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Corrimi incontro quando scendo dal treno

E poi ci sono le redazioni, gli orari frenetici delle ultime notizie e l’accavallarsi di stampe su fogli A4 e banchi spersonalizzati, le foto dei nostri figli e i cioccolatini da mettere in tasca alla moglie, pile di post it come arcobaleno.

Le luci bianche di neon asettici per ricreare la luce del giorno e dire che sì, il lavoro nobilita così tanto che non arriverà un’altra notte, non dormiremo mai più pensando ai nostri figli che a 16 anni si rasano i capelli sui lati e domandano i diritti del terzo mondo e poi una scuola che permetta loro di entrare nel giogo del lavoro.

A 18 anni viaggiare, sperimentare dolcezze infinite e deserti acidi, e poi amare e trovarsi la sera a suonare, a scambiarsi le idee perverse di mondo e la libertà di fumare sigarette lunghissime lontano dagli occhi dei grandi. Quando tutto questo sarà finito piegherete la testa al denaro e vi ritroverete gobbe in mezzo alla schiena, vittime voi degli slogan e dei megafoni.

Che a 20 anni bisogna pensare a sé e trovare passione e credo e desiderio del fare e i bisognosi verranno dopo, non pensare, incontrare, le riflessioni sugli altri valgono poi, in nascita, in morte e in maturità.

Tornare a casa con la borsa a tracolla, realizzati, schivi, comprare una pizza in cartone, magari una birra, un sushi d’asporto. La polvere del mondo fuori di casa, la porta chiude bene, doppia mandata, non verranno a interromperci questa sera. E così il beat elettronico di Deezer e i piedi nudi sul pavimento per dirci ancora una volta che anche le scarpe sono una prigione, figurarsi i muri.

Nel sesso gli sfoghi, guardavi ai due buchi come a una liberazione e mi insegnavi a fottere le regole soltanto col movimento perverso della tua bocca. Non quello cercavo, volevo le tue braccia dietro la schiena, la tua bocca capace di pronunciare parole che io neanche immagino, vederti inventare tramonti di bottoni e laghi di carta stagnola.

Verrà un giorno in cui faremo insieme l’albero di Natale, andremo a prenderlo in foresta e ti mostrerò il luogo in cui sono nato.

Non voglio parlare di quel che succede nel mondo, indossa il vestito leggero, quello che si muove col vento e corrimi incontro quando scendo dal treno.

Foto: Charles Moore

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Ho voglia di dirti sei bella

Come,

chi è rinchiuso tra sbarre d’uffici,

come,

chi ha una sposa pronta ad accoglierlo ad ogni ritorno, un piatto caldo in tavola, un piccolo uomo sbavoso e felice che piange per notti e poi cerca seno e mano donando affetto in cambio di calore,

come,

può pensare costui che una vita sciolta da ogni vincolo sia gioia e libertà assoluta?

Nulla a che vedere con questo hanno i capelli al vento, nelle vetrine a specchio dei palazzi borghesi i nostri soprabiti lunghi, le tasche lise e i gomiti consumati. I nostri sorrisi folli e quella sofferenza che ci coglie in mezzo alla notte mentre pensiamo al futuro dei nostri cari per lasciare il nostro in preda ai cani che si dividono membra già dilaniate dalle domande che recitiamo al mattino.

Per salutare il giorno coloriamo di nero la moka Bialetti e non ci basta un caffè, non ci basta nemmeno un pasto povero. Ci ingozziamo di vita, noi che non sappiamo accontentarci del sapore e vogliamo andare oltre le pietanze. E sballiamo col vino, i nostri denti rossi e la lingua lunga per cercare diamanti grezzi in seno alla notte.

Recitiamo lo stesso copione falso dei palchetti dorati delle città grandi alle donne incontrate per strada, diamo scandalo pubblico abbassando lo sguardo quando ci sentiamo accettati e ci lanciamo col dire ti amo soltanto dopo qualche minuto, un profumo.

Noi esseri disperati che non sappiamo come le nostre madri abbiano avuto il coraggio di chiamarci per nome, diventiamo rossi per un abbraccio e quando qualcuno prepara la tavola per le nostre facce ribelli, ci dice siediti e non toccare niente, che siamo ospiti entrambi, ma questa è casa mia.

Ospite della vita, in vero, a quattro zampe cerco ancora sul pavimento i cocci di bottiglia dei folli che mi hanno preceduto e ritrovo soltanto fotografie in bianco e nero e pagine e pagine di confessioni.

Vorrei vendere la mia Vespa di panna per poter dire: “Non possiedo nient’altro che una valigia di stracci e medicine contro il mal di testa e scarpe per camminare e diplomi da bruciare davanti al signore di Roma”.

Non sarò certo io a rivoltare gli argini del fiume disumano che attraversa i nostri costumi invernali, le maschere dei maiali e tutti questi no agli agnelli. Come se il bianco fosse intoccabile, la carne indesiderabile.

Mi stenderei sotto il sole d’aprile per aspettare le stelle cadute e maledire il tempo che ho perso e le parole sprecate con le bellissime dei rotocalchi.

Mentre mi accarezzo il petto e penso con stima, piacere, affetto a Lucio Dalla e ai colpi di mano tra i peli radi delle cosce magre, alle canzoni che accompagnano le mie passeggiate e ai viaggi in nave, per quella notte in aereo con Monica Bellucci dopo mesi d’Africa nera. Il bianco dei nostri schizzi è vita sciolta, sprecata.

Niente è più atteso dei tuoi tratti dolci quando in bocca hai l’amaro dei giorni. Ma occorre sciacquarsi le guance e poi ancora aspettare, che i passaggi bruschi non rendono gioie alla lingua.

Addormentarsi una sera ubriachi e ritrovarsi rock star.

Le mie paure delle dipendenze: la droga, l’alcool, l’amore e poi il mare.

Sento il richiamo blu del gabbiano, le isole della Grecia mi attendono ora che è arrivata una proposta da McDonalds spengo lo sguardo e getto la lingua di lato. Ho voglia di dirti sei bella.

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Ci scattavamo foto nudi

Ci scattavamo foto al nudo per riscoprire il volto. La tua schiena e polvere di stelle cadenti, il tuo seno accennato e la tua mano che viene ad accogliere il mio abbraccio e così lo riempie di senso. La ricerca e il frutto proibito dell’albero che porti a cavallo del gomito. Le mie sopracciglia dense e gli occhi che cadono tra le tue parole scomposte.

E intanto la strada sporgeva il suo fianco alle auto, pozzanghere nere e gonne lunghe a primavera, scarpe veloci e gambe a x. Veniva a prendermi la malinconia della domenica, le coppie nei parchi e gli aperitivi dei dolci profumi. A perdere il senno tra le pentole della cucina, la scelta degli ingredienti e ritrovarmi ad apparecchiarti la bocca di baci mancati.

E in ascensore un vetro per riflettere sul perché degli incontri. Sempre un impegno e poi fare festa, tutte le preghiere ai mattini assolati che non mi accorgo più del passare dei giorni, come quel viaggio in Sudamerica, il cavallo sulle spiagge di Essaouira e poi i concerti finiti a tarda notte, a cercare la posizione più adatta ai nostri membri induriti dalle attese di quei messaggi che non arrivano mai e quando arrivano respiri forte e dici che bello.

Noi cercavamo la nobiltà nelle soste all’autogrill, con Bud che si faceva di nero e biscotti e le razzie di patatine di Enry, a scambiare parole con le scolaresche e lamentarci del culo della commessa. Questa è la notte che tiravamo indietro i sedili per dormire scomodi, e ci fermavamo in bar piccolissimi e strattonavamo la camicia a righe del barista coi baffi e un altro giro, un’altra mezz’ora, che fuori è buio e fa un po’ paura. Mentre davo gas e saltavo sulla frizione, la prima sgommata della mia fuoriserie d’annata e nuove partenze verso le feste degli altri.

Una sera intera a parlare del perché mi nego e alla fine darti un bacio come una bandierina del Risiko, dire che sì, un’altra volta, anche tu, e perdere il conto delle conquiste, gettare i dadi: altro giro, altro mattino. Quando non sai se un caffè è abbastanza e rimpiangi le lenzuola appena lavate di tua madre.

Grattavo via i rimasugli delle attività di volontariato e mi avvicinavo all’amico per dirgli “e poi come stai? Che si racconta là in quella terra dove fuori non succede mai niente e dentro son tempeste?”. Mi guardavi male quando parlavo del volto di Dio.

E così prendevo la fuga, di quando il sole scalda la tenda e la maglietta appiccica sul collo. E cerchi il mare, la brezza fina del primo topless della giornata e il tuo libro impegnato che non riuscirai mai a finire. Una focaccia calda, un cappuccino, un panino.

Gli altri nel mare, io sugli scogli che a pensare troppo diventi sirena, il canto insensato che rende folli e i dischi degli indie, il ritmo elettronico per sentirsi meno soli.

E mentre tua sorella dorme di giorno e si popola il tuo letto delle fidanzate di altri ti viene un urlo dentro che soffochi così, scrivendo sul muro le tue iniziali, per dirti sei in cella e prima o poi evaderai, vedrai.

Foto: Allen Ginsberg

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ZèroZèro

In quel paese dal nome impronunciabile, sconosciuto ai galli eppur famoso tra donnole e volpi, sovvertiremo il banco dei vestiti d’occasione io e te. Ci vestiremo a futuro cominciando con la nudità dei nostri corpi imperfetti. Mentre muoiono le provocazioni dei blog e si organizzano manifesti e stazioni per riperdere il treno del lunedì mattina.

Noi pendolari del tempo deciso, auto tirate a nuovo in docce moderne e schizzi bianchi su lenzuola profumate. Sfioriscono i gerani e il bianco delle margherite veste di nozze il verde dei prati. Mietono lacrime le stanze vaticane ed è gioia. Si impiccano i potenti agli sms erotici e il fascino incestuoso della lussuria. Poi canti semplici di certi cori alpini.

E’ così umana la sconfitta che non serve marchiarti a fuoco le reni, il numero dispari delle dita della mano destra e le tue gambe in coppia. Io sempre in cerca dell’Uno.

Con le macellerie che inventeranno nuovi nomi per le nostre carni infilzate a ganci color alluminio, i nostri denti strappati e le corde vocali vendute in grappoli; quando saranno gli animali del sottobosco a cibarsi di avanzi, e venderemo le tavole delle nostre leggi e libereremo la famiglia dalla colla gialla che la trattiene insieme. Che lasciavamo la città in cerca del bianco delle piste da sci e rimpiangevamo l’Ovomaltina di risvegli capricciosi e potenti. Il maestro di sci per il superamento in slancio delle nostre paure, il naso ghiacciato e l’odore forte delle nostre estremità consumate.

Le tue paure a nominare la gioia.

Quando mi hai domandato delle correnti e tiravo in ballo il ’68, dicevi sarebbe meglio non esistere proprio per niente, quando disegnavo le tue labbra sullo specchio e mi inventavo baci a cavallo del gomito, il dolce sale del tuo collo nudo.

Poi strade lunghe e Parigi di notte, l’insegna al neon del bar zèrozèro e le melodie accentate dei buttafuori neri. Ti dipingevo gli occhi di scuro per pensarti malvagia e disegnavo sulla strada lo spazio vuoto tra i tuoi denti bianchi per camminare nella tua bocca e arrivarti dentro.

Quando soffocavo soltanto per pochi secondi e diventavi ricordo, di notti insonni e di amicizie trascurate, di seni tondi e canottiere a righe, di camminate infinite prima del rosso e verde dei semafori, il giallo dei lampioni e poi il mattino. Si spengono le luci artificiali e quel che resta è una maglietta sudata e patina bianca sui lati della bocca. Lumache nelle mutande e voglia di scriverti e chiudere gli occhi e zaini rosa e cordoni blu, campanelle di scuola e clacson ed auto e zuppe le uscite delle metropolitana.

Immagine: opera di Lucio Fontana.

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E sistemo un cuscino al mio fianco perché prenda il tuo posto

E dire a una donna che l’ami perché viene un tempo per dare un nome alle cose.

Le frasi pensate al mattino e una bottiglia di vino per confidare alla notte che non è il tempo di uscire, legarti alla tenebra che porti dentro e ubriacare i pensieri per renderli innocui.

Scartavo fette biscottate e le trasformavo in briciole, la frustrazione della solitudine che riempie le stanze del ticchettio dell’acqua sullo stagno, il rubinetto chiuso male dei miei desideri.

Ti immagino là, nella bellezza gentile delle tue luci bianche, i tavoli in legno pesante e l’ultima moda del vestire, titoli di libri meravigliosi e la cura dei tuoi vecchi. Nelle lenti degli occhiali grandi la possibilità del fuoco, il sole di primavera brucia foglie secche, si spengono le velleità dell’inverno, il cambio generazionale per elezione e gemme nuove sull’albero grigio del seggio di Pietro.

Ho allungato le braccia, chiesto siringhe e droga per rifarmi forza, magari uno splif, i tuoi seni nudi, i tuoi denti distanti, ancora un altro sigaro in bocca per atteggiarmi da dandy, ma non ho abbastanza cura nel vestire e il culo troppo grosso.

Parigi di notte è ancora più sporca.

E ti dicevo delle città senza fiume, la litania delle finestre illuminate e le nuove campane di Notre Dame tra le vecchie campagne di Benetton, i profumi di Hermès.

Quando mi sveglio leggo la Bibbia e poi i diari di Kerouac. E nella notte penso agli amplessi, alle lontananze, agli affetti.

E sistemo un cuscino al mio fianco perché prenda il tuo posto.

L’amore non amato è necessario,

l’amore non amato è tensione verso l’alto, scala che conduce ai cirri,

spegne gli incendi grandi e lascia braci sotto la cenere.

E così come il due penetra l’infinito, il sentimento che rimane dopo il rifiuto è beatitudine.

Mi chiameranno pazzo perché voglio vivere desiderando.

E di me dirò che sono strano per scusarmi un poco, per dirmi che forse c’è un’altra via e che non è mai troppo tardi, ma un’altra via davvero non c’è. Che abbiamo fame e sete di vita, che non rinunciamo all’imprevisto, non perdiamo mai l’ultimo treno e rincorriamo gli autobus a notte fonda. Rientriamo a casa a piedi e sudiamo d’inverno. E poi per strada fermiamo le frange curate delle adolescenti, le labbra rosse delle quarantenni. Stapperò una birra e un’altra ancora.

Che fuori è tutto un classificare, la Juve è prima a 62 punti e Conte rimane anche il prossimo anno, e i blog si soffermano sulla nomenclatura: sono ancora di moda gli hypster e Repubblica è il Manifesto di quei fighetti che adesso sono radical e pure chic.

E Gramellini ha scritto un romanzo. Fai bei sogni.

E mentre ascolterai David Bowie ti firmerò lo schiena e tu non lavarti mai che tra qualche anno potrai rivenderti e ti pagheranno pure un casino.

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Fioriremo in aprile

Domenica mattina e le tue scarpe nuove incorniciate in fotografia. La finestra spalancata per cambiare l’aria ai polmoni, rifornimenti di caffè e gomme gonfie per la giornata.

Mentre ci prepariamo tutti per un brunch, un lunch, per condividere l’esperienza della settimana mettiamo sotto al naso il profumo di uova, sugli occhi il nero delle notti passate e il rossetto rosso per lasciare l’impronta sulle tazze bianche.

Ci siamo svegliati lontani, è una vita ormai che funziona così. Che al tramonto ti invoco e mi vieni vicina, sono parole, sono carezze, nient’altro, facciamo le due del mattino cantando canzoni improvvisate e i gol della nostra squadra preferita nella lingua araba di youtube.

E adesso spogliati, e adesso spostati.

Nei tuoi vestiti firmati la cura del tuo io interiore, le mie bottiglie di vino d’annata e il fegato in sofferenza.

E dagli altoparlanti il grido del fai la cosa giusta. Che mi rimbombano nella testa parole come giustizia, diritto, fortezza, concordia. Ho fatto la pace con la bellezza, ma mi ritrovo sempre inadatto, ho la bocca piccola per concetti così grandi. Così digiuno e aspetto che qualcuno mi aiuti e le sciolga in quotidiano. Sarebbe bello se tu mi imboccassi, sarebbe bello se tu mi imbeccassi fin quando sarò capace e prenderò la forchetta da solo, con gli spaghetti è tutto più semplice se sei italiano, è una questione di abitudini, lo sai.

E mi ritrovo ad assaporare il buonsenso dei discorsi d’insediamento mentre mamma mi chiama, dice andiamo a teatro ogni tanto, lo sai, ho visto Latella e il suo tram, forse hai ragione, meglio restare a casa a guardare la televisione.

Bisogna farsi fortezza, costruirsi dentro forme nuove di accoglienza del sé e case grandi per cene in compagnia. Sopra il numero cinque diventa troppo lo sai e tutto si disperde in sottoinsiemi. Non ho parole per consolare i saggi e chiedo perdono per il cinismo che accompagna i miei giorni. Non tutto è possibile a noi. Non tutto è giusto, non tutto è bello.

Coltiviamo campi e ariamo di notte, seminiamo di giorno. Con tutto il concime che ci è piovuto addosso quest’anno daremo molti frutti vedrai. E fioriremo in aprile, chissà.

Foto: Alessandra Tecla Gerevini (http://www.aurorafotografi.com/)

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E’ nata Rebecca, lo sai?

Mi sono dimenticato di andare a teatro. L’hai abbandonato troppo presto, ti dicevo, e indicavo il tuo cavallo a dondolo.

Della leggerezza delle tue pastasciutte, dei tuoi capelli finissimi e poi dei miei: quadri astratti dipinti col vento.

Com’era bella la tua campagna: i pascoli in fiore tra le tue labbra e i torrenti in cascata delle tue dita. Non ci sfioriamo mai io e te, di quella volta che mi hai annusato il polso e avevo finito il profumo.

E poi le nostre conoscenze degli esiliati, che penso troppo, dicevi, e non cedo mai ai compromessi e tolgo il cappello soltanto quando varco la soglia di casa.

Il mio passo svelto e le frenate brusche. Il cappotto lungo e la sciarpa rossa. Il pugno alzato soltanto per salutare o in discoteca, a incitare gli adolescenti e pensare che non è ancora il tempo di guardare tutto da fuori e formulare ipotesi, opinioni e poi incastrarle su un foglio da inviare ai quotidiani.

Dovremmo metterci qui ogni sera a contarci le parole e a trovare un titolo per ogni nostra intuizione.

Non sarai certo di quelle coi tacchi alti, le gambe accavallate appoggiate sul tavolo. Mi scrivevi che sono un narciso soltanto perché posto su facebook i miei primi piani, ti dicevo che è soltanto un lavoro e in fondo mentivo.

E oggi è un giorno di ricorrenze, le piazze zuppe di turisti e i cortei. Le cascate delle camere Vaticane e il seggio vacante ci lavano via la stanchezza e rimpiazzano certe malinconie. Gli uomini buoni, gli uomini belli e la mosca all’orecchio per dirci hai sentito male, non può essere vero.

Nei miei week end la routine scarsa della programmazione del Piccolo Teatro di Milano mista al rock and roll di Filippo Timi, l’onda lunga del contenitore televisivo e la ricerca necessaria dei gruppi indipendenti.

E ci dicevamo che è tutta ricerca, ci ritroveremo un giorno, un prima o un poi, e racconteremo ai nostri figli la fatica necessaria del tirarsi insieme e far dei cocci un voto.

E’ nata Rebecca, lo sai? La speranza silenziosa degli ospedali di tutto il mondo.

E’ nata Rebecca, lo sai?

Così mi pettinavo i capelli con la riga di lato e indossavo la giacca più bella, poi nella piazza grande a guardare le giostre. I voli artificiali dei nostri corpi pesanti e la prospettiva dall’alto. E non avevo più paura a pronunciare la parola miracolo.

Foto: Carl De Keyzer

Homo Sovieticus

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Il principio dell’altalena

Perché alla fine mi piace Cremonini, ballo con Jovanotti e piango con certe canzoni di Vasco. E mi esalto per Fabri Fibra, poi quanto spacca la pasta alla carbonara, che Radiofreccia è un gran film e l’emozione per l’elezione del Papa. E pure certi passaggi di Fabio Volo non sono mica male, dico davvero.

E poi la mia mensa sarà sempre una festa.

Mi piace pensare di lasciarti la tavola sporca, le tracce di me che cancellerai sparecchiando.

E penserai che sono così invadente col mio ideale estetico e quei giudizi taglienti, le mie labbra dolci e la barba lunga per sembrare più grande. Ti scriverei ogni due o tre minuti, che mi manca l’odore, il sapore, e per ogni tua immagine un pensiero diverso, il prolungamento delle mie dita e lo spazio chiuso dei nostri uffici naive.

Nei tuoi capelli la cura, sulla tua bocca il colore. Le mie invenzioni pomeridiane e la tua immagine proiettata sul soffitto come nei film di Chaplin. Andavamo a correre a notte tarda, ci svegliavamo sudati e mi dicevi: è già pronto il caffè?

Delle mie mille adolescenze e dei calzini dispersi. Di quando prendevamo aerei per sentirci adulti e ricamavamo sul cuore le nostre iniziali e per ricordarci di dare un taglio a tutto ciò che non serve cominciavamo dai nomi. Le tue poche lettere per i miei richiami lunghi. E soffiavo tra le tue lenzuola perché la brezza ti ricordasse il mare, la stoffa le onde.

Mi chiederai: li vedi nello specchio i miei piedi? E ti risponderò sempre sì.

Indosserò le tue scarpe per conoscerti meglio e coi tuoi trucchi darò il nero agli occhi. Saremo punk eppure hippie, saremo nerd e pure cool. E scriverò sul muro bianco della tua camera quanto era bello attendere la tua conoscenza.

Col sole che cerca il riflesso tra i tuoi capelli e il cestino grande della bicicletta. Mi sorprenderai a masturbarmi e ti dirò che è tutta colpa della tua lontananza. Mi rassicurerai dicendo: lo sai, sono qui. E non ti crederò, poi l’amo della tua lingua nella mia gola, che sarò pesce e risalirò lungo il tuo fiume.

E’ così sciocco disegnare paesaggi a parole e farmi piccolo e infante. L’isola non trovata e la storia infinita delle rincorse. Il principio dell’altalena che a furia di spingere poi tutto ritorna, e prendi il volo, alzi lo sguardo, non tocchi terra e poi mi salti in braccio.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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Buon compleanno, fratello Jack Kerouac

A te che sei nato oggi, alle tue scarpe consumate, alle tue colazioni improbabili, alle guance sporche di nero e alle ferrovie americane.

Le palle lanciate sui campi da baseball, le fotografie in bianco e nero e la mascella squadrata.

Ai tuoi amici bellissimi, all’omosessualità esibita sulle spiagge marocchine, ad Essaouira e al grande sud.

A chi ti descrive come un vagabondo, un furfante, un piacione. Ai film americani e alle attrici bellissime. Alle tue prime serate e agli scrittori che sanno leggere a voce alta. Al bebop jazz della nostra scrittura che prende forma nell’aria e negli occhi e fugge dai classici.

Noi orrore delle case editrici: le frustrazioni degli editor per le nostre ansie.

Alle tue camicie a quadri, alle tue mani forti.

Alle sedie troppo basse, a quelle troppo alte, alla nostra schiena storta. Ai fogli stracciati e dispersi. Al ticchettio della macchina da scrivere. Ai vuoti delle bottiglie di birra, ai rutti sonori, i vaffanculo fuori dai locali, le gonne leggere delle adolescenti e labbra rosse per morire da vergini.

Il beat nervoso della tua voce, le lunghe pause e gli haiku per cercare la pace.

Ti presentavi alle interviste ubriaco per rispondere alle domande insensibili del pubblico adulto. Ti capisco, amico, quando cercavi la beatitudine e ti trovavi davanti il rispetto educato dei tailleur e le cravatte a righe dei professionisti della questua.

Ed io lo so che avresti preferito pisciare dai tetti o il petting spinto tra le auto parcheggiate a fila. E poi il senso di colpa della nostra istruzione cattolica, le ore spese in pigrizia e chiedersi il perché delle performance senza tregua degli altri.

Spaventiamo le femmine con le nostre domande sudate, l’impervia scalata del cuore degli altri mette in conto il sangue.

Tagliavamo pane e salsiccia per rimanere in contatto con la natura. E Gesù il Cristo in croce sui nostri letti, la benedizione alle nostre notti insonni, alle mattine trascorse a riprenderci.

E combattevamo la retorica del cielo, e usavi la parola stella perché prima o poi esplodessimo in luce. La necessità della scrittura come una doccia, i nostri abiti sporchi del pensiero nero e della debolezza incredibile che sapevamo riconoscere, ma non lasciavamo mai.

Che nei primi anni della nostra vita ci vergognavamo ad usare parole come seno, e sesso, e successo, ed ora andiamo di cuore e lasciamo la fica alle bocche degli altri. Che preferiamo i particolari, gli occhiali grandi e le vene pronunciate, le dita lunghe e le unghie curate.

Ti ho scoperto in via Festa del Perdono, Milano di luglio e motorini in festa. Ho comprato il tuo diario al Libraccio, On the Road lo avevo impilato tra le velleità della mia gioventù, tra la mia Africa e il Baobab della savana eritrea.

Che beat è beatitudine, cercare la purezza nelle viscere del proprio io, il sangue in grumi alla nascita e il desiderio dell’amore universale che non riesce a prendere forma.

Per questo versiamo cenere sui pavimenti in legno delle nostre case piccole, chiediamo scusa al mondo per le nostre domande di troppo e raggiungiamo il mare per dare sfogo alla nostra ricerca dell’infinito.

E come le onde torniamo sempre, il moto perpetuo del nostro sentire, ti scriverò ancora, e un’altra volta, una ancora, che per me sei oggi e buon compleanno, fratello Jack Kerouac.

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La Belcostume

In fondo il pericolo sono i buoni, i buoni a tutto, i buoni a niente. Buoni con in piazza archi sorridenti, vestiti fini, modi gentili.

In superficie le tracce della belcostume: il buongiorno all’incontro, un inchino al saluto. E un’educazione spropositata coi sottoposti.

La viltà delle posizioni di testa, che evitano i tagli grossi e sparpagliano il fuoco delle parole sincere nei cessi dei bar e nell’attesa del verde davanti alle strisce pedonali.

I dolci comprati in pasticceria, le mance al cameriere e le cene ordinate sotto casa.

In fondo il pericolo sono i volontari: a disperdere la vita nei sorrisi degli altri, cercare il senso nelle dita tese, nei tamponi deboli alla sofferenza.

In fondo il pericolo sono i volti noti, la retorica della prima serata, le interviste possibili delle ventuno e trenta.

Prendimi per il bavero e dimmelo in faccia che la tua donna non la devo guardare, prendimi a pugni le guance e fammi nero, avrai così un motivo per sentirti diverso. Diverso da te. Coi tuoi desideri di possesso, il fascino immortale delle borse di Gucci e il mio zaino firmato Invicta.

Controlla ora cos’hai nelle tasche. Biglietti dei tuoi spostamenti usati, il cinema il mercoledì e l’accendino per dar fuoco alle tue ansie da poco.

Da quando hai smesso di fumare sei ingrassato, lo sai?

Puoi accarezzarmi ancora la pancia per sentirti migliore, puoi misurare il mio fallo e poi fare i confronti.

Mio caro, mio uomo, ti fermi sempre al di qua del confine, soltanto perché tu, il confine, l’hai inventato. E hai perso in coraggio, vinto in paura.

Che se pensassi di meno, tu meno studiato, meno posato, meno educato, forse lasceresti le redini e segni nuovi sulla tua schiena, unghie rotte e morsi rossi sul tuo collo morbido.

E non fossi già olimpico, affermato, adorato, applaudito, cercheresti il senso nelle attenzioni al tuo fare, al tuo dire, per non piacere agli altri, piacere a te, che sei il tuo vestire, che sei il tuo andare.

Così tenderai le mani e ammetterai anche tu

che hai bisogno di un abbraccio,

di un bacio,

di perdere il senno,

di perdere il sonno

e scriverai parole che rimandi da tempo

in una notte di carne, notte di testa, notte d’amore,

tu non più solo, al comando.

Foto: Elliott Erwitt

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