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La naturalezza dei salici

Quando abbandoneremo i discorsi lunghissimi per legittimare la necessità del nostro fare?

Vorrei parlarti delle nuvole basse, del cambio di stagione e delle relazioni che abbiamo in comune, guardarti camminare con le scarpe nuove e i capelli raccolti, chiederti la ricette delle linguine ai frutti di mare e poi sorprenderti che ti accarezzi le guance e ti bagni il viso abbandonata a stanchezza.

Tutti questi discorsi a trapano nel cervello e l’io davanti a tutti come un mazzo di fiori da consegnare al primo incontro. Quando invece qui non ci sono rocce, la luce è rara e le piante nascono dentro ai negozi.

Mentre disdegno il frutto buono che non nascondi più tra le cosce, ti ho sempre detto che tutto quel che si palesa perde d’interesse. Poi siamo andati a vedere un Picasso e mi ha chiesto: questo è palese? Questo è un paese, ho risposto io, quei contorni segmentati e linee spezzate. Disordine e confusione.

Ci pensi mai a quando è decollato il primo aereo di tutta la storia degli aerei? Dov’è finito ora lo stupore? La spiego così la voglia di notti disperate, perdiamo il controllo in droghe e alziamo il tasso alcolemico seduti al tavolo della cucina.

E se rasassi i capelli sui lati asseconderei la moda del momento, chi te l’ha detto che è un male? Perché continuiamo a farci salmoni e tagliamo in due la corrente per farci notte? Quando invece le madri son tutte belle e i passeggini suonano il selciato dei parchi.

Mentre le associazioni di volontariato ci interrogano sui numeri del nostro conto in banca, lo sai quanti bambini hanno bisogno del tuo aiuto? Lo sai quanto mi manca un tuo saluto?

Eccolo qui il solco che ci divide, l’aratro ha separato le nostre nascite e quella ferita la dividiamo senza accorgercene. Lo sai perché continuo a farmi foto in primo piano e poi le metto sul profilo di Facebook? Perché il tempo cancella e una volta odiavo i ricordi mentre ora voglio avere chiaro il mio viso, i chili di troppo e muscoli tonici, le prime rughe e i capelli bianchi. Non esiste uno spirito libero se non si libera il corpo. Voglio imparare a nuotare, voglio imparare a ballare. E con la naturalezza dei salici chinarmi su di te e prendermi un bacio, uno soltanto, farci una foto per poi ricordarmelo.

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All’Italia bella, a Saviano, alla cittadinanza tutta.

Sfoglio i giornali e sulla Repubblica c’è il pezzo di Saviano della domenica, non me lo voglio perdere io. Io che ho cominciato a detestare il suo modo di scrivere, di parlare, di porsi, ormai è manifesto. Non perderei mai del tempo a non sopportare qualcuno verso il quale non provo stima. Conosco l’indifferenza e so come essa sia innocua quando non esiste rapporto pregresso.

Ora, Roberto, ancora una volta, vorrei parlarti viso a viso, darti la mano e poi dirti: la vogliamo smettere? Dai, insieme, smettiamola. Non mi fido delle persone che utilizzano parole come sempre e mai, e non mi fido delle sentenze fuori dai tribunali. Chiudi il tuo articolo di oggi dicendo; – “No, così seri no, sembriamo sconfitti. Ridiamo, sempre”. Mi stringe, sorridiamo, ed è la vera vittoria.- Ti riferisci alle parole di Assange, e concludi ancora con una sentenza. No, non mi significa nulla, lo sai bene che esistono sorrisi falsi, che sconfitti o lo si è o non lo si è, il sembrare è solo per i mass media. Ma, e mi sembra evidente, quando il personaggio supera l’essere umano, va a finire che i piani si confondono, e deve essere difficile. Ti scrivo questo col calore umano che ci è negato, perché gli incontri sono difficili e cerco le persone che più mi interessano sui social network. E va a finire che mi perdo il chiarore dell’alba perché impiego la notte a scrivere email e ad aspettare risposte che non arrivano mai.

Ho cominciato il mio blog quattro anni fa scrivendo di te, dicevo che eri come Batman e che avevi bisogno di Robin, che non ti si poteva lasciare solo nella battaglia. Ma ora mi allontano perché vedo nella tua penna un pennacchio e nelle tue parole presunzione e malinconia, termini che amo, che non mi vergogno di fare spesso miei, ma lo stile, il tuo, non lo sopporto. Vorrei fossimo amici, davvero, lo ripeto, vorrei trascorrere del tempo a domandarti dei perché. Non come farei coi politici che sento distanti e ingranaggi di un sistema che non conosco, no, mi rivolgerei a te come a un ragazzo che ha la velleità dello scrivere, ma che trovo ora impantanato in qualche pozza d’io che vieta il salto. E non ti nascondo che spesso ci son dentro anche io. Quando leggo delle tue debolezze vorrei stringerti, ma poi rovini il tutto nascondendo l’umanità dell’occhio con gli occhiali neri dell’arrivato. Vorrei qualcuno facesse lo stesso con me, sai? Che non è facile addomesticare la sensibilità e scontrarsi a muso duro con la realtà dell’oggi. Ieri ho guardato per 14 ore di fila RaiNews24, alla fine hanno eletto un presidente, io ero là, ascoltavo, immobile. Non desiderio di piazza, nessuna protesta palese o frase di stizza. La malinconia dell’osservatore che come Leopardi cerca l’infinito dal colle e trova soltanto una siepe che nessuno riesce a saltare. Forse quello che manca è una certa partecipazione attiva che non è fatta di MAI e di SEMPRE, non è fatta di urla e magliette dipinte a slogan e non è fatta di applausi sgradevoli e abbracci da commilitoni. La parola politica dello scrittore è una potenza che ha la forma dell’aria, si deposita a terra con grazia, ignorata dai più, ma solleva animi rattristati e riflette sul come e sul perché del presente. Vorrei dire ai nostri politici coraggio, vorrei che il richiamo alla responsabilità non sia un motto d’ordine, ma una spinta a una disciplina dell’animo e del sé che difficilmente scorgo.

Ho visto mandrie che si muovono con pesantezza, pecore e vacche che prendono sentieri sconosciuti e si perdono, pastori in rincorsa e campanacci stridenti. C’è un silenzio che parla nelle solitudini e chiede il conto dell’azione degli oggi, troppo spesso non prendo sonno la notte. C’è un libro da leggere per non perdere direzioni, una Costituzione che deve essere regola, esempio, bronzo col quale forgiare futuri. Ma invece no, troppo spesso ci nutriamo di intuizioni e di beni che crediamo comuni, ma in fondo non conosciamo, non viviamo. Troppo spesso ci riempiamo le bocche di valori, ma i valori esistono se incarnati e concreti, il resto è parola, microfono, telecamera.

Le giacche di ieri e quelle cravatte stirate di nuovo. Le lacrime emozionate di chi ha un ideale, ma si ritrova sconfitto. “L’ideale”, non riesco nemmeno a dirlo. Caro Roberto, e cari tutti, viviamo solitudini immense e piccole gioie, rivolgiamoci parole sincere e incontriamoci sulla strada, rispondiamoci alle email, sì, alle email, alla posta privata di Facebook e ai Tweet, stringiamoci mani quando ne vale la pena, i francesi qui, si baciano senza conoscersi e poi magari non si parlano nemmeno, noi no, siamo italiani, un poco diffidenti, poi buoni, sappiamo abbracciare forte e dirci coraggio.

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RENCONTRER MICHEL GONDRY, LA SCHIUMA DEI GIORNI

TU, IO E UN’INTERVISTA A MICHEL GONDRY

Allora le ho detto: “Anch’io…” Poi tutte le volte che le dicevo qualcosa lei rispondeva: “Anch’io…”, e viceversa… Così alla fine, tanto per fare un’esperienza esistenzialista, ho provato a dirle: “Signorina, la amo tanto” e lei ha detto: “Oh!” –

“La schiuma dei giorni” di Boris Vian me l’hai fatto conoscere tu, la quarta riga della nostra terza e-mail. Ti avevo fermato in corso Como e tra i vestiti firmati e i cocktail annacquati avevo letto, io svergognato, una mia poesia sulle chiese che chiudono troppo presto la sera. E nel risponderti ti avevo scritto: ma certo, lo conosco, incredibile. Ma mentivo. Così sono corso in libreria e arrivato a casa, sdraiato sul materasso, l’ho letto dalla prima all’ultima pagina, senza fermarmi mai e prendendo fiato soltanto alla fine.

Ricordo che qualche tempo dopo, in un bar spagnolo di corso Lodi, dopo il teatro, un Baliani scadente dentro una marchetta all’Unità d’Italia, parlammo del Piano-cocktail, dicesti che avremmo dovuto cominciare a pensare di costruirlo un giorno o l’altro, prima di tutti gli altri.

E invece qualcuno ci ha preceduto, si chiama Michel Gondry e fa il regista. Quello di Ethernal sunshine of the spotless mind, per intenderci, quello dell’Arte del sogno, quello dei videoclip di Bjork e altre chicche musicali non da poco su MTV. Uno che il film lo immagina e poi lo costruisce con le mani, tanto che con i suoi oggetti scenici ci fanno le mostre.

Si presenta alla Fnac sugli Champs-Elysèes con un’abito nero classico, camicia bianca e cravatta fine, nera anche quella. La Fnac non mi è mai apparso un luogo istituzionale e ho sempre pensato che il vestire parli molto di noi, bene, forse il mondo fantastico Michel deve avercelo dentro perché fuori sembra un impiegato di qualche albergo stellato.

E in un francese quasi perfetto comincia col dire che il film gli è stato commissionato, che non ha scelto lui il romanzo di Vian, ma che gli appartiene per sentire, che l’ha letto a quattordici anni, quando abitava a Versailles e la sua nonna lo portava spesso in visita a Parigi, che ha segnato tutta la sua adolescenza.

Aggiunge che ha letto qualsiasi cosa Boris Vian abbia scritto, che suo padre ascoltava Duke Ellington e così anche lui ama Duke Ellington, ed è normale perché anche mio padre tifa Juventus e pure io tifo Juventus: ci sono passioni che si trasmettono in famiglia.

Michel racconta della sua infanzia, della sua passione per i treni e per le piazze immense di Parigi, del suo amore per gli oggetti animati e del perché non lasci nulla al virtuale e al computer, ma si affidi alla materia per creare nuovi universi ibridi. Lui, inventore e pittore che fa della macchina da presa un caleidoscopio capace di dare infinite forme ai suoi lavori di bricolage, un collage delle arti che dona vita a nuovi mondi.

E così la scrittura surreale e creativa di Boris Vian, capace di associare due parole come Piano e Cocktail e soffiare vita in oggetti prima inesistenti, si fa immagine e prende una forma nella cinepresa di Gondry. Uno che legge, immagina e poi prende la materia per dare alle visioni sostanza. Un teatro degli oggetti al culmine delle sue potenzialità trasportato sulla pellicola.

E così gli attori si muovono a loro agio in uno spazio che prima non esisteva, ma che è stato creato appositamente e si rivela nuovo e reale. All’attore serve naturalezza, senza sforzi d’immaginazione, quella ce l’ha messa già messa il regista, che chiede agli animatori che muovono cielo e terra e oggetti tutti di essere fantasmi discreti per far sì che i personaggi vivano il nuovo mondo con la curiosità degli infanti nel mezzo di un balletto meccanico d’animazione d’oggetti.

Immaginiamo le tute bianco e nere dei tecnici, di coloro che non saranno mai inquadrati, ma che con muscoli e mani tirano teli, fanno viaggiare nuvole di polistirolo o assemblano auto reali, ma mai esistite, frutto di un collage tra carrozzerie di auto diverse degli anni settanta e ottanta francesi.

Gli attori, si diceva: attori famosi, certo, ma attori amanti della storia e del regista, così amanti che sposano i personaggi e sanno che da oggi nemmeno morte potrà separarli; così Colin avrà il volto di Romain Duris, Nicolas quello di Omar Sy, Joules Gouffè sarà Alain Chabat e Chik Gad Elmaleh mentre per Chloè è stata scelta Audrey Tatou, che avrà dunque un bel da fare nel triplo ruolo di Amelie, Chloè e signorina Chanel.

Signor Gondry, non crede che facendo un film su un libro così grande, straordinario, esaltante, roboante, meravigliosamente sorprendente lei finisca per sostituire il suo immaginario a quello di milioni di persone che non hanno ancora letto “La schiuma dei giorni”? Non crede che la sua sia un’operazione criminale ed egoista?

Michel si sistema la cravatta, avvicina il microfono alla bocca, dice che se l’è tanto domandato e che si è risposto che come per tutti i grandi libri qualcuno prima o poi l’avrebbe fatto, che è sicuro che se Vian fosse stato in vita avrebbe partecipato alla realizzazione del film e ora sarebbe contento perché compito del regista è essere onesto e vivere della necessità della creazione.

Signor Gondry, ma il film non le è stato commissionato?

Sì, ma ripeto che il romanzo mi piace molto, è la mia infanzia, è la mia adolescenza, è Duke Ellington, è un pozzo grandissimo da cui attingere immagini.

Si è preso molte libertà?

Alcune, ho alleggerito alcune parti meno “visive” e poi mi sono immaginato la grande officina dove è stato stampato “La schiuma dei giorni”, il libro fisico intendo, l’ho pensato come una stazione dei treni, con persone che scrivono a mano ogni riga, insomma, guardandolo vi sarà più chiaro.

E Parigi?

E’ la Parigi della mia infanzia, sono gli anni ’70, ma non lo sono più, perché tutto è ricostruito, faccio un collage tra più epoche perché i miei ricordi d’infanzia sono collage.

E ogni volta che mi fate una domanda io parlo di Vian, diciamo che un po’ rivive, anche ora, anche qui.

Bah.

Poi c’è una malinconia di fondo che Gondry nomina più volte, ma a cui non dà il tempo di imperversare.  Nella breve conferenza si mostra regista professionista, ma non apre mai all’emozione. Appare una lavagna ben pulita con qualche scarabocchio negli angoli, i segni del gesso più difficili da cancellare.

Diciamo che potremo assistere a un capolavoro oppure rimanere delusi, che potrebbe farci vivere due ore immersi in un mondo altro a riflettere sull’amore impossibile e sul nero senza senso della vita oppure caricarci di noia e già visto e sentito.

E ancora torna la domanda se il creativo che rende reale e universale un mondo prima evocato soltanto sulla carta, intimo e personale,  sia uomo generoso o un ladro infimo e bugiardo d’immaginazione?

Non c’è risposta a questo, ma le nuvole di cotone idrofilo dell’Arte del sogno che al suono del piano prendono quota fino a toccare il soffitto e certe intuizioni poetiche e visive straordinarie ci riconciliano all’infanzia donandoci consapevolezza del nostro essere nel mondo, una volta bimbi, ora adulti. E poi incontri qualcuno ballare da solo per strada e ti sorprendi scoperto a metterti le dita nel naso sul treno, in ufficio e anche al bar o fare il rumore della formula uno con la bocca mentre guidi e sorpassi.

Si sistema ancora la cravatta Gondry, che prosegue dicendo che si avvale dell’aiuto di uno sceneggiatore che firma l’adattamento cinematografico dell’opera letteraria: Luc Bossi; e questo sembra essere un bene, perché, quando in passato è stato il regista a prendersi cura delle sceneggiature originali, spesso l’invenzione del momento ed i toni esagerati di certi dialoghi toglievano spazio al senso ultimo e allo sviluppo coerente della storia.

Si alza, ringrazia, non firma autografi, se ne va.

Io sfoglio la schiuma dei giorni, ci trovo stralci sottolineati, uno è quello che apre l’articolo, la naturalezza di un Ti amo.

A te che il libro me l’hai fatto leggere e a te che generi mondi, a noi che abbiamo voglia di scrivere e non ci lasciamo stare la notte e come in adolescenza ci concediamo l’immaginario e per conoscere il corpo e farlo sussultare, per diventare grandi o soltanto per affrontare al meglio le notti e la paura del buio, quella del sole.

La lode ai creatori, ai sognatori, a chi i sogni li ruba, a chi li dipinge e li rende vivi, e a chi non si abbandona mai alla quiete e finisce per apparire in pubblico in giacca e cravatta quando dentro ha fiori colorati.

A te che ti senti un vaso vuoto, sappi che il Piano Cocktail ora esiste e che i fiori uccidono, ma salvano anche.

E ora ascolta African Flower di Duke Ellington, che è bellissima.

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Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare

Gli ippopotami sott’acqua si muovono leggeri, mulinano le zampe e sembrano camminare nell’aria. Così dovresti accorgerti che non parlo d’amore, ma lo attraverso.

Esplodono le pentole a pressione e tutti gli schizzi di pomodoro sui miei jeans per prepararti una pasta di merda, che tanto non te ne sei accorta preoccupata com’eri a decifrarmi le labbra. La terra trema e non c’è verso di andare insieme a un festival di quelli estivi, con le canotte larghe e lunghe fino alle ginocchia.

Viviamo a più dimensioni ed è per questo che porti gli occhiali. E in fondo al mio letto ci trovi le mutande scadute della settimana scorsa, che quando dormiamo insieme ti ripeto che voglio essere libero. E poi mi alzo la notte a pisciare e quando torno ti guardo dormire. Mi appoggio sul fianco e penso alle distanze incancellabili delle nostre origini e al fatto che è colpa delle nostre nascite se vediamo le cose in maniera diversa.

Mentre non chiudono i teatri occupati e i luoghi chiusi dai figli dell’alta borghesia, che mettono casa in affitto e dormono tutti insieme sotto le stelle delle televisioni spente. E quei musici che ho amato tanto le cantano al primo maggio con la presunzione degli arrivati. Dei prosciolti. Degli ex rivoluzionari. Dei giornalisti d’opinione e degli invecchiati sui banchi delle scuole. E di quelli come me che non hanno ancora il coraggio di raccontare storie e ammettere che nell’immediato non servono a niente.

Mentre Gondry presenta il film che attendevo con ansia, la schiuma dei giorni sulla punta del mio sesso e la rabbia contro le industrie del cinema che ci sottraggono in immaginario. E poi ammettere che quando scrivo è soltanto per scoparti a distanza e godere premendo i tasti e scoprire il respiro saltare dalla finestra e cercare riposo sui davanzali in compagnia dei passeri. Mentre a Parigi non ci sono panni stesi sui balconi e quanto mi mancano le discese ripide del centro Italia e l’odore dei faggi. Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare.

Nel corno d’Africa raccoglievo carte di caramelle per non sporcare la terra, e venivano bambini con gli arti gonfi ad insegnarmi a non aver paura dei serpenti e quattordicenni madri di due figli con i piedi duri come rocce e la dolcezza nelle cicatrici sul viso.

E al ritorno mi son scoperto così egoista da lasciare la ragazza di allora e sudare la camicia bianca del volontariato e abbandonare alle velleità la distruzione dei futuri prossimi in vista del progetto colossale della salvezza del mondo. Trovare il Cristo fuori dalle chiese e nelle strade e raggiungere il tempio poco prima dell’ora di chiusura per dar riposo alla lingua, farmi silenzio e disperdere lo sguardo sugli affreschi.

Entreremo nell’età d’oro della grazia spogliandoci del superfluo dei nostri progetti di notorietà e incastrando le reni, non avremo paura dei semafori gialli e delle metropolitane affollate, e guarderemo all’ufficio come all’esercizio quotidiano di nostra sorella pazienza, abbiamo progetti più grandi e belli delle scrivanie squadrate.

E ora portami a ballare, dimmi che così è normale, che non c’è vergogna nel tirare mattino e ha ancora senso barcollare tra i muri con l’alito striato di birra, e lanciami la lingua addosso per farmi del male, piega la schiena e appoggia il tuo sedere al muro, alza le mani che io ti sparo. Tanto poi al mattino non me lo ricordo, e mi gira la testa e incrocio indice e medio e prometto: non bevo più, non mangio più, non guardo la Tivù.

Foto: Allen Ginsberg, James Franco

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C’è il sole, fammi compagnia

Sono i piccioni i primi a salutare il blu.

Senza avvisare prende il suo posto la primavera e scivolano veloci tra le scollature sguardi d’uomini d’ogni età.

Quando abbiamo preso la via per lasciarci alle spalle le installazioni colorate delle serate mondane, l’electro beat adatto ad accompagnare lo svago e i pensieri fumosi del dopocena. Ti guardavo di profilo cercando una qualche somiglianza con le sfingi d’Egitto. Che avevi gli occhi strani e una certa inclinazione alle allitterazioni, e ripetevi sempre la stessa frase, che te ne fregavi di tutto e pensavi soltanto a te e a quanto è bello vivere il momento. Eri ubriaca, camminavi come i pulcini appena nati, senza direzione, con lo sguardo appassito e i tacchi consumati. E mentre ti aggrappavi alle mie braccia pensavo che forse avrei dovuto studiare la fisica per comprendere che non tutti i corpi s’attraggono. Interessante, certo, ma non abbastanza, e poi che significa tutto questo?

Quando fai tardi hai bisogno di ridere, e districarti nell’arzigogolo dei discorsi, e dimenticarti i cominciamenti, giungere a massime che segnerai sulla strada come apoftegmi per i camion della pulizia di quartiere. E un giorno ancora ad ignorare il tempo perché lui ignora me. Questa è la logica disumana delle relazioni, misuriamo tutto sull’orologio del cellulare e non ce ne facciamo nulla delle attese degli altri.

Il lavoro stanca, il lavoro piega, il lavoro seduce col soldo e ti rende l’utile mettendo ordine tra le tue giornate. Progetteremo un futuro quando incorniceremo sul muro i nostri contratti indeterminati.

E nelle mie relazioni non c’è coerenza che brucio le radici col dire e il fiore appassisce in fretta.

Nei versi di Majakovskij una rabbia che non posso permettermi. Vorrei indossare un’abito elegante, colorato però, e un papillon consumato e largo. Farti delle fotografie sull’erba come fanno gli adolescenti. E per un’istante evitare lo specchio e lo sguardo dall’alto.

E quanto poi sarebbe bello che mi corressi incontro con le braccia aperte. Hai presente quando ti accompagnavo al treno e mangiavamo un panino a Mcdonalds e chi se lo ricorda il sapore che m’ero perso sulle tue labbra. Tu scartavi sempre il cetriolo e mi dicevi dovremmo mangiare meglio andrà a finire male così. E poi non è proprio finita perché non è mai cominciata.

Vorrei la leggerezza delle canzoni di Marco Levi o di Dente. Ho i capelli di Devendra e lo spirito di Kerouac. E così va a finire che mi confondo.

Ed ora sono su un balcone a Lisbona, e griglio agnello e bevo del rosso, e scrivo felice e tu mi aspetti sul letto, mi urli è pronto e ti dico non ancora, vestiti e vieni fuori, c’è il sole, fammi compagnia.

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Impariamo versi nuovi per richiamare le rondini

Aspettavamo i ritorni.

Lo sguardo appoggiato all’orizzonte della finestra, il fumo del caffè e i nostri vetri sporchi. Occhi ricoperti di spuma e maglietta stropicciata.

Sul tavolo i resti della cena di ieri e io che nel sugo stantio disegno col dito un volto umano per farmi compagnia e lecco i polpastrelli per raccogliere le briciole delle nostre parole dell’altro ieri, chiamiamolo così perché non porto l’orologio da anni e non so usare il calendario dello smartphone.

Fuori il mercato di Rue Montorgueil, e banchetti di frutta lucida e formaggi maturati in cantine, pesci dei sette mari e il concerto dell’apertura dei portafogli. La moda dei capelli raccolti e il rosso pastello dei sorrisi francesi.

Quando discutevamo della demolizione della proprietà privata volevo farti capire che se i nostri capelli si sfiorano le nostre teste si aprono e scappano i pensieri della quarta birra, dicono lasciamo al Piccolo Principe dare il nome alle cose, noi ci prendiamo le forme e apriamo i contorni per riempirli d’incontro. Quando ti dicevo che preferisco lo stare al fare mi riferivo proprio alle ore lunghe tra sigarette e vino, al movimento delle sedie e alle finestre aperte per soffiare via l’odore di chiuso dei nostri giorni donati all’economia.

Mi manca la mia barba incolta, le sopracciglia folte e le magliette larghe con le righe orizzontali e il petto un po’ nudo. Nel gergo dei marinai le nostre nuove scoperte e le scialuppe di salvataggio delle tue mani lunghe, i tuoi fianchi stretti.

Ho passato la notte su youtube.com a guardarmi l’intervista di Biagi a Pasolini e giornalisti francesi per l’ultimo dialogo registrato a casa di Paolo Borsellino. Le domande di un giovane Marco Travaglio e poi non sapevo nulla dell’attentato a Maurizio Costanzo. E ritrovarmi nel’utopia delle rivoluzioni di Carlo Pisacane, e poi Sensation di Rimbaud per ricordarmi dell’esistenza della natura, dei piedi nudi che annullano l’erba e quanto sarà che non dormo con una donna?

Prendere il bene e allontanare il male è impossibile. Si coglie il tutto intero. Non mi è mai piaciuto il cioccolato al latte dell’Uovo Kinder, ma vuoi mettere il fascino della sorpresa?

E la verità la trovo nell’uomo che agisce e fa e nasconde e poi mostra. La debolezza parlata e le richieste d’aiuto avvicinano i ventri.

Sono col contadino che prima della semina costruisce un recinto perché le bestie stiano lontane e il germoglio nasca al riparo.

Verrà il tempo dell’abbattimento del muro quando desidererò un eremo per le mie pisciate all’aria aperta al riparo degli sguardi del giudizio degli altri.

Verrà la stagione del sole, quando basterà una chitarra a far festa.

E poi torneranno quei temporali d’agosto che mischiano l’asfalto al cielo, che è nella confusione che salta fuori l’idea e non c’è confusione che non nasca dall’ordine.

E ora prendimi le labbra e mordimi che non c’è più tempo per filosofare, guardami le dita consumate, le bruciature e i tagli superficiali. Mostrami la sfrontatezza dei tuoi capezzoli e il volto che si deforma quando godi o piangi.

E’ tempo di togliere una coperta dal letto, farci leggeri per prepararci alle primavere, non abbiamo prati grandi ora, accontentiamoci delle terrazze e impariamo versi nuovo per richiamare le rondini. Risponderanno.

Foto: Mikhael Subotzky

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Del tuo collo un Mirò

Non sarà certo youtube a tenere compagnia ai nostri incontri.

I ricordi di via Vigevano, la moka rosa, il portone grande e le ore spese a ridere dietro allo schermo. Col vino dimentico il perché delle mie visite, mi lascio andare al presente per negare al futuro l’accesso alle mie debolezza. Sono cambiato, lo sai, e diluisco lo sguardo nel tempo, lascio le ciglia sul palmo delle tue mani così puoi prendermi a pugni per esprimere desideri.

E sarà sempre un tavolo a dividerci. Le mani si incontrano cercando il cibo nei piatti.

E poi lo sai che quando sento parlare di verità mi si abbassa l’uccello, e volano via i pensieri cercando i piccioni e tanta merda sul capo dei retori. E non parlarmi dei romantici quando non c’è ironia nella tua prosa stanca. Il punto e l’a capo. La Kristof scriveva in una lingua non sua, quando dicevi che tutto bisogna lasciare per ritrovarlo nella bocca degli altri.

Quando ho messo le mani sugli occhi e ti ho detto cucù hai pensato sei folle.

E mentre si fa giorno non è la luce che trascina via le coperte e lascia al corpo il tempo del sabato per il risveglio. Nel cielo il bianco dei condom usati e decori di ringhiere e tende colorate. L’inverno delle porte chiuse e la lametta nuova per modellare il viso. Cade la barba sul nudo dei piedi, il ricordo delle tue docce lunghissime e i crampi delle ore notturne quando occorre distendersi per far passare il dolore.

E al mattino il desiderio delle tue spalle nude, la stella nera fa del tuo collo un Mirò.

E mentre preparo il caffè sporco le dita di nero e poi mi asciugo sui pantaloni, nel lavandino ci stanno i ricordi, che se abbandoni le mani nell’acqua finisci per indebolirti, lo sai. Quando la rilassatezza è una questione di misura.

Vorrei parlarti della vita dei ricci di mare e tengo trattati sull’apertura delle conchiglie.

Quanto ci esalta nyan.cat.

Poi dentro al telefono parole sul corpo, dice Laura: l’infanzia non piange al contatto e cerca un ventre per sonni tranquilli.

Quando sei tu va a finire che ti lasci abbracciare, non siamo salmoni e non è la natura a suggerirci l’andare.

E sui quotidiani i tweet dei famosi, il libro del momento ha il nome di un bar.

Ho indossato la tua felpa, Andrea, quella coi disegni sulla schiena e la scritta Dead to Fall, ti porto in spalla un po’, che ogni partenza ha bisogno di un saluto lungo. E gli addii li lasciamo ai calciatori, ci pensi mai che Zanetti è immortale? Che poi a 20 mi sembrava già vecchio, a me che porto trenta nei cerchi concentrici sottopelle e nascondo i segni dell’esperienza nella cicatrice sull’occhio sinistro. Quanti conoscono la sua esistenza, secondo te? Quanti mi hanno guardato davvero? Pochi. Rispondo io.

Prendevamo a pugni Milano per sentirci meno soli, quando lavoravo in libreria leggevo di più, pensavo di meno e andavo in palestra ogni giorno. L’allenamento è l’accesso alla conoscenza. Sei poi riuscito a muovere il muscolo del polpaccio?

Nel sangue ancora le tracce dell’alcool di ieri, e quanto è buono il Remy Martin alle fine dei pasti?

Vorrei utilizzare la parola stranito senza pensare alle anatre. Vorrei dirti sei bella, ma mica che poi pensi male.

E che vorrei imparare a suonare la chitarra quante volte l’ho detto, poi avere il coraggio di attraversare Parigi di notte. Ora lo faccio per prendere un aereo o ubriaco, vorrei farlo da sobrio, magari con te, dopo un caffè. A non parlare, a non raccontare, soltanto a guardare, a camminare. A bere, a fumare, e poi a casa dirci che se sei sulla strada non puoi scrivere come Paolo Coelho. Dormiamo insieme, dormiamo.

Foto: Philip-Lorca di Corcia

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E ora vorrei parlarti dell’amore, di puttanieri e puttane

Ci siamo giocati il linguaggio noi sconfitti dal tempo, quando una memoria e una soltanto manco esiste, il ricordo dimenticato, sudato, annegato tra gli sforzi d’unicità dei più grandi. Sei così noto che tutto è permesso, potresti vendere auto col tuo nome inciso e pitture scarse, bibite zuccherate e corsi di cucina.

Vecchie bottiglie nei nostri mari e messaggi indecifrabili, l’Alessandria d’Egitto è Babele e tutto vi si mischia cercando l’ultimo gradino, quando mi abbassi le mutande per farti forza su me, io senza pantalone controllo l’intimo e perdo di vista la testa.

Così le voci si rincorrono inutili e vane, puttanieri e puttane e la retorica di fori intasati, le traversine portano tutto lo sporco alla fogna.

Mi riconosco nel rap che dà alle cose un nome e le unisce in ritmica e stile, e disconosco il mischiare i ruoli: io cantante, tu polis.

Non agli artisti è chiesta l’opinione, l’artista interroga e si interroga, la risposta è volgare. Usiamo il punto per raccontare storie.

Così voi giornalisti se fate cronaca, fate la cronaca e poi basta. Altrimenti ditelo, metto l’io davanti all’oggetto, perché molto ho letto, molto ho guardato, molto ho compreso, e vi stringeremo mani a più riprese, esulteremo perché non ci sentiremo così tanto soli. Ma di retorica Basta! Siete voi, voi che ci fate schiavi, voi che create la dinamica del servo e infarcite la lingua borghese di neologismi, e confondete coscienze col diritto di replica del fasullo. Il mass media è uno strumento di potere,  cosidetto libero o privato che sia, non c’è libertà quando tutto è già stato scelto e si chiede l’adesione o la non adesione, come ai tempi delle gite scolastiche, la religione nelle ore di scuola. Potreste dirmi che fare? Non c’è alternativa alcuna. E’ un mestiere, un lavoro, ben più nobile d’altri, più che un mestiere una necessità. E avete pure le vostre ragioni, e passione e un credo, chi sono io per imputarvi mea culpa? Io con le mutande bagnate di piscio, il bicchiere pieno, la borsa vuota. Io che rifiuto ogni volgare abbraccio e che stringo amicizie con gli sconosciuti con la scusa della sensibilità. Io che non ho una stanza, una porta, perché rifiuto la seggiola girevole e quando siedo a capotavola desidero che tutti prendano parola. Mangino bene. A sazietà.

Si aprissero le porte della prigione del nascondimento per contenere la mia sete di fama e il fascino eterno dei talk-show. Sogno di notte Daria Bignardi, io, Fabri Fibra e Marrakesch a interrogarci sul senso nuovo della parola. E sputare in mare, e togliere fascino ad albe e a tramonti.

La compagnia è il migliore strumento di fidelizzazione.

Se chiedi alle cosce riceverai risposte da cosce. Se chiedi il culo, un culo ti verrà donato. Chiedi alla fica, mio caro e da lì prenderai senno.

Tutto è parziale, non c’è armonia nella tua sete di sapere, non c’è risposta alcuna al tuo bisogno.

Sali la scala difficile della strada, fatti chiamare folle e abita lo spazio fatato del pasto, del vino, il silenzio dei luoghi del culto e il brusio delle coscienze disperse. Chiedi aiuto alle mani degli altri e interrogati con loro sul senso di questo tuo andare. Chi costruisce i palazzi e chi li abita, chi partorisce i figli e poi chi li cresce, chi si è tatuato, come un bollino che si appiccica alle banane, la parole diverso o egoista soltanto perché ha scelto il sentiero del discernimento assoluto e la rincorsa interminabile al folle che è altro dalla folla, folle è colui che tutti racchiude e si dà un nome soltanto quando negli altri coglie il colore delle sue labbra.

E ora venite a parlarmi di camicie di forza, di madri irrequiete e delle preoccupazioni di nostro fratello marchese. Non è così, la burocrazia ci tiene all’ordine e stirare le camicie per l’indomani niente ha a che fare con lo stile, ma con lo spazio.

Dipingere se stessi come un quadro ben noto, fare attenzione alla luce e alle ombre, i pieni, i vuoti. E ti ribellerai alle cornici con la tua forza inconoscibile e vera, risalirai negli occhi degli altri e percorrerai gole e gesti minuti o enormi. Immagina l’urlo quando farai paura, immagina l’abbraccio e il battito del cuore di chi ti verrà vicino.

E ora vorrei parlarti dell’amore. Quando diviene tutto un lungo silenzio. E quando apri la bocca è soltanto un sospiro lungo. E poi silenzio, ancora. E ancora.

Immagine: Ben Shahn

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Ho voglia di dirti sei bella

Come,

chi è rinchiuso tra sbarre d’uffici,

come,

chi ha una sposa pronta ad accoglierlo ad ogni ritorno, un piatto caldo in tavola, un piccolo uomo sbavoso e felice che piange per notti e poi cerca seno e mano donando affetto in cambio di calore,

come,

può pensare costui che una vita sciolta da ogni vincolo sia gioia e libertà assoluta?

Nulla a che vedere con questo hanno i capelli al vento, nelle vetrine a specchio dei palazzi borghesi i nostri soprabiti lunghi, le tasche lise e i gomiti consumati. I nostri sorrisi folli e quella sofferenza che ci coglie in mezzo alla notte mentre pensiamo al futuro dei nostri cari per lasciare il nostro in preda ai cani che si dividono membra già dilaniate dalle domande che recitiamo al mattino.

Per salutare il giorno coloriamo di nero la moka Bialetti e non ci basta un caffè, non ci basta nemmeno un pasto povero. Ci ingozziamo di vita, noi che non sappiamo accontentarci del sapore e vogliamo andare oltre le pietanze. E sballiamo col vino, i nostri denti rossi e la lingua lunga per cercare diamanti grezzi in seno alla notte.

Recitiamo lo stesso copione falso dei palchetti dorati delle città grandi alle donne incontrate per strada, diamo scandalo pubblico abbassando lo sguardo quando ci sentiamo accettati e ci lanciamo col dire ti amo soltanto dopo qualche minuto, un profumo.

Noi esseri disperati che non sappiamo come le nostre madri abbiano avuto il coraggio di chiamarci per nome, diventiamo rossi per un abbraccio e quando qualcuno prepara la tavola per le nostre facce ribelli, ci dice siediti e non toccare niente, che siamo ospiti entrambi, ma questa è casa mia.

Ospite della vita, in vero, a quattro zampe cerco ancora sul pavimento i cocci di bottiglia dei folli che mi hanno preceduto e ritrovo soltanto fotografie in bianco e nero e pagine e pagine di confessioni.

Vorrei vendere la mia Vespa di panna per poter dire: “Non possiedo nient’altro che una valigia di stracci e medicine contro il mal di testa e scarpe per camminare e diplomi da bruciare davanti al signore di Roma”.

Non sarò certo io a rivoltare gli argini del fiume disumano che attraversa i nostri costumi invernali, le maschere dei maiali e tutti questi no agli agnelli. Come se il bianco fosse intoccabile, la carne indesiderabile.

Mi stenderei sotto il sole d’aprile per aspettare le stelle cadute e maledire il tempo che ho perso e le parole sprecate con le bellissime dei rotocalchi.

Mentre mi accarezzo il petto e penso con stima, piacere, affetto a Lucio Dalla e ai colpi di mano tra i peli radi delle cosce magre, alle canzoni che accompagnano le mie passeggiate e ai viaggi in nave, per quella notte in aereo con Monica Bellucci dopo mesi d’Africa nera. Il bianco dei nostri schizzi è vita sciolta, sprecata.

Niente è più atteso dei tuoi tratti dolci quando in bocca hai l’amaro dei giorni. Ma occorre sciacquarsi le guance e poi ancora aspettare, che i passaggi bruschi non rendono gioie alla lingua.

Addormentarsi una sera ubriachi e ritrovarsi rock star.

Le mie paure delle dipendenze: la droga, l’alcool, l’amore e poi il mare.

Sento il richiamo blu del gabbiano, le isole della Grecia mi attendono ora che è arrivata una proposta da McDonalds spengo lo sguardo e getto la lingua di lato. Ho voglia di dirti sei bella.

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Ci scattavamo foto nudi

Ci scattavamo foto al nudo per riscoprire il volto. La tua schiena e polvere di stelle cadenti, il tuo seno accennato e la tua mano che viene ad accogliere il mio abbraccio e così lo riempie di senso. La ricerca e il frutto proibito dell’albero che porti a cavallo del gomito. Le mie sopracciglia dense e gli occhi che cadono tra le tue parole scomposte.

E intanto la strada sporgeva il suo fianco alle auto, pozzanghere nere e gonne lunghe a primavera, scarpe veloci e gambe a x. Veniva a prendermi la malinconia della domenica, le coppie nei parchi e gli aperitivi dei dolci profumi. A perdere il senno tra le pentole della cucina, la scelta degli ingredienti e ritrovarmi ad apparecchiarti la bocca di baci mancati.

E in ascensore un vetro per riflettere sul perché degli incontri. Sempre un impegno e poi fare festa, tutte le preghiere ai mattini assolati che non mi accorgo più del passare dei giorni, come quel viaggio in Sudamerica, il cavallo sulle spiagge di Essaouira e poi i concerti finiti a tarda notte, a cercare la posizione più adatta ai nostri membri induriti dalle attese di quei messaggi che non arrivano mai e quando arrivano respiri forte e dici che bello.

Noi cercavamo la nobiltà nelle soste all’autogrill, con Bud che si faceva di nero e biscotti e le razzie di patatine di Enry, a scambiare parole con le scolaresche e lamentarci del culo della commessa. Questa è la notte che tiravamo indietro i sedili per dormire scomodi, e ci fermavamo in bar piccolissimi e strattonavamo la camicia a righe del barista coi baffi e un altro giro, un’altra mezz’ora, che fuori è buio e fa un po’ paura. Mentre davo gas e saltavo sulla frizione, la prima sgommata della mia fuoriserie d’annata e nuove partenze verso le feste degli altri.

Una sera intera a parlare del perché mi nego e alla fine darti un bacio come una bandierina del Risiko, dire che sì, un’altra volta, anche tu, e perdere il conto delle conquiste, gettare i dadi: altro giro, altro mattino. Quando non sai se un caffè è abbastanza e rimpiangi le lenzuola appena lavate di tua madre.

Grattavo via i rimasugli delle attività di volontariato e mi avvicinavo all’amico per dirgli “e poi come stai? Che si racconta là in quella terra dove fuori non succede mai niente e dentro son tempeste?”. Mi guardavi male quando parlavo del volto di Dio.

E così prendevo la fuga, di quando il sole scalda la tenda e la maglietta appiccica sul collo. E cerchi il mare, la brezza fina del primo topless della giornata e il tuo libro impegnato che non riuscirai mai a finire. Una focaccia calda, un cappuccino, un panino.

Gli altri nel mare, io sugli scogli che a pensare troppo diventi sirena, il canto insensato che rende folli e i dischi degli indie, il ritmo elettronico per sentirsi meno soli.

E mentre tua sorella dorme di giorno e si popola il tuo letto delle fidanzate di altri ti viene un urlo dentro che soffochi così, scrivendo sul muro le tue iniziali, per dirti sei in cella e prima o poi evaderai, vedrai.

Foto: Allen Ginsberg

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