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Preferisco le efelidi

Ti scrivo sempre di notte. Sarà che al mattino mi sveglio tardi anche se mi alzo presto, che il mio alito sa di caffè e l’attenzione è al puzzle da costruire in giornata.

Così all’edicola ho acquistato una rivista in giapponese: i miei esercizi per capirti meglio, che tu giapponese non sei ma hai gli occhi grandi ed io mi ripeto che da qualche parte dovrò pur cominciare, a tradurti, intendo.

Non te la meno più con la storia degli alfabeti, che la conoscenza avviene quando non ti suonano strane le mie esclamazioni e il porco cazzo diventa la normalità. Ricordo che anni fa me ne andavo in giro sbandierando la storia che come si mangia si fa l’amore, ora però siete tutti vegani e non mi tornano i conti.

Poi ieri sera guardavo in streaming l’Italia del basket, pensavo che la maglia azzurra è così bella che è per questo che mercoledì tifavo Napoli contro il Dortmund. E che non me ne importa nulla del colore degli occhi, preferisco le efelidi e il sole che decide se mostrarle o nasconderle. E guardando un film mi dicevo che Filippo Timi e Fabio Volo non sono poi così diversi, che sono le intelligenze a classificare in cavalli ed asini escludendo la possibilità del mulo. E il meglio e il peggio presuppongono il medio. Chiamala mediocrità, se vuoi.

E mi ricordo che Fabrizio Corona diceva io mi alzo presto al mattino e Fabri Fibra a ripetere che più diventi umano più nessuno ti caga. Per essere idoli si creano distanze. Quando ti ritrovi a tu per tu col noto ti fai pensieri sciocchi del tipo è più alto, è più bello, è così bianco che sembra malato. E non riesci mai a scindere l’uomo dalla sua arte, così certe canzoni ti vengono a noia. Mai più con una rockstar scrivevi sui bagni del Frida. E il quartiere Isola faceva concerti all’aperto per insegnarti lo sguardo all’alto, e ti slogavi il collo a rincorrere i grattacieli. Ci pensi a chi andrà a vivere in quelle case da un milione di morti sul lavoro? Ci pensi mai a quel che c’è sotto terra? Io no, non ne ho mai il tempo, non ne ho la forza. E dopo dieci minuti di Report dico “Milena” io cambio canale, non ce la faccio, adesso su Rai3 arriva Concita e ci canta un po’ di ninna nanna. Meglio sarebbe vivere in Francia e tutto ignorare.

Ci pensi ancora alle distanze che costruiamo coi silenzi? Nell’assenza di voci parla l’altissimo, puoi dirmi tu. Io dico solo che mi esercito all’ascolto e che se anche sussurri, posso sentirti.

Foto: dalla rete.

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Il principio dell’altalena

Perché alla fine mi piace Cremonini, ballo con Jovanotti e piango con certe canzoni di Vasco. E mi esalto per Fabri Fibra, poi quanto spacca la pasta alla carbonara, che Radiofreccia è un gran film e l’emozione per l’elezione del Papa. E pure certi passaggi di Fabio Volo non sono mica male, dico davvero.

E poi la mia mensa sarà sempre una festa.

Mi piace pensare di lasciarti la tavola sporca, le tracce di me che cancellerai sparecchiando.

E penserai che sono così invadente col mio ideale estetico e quei giudizi taglienti, le mie labbra dolci e la barba lunga per sembrare più grande. Ti scriverei ogni due o tre minuti, che mi manca l’odore, il sapore, e per ogni tua immagine un pensiero diverso, il prolungamento delle mie dita e lo spazio chiuso dei nostri uffici naive.

Nei tuoi capelli la cura, sulla tua bocca il colore. Le mie invenzioni pomeridiane e la tua immagine proiettata sul soffitto come nei film di Chaplin. Andavamo a correre a notte tarda, ci svegliavamo sudati e mi dicevi: è già pronto il caffè?

Delle mie mille adolescenze e dei calzini dispersi. Di quando prendevamo aerei per sentirci adulti e ricamavamo sul cuore le nostre iniziali e per ricordarci di dare un taglio a tutto ciò che non serve cominciavamo dai nomi. Le tue poche lettere per i miei richiami lunghi. E soffiavo tra le tue lenzuola perché la brezza ti ricordasse il mare, la stoffa le onde.

Mi chiederai: li vedi nello specchio i miei piedi? E ti risponderò sempre sì.

Indosserò le tue scarpe per conoscerti meglio e coi tuoi trucchi darò il nero agli occhi. Saremo punk eppure hippie, saremo nerd e pure cool. E scriverò sul muro bianco della tua camera quanto era bello attendere la tua conoscenza.

Col sole che cerca il riflesso tra i tuoi capelli e il cestino grande della bicicletta. Mi sorprenderai a masturbarmi e ti dirò che è tutta colpa della tua lontananza. Mi rassicurerai dicendo: lo sai, sono qui. E non ti crederò, poi l’amo della tua lingua nella mia gola, che sarò pesce e risalirò lungo il tuo fiume.

E’ così sciocco disegnare paesaggi a parole e farmi piccolo e infante. L’isola non trovata e la storia infinita delle rincorse. Il principio dell’altalena che a furia di spingere poi tutto ritorna, e prendi il volo, alzi lo sguardo, non tocchi terra e poi mi salti in braccio.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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