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Hai vinto tu

Sui tetti della camera il concerto dei grilli che strofinano le ali per lamentarsi, mai per volare.

Il lusso che possiamo concederci è la furbizia di un saltello. Tutte queste carriere agevolate dai semafori verdi della conoscenza e la nostra corsia preferenziale intasata dai furbi. Quando col motorino sorpasso a sinistra è perché ho fretta di arrivare, ma non so ancora dove. Così agli stop domando informazioni tra i nomi delle vie intitolate ai Nobel per la pace vestiti a lutto e le processioni per la morte degli animali. Finisco per perdermi. Fuori dalla città e dall’andirivieni quotidiano, contro l’esercito dei tralicci della corrente ad addobbare la pianura lombarda, il Natale con le luci spente e la nebbia delle sei del mattino.

E mi scrivi che ti sei fermata ad Eboli come il Cristo e fotografi in patinata le stanze artefatte dei nomi noti, così mi presento agli edicolanti facendo il tuo nome e mi rispondono che non è stagione e che maturi in inverno. E’ inutile stare all’ombra degli alberi ed aspettare i frutti. Quando smetterai di farti accompagnare dal buonismo e ti ribellerai all’amore che già conosci?

Dovrei farlo anche io. Ribaltare gli affetti già noti e sperimentare l’intimità di un muro, la carne non è un disegno e gli incastri non son giochi da infanti. Inutile questo silenzio che porti addosso come un abito lungo. Vestita a sera per le mie notti, è così buio qui che basterebbe una parola, riconoscere l’origine del suono per orientarmi.

Tra poche ore Federico si sposa e stanotte ho sognato di dimenticarmi le preghiere e la cintura. Così che mi cadono i pantaloni, lo scandalo di una mutanda bianca, il mio arrendermi al presente a trovar gioia nei canti degli altri. E quando dirai sì io bagnerò il volto e ti dirò che noia la congiuntivite.

Mentre sei ancora in letargo e chissà quanto durerà questa mia attesa. Che è ora di smetterla di pensare in prospettiva e farsi nudo in descrizioni senza nemmeno il riparo di una chitarra. Come nei western t’inquadrano sempre in viso, ci vorrebbe ancora Sergio Leone, una pistola, un pallone, un rigore. Di quando a otto anni ero così arrabbiato che ti tiravo la palla in faccia più forte che potevo e più forte ancora ti dicevo fai schifo, ho vinto io. E rossa in volto e gonfia e sudata, mi dicevi: hai perso tu.

Ho perso anch’io.

Foto: Carola Ducoli

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Chiameremo nostra figlia Domani

I centesimi in tasca per quelli che chiamiamo giorni dei saldi. Se fossi giovane ti direi che non vendono la felicità, che è una parola che trovi nelle discariche, che disegni ancora i tuoi geroglifici sulla mia auto posteggiata male. E mentre ti fotografavo ti dicevo che sotto agli archi sembriamo più piccoli e per i nostri trionfi dobbiamo far ricorso alle infanzie. Quando delle adolescenze preferivamo non parlare. E quando ti scrivo continui con le tue frasi di una riga e alla fine metti sempre un punto. E io lo so il perché, ma non ho mai avuto il senso della finitezza, la reincarnazione dei nostri desideri. La signora coi capelli bianchi a far la fila per quattro yogurt e una bottiglia di rosso, che senso ha essere giovani così mi dicevi e ti guardavo dicendo di dimenticarti i tuoi ieri, di non pensare al domani. Coi sacchetti della spesa bucati, quando cancellavamo la strada con la carta igienica e non sapevamo che nostra figlia, sì, nostra figlia, si sarebbe chiamata Domani. Donami ora i tuoi organi esterni, donami ora i tuoi organi interni. Suoniamo insieme, quattro mani e un piano-cocktail ancora da inventare. E intanto Belleville ci aspetta con le sue brasserie sempre più sporche, gli occhi unti per quando ti ho sorpreso in pianto e i tovaglioli bianchi che non mancano mai.

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