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L’amore non esiste, esiste solo l’acqua del rubinetto

Costretto a casa. La paura del quadro elettrico e le esplosioni emotive delle circostanze.

Guardava alle pareti con l’espressione degli imbianchini. Lavoro, solo lavoro, tutto è lavoro.

Prese un pennarello nero e disegnò sul bianco del muro. Tre righe lunghe. Non soddisfatto decise di imbrogliare il mondo e sollevare ogni tratto dal senso. Ghirigori scuri e una scritta: l’amore non è esiste, esiste l’acqua del rubinetto e con quella laverò via le brutture del mondo.

Corse al lavandino, svitò il pomello di destra, mise le mani a conca e aspettò che si riempissero d’acqua, poi, facendo attenzione a non perdere nemmeno una goccia, raggiunse il muro e lanciò il liquido trasparente che s’impennò e finì sugli scarabocchi.

“Quando lei tornerà si arrabbierà molto. Darà la colpa a me. Sono emotivo. Tutto qui.”

Prese un panno bianco e strofinò il muro. Il disegno non si cancellava.

Allora si sedette a gambe incrociate sul pavimento, fissò la parete.

“Quando lei tornerà mi manderà via. Non mi vorrà più vedere. Ma non è colpa mia. Sono impulsivo, tutto qui.”

Pronunciò “impulsivo” a voce alta e appoggiò uno strano accento sull’ultima o, tanto che si meravigliò di come un suono così strano potesse essergli uscito dalla gola.

Si sollevò agilmente e raggiunse un armadio a muro, lo aprì e rovistando in una piccola latta afferrò dei chiodi, poi prese un martello. Tornò al muro. Si levò i pantaloni e li inchiodò al gesso. Poi si tirò via le calze una a una. Poi la camicia, poi il cappello. Tutto inchiodato in ordine sparso.

Si ritrovò in mutande seduto a gambe incrociate a guardare il muro davanti a sé:

“Dovrebbe arrivare Martin. Se arriva Martin non s’arrabbierà.”

Si sollevò ancora e raggiunse l’armadio, prese una giacca pesante e ci vollero quattro chiodi perché restasse attaccata al muro.

“Così non avrò freddo.”

Si sdraiò sul lato, il braccio piegato a sostenere la testa:

“Martin non arriverà. Non si arrabbierà. Se lei non arrivasse, non si arrabbierebbe. Speriamo che lei non arrivi.”

Si sfilò le mutande bianche e le sollevò davanti agli occhi. Poi le appoggiò al muro e diede un’occhiata all’insieme.

“Bisogna sporcarle. A lei non piacciono le mutande bianche.”

Tracciò una X col pennarello nero sul tessuto bianco.

“Le piacerebbero queste. Piacerebbero anche a Martin queste.”

Le inchiodò al muro.

“Ora ci vorrebbe una paperella dentro a una vasca da bagno. Se lei arrivasse e vedesse una paperella dentro una vasca da bagno non si arrabbierebbe, sarebbe contenta.”

Andò in bagno, prese una paperella e la inchiodò al muro un po’ in disparte rispetto ai vestiti. Poi col pennarello nero tracciò un grande cerchio che iniziava sul muro e finiva sul pavimento. Uscì nudo sulla terrazza di casa e ritornò dentro con una canna verde per l’irrigazione, la collegò al rubinetto della cucina e cominciò a bagnare mirando dentro al cerchio.

Rimase fermo. L’acqua scorreva. Fischiettava il ritornello di una canzone di Battisti.

“Si farà il bagno. Sarà contenta. Faremo il bagno insieme, tutti e due nudi. E se arriverà anche Martin si farà il bagno anche Martin. Non sono mai stato geloso di Martin.”

Alzò le spalle e appoggiò la canna al pavimento stando bene attento a non posizionarla fuori dalla linea nera.

Si sdraiò nell’acqua, guardò il soffitto, disse: “Manca qualcosa lassù, avremo bisogno di stelle, di un cielo, una nuvola. Dovrà essere bellissimo. Non ci serviranno lampadari.” Così prese la scopa e mulinò con forza contro al manufatto di vetro che si staccò e cadde sul pavimento frantumandosi.

“Lei non ha molta immaginazione, ma ne servirà molta, è tutto così bianco là sopra. Aspetteremo quando sarà buio e farò finta di vedere delle stelle cadenti. Lei ci crederà, ha sempre funzionato. Dirà: Peccato, dovrei stare più attenta.”

Guardava in alto e immaginava cieli senza rendersi conto che i suoi piedi erano rossi di sangue, trapassati più volte dalle schegge di vetro del lampadario distrutto.

Gli venne un’idea. Corse in camera da letto e prese il computer portatile. Lo appoggiò su una sedia, disse: “Ti verrà voglia di venire qui quando vedrai tutto questo. Non ti arrabbierai, credo faremo l’amore.”

Aprì Facebook e le scrisse queste esatte parole. Lei era in chat: attiva, verde. Non rispose. Lui sapeva che lei aveva letto.

“Arriverà, mi farò sorprendere.”

“E poi ci vorrà un sole. Un sole non allo zenit, un sole prima del tramonto. Un sole caldo che non scalda, che illumini senza invadenza.”

Così prese una lampada e l’appoggiò su una sedia. I piedi nell’acqua ormai rossa. Collegò la spina alla presa, la lampada si accese. L’acqua saliva.

“Non avrà caldo?”

Pensò allora che mancasse un vento leggero, di quelli che si infilano tra i capelli e sotto ai vestiti. Di quelli che solleticano i corpi nudi e costringono a stringersi.

Andò in bagno, sentì per la prima volta male ai piedi, non ci fece molto caso, afferrò l’asciugacapelli.

Il mare rosso, la paperella, la luce fioca di una lampada, le mani bagnate. Collegò la spina alla presa.

I vestiti appesi grondarono lacrime.

Lei non arrivò.

Martin fu il primo a bussare alla porta.

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A me che me ne fotte

Quei passi, il mattino e le scale.

Non ci sono fringuelli qui a cantare i risvegli, nemmeno rane, neanche lucertole.

Si mischiano gli accenti, i vetri rotti della notte trascorsa in approcci. Accelerano le camionette della pulizia del quartiere e i bambini stringono la mano ai più grandi, si stropicciano gli occhi e corrono incontro alla vista dei coetanei.

E malinconica una madre guarda. Le ore del vuoto e una casa da riordinare. Comprare il pane, una sosta al caffè per la lettura dei quotidiani.

Poi sulla tavola un piatto vuoto, una buccia di banana, il barattolo della marmellata e una tazza grande sporca di caffè. Mentre tutti dormono suonano lente le campane dei monasteri e gli abiti bianchi sfiorano la terra per dare il benvenuto alla luce.

Non ora, non qui. A ricercare grandezze oltre noi, dei numeri primi e dell’epoca dei dinosauri.

Mentre la notte ci facciamo marchiare ad inchiostro il dorso delle mani e muoviamo il bacino nei locali più wow.

Guardavo un video con Andrea Pazienza ieri sera, il suo migliore amico stava con la sua ex ragazza, Gesù-Gesù lui ripeteva. L’altro era bello e si drogava di meno, mammamia quanto era bello. Io so cantare, so disegnare, sapevo amare. Gesù-Gesù, ripeteva e sulla pagina bianca scriveva: A me che me ne fotte.

Sulla copertina dei suoi libri l’immagine di lei. Sappiamo amarvi così, vi disegniamo su carta e viviamo i rifiuti come preghiere. Per gli abbandoni estivi dei cani e delle nostre speranza.

Agli angoli delle strade si radunano i sensibili, quelli che negano le identità sessuali e cercano il volto e la sfumatura del gesto, e della voce. Lo stile nell’accoglienza e l’attenzione ai particolari. E fermano la gente per strada con l’invadenza dei ragazzini, si lasciano andare in sconcezze per provocare i tran tran e raschiare il fondo delle notti tutte uguali.

Non è scontato il mattino e questa luce grigia delle ore sette che svela i contorni e rende innocui i pensieri fragili della notte.

Così io ora stropiccio gli occhi, stringo la mano all’oggi e a lui mi affido, Gesù-Gesù, correrò sulle strade incontro ai miei simili, canterò Albachiara di Vasco. Che me ne fotte a me, che me ne fotte.

Che invece poi me ne fotte.

Foto: Andrea Pazienza e Francesca

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Nuovi io e te

Il destro, poi il sinistro.

Sono i tuoi piedi, quelli che ti eri dimenticata da tempo. Quelli che tenevi nelle scarpe la notte, pronti alla fuga. Ora invece sono là: distesi e nudi, sul tuo letto grande.

Non hai mai avuto davvero paura, pensavi soltanto a che fare, a trovare soluzioni concrete ai tuoi ideali di bellezza.

Nel megafono dei discorsi il tentativo di svecchiamento del politichese e quella retorica che strappa applausi. Così trascorrevi ore sui tetti non godendoti presenti di sguardi che abbracciano tetti e città; le utopie dense delle tue isole felici e quest’assenza di vento che impedisce partenze. Tu e i tuoi compagni diventavate voce sola e vi intonavate a coro per lo stadio dei traffici dei potenti.

La conquista di un luogo per dare casa ai vorrei. Cominciare dal luogo, non c’è altro modo per mettere fondamenta. Io che ti guardo da chilometri e chilometri di distanza, io che prendo treni e aerei come se fossero sigarette. Io che non sono presente e resto nell’aria, perché anche in assenza ci si può toccare, dicevi tu, ma non mi hai ancora convinto.

Esistono amicizie che riposano nel profondo, pronte a salvarti o a sparire. Il pensiero di sciami di farfalle in testa per questi pensieri sconclusionati e i giri di valzer della parola che finisce stanca a riposare su sedie di legno.

E ora cammini senza guardarti intorno, ora non fai attenzione a dove metti i piedi e non hai consigli da chiedere, né suggerimenti da dare. Ti guardi i piedi e dici che son fatti per l’alzata e non per queste passeggiate tra i metri quadri e i muri della casa dei tuoi genitori.

E dai uno sguardo ai siti internet che sbattono contro le correnti. Credi nella rete per pescare i pesci più grossi e poi ti perdi nel ritmo in battere di certi deejay d’oltremare. E quando hai voglia di fare l’amore ti neghi, che sei più forte tu delle velleità del tuo corpo. Come i mahatma e i Che, rinneghi te stessa per i progetti più grandi.  E parli con le rondini proponendo rotte impensate per le migrazioni.

Mentre ancora si riempiono le piazze dei sostenitori del buoncostume. La seduzione governa il mondo, la seduzione. Che sia di corpo o parola. Che sia d’immagine o profumo.

C’è un senso di sconfitta nei quarantenni di oggi, a rimpiangere gli anni ottanta e i Pink Floyd. Si sono seduti sulla sedia e ora si chiedono il perché. E non lo vedi come fanno ad attirare l’attenzione? L’ironia dell’evidente e i manifesti dell’antiperbenismo, dell’antibuonismo. Eppure sono così colti, così sensibili, così belli, mio Dio, dico, perché? Perché anche voi adeguarvi al mondo?

L’idea di sopravvivenza delle isole greche e l’autosufficienza del coltivare miele e braccialetti in pelle di capra. Torniamo ai tuoi piedi e alle forme che spesso nascondi. Torniamo ai tuoi muri e ai pensieri che ci incolli ogni giorno. Tornerai sulla strada anche tu con sguardo bianco.

E mi metterai nella schiera dei vecchi, del mio pensiero di trentunenne e di questo vagabondare senza sosta per esercitare l’ascolto del sé.

Di quando ieri, all’entrata di un locale, mi hanno marchiato il braccio con la scritta “egoiste”. Delle mie docce lunghe per lavare via i continui sguardi allo specchio.

E poi lo vedi come va a finire? Parti col scrivere un racconto e finisci per parlare di te. Di me.

Quando ci dicono che la narrazione è tutto, noi non crediamoci.

Quando ci tireranno paranoie sulla memoria, noi non crediamoci.

Quando ti proporranno il cerchio magico e lo sguardo neutro, noi non crediamoci.

C’è ancora un sentire che ribalta montagne e divarica fiumi. Ci sono ancora cosce che si aprono per sostenere libri e idee che sfiorano le lenzuola per poi arrampicarsi ai lampadari.

Non c’è paura in questo nostro andare. Sono necessarie parole abusate e piangenti: bellezza e umiltà. Sono necessarie parole accusate e potenti: presunzione, coraggio.

Che esiste un egoismo che ha a che fare con la tenerezza, qualcosa che ancora non ti so spiegare, per questo ci sto scrivendo sopra un romanzo.

Aspettando una tavola apparecchiata.

Un io e te che non possiede e libera.

Foto: Yang Yongliang

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Regalami tu presenti senza contemplazione

Magari chiedimi da dove vengono le onde così potrò risponderti che questi sono discorsi da film e buio di sale nere.

Con la richiesta d’attenzione dei topless da spiaggia e quelle tavole disordinate dove ognuno guarda al sé e dimentica il noi. I discorsi lenti dell’ora della digestione e la mancanza di opinioni originali. Che per lasciar perdere e riempirci il bicchiere diamo la colpa a tutti e mischiamo le responsabilità con la ricchezza.

Sono atterrati gli alieni questa notte e nessuno se n’è accorto.

Tra gli speciali della moda giovane, i concerti estivi e le lezioni di cucina registrate a Gennaio. Poi a Republique suonava Pete Doherty, e quando ti chiedevo chi è mi rispondevi soltanto: è l’ex di Kate Moss. E mi veniva voglia di domandarti ancora chi è questa Kate Moss e se ha qualcosa da dire al pianeta intero, ma non te l’ho chiesto. Ho paura dei tuoi discorsi sessisti e delle femmine emancipate di sessant’anni che popolano i palchetti dei festival. Bisognerà prima o poi impegnarsi in qualcosa? Dicevi leggerò storie ogni sera ai miei figli per crescerli belli e forti, e sani e felici. Ti supplicavo di lasciar perdere i cantautori leggeri dei generi letterari e di provare con Apollinaire e il ritmo lento di certa poesia Sufi. Così imprecavo Mary Lou di restituirmi la vita a furia di frasi brevi. Per scoprire di aver interesse nei volti e di trascurare ormai i corpi.

E volevo disegnarmi un narvalo proprio sotto alla coscia per guardarmi allo specchio e credermi mare; acqua che mondi nasconde e corpi trattiene. Infinito sconosciuto e magnifico a me inaccessibile per incapacità natatoria.

Nelle vie che salgono da Belleville al parco di Buttes Chaumont il vento muove le foglie e i sampietrini ospitano piccole serpi a sonagli. I topi si incantano e si ammassano davanti alle recinzioni per guardare lo spettacolo dei pic nic estivi, di questi nudi appiccicosi e della carta trasparente che difende i prosciutti.

Dimmelo ora, dimmelo adesso, perché non godersi l’istante e guardarsi da fuori? Dimmelo ora perché c’è chi si tatua il terzo occhio e chi invece ce l’ha senza averlo scelto? Accecami tu come Ulisse, con le tue cosce da maga e notti insonni, e regalami presenti senza contemplazione.

Foto: Saul Leiter

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Che chiameremo noi letteratura?

Che chiameremo noi letteratura?

Questa parola logora e avara, relegata a scaffali e merlati di castelli disabitati e boria d’adulti mai vissuti.

Che sarà di queste giovinezze irrequiete, del nostro pescare le stelle dai tram, degli schizzi bianchi delle nostre notti insonni? Dimmelo adesso che fare e perché rinunciare alla necessità del mio sentire informe eppure sano e santo e beato e folle?

Dimmelo ora perché non discendi le scale con grazia e ti scagli con pietra contro le sensibilità pronunciate di noi adolescenti degli anni novanta?

Dovremmo riaprire le edicole per vendervi i seni gonfi delle showgirl e chiuderci in casa ad ascoltare le canzoni melodiche dei vostri passati prossimi? Che pensi del beat, lo sai che Ramazzotti Eros usa l’elettronica?

E magari mi vuoi tirare in mezzo con l’ironia di Elio e le storie tese, coi termini desueti di certi dialetti. Parliamo di fica e facciamoci belli. Oppure scontriamoci e diciamo che sì, noi sì, ma gli altri, gli altri invece no. O utilizziamo ancora quel “Quelli che” tanto caro a Rai3.

Quando spegneranno le televisioni e ci chiameranno le piazze diremo che sì, che la vita più semplice è quella dell’amicizia corretta e del vicino elegante. Delle cene formali e dei contatti. Ti chiamerò su Skype per ascoltare la tua timidezza.

Di quando ti chiudi nel bagno e la pancia ti cala sul pene. Le tue mille seghe tra i costumi delle soubrette.

Che chiamerai tu letteratura? Il culo di Belen è di una bellezza immensa, lo vuoi dire questo? Ci rifaremo gli occhi sui Van Gogh soltanto per sentirci meglio.

Avvelenarci del buono e imparare la sensibilità dei palazzi.

La strada è un’altra cosa, chiede vino e bocca ripiene di desideri. Squarci insanguinati su braccia nude e sudore a cavallo del collo. Tutta questa bellezza sta nella debolezza dei nostri oggi, nei nostri desideri mai detti. Io guardo ancora il cielo e penso che bello. Che belle queste foto del mare, che bello il colore pastello. Ti chiamerei, non ti farai trovare. Ma sii contento. Tu sii contenta. Che io ti abbraccio, ti bacio. Che parlo sempre di me, ma non ho altri modi per arrivare a te.

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Alle altalene dimenticate sugli alberi

Alle scelte e ai progetti di lego dimenticati in soffitta. Di case di Barbie ristrutturate e altalene lasciate sugli alberi. Volevamo lanciarci dal pendio, il prato verde disegnato sui jeans e le capriole nel ventre della terra.

Ci siamo fatti grandi sbucciandoci le ginocchia sulle strade della provincia, le estati in Valfurva e le vesti nere dei preti. Che lasciavamo la chiesa per ultimi e ci sfondavamo di perché.

E poi le braccia si allungano e così si lascia andare lo sguardo, le vite diverse e gli sguardi comuni. Così quella fortuna che esige sudore: l’amore, ti sorprendeva a vent’anni e mani che si stringono per nuove conoscenze, lo spirito critico nella tasca sinistra e quegli aperitivi allo Spizzico perché eravamo poveri e ancor poco cittadini.

E poi il vestito bianco, i calici alzati e i viaggi nel nero dei continenti, le porte nuove di una casa tua e quel Santos nato in febbraio, che potrei anche sbagliarmi, che poi lo sai che coi numeri faccio schifo e pure coi rapporti a due.

E ora aerei e poi treni e punti di domanda trasformati in partenza. La paura dei vestiti inadatti e i chissà, le riflessioni sul clima delle città grandi e sulle loro lobby esclusive. Tutte sciocchezze quando scendi la strada e compri la pasta fresca al supermercato.

Ci scambieremo presto le idee, coi pensieri appesi alle pareti per i nostri ritorni. Della tua piccola con la cresta e dello sguardo dolce di papà.

E ora guardiamo dalla finestra e viviamo il presente, questo cielo che aspetta il vento per confondere nuvole e creare disegni. Che non c’è tempo per restare fermi, almeno non ora, almeno non qui. Aspetteremo la tavola per pucciare nel vino qualche traguardo e ricordarci che siamo altro, che siamo oltre, che le contingenze son solo piccolezze.

Foto: Sebastiao Salgado

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Almeno non oggi

Tutte queste notti insonni e il desiderio da spiaggia. Le aragoste e i granchi di Essaouira, le cavalcate tra le tue cosce nude e il sudore di giugno.

Ci giocavamo a dadi il turno per occupare il bagno e trovare un poco di quiete che qui è tutto un incontro e non c’è mai tempo per stare da soli. E così mi confondevi con la tua estetica e poi le tue parole rarefatte, il K2 dei tuoi passo e chiudo e l’imbecillità di certe mie voglie.

Ci chiudevamo in auto per prendere la strada e andare ai concerti. E in mezzo alle danze non sentirci soli. E piangere cantando, guardare il cielo e lasciare andare i ricordi.

E ci scrivevamo sulle mani che le cose non vanno spiegate, ma vissute, che la letteratura degli anni novanta voleva insegnarci la vita e quella del 2000 è rivolta allo spreco.

Vienimi a prendere quando esco di casa e apri la porta quando salgo le scale.

Immaginare domeniche in collina e odore di bosco, il cibo buono e il saluto dei vecchi. E paesi sempre più piccoli per sentirti straniero e case grandi per non desiderare orizzonti troppo lontani.

Delle tue camicie aperte e degli occhiali neri. La grazia dell’erranza dei padri e le famiglie disperse sui treni notte. Verranno a chiederci i documenti e avremo voglia a rispondere che siamo tutti uguali. Mentre tracciamo linee per tirare le somme e costruiamo tende per non farci sorprendere in nudità. Che ne dici di una Polaroid? E della mia barba lunga?

Dovremmo sederci a cavallo dei bimbi, farci cullare dallo stupore delle nascite dei figli degli amici, sorridere ai matrimoni e non avere paura dei domani, perché arriveranno senza bussare.

Le nostre notti non sono infinite e così i nostri giorni, ho disimparato a contare per questo.

E mentre ci tatuiamo di labbra le guance coi nostri saluti di benvenuto, ci ritroviamo a sera, lo specchio sul naso, ad ammirare le nostre imperfezioni e rifarci al canone del classico per la bellezza del mattino.

Più serie tv americane e meno manuali per vivere meglio. Quando ci chiederanno di sverginare i teatri entreremo in punta di piedi, come si fa in casa dei vecchi, poi urleremo le nostre domande che qui ci si perde in sordità.

Ti accuseranno di presunzione e faranno idoli della parola umiltà. Tu guarda lo specchio e poi chiedi di te dove riposa la tua stima, e fatti qualche domanda, non troppe. E non dormire sempre solo, non sempre, almeno non oggi.

Foto: Rebecca Norris

1RNW.Havana.2007

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Quei Michael Jordan che portavi sulle scarpe

Indossavamo pantaloni così larghi per sentirci inadatti e sui campetti la pallacanestro della provincia, il primo amore e i tiri da tre punti.

Quando ancora non arrivavi al ferro e ti facevi prendere sulle spalle per toccare la retina, che immaginavi di schiacciare come quel Michael Jordan che portavi sulle scarpe.

Le canotte di Gary Payton, la barba di Patrick Ewing e le spalle enormi di Charles Barkley. E magra come Reggie Miller abbandonavi gli amori adolescenziali lanciando sassi a distanza nei laghi dei tuoi immaginari. E così trascuravi i piaceri mettendo a tavola i doveri.

La tua femminilità lontana dalle scarpe e i tuoi capelli lunghissimi per nasconderti. Poi la prima pastasciutta al ritorno dalla scuola media, l’acqua che bolle e la rilassatezza del taglio delle cipolle e guardare il sugo addensarsi.

Tra i cibi pronti le tue dimenticanze e i mille vorrei che ti tatuavi sulle spalle. Così hai smesso di crescere quando sullo specchio ci hai trovato il rossetto di un futuro già deciso, infilzato nelle scrivanie di palazzi in cemento.

La ribellione dei tuoi capelli e i tagli sulle braccia: l’adolescenza delle ragazze bellissime.

Troveremo salvezza nelle nostre disperazioni e motori accesi nelle sofferenze.

Qui tutto si tramuta in partenza e non c’è approdo se non in coscienza.

Quando mi chiedi perché mi avvicino per parlarti dò la colpa alla sensibilità delle albe di giugno che ci svegliano con la discrezione della pastorale di Scarlatti.

E mentre muovi il dito indice e dipingi di luce la carta io che rifletto sulla tecnica e tu che mi sorpassi in autostrada, alzi il dito medio e poi ti metti a ridere. E così ti rincorro, tra le boccacce e i suoni di clacson accenno mosse da rapper mentre tu suoni chitarre immaginarie e tiri fuori la lingua. E alla fine della corsa nessun segno sulla strada, né labbra consumate dal freddo. Mi avvicini al tuo collo, dici ho cambiato profumo e forse anche noi dovremmo cambiare aria.

Foto: Bruce Gilden

USA. Queens, New York. 2005. Fashion shoot. Mafia funeral.

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Coi film dei cowboy

Così mi chiedi di scrivere ancora. Delle mie stranezze e delle mie voglie di far dell’amore la colonna sonora dei film che ci siamo fatti l’altra notte.

E proiettavamo le nostre spalle sul soffitto mentre ansimavi che eri stanca, troppo stanca, mentre io avevo voglia di fare tardi e spingere i pensieri nell’alcool e come savoiardi colorarci di caffè al mattino e zuppi del nero correre al lavoro e messaggiarci nelle pause e dirci che il quotidiano non conta un cazzo quando hai qualcosa di più grande tra le pieghe del viso.

Dei nostri sguardi durati poco e delle tue pause lunghe. La tenerezza delle solitudini dei cani e quelle poltrone trasformate in nidi. Noi come le rondini emigriamo inseguendo il sole e costruiamo futuri alle nostre domande appena nate e già così affamate.

E quando da Berlino ti ho scritto che non trovo riposo dicevi vai in Cina che ti fa bene, tutti quei singolari e le difficoltà della prima persona plurale.

Di quando mi sono chiuso in bagno per ore a dare del tu alle mie voglie e del cielo di Parigi che mi sorprende in azzurro. Poi le sei del mattino e i tuoi occhi che soffrono i risvegli. Le nostre colazioni mai abbastanza lunghe, che dimenticherai prima o poi le chiavi di casa e scenderò in pigiama per consolarti.

Con le palpebre chiuse sui paesi in mezzo alle strade, le strade che si fanno paesi, le sagre e i tortelli al ragù di cinghiale e gli artiodattili che abitano i boschi la notte, con l’uomo che si fa predatore e i cipressi un guard rail. Poi sedie di legno ai bordi del prato per lo sguardo dei vecchi. Firenze e le donne di terza età coi capelli colorati di rosso e primavere ormonali nell’affetto degli animali domestici.

Le sette del mattino e quattro ragazzini a infastidire donne in carriera davanti ai bancomat. Per gli interventi delle cravatte e i timori dei cittadini. Impareremo a cacciare le volpi, a staccare le ali alle mosche. Impareremo a soffiare via la polvere dai vangeli e a scrivere all’amico che ci manca da tempo. Che ho cominciato con una mail notturna ormai tre anni fa e non ho ancora smesso.

Quando mi dici che dovrei issare bandiera bianca ti rispondo coi film dei cowboy, l’hai mai visto un indiano arrendersi?

Foto: Gregory Crewdson

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A respirare dello stesso cielo

Con tutto il bene che ci attraversa senza strisce pedonali; che non serve chiedere il permesso qui, ci sono porte che si aprono senza avvisare e portoni inchiodati male, di quando abbandoniamo il dovere per la necessità.

Nelle cravatte lise sui bordi la quotidianità dei professionisti. I saluti dei vecchi e quei come va che ci dimentichiamo di ascoltare, che quando ti fanno un complimento non sai mai che replicare.

Quelle tue scarpe splendide e il piede appoggiato all’acceleratore. La musica dei Sigur Ros a far compagnia alle nostre coscienze.

Questo tempo che non ci abbandona e poi ci investe. Le mie speranze sconclusionate e poi le attese che mai si realizzano. Le promesse dei Proci dell’industria libraria e La Fiaschetteria da Nuvoli e le uova sode per asciugare l’ebbrezza non cheteranno il desiderio dei tuoi domani.

E dita lunghe e ginocchia consumate dai seggiolini da stadio.

Di quando sognavamo la California nei walkman e ci presentavamo ai concerti con le canotte NBA. Dei nostri cappelli buffi e delle maschere che indossiamo per aspettarci.

Qui è tutto disposto alla vita: gli accenti e le grida dai balconi, il tuo viso nascosto dai capelli e quegli occhi che non riescono a stare senza guardare attraverso obiettivi e dare nuovi colori alle cose.

Che ti dicevo dovremmo essere come i cinghiali, popolare i boschi e lasciar perdere le nostre tracce la notte. Delle tue migliaia di volte nei parchi dei divertimenti e delle corse a cavallo sul mare di Essaouira, quando credevamo a tutto quello che ci dicevano e un paio di mattoni erano la casa distrutta di un cantante e poi l’Otello di Orson Welles tra le case ebraiche.

 

Della tua camicia bianca e dei miei pantaloni neri, le nostre differenze e il mio neo sulla guancia sinistra, che intrecceremo le dita soltanto quando respireremo dello stesso cielo.

Foto: Mladen Karan, quadro.

Karan7 (1)

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