Il mio regno non è di questo mondo

Caffè nero sui pantaloni e un taccuino. Due tiri di spliff della notte passata e vino buono in bottiglie da 375 cl. Assaporare il gusto dei ricchi e sporcarci le guance nella solitudine delle nostre piccole stanze.

Ho cominciato a parlare con gli acari e nelle veglie notturne declamo le poesie di Dalla. Telefonami tra vent’anni o mandami un messaggio per dirmi che esisti anche lontano dagli occhi.

Mentre facciamo del nostro passo rasoio e tra le palizzate alte dei cantieri e i caschetti gialli si nasconde la dignità delle vittime del pensiero dominante.

Ci concentriamo sui master, la lingua straniera e la disponibilità del denaro per vestire di buone parole la carne nuda degli altri. Il resto è malalingua e imbarazzo. E quando accarezzi l’animale ti ricordi del soffio che ti scuote le viscere, l’anima viva del tuo respiro e il calore del pollice opponibile.

Davanti alle ingiustizie le rassicurazioni del codice della strada per i nostri rapporti superficiali. Ricordati che il lavoro è soltanto lavoro, pensa a te stesso e fai attenzione agli specchi, alle tue immagini fotocopiate appese ai muri come carta da parati. Quando perderai in novità e forze rinfrescheranno le pareti e farai la fine dei mangianastri. Il sorriso, un inchino, ma non pensare che tu per loro sia un uomo, ti pensano a scale e fanno di tutto per montarti sopra senza che tu te ne accorga. Finché muovi la coda ti lanceranno la palla, correrai a prenderla e riceverai carezze e ossa. Ma i premi invecchiano e le corse stancano, digrigna i denti e abbaia, difendi il pelo, trascura il branco. Manifestare la rabbia è la necessità che va oltre le piazze e si fa quotidiano. A culo le nostre educazioni borghesi: i pugni alzati e i gomiti appoggiati alla tavole rotonde.

Sai che ti dico, amico? Non trascurare i tuoi modi, la dignità dei tuoi punti neri e le forme eccentriche del tuo vestire, ma allenta il nodo alla cravatta, non affogare nelle adorazioni rituali degli altri. Nei buonasera e nei come va gli indizi della povertà del linguaggio.

Vorrei parlarti ora degli interventi riusciti, delle piazze in festa e della mia fiducia nell’essere umano. Vorrei parlarti di Gesù Cristo senza il peso di Tolstoj. Ma non ci riesco. E solo tu puoi aiutarmi. Che non ho braccia per le mie notti insonni e trovo gioia nel divenire del sole e nei venti ghiaccio di fine febbraio. E il tuo vestito a pois bianchi è soltanto una mia invenzione che sei così impegnata nelle disabilità degli altri che finisci per dimenticarti la mia.

Quando credo che non esista un amore universale se non concretizzi in carezze, parole, attenzioni da niente. Amare il proprio sangue è facile, l’albero genealogico delle tue amiche e le tue radici di nascita, poi la saggezza stanca degli adulti che ti circondano. Ma è nel diverso che scorgo redenzione di noi e conoscenza. Io per te straniero, io vagabondo, io battuto, io beato.

E poi tu e quel pensiero che mi fa nebbia intorno, come in via Paolo Sarpi, come in corso di Porta Romana, come in Boulevard Saint Martin, tu e ancora tu.

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