All’Italia bella, a Saviano, alla cittadinanza tutta.

Sfoglio i giornali e sulla Repubblica c’è il pezzo di Saviano della domenica, non me lo voglio perdere io. Io che ho cominciato a detestare il suo modo di scrivere, di parlare, di porsi, ormai è manifesto. Non perderei mai del tempo a non sopportare qualcuno verso il quale non provo stima. Conosco l’indifferenza e so come essa sia innocua quando non esiste rapporto pregresso.

Ora, Roberto, ancora una volta, vorrei parlarti viso a viso, darti la mano e poi dirti: la vogliamo smettere? Dai, insieme, smettiamola. Non mi fido delle persone che utilizzano parole come sempre e mai, e non mi fido delle sentenze fuori dai tribunali. Chiudi il tuo articolo di oggi dicendo; – “No, così seri no, sembriamo sconfitti. Ridiamo, sempre”. Mi stringe, sorridiamo, ed è la vera vittoria.- Ti riferisci alle parole di Assange, e concludi ancora con una sentenza. No, non mi significa nulla, lo sai bene che esistono sorrisi falsi, che sconfitti o lo si è o non lo si è, il sembrare è solo per i mass media. Ma, e mi sembra evidente, quando il personaggio supera l’essere umano, va a finire che i piani si confondono, e deve essere difficile. Ti scrivo questo col calore umano che ci è negato, perché gli incontri sono difficili e cerco le persone che più mi interessano sui social network. E va a finire che mi perdo il chiarore dell’alba perché impiego la notte a scrivere email e ad aspettare risposte che non arrivano mai.

Ho cominciato il mio blog quattro anni fa scrivendo di te, dicevo che eri come Batman e che avevi bisogno di Robin, che non ti si poteva lasciare solo nella battaglia. Ma ora mi allontano perché vedo nella tua penna un pennacchio e nelle tue parole presunzione e malinconia, termini che amo, che non mi vergogno di fare spesso miei, ma lo stile, il tuo, non lo sopporto. Vorrei fossimo amici, davvero, lo ripeto, vorrei trascorrere del tempo a domandarti dei perché. Non come farei coi politici che sento distanti e ingranaggi di un sistema che non conosco, no, mi rivolgerei a te come a un ragazzo che ha la velleità dello scrivere, ma che trovo ora impantanato in qualche pozza d’io che vieta il salto. E non ti nascondo che spesso ci son dentro anche io. Quando leggo delle tue debolezze vorrei stringerti, ma poi rovini il tutto nascondendo l’umanità dell’occhio con gli occhiali neri dell’arrivato. Vorrei qualcuno facesse lo stesso con me, sai? Che non è facile addomesticare la sensibilità e scontrarsi a muso duro con la realtà dell’oggi. Ieri ho guardato per 14 ore di fila RaiNews24, alla fine hanno eletto un presidente, io ero là, ascoltavo, immobile. Non desiderio di piazza, nessuna protesta palese o frase di stizza. La malinconia dell’osservatore che come Leopardi cerca l’infinito dal colle e trova soltanto una siepe che nessuno riesce a saltare. Forse quello che manca è una certa partecipazione attiva che non è fatta di MAI e di SEMPRE, non è fatta di urla e magliette dipinte a slogan e non è fatta di applausi sgradevoli e abbracci da commilitoni. La parola politica dello scrittore è una potenza che ha la forma dell’aria, si deposita a terra con grazia, ignorata dai più, ma solleva animi rattristati e riflette sul come e sul perché del presente. Vorrei dire ai nostri politici coraggio, vorrei che il richiamo alla responsabilità non sia un motto d’ordine, ma una spinta a una disciplina dell’animo e del sé che difficilmente scorgo.

Ho visto mandrie che si muovono con pesantezza, pecore e vacche che prendono sentieri sconosciuti e si perdono, pastori in rincorsa e campanacci stridenti. C’è un silenzio che parla nelle solitudini e chiede il conto dell’azione degli oggi, troppo spesso non prendo sonno la notte. C’è un libro da leggere per non perdere direzioni, una Costituzione che deve essere regola, esempio, bronzo col quale forgiare futuri. Ma invece no, troppo spesso ci nutriamo di intuizioni e di beni che crediamo comuni, ma in fondo non conosciamo, non viviamo. Troppo spesso ci riempiamo le bocche di valori, ma i valori esistono se incarnati e concreti, il resto è parola, microfono, telecamera.

Le giacche di ieri e quelle cravatte stirate di nuovo. Le lacrime emozionate di chi ha un ideale, ma si ritrova sconfitto. “L’ideale”, non riesco nemmeno a dirlo. Caro Roberto, e cari tutti, viviamo solitudini immense e piccole gioie, rivolgiamoci parole sincere e incontriamoci sulla strada, rispondiamoci alle email, sì, alle email, alla posta privata di Facebook e ai Tweet, stringiamoci mani quando ne vale la pena, i francesi qui, si baciano senza conoscersi e poi magari non si parlano nemmeno, noi no, siamo italiani, un poco diffidenti, poi buoni, sappiamo abbracciare forte e dirci coraggio.

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