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Buon compleanno, fratello Jack Kerouac

A te che sei nato oggi, alle tue scarpe consumate, alle tue colazioni improbabili, alle guance sporche di nero e alle ferrovie americane.

Le palle lanciate sui campi da baseball, le fotografie in bianco e nero e la mascella squadrata.

Ai tuoi amici bellissimi, all’omosessualità esibita sulle spiagge marocchine, ad Essaouira e al grande sud.

A chi ti descrive come un vagabondo, un furfante, un piacione. Ai film americani e alle attrici bellissime. Alle tue prime serate e agli scrittori che sanno leggere a voce alta. Al bebop jazz della nostra scrittura che prende forma nell’aria e negli occhi e fugge dai classici.

Noi orrore delle case editrici: le frustrazioni degli editor per le nostre ansie.

Alle tue camicie a quadri, alle tue mani forti.

Alle sedie troppo basse, a quelle troppo alte, alla nostra schiena storta. Ai fogli stracciati e dispersi. Al ticchettio della macchina da scrivere. Ai vuoti delle bottiglie di birra, ai rutti sonori, i vaffanculo fuori dai locali, le gonne leggere delle adolescenti e labbra rosse per morire da vergini.

Il beat nervoso della tua voce, le lunghe pause e gli haiku per cercare la pace.

Ti presentavi alle interviste ubriaco per rispondere alle domande insensibili del pubblico adulto. Ti capisco, amico, quando cercavi la beatitudine e ti trovavi davanti il rispetto educato dei tailleur e le cravatte a righe dei professionisti della questua.

Ed io lo so che avresti preferito pisciare dai tetti o il petting spinto tra le auto parcheggiate a fila. E poi il senso di colpa della nostra istruzione cattolica, le ore spese in pigrizia e chiedersi il perché delle performance senza tregua degli altri.

Spaventiamo le femmine con le nostre domande sudate, l’impervia scalata del cuore degli altri mette in conto il sangue.

Tagliavamo pane e salsiccia per rimanere in contatto con la natura. E Gesù il Cristo in croce sui nostri letti, la benedizione alle nostre notti insonni, alle mattine trascorse a riprenderci.

E combattevamo la retorica del cielo, e usavi la parola stella perché prima o poi esplodessimo in luce. La necessità della scrittura come una doccia, i nostri abiti sporchi del pensiero nero e della debolezza incredibile che sapevamo riconoscere, ma non lasciavamo mai.

Che nei primi anni della nostra vita ci vergognavamo ad usare parole come seno, e sesso, e successo, ed ora andiamo di cuore e lasciamo la fica alle bocche degli altri. Che preferiamo i particolari, gli occhiali grandi e le vene pronunciate, le dita lunghe e le unghie curate.

Ti ho scoperto in via Festa del Perdono, Milano di luglio e motorini in festa. Ho comprato il tuo diario al Libraccio, On the Road lo avevo impilato tra le velleità della mia gioventù, tra la mia Africa e il Baobab della savana eritrea.

Che beat è beatitudine, cercare la purezza nelle viscere del proprio io, il sangue in grumi alla nascita e il desiderio dell’amore universale che non riesce a prendere forma.

Per questo versiamo cenere sui pavimenti in legno delle nostre case piccole, chiediamo scusa al mondo per le nostre domande di troppo e raggiungiamo il mare per dare sfogo alla nostra ricerca dell’infinito.

E come le onde torniamo sempre, il moto perpetuo del nostro sentire, ti scriverò ancora, e un’altra volta, una ancora, che per me sei oggi e buon compleanno, fratello Jack Kerouac.

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La Belcostume

In fondo il pericolo sono i buoni, i buoni a tutto, i buoni a niente. Buoni con in piazza archi sorridenti, vestiti fini, modi gentili.

In superficie le tracce della belcostume: il buongiorno all’incontro, un inchino al saluto. E un’educazione spropositata coi sottoposti.

La viltà delle posizioni di testa, che evitano i tagli grossi e sparpagliano il fuoco delle parole sincere nei cessi dei bar e nell’attesa del verde davanti alle strisce pedonali.

I dolci comprati in pasticceria, le mance al cameriere e le cene ordinate sotto casa.

In fondo il pericolo sono i volontari: a disperdere la vita nei sorrisi degli altri, cercare il senso nelle dita tese, nei tamponi deboli alla sofferenza.

In fondo il pericolo sono i volti noti, la retorica della prima serata, le interviste possibili delle ventuno e trenta.

Prendimi per il bavero e dimmelo in faccia che la tua donna non la devo guardare, prendimi a pugni le guance e fammi nero, avrai così un motivo per sentirti diverso. Diverso da te. Coi tuoi desideri di possesso, il fascino immortale delle borse di Gucci e il mio zaino firmato Invicta.

Controlla ora cos’hai nelle tasche. Biglietti dei tuoi spostamenti usati, il cinema il mercoledì e l’accendino per dar fuoco alle tue ansie da poco.

Da quando hai smesso di fumare sei ingrassato, lo sai?

Puoi accarezzarmi ancora la pancia per sentirti migliore, puoi misurare il mio fallo e poi fare i confronti.

Mio caro, mio uomo, ti fermi sempre al di qua del confine, soltanto perché tu, il confine, l’hai inventato. E hai perso in coraggio, vinto in paura.

Che se pensassi di meno, tu meno studiato, meno posato, meno educato, forse lasceresti le redini e segni nuovi sulla tua schiena, unghie rotte e morsi rossi sul tuo collo morbido.

E non fossi già olimpico, affermato, adorato, applaudito, cercheresti il senso nelle attenzioni al tuo fare, al tuo dire, per non piacere agli altri, piacere a te, che sei il tuo vestire, che sei il tuo andare.

Così tenderai le mani e ammetterai anche tu

che hai bisogno di un abbraccio,

di un bacio,

di perdere il senno,

di perdere il sonno

e scriverai parole che rimandi da tempo

in una notte di carne, notte di testa, notte d’amore,

tu non più solo, al comando.

Foto: Elliott Erwitt

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A rubarti le spalle

La domenica con le tue pause, è sotto l’Inter a Catania mentre dall’azzurro del cielo di Parigi piovono malinconie irrisolte tra gli stendibiancheria nelle nostre case troppo piccole.

Sentirti bussare alla porta nel ventre della notte e dar tutta la colpa alla gradazione del vino.

Vorrei semplificare la mia sintassi per farti accedere ai luoghi bui del mio pensiero di oggi. Le luci intermittenti dei decoder e i codici intraducibili di quello che io chiamo desiderio di contatto, e tu non chiami e basta. E se poi gridi da qui non ti sento. Dei tuoi mille anni, dei tuoi mille amanti e del costume in due pezzi che ti ha reso donna.

Vorrei dividere il pane con te, noi due alla tavola di un signore che non conosciamo fino a toccare il fondo.

Vorrei farmi cane ed esserti fedele sempre, topo per elemosinare briciole del tuo passaggio.

E pareti in carta fotografica per lasciare impressi i nostri contorni. Le foto magnifiche degli orgasmi degli altri e la mia ricerca superficiale di attenzioni.

Ho cambiato l’acqua al pesce in tre case diverse nell’ultimo mese, il bagno è il luogo più frequentato del mondo e vai a finire che ti ci ritrovi sempre da solo.

Volevo rubarti le spalle e giocare a nascondino tra le tue labbra. Volevo almeno dirti addio, sporcarmi le guance di cioccolata e dirti che mal sopporto la parola sorriso.

Ci hanno rovinato tutto il vocabolario e con le mie pagine asciugo le tue lacrime dal pavimento e mi dico che forse così saranno zuppe di senso.

E quando mi dicono che la poesia si misura in pieni e in vuoti io storco le labbra e cambio voce, mi faccio verso e così, chino, fuori equilibrio, in tensione, dico che bello sarebbe se tu fossi qui.

Che vorrei rubarti le spalle, giocare a nascondino tra le tue labbra.

Foto: Enzo Sellerio

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Tutta la vita davanti è un film italiano

Quel che mi spaventa, lo sai, sono gli imperativi, il dito puntato, il punto fermo. E faccio a botte col già detto, le frasi fatte. Le formule irriproducibili degli anni passati. I caratteri mobili dei quotidiani e il mare salato che tiene a galla le nostre parole di questi giorni.

E dalle iscrizioni sul marmo ricordo che Goldoni è morto povero, che Hemingway era ramingo e che la morte fa brillare le ossa e dimentica la carne.

E mi spaventa chi si affida soltanto alla compagnia di un cane o di un gatto, chi ha paura della lingua e degli occhi. Chi si dimentica del significato della parola uccidere, chi si rintana nella retorica del meno peggio e parla di democrazia rifiutando lo sguardo degli altri. Che una cosa è la cultura, lo stile, l’ostentata bellezza, la sapienza, altra cosa è il non avere rispetto dell’altro, il volerlo prendere di peso, inculturare, schiaffeggiare con fare da saputello. Non mi convince l’accusa, rimbocchiamoci le labbra amico, sleghiamo i muscoli, viviamo nel bello, lottiamo per noi, per l’altro e l’altro ancora, parliamo poco, vestiamo con cura, circondiamoci di cose belle, persone interessanti, incontri dal vero, musica viva.

E proviamo a spegnere le luminarie, le televisioni e le raccomandazioni. Impariamo a tenere la mano, a disegnare gli occhi.

Che uso troppo le parole del sempre e del mai. E nelle righe qui sopra ho abusato dell’imperativo, con la paura di diventare quello che temo. Mi dicevi dell’estinzione dei dinosauri, dicevi che erano soltanto sciocchezze, racconti da carta stampata.

Che dimentico sul comodino il caffè dell’altro ieri e credo torni presto il tempo della novità, del tuo sedere tondo e dei tuoi versi al risveglio.

Nelle tasche ho ancora coriandoli e stelle filanti. Ho perso leggerezza sfilando lungo le strade delle città grandi.

Nel mio cervello c’è uno spazio vuoto che riservo per te. Ho perso il senno tra le lenzuola, smarrito bussole tra le schede elettorali.

Continuo a scriverti lettere lunghe una pagine, aspetto risposte lunghe una riga.

Che prendo aerei per tornare al paese e afferro treni per andare in città. Gli abbracci lunghi degli amici di sempre, le novità delle vite nuove e di quelle passate. La malattia che affonda il piede in tristezze e le sabbie mobili della ricerca d’impiego.

Vorrei scriverti delle stelle, dei tramonti sudamericani e dello smantellamento delle dittature, di nuove libertà, del mare d’Eritrea e delle lance che solcano l’onda. E ancora delle tivù satellitari, dei quartieri ricchi e bianchi e fetenti delle provincie africane, invece guardo i risultati elettorali con lo smartphone e rispondo a chi mi chiede che accade: stringo le labbra dico, va tutto bene, va tutto bene per farmi coraggio.

Se fossi qui mi diresti di pensare in grande, di lasciar perdere le contingenze. Che Tutta la vita davanti è un film italiano.

Photo: Larry Burrows

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Il mio regno non è di questo mondo

Caffè nero sui pantaloni e un taccuino. Due tiri di spliff della notte passata e vino buono in bottiglie da 375 cl. Assaporare il gusto dei ricchi e sporcarci le guance nella solitudine delle nostre piccole stanze.

Ho cominciato a parlare con gli acari e nelle veglie notturne declamo le poesie di Dalla. Telefonami tra vent’anni o mandami un messaggio per dirmi che esisti anche lontano dagli occhi.

Mentre facciamo del nostro passo rasoio e tra le palizzate alte dei cantieri e i caschetti gialli si nasconde la dignità delle vittime del pensiero dominante.

Ci concentriamo sui master, la lingua straniera e la disponibilità del denaro per vestire di buone parole la carne nuda degli altri. Il resto è malalingua e imbarazzo. E quando accarezzi l’animale ti ricordi del soffio che ti scuote le viscere, l’anima viva del tuo respiro e il calore del pollice opponibile.

Davanti alle ingiustizie le rassicurazioni del codice della strada per i nostri rapporti superficiali. Ricordati che il lavoro è soltanto lavoro, pensa a te stesso e fai attenzione agli specchi, alle tue immagini fotocopiate appese ai muri come carta da parati. Quando perderai in novità e forze rinfrescheranno le pareti e farai la fine dei mangianastri. Il sorriso, un inchino, ma non pensare che tu per loro sia un uomo, ti pensano a scale e fanno di tutto per montarti sopra senza che tu te ne accorga. Finché muovi la coda ti lanceranno la palla, correrai a prenderla e riceverai carezze e ossa. Ma i premi invecchiano e le corse stancano, digrigna i denti e abbaia, difendi il pelo, trascura il branco. Manifestare la rabbia è la necessità che va oltre le piazze e si fa quotidiano. A culo le nostre educazioni borghesi: i pugni alzati e i gomiti appoggiati alla tavole rotonde.

Sai che ti dico, amico? Non trascurare i tuoi modi, la dignità dei tuoi punti neri e le forme eccentriche del tuo vestire, ma allenta il nodo alla cravatta, non affogare nelle adorazioni rituali degli altri. Nei buonasera e nei come va gli indizi della povertà del linguaggio.

Vorrei parlarti ora degli interventi riusciti, delle piazze in festa e della mia fiducia nell’essere umano. Vorrei parlarti di Gesù Cristo senza il peso di Tolstoj. Ma non ci riesco. E solo tu puoi aiutarmi. Che non ho braccia per le mie notti insonni e trovo gioia nel divenire del sole e nei venti ghiaccio di fine febbraio. E il tuo vestito a pois bianchi è soltanto una mia invenzione che sei così impegnata nelle disabilità degli altri che finisci per dimenticarti la mia.

Quando credo che non esista un amore universale se non concretizzi in carezze, parole, attenzioni da niente. Amare il proprio sangue è facile, l’albero genealogico delle tue amiche e le tue radici di nascita, poi la saggezza stanca degli adulti che ti circondano. Ma è nel diverso che scorgo redenzione di noi e conoscenza. Io per te straniero, io vagabondo, io battuto, io beato.

E poi tu e quel pensiero che mi fa nebbia intorno, come in via Paolo Sarpi, come in corso di Porta Romana, come in Boulevard Saint Martin, tu e ancora tu.

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Je voudrais perdre la tête pour toi, seulement par décapitation

Entre les connexions interrompues de nos téléphones contemporains, tu es partie dresser la bouche avec une galette de maïs. Les lèvres gonflées et le vin en calice sur ma table de bois foncé. Tes pieds sur le rebord de la fenêtre, avec le vent qui perturbe le printemps et ce pendentif que tu portes au milieu de ta poitrine. J’ai grimpé dans un arbre pour regarder à ta fenêtre, te dire bonjour en écartant les doigts pour les refermer sur mon désir érotique.Tu n’étais pas là, un dessin d’enfant : un dinosaure et un soleil naïf avec ses rayons qui tombent dans la bouche de l’animal, ta culotte pliée sur le lit et le parfum pastel du linge lavé. Le téléphone a sonné mais ce n’était pas toi.

Je suis tombé de l’arbre, un poteau entre les jambes ne sert à rien si on ne peut pas s’y raccrocher. Je cours sur place, la sueur efface tout souvenir de mon dos, en absence des traces de tes doigts. Dans l’espace entre tes voyelles longues tes joies futiles, je voudrais perdre la tête pour toi, seulement par décapitation. On a parlé d’amitié, on s’est déchiré les joues par la distance de nos téléphones dans la banalité de l’obscurité.

Il y a une fenêtre au dessus de mes pieds quand je m’allonge sur mon lit et je dessine des formes étranges et je fume à travers un bâton d’encens, la brise de cinq heures du matin pour mes pensées qui ne laissent même pas tranquilles les moustiques fatigués.

Les rares nuages. La lumière froide. Au feu les palais, les antennes paraboliques, les balcons vides et les volets baissés. La vie intérieure et tous ces pixels en cascade.

Tu peux me dire maintenant ce que tu veux faire ?

Devrait-on s’asseoir au comptoir et boire une pinte comme tous les autres ? T’as envie d’un Mojito ? Je ne sais pas ce qui me fait passer mes nuits à regarder vers le ciel, on recherche le vol et on construit des ailes pour éloigner nos chaussures de la souillure de l’asphalte, rien d’autre. Tous ces verres vides, le tri sélectif de nos pensées d’aujourd’hui. Dis moi maintenant quoi faire, rêver de la mer ou descendre dans la rue faire la guerre avec les trams en attendant le matin ?

Ce discours à propos des animaux de compagnie qui nous a gardé les chaussures lacées, tu voulais retourner au silence et je t’ai dit qu’on pourrait le partager entre nous et l’habiter un peu. Alors tu as commencé à me gifler avec tes dents trop blanches et le soleil nous a surpris quand nos yeux étaient encore fermés. Pas comme ça, pas comme ça j’ai dit avant la bataille navale entre nos ventres, donne moi ta main et puis debout, laisse moi te regarder, laisse toi te faire embrasser, et puis tourne toi car ça me plait aussi quand tu ne me regardes pas et je suis forcé de perdre mes yeux sur ton monde divisé en deux par l’unique méridien que je puisse toucher. Et je glisse mes doigts dans tes ombres, je lève ta tête et pendant que tu murmures je te dis : tu voit ce qu’il reste de nous ? Les longues lignes de nos cheveux percent le ciel, nos mots échappent aux antennes, tu vois tout ce bleu, si tu te baisses un peu on sera au dessous de la ligne des gratte ciels, et le blanc et les parcs, les arbres en fleurs et l’explosion du pollen pour les conjonctivites de juillet, si ta vue est brouillée c’est que tu es ailleurs.

Martina Margini, con garbo e discrezione, ha tradotto questo:

Tra i fili interrotti dei nostri telefoni contemporanei, te ne sei andata in cucina ad apparecchiarti la bocca con le galletta di mais. Le labbra gonfie e vino in calici sul mio tavolo di legno scuro. I tuoi piedi sul davanzale della finestra, coi venti che disfano la primavera in fiori e quel ciondolo che porti in mezzo al petto. Mi sono arrampicato su un albero per guardare alla tua finestra, farti ciao aprendo le dita e poi chiuderle sull’erotico mio gioco. Non c’eri, un disegno di bimba: un dinosauro e un sole stilizzato coi raggi che finiscono in bocca all’animale, le tue mutandine piegate sul letto e il profumo pastello della biancheria lavata. Mi è squillato il telefono e non eri tu. Sono caduto dall’albero, a niente serve un palo tra le gambe se non ti ci puoi sostenere. Mi sono messo a correre sul posto, col sudore che lava via la memoria dalla mia schiena senza i segni delle tue dita. Nello spazio delle tue vocali lunghe le tue gioie da poco, vorrei perdere la testa per te soltanto per decapitazione. Ci siamo detti dell’amicizia, ci siamo strappati le guance sulle distanze dei nostri cordless della banalità del nero. C’è una finestra sopra i miei piedi quando mi sdraio sul letto e disegno forme strane e fumo con lo stick dell’incenso, la brezza delle cinque del mattino per i miei pensieri che non lasciano stare le zanzare stanche. Le nuvole rare. La luce fredda. Al fuoco i palazzi, le antenne paraboliche, i balconi vuoti e le persiane abbassate. La vita dentro e tutti questi pixel in cascata. Me lo vuoi dire adesso che fare? Dovremmo sederci a un pub e bere una media come tutti gli altri? Hai voglia di un Mojito? Io non lo so cos’è che mi fa passare le notti con lo sguardo all’insù, cerchiamo il volo e costruiamo ali per staccare le scarpe dallo sporco d’asfalto, null’altro. Tutti questi vetri vuoti, la raccolta differenziata dei nostri pensieri di oggi. Dimmelo adesso che fare, sognare il mare o scendere in strada e far la guerra coi tram aspettando il mattino? Quel discorso sugli animali da compagnia che ci ha tenuto allacciate le scarpe, che te ne volevi tornare al silenzio ed io ti ho detto potremmo dividerlo a metà ed abitarlo un poco. Così ti sei messa a prendermi a schiaffi coi tuoi denti bianchissimi e ci ha sorpreso il sole che ancora tenevamo gli occhi chiusi. Non così, non così ho detto prima della nostra battaglia navale coi ventri dammi la mano e su in piedi, fatti guardare, fatti baciare, e poi voltati che mi piace anche quando non mi guardi e sono costretto a perdere gli occhi sul tuo mondo diviso in due dall’unico meridiano che posso toccare. E infilo le dita nelle tue ombre, ti alzo la testa e mentre ansimi sussurro: lo vedi quello che resta di noi? Le linee lunghe dei nostri capelli trafiggono il cielo, sfuggono le nostre parole ai tralicci della corrente, lo vedi tutto quell’azzurro, se ti pieghi un poco saremo sotto la linea dei grattacieli, e bianco e parchi, alberi in fioritura ed esplosioni di polline per le congiuntiviti di luglio che se ti si annebbia la vista è perché sei altrove.

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Anche una stupida domanda del cazzo

La calza sinistra bucata e gli sguardi lasciati dietro alle vetrine e agli angoli delle strade della città del mutuo soccorso.

Vengono a rubarci le chiavi di casa per mettersi nei nostri panni e non trovano niente di interessante.

Quando non ti ho mai visto in pigiama e ho fantasticato troppo.

Non c’è una notte qui, non c’è riposo per le nostre guance. Le carezze mancate e tutti questi sinonimi per descriverti quello che sento.

Dovremmo strappare una pagina bianca e metterla davanti a noi come una copertina.

Non credere a tutto quello che dico, ma guardami negli occhi, annusa l’odore che porto intorno al collo. Noi come gli asini, il carico delle rinunce, i viaggi intorno ai campanili e le sigarette spente sul balcone. Ci appendevamo alla traversa per sollevare i piedi da terra e simulare il volo.

E ti ho comprato un paio di stivali rossi per attraversare la strada, dicevi che non ti interessa nulla delle attenzioni degli altri e finivi per non capire che mi sporgevo così tanto che correvo il rischio di cadere dalla finestra e diventare l’angelo delle tue notti insonni. La deflorazione è soltanto un passaggio. Vuoi dirmelo ancora dov’è finita quella che una volta chiamavamo armonia?

E con dovizia di particolari potrei spiegarti il perché poi il coito mi interessa così poco eppure mi ossessiona.

Vorrei tenere i tuoi occhi sul comodino come se fossero un paio di occhiali. Che sono miope da troppo tempo e se dormo poco mi pulsa la cicatrice che porto sull’occhio sinistro.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta? Classificare le esperienze in base al tempo per la disabitudine alle attese. Se ci fosse Erri De Luca ci farebbe un sonetto, a te tendere: attendere.

Me lo vuoi spiegare perché non riesci a sederti con me senza pensare a un domani, senza farti prendere dalla paura di quel che succederà? Vorrei avere sessanta o più anni, i peli radi e bianchi e l’aiuto delle pastiglie. Vorrei dirti che è così sciocco fare teorie sulla vita e quello che conta è raccontarsi esperienze. Una bottiglia di Bordeaux del 2008.

E quando parlavamo della follia potevi citarmi Shakespeare o le frasi intraducibili sui bordi della strada che per me faceva lo stesso.

Quando ti ho detto che hai gli occhi liquidi hai fatto finta di niente.

E adesso sai che faccio? Vado a una festa di ventenni e spruzzo il profumo buono. E poi guardo in alto, i balconi e poi le nuvole, le ciminiere e le stelle, per non dimenticarmi dove voglio arrivare. Che sublimare in parole tutta l’esistenza mi fa un sacco male, come vomitare. Parlami ora, scrivimi adesso e dimmi quello che ti passa per la testa, qualsiasi cosa, anche una stupida domanda del cazzo.

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In primavera con le braghe corte

In primavera con le braghe corte.

Ad attenderti coi fiori in mano sui cavalcavia.

Cercarti alla stazione dei treni alle sei del mattino e incontrare le tue palpebre gonfie, saltarci sopra per fare sbocciare l’estate dai tuoi occhi.

Che non ti trovavo mai. Le coppie sui prati a incastrare le costole, i movimenti pelvici nelle discoteche del pomeriggio e le gare di lingua degli amici del cuore. E mille ipotesi sul buco nero dell’altro sesso.

Avevamo lasciato acceso il riscaldamento per sudare di più mentre compivamo rituali di gruppo fuori dai bagni della scuola. Hai mai fumato? Hai mai scopato? Dimmelo adesso, dimmelo ora. Ora che siamo grandi facciamo i giochi della verità perché incapaci di invadenze, sarebbe meglio che tu me lo dicessi quello che stai pensando. Tirare fuori le curiosità dal bacino e metterle davanti agli occhi, darci una forma e modellarle a vetro.

E poi dirai che sono strano, forse anche sciocco. Tirerai conclusioni guardando le mie foto su Facebook, ora che uso un nome vero è tutto così finto.

Dice che l’Italia è il paese in cui più si bestemmia perché c’è il Vaticano, dice che dai rifiuti s’impara ad amare, che l’amore negato regala profondità ad altri sconosciute.

Dimmelo ora come dar riposo al ventre, come far ricresce la pelle sulle nocche quando è inverno; la barca accumula bianco sui lati e ghiaccia l’albero, quando vorrei soltanto la tua schiena e il vento caldo del tuo ansimare.

La pelle del pene non ha uguali nel mondo, lo sai? Che se non ti fai prendere dalla fretta lo capisci. Ecco quello che intendo, pensi troppo, lavori troppo e mi vivi poco. Perché tutte queste paranoie? Chissà poi a cosa pensi. Ci sarà il sole domani, o pioverà? Ci sveglieremo e saremo sorpresi, e se poi nevica non andremo al lavoro. E chi ti parla della vecchia democrazia cristiana lascialo perdere, che il più è stato detto. Chi ti dice di non essere rappresentato prendilo a schiaffi e digli che per la rappresentazione non bastano nemmeno i pennelli e anche la fotografia è soltanto un istante, o un sempre, chiamalo come vuoi. E non lamentiamoci poi se tutto è così complesso, che se fosse semplice finiremmo per andare al mare tutti i giorni e troveremmo altre scuse per annoiarci.

E ora guardami ancora con gli occhi che brillano, che se è stato un caso farò finta di niente, dimenticherò in fretta e tornerò alla teoria del meno peggio, te lo prometto.

Guardami ancora con gli occhi che brillano.

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Com’era bella la tua camicia bianca

Aveva due spalle e le chiamava con nomi diversi.

Che affrontava la vita sistemando ogni cosa al suo posto, cercando un nome per definirla. Ed io che non domando mai il nome quando comincio una conoscenza, e se capita che me lo dicano finisco sempre per dimenticarlo per poterlo poi chiedere in seguito.

Non mi ha mai appassionato tracciare i contorni e così delle persone mi interessa l’impronta, il segno impalpabile della presenza e poi il ricordo e il desiderio del secondo round. Mi ritrovo così calpestato, e sfatto, e rivoltato come i campi toscani, le colline del Monferrato. Porterò frutto prima o poi, vino d’annata per le vostre gole secche. Riscalderò palati grossolani, lingue fini.

Vorrei abitare un giorno nel lunapark della tua testa e divertirmi come fai tu, chissà se poi ti diverti.

E chissà poi se frequenti ancora i ristoranti di Milano o i balconi del nord Europa e come mi piacciono le tue foto quando ti circondi di colori accesi o indossi cappelli fuori stagione. E intanto leggo i quotidiani on.line, mi dice Fazio che Sanremo è la nostra storia, come Miss Italia -dico io-, come l’Infinito di Leopardi o il risotto alla milanese. Un buco sul mio maglione è soltanto esperienza. Che le patate al forno finiscono sempre per essere troppo poche. Davanti al piatto, forchetta in mano, coltello in gola, con Saviano che si rivolge a Bagnasco sui social network e le scuse pubbliche di Chiellini per gli interventi scomposti, la pancia incredibile di Belen Rodriguez. E vieni ancora a citarmi Wislawa Szymborska.

Restituiremo i portafogli rubati e impareremo a fermare la gente per strada per la curiosità di una camminata, i capelli rasati, un colore, un’espressione. Com’era bella la tua camicia bianca.

Ti descrivevo il perché del mio agire scomposto e provavo a farti comprendere la mia smania di conoscenze mentre elemosinavo attenzioni per nascondere il desiderio dell’approdo.

Riconosceranno prima o poi i nostri meriti, mi dicevi, saremo felici prima o poi, ti rispondevo. E finivo con lo specificare che la parola felicità abbonda sulla bocca delle correnti generiche tanto quanto la parola bellezza. E mi chiedevi: “Che cosa stai cercando tu?”

Avrei voluto posare le guance a cavallo del tuo collo e riempire le narici del tuo profumo invernale.

Quel che mi manca sei tu, o sono io, che tra tu e io ci sono soltanto due lettere di differenza. Le stesse di un no, le stesse di un sì.

Foto: Peter Lindbergh

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Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway

Gli occhi incastrati tra i comignoli, contavamo fino a quando il pensiero si staccava da noi e ci trovavamo con le dita impegnate senza saperlo.

Il cellulare lasciato sul tavolo, i bicchieri tagliati in due dal rosso.

Per le trasparenze ci bastavano gli occhi e mi chiedevo se ci avessi dato del lucido, se esistessero ancora le bombolette che donavano la patina invisibile ai nostri lavoretti dell’asilo.

Quando il tuo gomito precipitava dal tavolo e facevi finta di niente.

I camerieri imparano tutte le lingue del mondo e io della tua non conosco la forma.

Ci siamo stretti intorno ai vicoli privilegiati di certa gioventù che si guarda troppo allo specchio, e ti dicevo che abbiamo perso tempo ad amarci in decalcomanie, che ora potremmo disegnarci senza l’aiuto delle fotografie.

Per i nei che danno senso al bianco, i punti neri per il grasso in eccesso. E poi un discorso sui trasferelli che non ricordo più.

Ci sorprendeva la grandine quando osavamo prenderci il tempo di guardare tutto dall’alto: il cielo parigino come la panna cotta dopo un lungo pranzo.

E mi chiedevo il perché dello sporco esagerato dei miei capelli.

Quando attraverso la strada ho paura delle biciclette.

E tra le lapidi dei grandi cercavo ispirazione e ti dicevo che sì i politici, sì i rivoluzionari, ma che ne è dei poeti? Hai mai conosciuto uno scrittore felice? Hai mai preso un caffè con Kafka? Un tè verde con Einstein?

Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway.

Dimmelo ancora che i trapassati ci parlano, prossimi o remoti che siano. Dimmi che è della tua pelle bianca, dei pascoli erbosi del mio petto, delle tue labbra fini e del puttane agli angoli della strada. Che si sono divise il territorio per colore, mi dicevi, come a Risiko: qui i cinesi, qui gli indiani, qui gli africani, vuoi dirmelo ora che ne è stato delle prostitute australiane?

Per confidarti che la libertà si misura in incontri, delle malelingue delle città grandi e dei miei affetti per la provincia lombarda. Ti caveranno il sangue a furia di morsi, ti fischieranno le orecchie fino a farti impazzire, ma sai che non è cattiveria, loro lo fanno perché non hanno nient’altro, gli antidepressivi per stare meglio. Il giardino del vicino è sempre più stronzo.

Volevo scriverti dell’amore e ho spalancato le finestre: è entrato un gabbiano. Così gli ho domandato come ci si sente a perdere l’identità dell’io, gli uccelli non hanno nomi propri e va a finire che si confondono. Lui mi ha risposto che faccio domande non interessanti, che meglio è volare, andare, viaggiare, che a lui poco interessa dei riconoscimenti, che fa il pieno d’acqua, e aria, che abita il mare, ma non trascura i tetti, che si nasconde la notte e poi fa bianca l’alba.

Ci siamo stretti le ali come si fa nei libri per bimbi. E quando ha preso il volo mi ha fatto segno di rimanere, di non seguirlo, di prendere l’uscio, che a noi umani le picchiate fanno male, che non conosciamo le correnti e coi venti facciamo guerra, mentre loro no, mangiano, bevono, volano e sanno tutto gli orizzonti.

Così pensavo a te, e raccoglievo una penna bianca, la nascondevo tra i capelli e poi ballavo in cerchio, come fanno gli indiani, c0me fanno i gabbiani, e tu ridevi, pensavi che sciocco e a me andava bene anche così.

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