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Sarà la spinta a ridarci equilibrio

La confusione ci sorprende a sera. Piedi nudi fuori dal piumone, lingua al tabacco e magliette larghe. Decifrare i segni del corpo, un bicchiere d’acqua e poi il letto. Un fischio prolungato, sempre uguale, teso tra le tempie. I bassi e le luci colorate, tutti quei neon che ci fanno brillare gli occhi. Le barbe lunghe, i capelli rasati sui lati, scarpe tutte nere e camicie aperte. Balla tu che ballo anch’io, sarà la spinta a ridarci equilibrio. Attento alle tasche, alla notte al futuro. Tutti quegli approcci grevi, le mani che stringono visi sconosciuti e le occhiate che tagliano il nero. Tra i sampietrini i segni di una fuga, bicchieri vuoti, sacchetti in plastica e sigarette spente. I lampioni restano accesi e non commentano. Soltanto una donna, le rughe in fronte e un guinzaglio legato al polso. Lei e il suo ronzinante, cane anziano, occhi velati. Non si sa chi conduca l’altro. Intorno la notte. Chi ha perso il tempo e chi invece si perde. Chi il tempo dimentica e non distingue le ore. Tu intanto un’altra autostrada, un’altra città. Chissà se ti misuri in distanze, chissà se ti viene in mente il mio neo. Tutte le volte che fai un punto mi stai disegnando, tutte le volte che metti un punto mi stai allontanando. Ho così voglia di luoghi comuni che le domande si fanno invadenti. Tutto questo vuoto intorno, questo spazio infinito che separa i nostri alfabeti. Le tue frequentazioni e il melange delle lingue. Come le rondini tu. Fai il nido e poi emigri, l’anno dopo torni. Sarai ancora tu, sempre la stessa? Mi ingannano i capelli, le labbra rimangono rosse per sempre. Ho più chiodi sul muro che quadri. Non piango, lo sai? Non piango mai. Dice l’uomo debole alla donna forte. Chissà i miei vicini, chissà il pigiama, le schiene curve e odore di verdura stufata in cucina. Finiremo così. A misurarci la pressione, tenendoci la mano.

Foto: dalla rete.

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Da non riuscire nemmeno a sfiorarci

Alla fine ho fatto tardi e continuavo a chiedermi perché ci vestiamo di scuro. Mi viene sempre in mente Nina, il Gabbiano di Checov: “E’ il lutto per la nostra vita, siamo così infelici.”. Chissà poi se è vero. Vedevo gente divertirsi, ballare ballare ballare, bere e ansimare. I capelli verde della deejay che si facevano brillanti, le luci mai ferme e odore di sudore, sulla pelle i timbri per identificarci, tu sei dei nostri, tu invece chissà. E fuori pioveva forte, a Milano si piange nel week end.

Quanti sigari avrò poi fumato per questo risveglio con le parole che emergono ruvide dalla gola, non basterà un caffè a svegliarmi. E’ ora di andarsene, cambiare ancora casa e quartiere, con qualche dipendenza in più e meno tempo da vivere. In fondo alla via c’erano dei ragazzi che cantavano, forse erano felici, forse soltanto ubriachi.

Mentre smascellavi ti chiedevo da accendere e non capivi, mi guardavi e mi domandavi che fine ha fatto l’amore. Era nascosto dietro ai tuoi occhi, tra le tue occhiaia nere e gli occhiali che posi di fianco al letto. Privilegi il bianco tu, c’è nebbia tutto intorno, i miei muscoli un mese sodi e quell’altro flosci.

Ce ne andremo prima o poi a vivere in provincia, lontano dalla Lombardia e dalle luci al neon dei centri commerciali. A Istanbul e a i dervishi di Konya, all’impossibile accesso alla verità, al non amato, ai messaggi che penso e poi non ti scrivo.

Quando metteremo sul piatto le nostre diversità saranno altri a vincere e ci porteranno via dal verde del nostro tavolo da pranzo. Consumeremo i nostri giorni lontani a pisciare sulla schiena ai nostri partner immaginari. Mi dirai che il punto non è il possesso, ti dirò che il potere ci cambia e non so in che direzione. Che le direzioni contano e le dimensioni, beh, quello dipende.

Ci metteremo a leggere le previsioni del tempo e programmeremo i nostri futuri migliori lontano da ora e ci chiederemo il perché di questi tempi eravamo così sciocchi da non riuscire nemmeno a sfiorarci.

Foto: dalla rete.

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A me che me ne fotte

Quei passi, il mattino e le scale.

Non ci sono fringuelli qui a cantare i risvegli, nemmeno rane, neanche lucertole.

Si mischiano gli accenti, i vetri rotti della notte trascorsa in approcci. Accelerano le camionette della pulizia del quartiere e i bambini stringono la mano ai più grandi, si stropicciano gli occhi e corrono incontro alla vista dei coetanei.

E malinconica una madre guarda. Le ore del vuoto e una casa da riordinare. Comprare il pane, una sosta al caffè per la lettura dei quotidiani.

Poi sulla tavola un piatto vuoto, una buccia di banana, il barattolo della marmellata e una tazza grande sporca di caffè. Mentre tutti dormono suonano lente le campane dei monasteri e gli abiti bianchi sfiorano la terra per dare il benvenuto alla luce.

Non ora, non qui. A ricercare grandezze oltre noi, dei numeri primi e dell’epoca dei dinosauri.

Mentre la notte ci facciamo marchiare ad inchiostro il dorso delle mani e muoviamo il bacino nei locali più wow.

Guardavo un video con Andrea Pazienza ieri sera, il suo migliore amico stava con la sua ex ragazza, Gesù-Gesù lui ripeteva. L’altro era bello e si drogava di meno, mammamia quanto era bello. Io so cantare, so disegnare, sapevo amare. Gesù-Gesù, ripeteva e sulla pagina bianca scriveva: A me che me ne fotte.

Sulla copertina dei suoi libri l’immagine di lei. Sappiamo amarvi così, vi disegniamo su carta e viviamo i rifiuti come preghiere. Per gli abbandoni estivi dei cani e delle nostre speranza.

Agli angoli delle strade si radunano i sensibili, quelli che negano le identità sessuali e cercano il volto e la sfumatura del gesto, e della voce. Lo stile nell’accoglienza e l’attenzione ai particolari. E fermano la gente per strada con l’invadenza dei ragazzini, si lasciano andare in sconcezze per provocare i tran tran e raschiare il fondo delle notti tutte uguali.

Non è scontato il mattino e questa luce grigia delle ore sette che svela i contorni e rende innocui i pensieri fragili della notte.

Così io ora stropiccio gli occhi, stringo la mano all’oggi e a lui mi affido, Gesù-Gesù, correrò sulle strade incontro ai miei simili, canterò Albachiara di Vasco. Che me ne fotte a me, che me ne fotte.

Che invece poi me ne fotte.

Foto: Andrea Pazienza e Francesca

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Come i tramonti e le notti

Col che mare si alza per nasconderci. Pesci sulla luna e nel parcheggio una fiat cinquecento. Il gallo canta il mattino. Le nostre emozioni interrotte e gli ultimi freddi. Le mani screpolate con le bollette scadute. I nasi congelati per annusarci. Il profumo di colla delle tue unghie. Il lattice dei miei guanti per toccarti e non farti male. Che siamo come i tramonti e le notti. Ci confondiamo quando cala la luce.

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