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Due irraggiungibile

Di quel ragazzo che ha preso la vita e l’ha portata nei campi, sui binari e nel cielo, non l’abbiamo vista esplodere perché era troppo in alto per gli occhi di tutti. Sono rimasti tra i nostri ricordi quei segni indelebili che fanno gli occhi.

Cercava ragazze sconosciute per allontanare il pensiero di te, ma non era solo quello, sorrideva ai cani nei parchi e ai clandestini dei parcheggi. Sparava parole a raffica dopo la prima birra e i suoi pensieri si perdevano nel fumo denso, nei suoi miliardi di disegni fatti sui muri, sui davanzali scavalcati e sui tetti per guardare i tramonti e salutare le albe con l’urlo. Scriveva cose che nessuno ha mai letto, magari tu. Magari sua madre. Chissà dove ha lasciato gli occhiali prima di uscire di casa e perché tutto all’improvviso è rimasto confuso.

Della ragazza che ha dimenticato di dirgli ti amo, che gli ha lasciato gli occhi sulla nuca, la sola parte di lui che potesse osservare senza essere vista, il culo troppo in basso e i capelli troppo in alto. Ora guarda in alto e disegna con le mani le direzioni delle stelle che non cadono più. Non arriverà un altro agosto.

Di quel ragazzo che ha preso l’esistenza sul serio e non è passato un giorno uno soltanto senza chiedersi il perché dello scorrere del tempo, che si dimenticava per mesi di tagliarsi i capelli e al ricordo rasava tutto, l’unica preoccupazione il senso degli oggi e gli incontri. Magari due chiacchiere con te e il suo cavallo dei jeans sempre abbassato, che quando ballava dicevi è così diverso da tutti gli altri, c’era la musica che vi univa forte e forse in quei momenti eravate davvero uno e uno soltanto poi tutto era una declinazione di desiderio, un’esercitazione di corteggiamenti.

Le uniche rose che ti aveva donato quelle congelate dei senegalesi, ti diceva vorrei scrivere nel cielo il tuo nome perché suona bene. Durante i temporali giocavate a rincorrervi e non vi riparavate mai, siamo come le piante, diceva dobbiamo crescere e non soltanto in età. Poi si immaginava i tuoi seni sotto la maglietta anche se c’era sempre troppo poco da immaginare, non ci facevi mai caso tu e ti piaceva quella forma che prendono le canottiere leggere quando il capezzolo si indurisce. Avresti voluto tenerlo sul petto, consumavi le notti cavalcando il ragazzo stimato dai più, poi pensavi a lui solo perché era dolce, non gli hai mai dato il tempo di farsi conoscere per intero, l’hai trattato come gli angoli ti dici ora, ma non puoi fartene una colpa.

Perché l’età ha le sue ignoranze, anche se hai letto tutto Proust o sai suonare il pianoforte, anche se hai viaggiato moltissimo e conosci qualche parola di russo, o magari il cinese.

Lui non se n’è andato, hai i suoi diari e tutto il bello dei suoi ricordi che tanto due è impossibile, diceva, due è irraggiungibile. Non riesco ad amare mia madre, figurati una donna.

Chissà perché ora ti preoccupi delle guerre di Ucraina e della mafia coi suoi appalti truccati, del narcotraffico e dei diritti delle donne in Iran e poi dimentichi l’attenzione alle solitudini, nell’ultimo buco della cintura di tutte le notti trascorse a inseguire un ideale per rendere le ore accettabili. E delle tue chisseneimporta?

Non è vero che non esiste più, non è vero che lo ami di più e non è vera tutta la colpa che ti hanno appiccicato addosso che sei nera di fuliggine per gli incendi che appiccano intorno. Fischiano le orecchie e fischieranno ancora altre locomotive, non aver paura di indossare la maglietta del tuo gruppo preferito, colorati ancora le labbra di rosso per sembrare più grande.

Perché erano stucchevoli i suoi carillon e stortavi la bocca per i suoi jeans consumati sul fondo, non potevi raccontarlo alle tue amiche, che invece oddio urlavano nei bagni dei privè del lusso. E quando fumavate tu chiudevi sempre gli occhi, ti immaginavi altrove perché ti vergognavi di renderti accessibile, lui giocava col fumo e ti veniva da ridere come adesso e ti chiedi il perché.

Ma lui è presente con quelle sue pupille quasi trasparenti, i suoi modi gentili e il passo veloce che ti precedeva ovunque. Così che tu potevi solo inseguirlo o cantarlo ed è per questo che hai scritto una musica che arriva lassù e riempie di senso quello che il senso ora sembrava aver tutto perduto. Che tutto gira tutt’intorno e tutto gira. Giri anche tu tra i dischi in vinile e perdi l’equilibrio, l’orientamento e poi sei sempre tu. Tu, come piaci a lui, come gli piacevi, come ancora gli piacerai quando lo canterai.

Foto: dalla rete.

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Lontano dal Gange

La fontana della mia fronte e foglie nuove in capelli per questo luglio caldissimo. I ricordi dell’adolescenza e le turiste straniere alle giornate mondiali della gioventù. Il calcio mercato e le prime amichevoli dell’anno. Il numero 10 è palla a girare sul secondo palo, esultanza a lingua fuori e tocco originale. Non cerco un risultato, un finale e nemmeno una storia, mi esalta il beat, la suprema stella Vega che trasforma la noia in fascino e la banalità in canto.

Con l’impegno politico affondato nelle fontane e questo parlamento prostrato al gossip, i neonati blog dalle cosce nude e l’ironia tagliente che tutto è tranne sapienza.

Non ho mai amato ridere, la passerella e il lusso, ma compagnie, canti, vino e poi il finire degli eventi e fissare la tavola da sparecchiare, le impronte delle labbra sui bicchieri e non rimandare l’ordine al domani.

Mentre mi parli della crisi dell’industria musicale cresce il disimpegno e tutti i concerti estivi che fanno esultare il corpo. Qualcuno si guarda intorno in cerca di uno sguardo d’intesa, di una spalla nuda.

Tu che ti muovi lontano dal Gange e ti bagni soltanto in sorgenti. E preferisci il guardare al farti guardare, sarà per questo che subisco il fascino anarchico di chi sta dietro all’obiettivo e scatta e lascio il narcisismo sui palchi per poi sognarlo di notte.

E dai primordi le maledizioni sul fascino del diverso, l’irrazionale curiosità dei lati oscuri, dei punti neri su schiene bianchissime. Chiameremo noi maturità accettare la debolezza e propositi esigenti per i giorni a venire. Ho cominciato a fumare a trent’anni, smetterò in fretta. Chiamami se vuoi codardo, io che il vizio lo sfioro e faccio slalom tra i pali stretti della notte.

Come vorrei farmi silenzio e smettere di scrivere fin quando tu verrai a cercarmi. Morirei solo, vene nere d’inchiostro e letture interrotte.

E il no come vessillo, l’arcobaleno delle elezioni cilene e il rifiuto di Beethoven all’inchino davanti alla famiglia imperiale, dei canti di Schubert e dell’incomprensibilità del gregoriano.

Di chi è arrivato troppo avanti per poter tornare e di coloro che inseguono e ci vorrà tempo perché possano avvistarlo e magari capirlo e magari stringerlo o sedersi con lui, offrirgli uno sguardo e poi dirgli: la solitudine è come l’acqua del mare. Prende forma con te, colore col cielo, senso se l’attraversi, e poi evapora piano se l’annaffi di sole.

Foto: Giulio Di Sturco

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A me che me ne fotte

Quei passi, il mattino e le scale.

Non ci sono fringuelli qui a cantare i risvegli, nemmeno rane, neanche lucertole.

Si mischiano gli accenti, i vetri rotti della notte trascorsa in approcci. Accelerano le camionette della pulizia del quartiere e i bambini stringono la mano ai più grandi, si stropicciano gli occhi e corrono incontro alla vista dei coetanei.

E malinconica una madre guarda. Le ore del vuoto e una casa da riordinare. Comprare il pane, una sosta al caffè per la lettura dei quotidiani.

Poi sulla tavola un piatto vuoto, una buccia di banana, il barattolo della marmellata e una tazza grande sporca di caffè. Mentre tutti dormono suonano lente le campane dei monasteri e gli abiti bianchi sfiorano la terra per dare il benvenuto alla luce.

Non ora, non qui. A ricercare grandezze oltre noi, dei numeri primi e dell’epoca dei dinosauri.

Mentre la notte ci facciamo marchiare ad inchiostro il dorso delle mani e muoviamo il bacino nei locali più wow.

Guardavo un video con Andrea Pazienza ieri sera, il suo migliore amico stava con la sua ex ragazza, Gesù-Gesù lui ripeteva. L’altro era bello e si drogava di meno, mammamia quanto era bello. Io so cantare, so disegnare, sapevo amare. Gesù-Gesù, ripeteva e sulla pagina bianca scriveva: A me che me ne fotte.

Sulla copertina dei suoi libri l’immagine di lei. Sappiamo amarvi così, vi disegniamo su carta e viviamo i rifiuti come preghiere. Per gli abbandoni estivi dei cani e delle nostre speranza.

Agli angoli delle strade si radunano i sensibili, quelli che negano le identità sessuali e cercano il volto e la sfumatura del gesto, e della voce. Lo stile nell’accoglienza e l’attenzione ai particolari. E fermano la gente per strada con l’invadenza dei ragazzini, si lasciano andare in sconcezze per provocare i tran tran e raschiare il fondo delle notti tutte uguali.

Non è scontato il mattino e questa luce grigia delle ore sette che svela i contorni e rende innocui i pensieri fragili della notte.

Così io ora stropiccio gli occhi, stringo la mano all’oggi e a lui mi affido, Gesù-Gesù, correrò sulle strade incontro ai miei simili, canterò Albachiara di Vasco. Che me ne fotte a me, che me ne fotte.

Che invece poi me ne fotte.

Foto: Andrea Pazienza e Francesca

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