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10 ANNI DI MERCANTI DI STORIE

Un casting per una pubblicità, un ruolo minore.

La sala d’attesa, maniche di camicia abbottonate e i soliti discorsi del tu cosa fai e perché sei qui, ti hanno pagato, ti hanno comprato?

Quando non interessa il chi sei e ci si concentra sul come ti guadagni la vita, di che vita poi ti stai guadagnando importa a pochi.

Massimiliano è seduto di fianco a me, mica lo conosco, io mi leggo Majakovskij perché in quel tempo mi sento fico a leggermi le vite dei poeti che non sono contenti mai e vivono d’istinti e sensibilità, e saltano sui tavoli delle cene borghesi e vomitano malesseri e utopie, io inadatto alle sfilate e al taglio definito della barba.

Una battuta per passare il tempo. Una donna sui quaranta che ci spiega quanto è bello recitare, dare vita a un personaggio, dice che NOI sì, NOI sì che pensiamo, NOI sì che scegliamo, NOI sì che sappiamo. Io e Massi ci guardiamo, alziamo le spalle, un sorriso: “arrivederci signora”.

Buona fortuna. Esce dalla porta portandosi dietro il dolce del profumo acquistato da Sephora.

Noi chi? Dico io.

Noi chi? Dice lui.

Io no. Manco io.

E via con le presentazioni, il rituale per passare il tempo. Io ho fatto la Grassi, quell’accademia là in zona Bligny, io pure. Io drammaturgo, io attore. Bella storia. Come stai? Di merda. Tu? Media merda. Almeno tu sei innamorato, corrisposto, dico io. Vero, dice lui.

E poi parole su un parrucchiere terrone che taglia bene i capelli. Ci vuoi andare pure tu? Magari.

E così Massi mi dice dei Mercanti di storie, io gli racconto di Santo Francesco e dei miei monologhi per i Frati Cappuccini. Mica lo conoscevo ancora. Lui ride, dice: Francesco c’aveva le palle. Due, dico io.

Piero Ciampi piace a tutti e due e “figli, vi porteremmo a cena sulle stelle, ma non ci siete, ma non ci siete.” Colpa della crisi e dei tagli alla cultura. Dice qualcuno. Mica ci credo io.

Ho voglia di un bicchiere di rosso, facciamo due, magari tre.

E poi al teatro vado a vederlo, dice pure le bestemmie lui, forse un po’ troppe penso io, però ci sa fare e sai cosa ti dico, mica è un attore, no, pure se ha recitato per Latella e con Paolo Rossi, io non ci vado a vederlo agli altri spettacoli, io me lo vedo coi Mercanti di Storie, quando ha voglia di dire quel che gli piace, di fare quello che lo diverte, necessità la chiamo io. Che poi alla fine mica condivido tutto, ci piacciono l’alcool e le donne, ci piace scrivere e cantare, urlare e sussurrare.

Ma son contento che non faccia i personaggi lui, che alla fine mi piacciono le attrici, ma in fondo mi annoiano e va a finire che mi innamoro delle fotografe, che c’hanno gli occhi diversi. A volte liquidi, ma son termini dettati dall’emozione e mi ci perdo facile.

In quei tempi faccio il barman al Pentesilea, là in zona Sarpi, quello di Germana e Claudio per intenderci, quello dove la notte si fa più leggera e aspetta il mattino per raggiungere casa col passo incerto. E diamo la colpa ai bicchieri delle nostre disgrazie. Al Pentesilea ci suona e ci beve spesso Giovanni Melucci, che è sensibile e porta il cappello e possiamo discutere ore dell’ultimo piano di Melegari in via Paolo Sarpi, ma poi va sempre a finire che parliamo di donne

Giovanni e Massimiliano e Patrizia, che conosco meno, ma vedo a teatro e in foto, sono i Mercanti di storie e festeggiano dieci anni. Mi sento un po’ vecchio e scrivo da Parigi, sembra una cartolina coi bordi rovinati.

Lo spazio del teatro torna ad essere casa, piatto caldo, caffè freddo, sputo, vita, coltello, guadagno, e portafogli rubati e abbracci, baci con o senza lingua, salti della quaglia e magnifiche notti d’amore. Non è più il mi piace o il non mi piace, a culo, no, io dico che c’è un credo sotto, una passione vera. Possiamo essere persi, dispersi, santi o raccoglitori di pomodori, avvezzi al rancore e molliche di pane, per coltivare il sacro e dare un senso alle notti occorre un rituale collettivo e un motivo. Ecco qua, e via a mercanteggiare storie senza la pretesa di essere altri se non se stessi. Mica attori, no, performer del sè con l’occhio aperto al presente e quelle malinconia sofferente che non conosce felicità, ma dona gioie e sbornie. Che me ne faccio ancora della felicità? Ripeto io.

Di quando ci vedevamo a Macao, sul grattacielo, in piazza, in Brera, al Bellezza, caro Massi, e non ci dicevamo niente, magari uno sguardo, che uno parlava, l’altro osservava. Che ti piace metterci il cazzo e il fanculo e magari il porcomondo per attirare l’attenzione, ma poi sei leggero e sai chiedere scusa. E poi sei sincero.

Son mica lodi queste, son troppe parole per dire che non siamo mica soli al mondo mentre urlo in una stanza chiusa. E lodo l’uomo, per me il teatro come rappresentazione è morto. Sepolto.

Evviva tutti, buon compleanno e fanculo, cazzo, fanculo. E poi bella lì, che son sempre nato a Bollate io, provincia di Milano, eh.

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I moti rivoluzionari dei giovani oggi. Ex Cuem e Macao.

Disprezzo i giovani di questi ultimi trent’anni. Tutto il lager schiamazzante delle rivolte studentesche. Questa sciagurata età (tutt’altro che oisive) pericolosamente volitiva. Mummie foruncolose e imbellettate che, con la scusa di rivendicare e accattonare un mutamento, una riforma o altro, nidificano nell’autoconservazione. Questa perpetua assemblea è il confort della bestialità del branco. Di giovinazzi e giovinazze che, invece di sequestrare se stessi, “desiderando” (è l’etimo di “studio”) e progettando in tutto privato, s’illudono di “okkupare” una scuola pubblica allo scopo cretinissimo di conferirle “dignità” ed “efficacia” innovativa. 

Le parole di Carmelo Bene appese alle grondaie, la licenziosità consumata di certe bandiere arcobaleno e i balconi ospiti delle sigarette e dei caffè del dopopranzo.

Le giovini italie radunate in manipoli e le case aperte di stampo rosso. La privatizzazione dello spazio intimo e quelle aperture insalubri del mese d’ottobre. Vuoi dirmelo ora che senso ha occupare una libertà? La democrazia rappresentativa per l’elezione delle nostre pulsioni primarie e la ricerca spasmodica delle mani vergini. Esperire avrà mai a che fare con la speranza? E nel sacchetto della spazzatura i libri rossi e il vocabolario del ’68, guardate ora che ne è dei rivoluzionari.

I moti del carbonio per la scoperta delle nostre interiorità e poi le prime conoscenze e il desiderio di raccontarsi, non siamo soli e il nostro urlo non è deserto. Risuonano i nostri avvisi sulle bacheche, cerco un rimedio alla solitudine, telefonami o avvisami, domandami ancora il perché di tutte le nostre riunioni infinite.

Contro l’ignavia e i poteri forti. Contro la banalità delle potenze. Per la nostra retorica personale e i modelli di quarant’anni fa. Come con la moda utilizziamo i sacri verba delle foto in bianco e nero, le barbe lunghe e i parka, quell’eskimo prima innocente e poi simbolo.

Ora che l’Unità è soltanto un quotidiano. Ora che le case editrici confondono i loro fondatori. Ora che il tempo non si è fermato ci ritroviamo ancora in piazza a chiederci dove stiamo andando. E poi partiamo con le manifestazioni: lo stesso tragitto, le stesse musiche, gli stessi slogan. Hai voglia a confonderti e a tornare a casa col petto in fuori, per l’imbecillità dei più la tua rivolta collettiva e poi un domani che fare? Una casa, un lavoro.

E mentre tutto ti preoccupa decidi di okkupare e ci metti una k così che suoni diverso. Diverso da chi. Le tue tavole rotonde e l’accettazione della diversità senza domande. Fare e fare e poi rifare col pensiero confezionato degli altri. Inventiamo nuovi packaging per la fruizione dei più. E quando diventiamo troppi qualcosa non va. Che siamo noi, indie o comunisti, fascisti o soltanto idealisti. Ma noi, abbiamo bisogno di creare recinti come si fa coi pomodori perché per crescere bisogna difendersi. Ma gli ortaggi si danno in pasto ai più e non marciscono in proteste.

La realtà santa dell’offrire. Macao regala spazio e tavola rotonda. E gli studenti della Statale difendono l’ex Cuem, baluardo e simbolo dell’ottusa gestione delle risorse e delle proprietà pubbliche, vuoi dirmi ora perché anche i cattolici si raggruppano in movimenti? Vuoi dirmi come puoi difendere una povertà quando ti preoccupa il numero?

Il mio assistere imbelle e le mie giacche troppo lunghe. Cadono dalle mie maniche i discorsi che non so fare e i microfoni che non so impugnare.

La vita attiva e la vita contemplativa. Si è giovani una volta e più, la strada, il branco, il pranzo sociale e poi il ritiro, la quiete il pensiero. Per far prendere aria all’eskimo di papà e tornare nuovi. Un vocabolario e parole per bocche che sono stanche di stare nel nido e allungare il collo. Stanche di occupare gli spazi consumati degli altri e poi volare e poi tornare a primavera. Quando saremo capaci di costruire, non demolire. E per l’occupazione delle nostre coscienze saremo critici e reali, una mano al cielo e il piede alla terra. Che non si vola senza rincorsa e non si cresce senza modelli. E allora taccio e ritorno al Bene, e non saremo giornalisti frigidi e impermeabili, dai pezzi incorporati nel cinismo degli sguardi dall’alto. Saremo condor e cormorani, annunceremo il Leviathan e come tanti Achab saliremo sui ponti. E non parleremo e ci guarderemo negli occhi, basterà un cenno. La grande balena farà un balzo e saremo pronti a cacciarla. Per poi lasciare il mare e far ritorno alla terra.

Foto: Alberto Burri, Rosso.

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Mia

Come scrivere a questa Italia che le vuoi bene, che tanto non capisce e trema. Ti avrei voluto vedere anche soltanto per il tempo di un ciao, le tue lentiggini da soffiare sulla facciata di quel palazzo chiuso da tempo e dimenticarti chi sei e la responsabilità di quel nome che ti hanno appiccicato addosso.

Nelle tue cene di gala indossate abiti colorati, qui ci circondiamo del nero per meravigliarci di quel che scorgiamo intorno. Mi son scoperto fiume e corrente, l’adrenalina degli incontri e il chissà, la fiducia nell’altro che abbiamo tavole sgombre e pensieri fini e facciamo denuncia d’azione per prendere fiato tra le parole.

Dall’alto i grattacieli del potere e gli elicotteri della presunzione, gli ottant’anni per dirci che fai e dove vai, le tirate d’orecchie dei grandi e la parola custodire che dorme ancora sotto ai cuscini con le fiale di Cialis e tutte le lotte che non ricordiamo.

E là nel mondo gettano assi di spade, e qui nel mondo gettano due di bombe, dovrei avere vista lunga e respiro profondo invece ansimo tra le lenzuola e mi preoccupo di quel domani che chiamo mio e non nostro. Quando prenderemo il coraggio di dirlo che mio può diventare termine denso e affettuoso, che tanti mio fanno un noi e una valanga di sguardi. Io non lo so perché ora ci si riconosce per strada e ci si tende la mano, non lo so perché ci si stringe in parola e tutto d’un tratto impariamo l’ascolto.

Io non lo so perché con gli altri è così facile e con te no. Dove sei tu? Mia. Che nel pensiero del mattino il mondo si fa lontano e i sampietrini delle strade di Milano piangono delle nostre assenze. Questa pioggia come un sipario, inizio o fine non c’è via di mezzo. Per i deboli son le carrozze e i vetri neri delle grandi auto, apri i tuoi argini, scendi dalla torre, vieni, vieni così vicina che non possa guardarti per intero, così vicina che ci possiamo confondere e come Piccolo Giallo e Piccolo Blu farci verdi e dirci che era così facile come fare il pane, conoscere il forno e aspettare, guardare, imparare e a tu per tu con la pasta molle accettare le sberle e sporcarsi le mani per farci corazza dorata e fragile e sapore, e profumo.

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Macao, Fazio e Saviano (Quello che non ho è il potere dei più buoni)

E ancora cerco altre vie, tagliare la corda per inaugurare la stagione dei successi.

Le piazze rivoltano il selciato per lasciar spazio a quella Boulè alla greca, non c’è tempo per vecchi cervelli attaccati alle cose, valori antichi e polvere, niente a che fare con le radici.

Noi senza terra né spazio, noi derubati di tutto e ora nudi e deboli all’inganno dei più. San Sebastiano che guarda dal quadro, che perde le frecce e impolvera senza correre in soccorso dei nostri buchi invisibili e per questo profondi e incurabili senza profondità di sguardi e gli occhiali ultravioletti del bene comune. Che ci hanno tolto le gambe per correre e hanno amputato i nostri piedi per prendere a calci i segnali di stop; le mani e la lingua per stringere in cerchio le nostre parole emotive, senza sapere il perché dei nostri girotondi come i bambini scendiamo in cortile al suono delle urla degli altri.

Per quei ritorni a casa sporchi e sudati, passare la notte fuori come gli indiani a guardare le stelle per le previsioni sul futuro prossimo e i pensieri che si fanno ordinati che la notte ridona spazio ai vicoli stretti della città vecchia. Le nostre tende colorate in accampamento che una protesta non è parlare, ma necessario è stare. E come grilli con le gambe piegate produciamo suoni metallici quando arriva il tramonto e al mattino disegniamo il sole in alto a destra coi nostri pennarelli scarichi. Dimentichiamo l’ansia con passatempi inutili, quei concerti per prenderci in spalla e dirci che finalmente sappiamo dove guardare. L’occupazione del caos per farci linguaggio, i nostri nuovi vocabolari pronti per essere scritti e tutte quelle distinzioni sul lemma legalità. Noi così ingenui, disordinati e patetici perché disabituati all’azione; coi palloncini colorati, i saltimbanchi e la claque, che la canzone è politica è vero ma da lontano si fa baccano e fiera di maggio e vista dall’alto confonde.

Ci guardano i benpensanti, le poltrone dei canali streaming e le copertine dei telegionali con le foto curiose dei quotidiani, i visi colorati e i nomi nuovi che regaliamo alle piazze. Come i muezzin ci chiamano a raccolta i grandi nomi e poi dimmi che senso ha mettere i tuoi desideri nella bocca degli altri? Esercitare il corpo nelle palestre col modello del muscolo dei calciatori è cosa sana, ma che cosa hai fatto tu, uomo, per la tua lingua? I baci lunghissimi e tutti quegli anni di scuola dell’obbligo, poi l’università, e quando hai dato alla bocca arie di libertà? Nella prigione dei detti degli altri gettano le chiavi i nostri animali televisivi che conoscono Freud e ignorano i capelli rasati sui lati degli hypster e le chiome lunghe dei nostalgici degli anni settanta.

Non ci sono televisori in piazza Macao e per i cinema all’aperto si organizzano sguardi, più veri del video gli incontri. E tutto intorno le case paiono lucciole, la luce artificiale dei televisori. Saranno almeno un milione di topi a far saccheggio delle vostre dispense che siete innocui, sterili e vacui a gongolare negli occhi a torrente di Fabio Fazio, quei corpi esanimi sui fiumi senza vento della funerea retorica Saviana per le carezze sul mento e tutto quell’amore che brucia fuori, fuori, fuori da queste denunce che non ci sfiorano i capezzoli. I membri ritti ci fanno destare, parole efficaci, il resto è torpore. E scuotimi e fammi abbandonare la sedia, ma non dirmi sempre che fare e quel che è giusto pensare. Il potere dei più buoni, per le parole simbolo che in spiegazioni brevi perdono sostanza, la nebbia dell’indefinito e nessun tempo per la digestione. Il fascino dei cinque minuti della celebrità, la pena per i disgraziati e lo svelamento del già noto. E tutti in piedi per i nomi altisonanti, quanti mani stringi, mio nocchiero, e quante schiene attendono le tue pacche buone. Frusta e vita lasciate a invecchiare tra i pantaloni e fuori dal buio il raggio del sole seccherà i tuoi occhi umidi di niente, quando citi John Lennon mi salta in testa Melville, si toglie le scarpe Kerouac e ce le lancia addosso. Dove mi hai nascosto le parole dell’oggi? Dove, mio prode? Non abbiamo più tempo noi per la polvere delle nostalgie, i buonismi a stelletta per le decorazioni dei centri commerciali. Generali del buono e del bene, mai avrei immaginato di girarvi le spalle, lancerò il cappello sulla piazza perché nel caos si raccolgono monetine. Per i vostri miliardi di notorietà avete rinnegato il coraggio. Dov’è quell’atto di forza dell’abbandono della nave scuola per la libertà del mare? La Rai che sirene vi ha cantato? Dov’è la contraddizione dell’oggi? Dove la sofferenza nei vostri volti? Dove l’amore? Dove? Le parole oggi suonano come domande, il punto di domanda è dinamico, sai? L’affermazione è uno stop. Andrà tutto bene e tornerete a farci compagnia, come il Festival di Sanremo diventerete tradizione, attesa, emozione. Ma non lasciatemi un piatto sul tavolo, tradirò le vostre mense e salirò in piedi sulla tavola in cerca di voci che tagliano e ardono e si consumano. Che non c’è calore senza dissoluzione. Non è tempo questo di denuncia o nostalgia, per il vostro Grande Fratello degli intelligenti è arrivata l’ora della fine. Scontro e battaglie e metafore nuove, autostrade e semafori, falli e torri, grattacieli e caschi blu e il vaffanculo che non è volgare se risolve le situazioni.

E allora sì, sconfitti del vostro bene, sarete buoni a prendere un fucile e sparare ai barattoli, e sentirete il colpo, vibrerete per la paura e forse allora vi salirà tra le viscere quel desiderio di sporcarvi gli occhi e attaccare le fortezze limpide degli insegnamenti mai esperiti, perchè ancora questo ci chiede l’umanità, a noi delle piazze, sconfitti, subdoli, prigionieri. Vivi.

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MACAO

L’aperitivo al bar, lo spazio neutrale per i nostri sguardi. Ci siamo detti è tardi, che gli anni ci pesano sulle spalle come le stellette dei militari e quanti morti avremo sulla coscienza? Che senza accorgercene ci siamo lasciati scappare il ciuf ciuf dei futuri.

Perdersi nei farò è l’immobilità concentrica della parola che decliniamo al condizionale con tutti gli avremmo, i dovremmo, i faremmo che ci penzolano dal soffitto che per evitarli ci trasformiamo in fotocellule. Le macchine fotografiche per dirci lo vedi, ci sono, ragiono e poi che altro vuoi? L’immagine è testimonianza ti ho detto, ma è il fare che diventa cronaca e sbagliare e disfare. E così parlavamo di Milano, degli Arci chiusi e delle nuove aperture, ci faranno suonare, ci faranno cantare, ci faranno ballare? Per le nostre aspirazioni abbiamo bisogno spazio e orizzonti, cadranno i grattacieli ti ho detto, e vedremo finalmente le sirene e impazziremo quando ci diranno che bastava turarsi le orecchie per evitare il frastuono e dare ascolto alle nostre fragili intimità.

Così mi hai detto Hey man, questa sera c’è gente in un posto. Ti ho detto embé, e poi perché? Non so, andiamo, vediamo, ascoltiamo hai da fare? Io no. Io nemmeno. Precari i nostri vuoti dell’esistenza, precari i nostri silenzi e gli affetti, precari noi e i nostri lavori artistici e quando ci verranno a dire che quel termine è snob li tatueremo tra le labbra come un urlo. Artisti noi che non neghiamo quello che siamo. Artisti noi che ci proviamo. Artisti noi che ci creiamo. Artisti noi tutti, mondo, abbiate il coraggio, abbiamo le forze, questa è la nostra utopia e parole dense, che se non osiamo finiamo con l’accontentarci.

Le sedie in cerchio e i modi gentili, le nostre divise così diverse e sciarpe e taccuini per gli immancabili occhiali tondi. Che c’era un luogo della mente, che si chiamava Macao, che era un museo in movimento, forza d’urto e aria nuova, sguardo libero per scavalcare orizzonti. Mi son disegnato un punto di domanda sulla mano: cos’è? Perché? Com’è? E tutte quelle domande che servono all’armonia. Vorrei, ma si può? E la parola occupazione come un macigno, così attiva che pare un invito. Andiamo, facciamo, occupiamo. Si occupa quel che è vuoto, i pieni non hanno bisogno di nutrimento. E gli occhi belli e i sopraccigli impegnati, parole nuove e un alfabeto da ribaltare, che quando si fa gruppo c’è un codice che è uguale al linguaggio dei più, ma nasconde intese e progetti impensabili. E allora a culo i però e le perplessità immobili. Andiamo, facciamo, occupiamo, la parola diventa azione ed ora siamo tanti, siamo scalini e usiamo le nostre spalle per raggiungere altezze, che siamo un gigante su un grattacielo. E ci domandiamo il perché e davanti alla musica rimaniamo immobili, rimandiamo il ballo al futuro che ora nei nostri corpi viaggiano veloci i ragionamenti. Per ogni più un però. Mi piace, alla grande, cioè.

Andiamo a Macao! Andiamo all’isola che c’è, di piano in piano, di parola in parola e poi sguardo aperto, mente leggera, timone saldo e la trasparenza dell’acqua. Che siamo un mare e prendiamo il largo sui grattacieli, che se non li pensi ostacoli e ci sali, sudi e fatichi, ma si rompe il velo e prendiamo il largo su orizzonti nuovi.

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