mangerò, non mi mangerai. Saremo soltanto quegli esseri così diversi che ribaltano le scatole preconfezionate degli equilibri. Verrò a prenderti fuori dal supermercato e ti aiuterò con le borse pesanti. Solleverò le palpebre dai tuoi occhi stanchi per farti vedere vedere la cicatrice sul mio occhio sinistro. La mia sofferenza è soltanto un trofeo. E costruirò con le mie mani primi e secondi piatti. Per l’antipasto useremo le nostre labbra e poi lingua e bocca e intestino e mani e cuore. Farò indigestione coi tuoi occhi e non ti chiederò più il perché dei tuoi allontanamenti. E te ne andrai quando vorrai, basterà un messaggio, una telefonata. Poi tornerai. E ci sarò sempre quando trasformeremo la volpe in peluche e poi ridendo la accarezzerai. E poi piangendo la bagnerai.

Coda da scoiattolo nei galli di San Marco a Venezia - Funerale della volpe mosaico del 11 sec

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E ti dirò che sei bella quando bella non sei

Le citazioni degli altri e la strada che ci chiama per nome. Le nostre sveglie che suonano, quando laviamo la faccia con l’acqua calda per resistere agli shock termici. Varchiamo l’uscio aprendo un occhio soltanto alle prime luci dell’alba. Il rosa delle sorgenti e l’acido che ristagna nello stomaco. Le ore così piccole dell’ultimo dell’anno e quella malinconia che ti prende una volta nel letto, quando cambi posizione soltanto per dar tregua al flusso inesauribile di pensieri che l’alcool fa scrosciare con forza. E tra i semafori si diradano gli schiamazzi, i botti incredibili per la notte insonne dei cani e le caserme dei pompieri che fanno il turno di notte. Non si fa silenzio mai, la luce colorata del caricatore del cellulare e tutte le avvertenze che leggiamo quando sediamo sul cesso. Un sibilo lungo tra le nostre tempie e il pensiero agli affetti che vorresti vicino. Inutile dire che pensare a te è un esercizio che mi condurrà alla pazzia. Che non posso farci niente lo sai se gli anni mi hanno ricamato addosso questo sentire, che rinnegarlo sarebbe danneggiare l’arazzo intrecciato che porto sul petto. Verranno a dirmi della presunzione e dei miei distinguo. Verranno ancora a bussare alla mia porta e poi a nascondersi. Verranno a chiedermi dei miei domani per aprire la porta delle loro compassioni. Non così, non così, miei cari. Il caro Fedor ci spingeva alla vita, che la viltà va a braccetto col buoncostume. L’intelligenza con l’esperienza. Son vivo miei cari, morto un po’ perché nell’arte della coltivazione è irrinunciabile la potatura. E porterò frutti prima o poi. E ne mangerete tutti. E tu, mia amata, folle che tramuti in immagine ogni tuo sguardo, dipingi il quadro della tua danza sulle colline toscane, prendi il mare d’inverno e bagnalo dei tuoi pianti, delle parole che non hai il coraggio di dire. E appendi la tela sopra il mio letto così che svegliandomi nel giorno nuovo, nel nuovo anno, io, povero, cieco, sordo e superbo, me ne accorga e trascorra i miei giorni a cercare una scala per sfondare il soffitto e poi raggiungerti là dove tu sei, tra le tue solitudini e le tue insicurezze. E io ti ascolterò. Tu mi ascolterai. E ci faremo armonia di corpi quando imparerai a guardarmi gli occhi, imparerai a baciarmi le labbra e non trascurerai le capriole del muscolo del gusto, e saprai come accarezzarmi e saprai come avvicinarmi e come muoverti quando non ti guardo. Che il resto per me non è più importante, non ti direi mai che sei brutta perché non ti avrei mai avvicinata, e ti dirò che sei bella anche quando bella non sei.

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