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La naturalezza dei salici

Quando abbandoneremo i discorsi lunghissimi per legittimare la necessità del nostro fare?

Vorrei parlarti delle nuvole basse, del cambio di stagione e delle relazioni che abbiamo in comune, guardarti camminare con le scarpe nuove e i capelli raccolti, chiederti la ricette delle linguine ai frutti di mare e poi sorprenderti che ti accarezzi le guance e ti bagni il viso abbandonata a stanchezza.

Tutti questi discorsi a trapano nel cervello e l’io davanti a tutti come un mazzo di fiori da consegnare al primo incontro. Quando invece qui non ci sono rocce, la luce è rara e le piante nascono dentro ai negozi.

Mentre disdegno il frutto buono che non nascondi più tra le cosce, ti ho sempre detto che tutto quel che si palesa perde d’interesse. Poi siamo andati a vedere un Picasso e mi ha chiesto: questo è palese? Questo è un paese, ho risposto io, quei contorni segmentati e linee spezzate. Disordine e confusione.

Ci pensi mai a quando è decollato il primo aereo di tutta la storia degli aerei? Dov’è finito ora lo stupore? La spiego così la voglia di notti disperate, perdiamo il controllo in droghe e alziamo il tasso alcolemico seduti al tavolo della cucina.

E se rasassi i capelli sui lati asseconderei la moda del momento, chi te l’ha detto che è un male? Perché continuiamo a farci salmoni e tagliamo in due la corrente per farci notte? Quando invece le madri son tutte belle e i passeggini suonano il selciato dei parchi.

Mentre le associazioni di volontariato ci interrogano sui numeri del nostro conto in banca, lo sai quanti bambini hanno bisogno del tuo aiuto? Lo sai quanto mi manca un tuo saluto?

Eccolo qui il solco che ci divide, l’aratro ha separato le nostre nascite e quella ferita la dividiamo senza accorgercene. Lo sai perché continuo a farmi foto in primo piano e poi le metto sul profilo di Facebook? Perché il tempo cancella e una volta odiavo i ricordi mentre ora voglio avere chiaro il mio viso, i chili di troppo e muscoli tonici, le prime rughe e i capelli bianchi. Non esiste uno spirito libero se non si libera il corpo. Voglio imparare a nuotare, voglio imparare a ballare. E con la naturalezza dei salici chinarmi su di te e prendermi un bacio, uno soltanto, farci una foto per poi ricordarmelo.

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All’Italia bella, a Saviano, alla cittadinanza tutta.

Sfoglio i giornali e sulla Repubblica c’è il pezzo di Saviano della domenica, non me lo voglio perdere io. Io che ho cominciato a detestare il suo modo di scrivere, di parlare, di porsi, ormai è manifesto. Non perderei mai del tempo a non sopportare qualcuno verso il quale non provo stima. Conosco l’indifferenza e so come essa sia innocua quando non esiste rapporto pregresso.

Ora, Roberto, ancora una volta, vorrei parlarti viso a viso, darti la mano e poi dirti: la vogliamo smettere? Dai, insieme, smettiamola. Non mi fido delle persone che utilizzano parole come sempre e mai, e non mi fido delle sentenze fuori dai tribunali. Chiudi il tuo articolo di oggi dicendo; – “No, così seri no, sembriamo sconfitti. Ridiamo, sempre”. Mi stringe, sorridiamo, ed è la vera vittoria.- Ti riferisci alle parole di Assange, e concludi ancora con una sentenza. No, non mi significa nulla, lo sai bene che esistono sorrisi falsi, che sconfitti o lo si è o non lo si è, il sembrare è solo per i mass media. Ma, e mi sembra evidente, quando il personaggio supera l’essere umano, va a finire che i piani si confondono, e deve essere difficile. Ti scrivo questo col calore umano che ci è negato, perché gli incontri sono difficili e cerco le persone che più mi interessano sui social network. E va a finire che mi perdo il chiarore dell’alba perché impiego la notte a scrivere email e ad aspettare risposte che non arrivano mai.

Ho cominciato il mio blog quattro anni fa scrivendo di te, dicevo che eri come Batman e che avevi bisogno di Robin, che non ti si poteva lasciare solo nella battaglia. Ma ora mi allontano perché vedo nella tua penna un pennacchio e nelle tue parole presunzione e malinconia, termini che amo, che non mi vergogno di fare spesso miei, ma lo stile, il tuo, non lo sopporto. Vorrei fossimo amici, davvero, lo ripeto, vorrei trascorrere del tempo a domandarti dei perché. Non come farei coi politici che sento distanti e ingranaggi di un sistema che non conosco, no, mi rivolgerei a te come a un ragazzo che ha la velleità dello scrivere, ma che trovo ora impantanato in qualche pozza d’io che vieta il salto. E non ti nascondo che spesso ci son dentro anche io. Quando leggo delle tue debolezze vorrei stringerti, ma poi rovini il tutto nascondendo l’umanità dell’occhio con gli occhiali neri dell’arrivato. Vorrei qualcuno facesse lo stesso con me, sai? Che non è facile addomesticare la sensibilità e scontrarsi a muso duro con la realtà dell’oggi. Ieri ho guardato per 14 ore di fila RaiNews24, alla fine hanno eletto un presidente, io ero là, ascoltavo, immobile. Non desiderio di piazza, nessuna protesta palese o frase di stizza. La malinconia dell’osservatore che come Leopardi cerca l’infinito dal colle e trova soltanto una siepe che nessuno riesce a saltare. Forse quello che manca è una certa partecipazione attiva che non è fatta di MAI e di SEMPRE, non è fatta di urla e magliette dipinte a slogan e non è fatta di applausi sgradevoli e abbracci da commilitoni. La parola politica dello scrittore è una potenza che ha la forma dell’aria, si deposita a terra con grazia, ignorata dai più, ma solleva animi rattristati e riflette sul come e sul perché del presente. Vorrei dire ai nostri politici coraggio, vorrei che il richiamo alla responsabilità non sia un motto d’ordine, ma una spinta a una disciplina dell’animo e del sé che difficilmente scorgo.

Ho visto mandrie che si muovono con pesantezza, pecore e vacche che prendono sentieri sconosciuti e si perdono, pastori in rincorsa e campanacci stridenti. C’è un silenzio che parla nelle solitudini e chiede il conto dell’azione degli oggi, troppo spesso non prendo sonno la notte. C’è un libro da leggere per non perdere direzioni, una Costituzione che deve essere regola, esempio, bronzo col quale forgiare futuri. Ma invece no, troppo spesso ci nutriamo di intuizioni e di beni che crediamo comuni, ma in fondo non conosciamo, non viviamo. Troppo spesso ci riempiamo le bocche di valori, ma i valori esistono se incarnati e concreti, il resto è parola, microfono, telecamera.

Le giacche di ieri e quelle cravatte stirate di nuovo. Le lacrime emozionate di chi ha un ideale, ma si ritrova sconfitto. “L’ideale”, non riesco nemmeno a dirlo. Caro Roberto, e cari tutti, viviamo solitudini immense e piccole gioie, rivolgiamoci parole sincere e incontriamoci sulla strada, rispondiamoci alle email, sì, alle email, alla posta privata di Facebook e ai Tweet, stringiamoci mani quando ne vale la pena, i francesi qui, si baciano senza conoscersi e poi magari non si parlano nemmeno, noi no, siamo italiani, un poco diffidenti, poi buoni, sappiamo abbracciare forte e dirci coraggio.

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Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare

Gli ippopotami sott’acqua si muovono leggeri, mulinano le zampe e sembrano camminare nell’aria. Così dovresti accorgerti che non parlo d’amore, ma lo attraverso.

Esplodono le pentole a pressione e tutti gli schizzi di pomodoro sui miei jeans per prepararti una pasta di merda, che tanto non te ne sei accorta preoccupata com’eri a decifrarmi le labbra. La terra trema e non c’è verso di andare insieme a un festival di quelli estivi, con le canotte larghe e lunghe fino alle ginocchia.

Viviamo a più dimensioni ed è per questo che porti gli occhiali. E in fondo al mio letto ci trovi le mutande scadute della settimana scorsa, che quando dormiamo insieme ti ripeto che voglio essere libero. E poi mi alzo la notte a pisciare e quando torno ti guardo dormire. Mi appoggio sul fianco e penso alle distanze incancellabili delle nostre origini e al fatto che è colpa delle nostre nascite se vediamo le cose in maniera diversa.

Mentre non chiudono i teatri occupati e i luoghi chiusi dai figli dell’alta borghesia, che mettono casa in affitto e dormono tutti insieme sotto le stelle delle televisioni spente. E quei musici che ho amato tanto le cantano al primo maggio con la presunzione degli arrivati. Dei prosciolti. Degli ex rivoluzionari. Dei giornalisti d’opinione e degli invecchiati sui banchi delle scuole. E di quelli come me che non hanno ancora il coraggio di raccontare storie e ammettere che nell’immediato non servono a niente.

Mentre Gondry presenta il film che attendevo con ansia, la schiuma dei giorni sulla punta del mio sesso e la rabbia contro le industrie del cinema che ci sottraggono in immaginario. E poi ammettere che quando scrivo è soltanto per scoparti a distanza e godere premendo i tasti e scoprire il respiro saltare dalla finestra e cercare riposo sui davanzali in compagnia dei passeri. Mentre a Parigi non ci sono panni stesi sui balconi e quanto mi mancano le discese ripide del centro Italia e l’odore dei faggi. Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare.

Nel corno d’Africa raccoglievo carte di caramelle per non sporcare la terra, e venivano bambini con gli arti gonfi ad insegnarmi a non aver paura dei serpenti e quattordicenni madri di due figli con i piedi duri come rocce e la dolcezza nelle cicatrici sul viso.

E al ritorno mi son scoperto così egoista da lasciare la ragazza di allora e sudare la camicia bianca del volontariato e abbandonare alle velleità la distruzione dei futuri prossimi in vista del progetto colossale della salvezza del mondo. Trovare il Cristo fuori dalle chiese e nelle strade e raggiungere il tempio poco prima dell’ora di chiusura per dar riposo alla lingua, farmi silenzio e disperdere lo sguardo sugli affreschi.

Entreremo nell’età d’oro della grazia spogliandoci del superfluo dei nostri progetti di notorietà e incastrando le reni, non avremo paura dei semafori gialli e delle metropolitane affollate, e guarderemo all’ufficio come all’esercizio quotidiano di nostra sorella pazienza, abbiamo progetti più grandi e belli delle scrivanie squadrate.

E ora portami a ballare, dimmi che così è normale, che non c’è vergogna nel tirare mattino e ha ancora senso barcollare tra i muri con l’alito striato di birra, e lanciami la lingua addosso per farmi del male, piega la schiena e appoggia il tuo sedere al muro, alza le mani che io ti sparo. Tanto poi al mattino non me lo ricordo, e mi gira la testa e incrocio indice e medio e prometto: non bevo più, non mangio più, non guardo la Tivù.

Foto: Allen Ginsberg, James Franco

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C’è il sole, fammi compagnia

Sono i piccioni i primi a salutare il blu.

Senza avvisare prende il suo posto la primavera e scivolano veloci tra le scollature sguardi d’uomini d’ogni età.

Quando abbiamo preso la via per lasciarci alle spalle le installazioni colorate delle serate mondane, l’electro beat adatto ad accompagnare lo svago e i pensieri fumosi del dopocena. Ti guardavo di profilo cercando una qualche somiglianza con le sfingi d’Egitto. Che avevi gli occhi strani e una certa inclinazione alle allitterazioni, e ripetevi sempre la stessa frase, che te ne fregavi di tutto e pensavi soltanto a te e a quanto è bello vivere il momento. Eri ubriaca, camminavi come i pulcini appena nati, senza direzione, con lo sguardo appassito e i tacchi consumati. E mentre ti aggrappavi alle mie braccia pensavo che forse avrei dovuto studiare la fisica per comprendere che non tutti i corpi s’attraggono. Interessante, certo, ma non abbastanza, e poi che significa tutto questo?

Quando fai tardi hai bisogno di ridere, e districarti nell’arzigogolo dei discorsi, e dimenticarti i cominciamenti, giungere a massime che segnerai sulla strada come apoftegmi per i camion della pulizia di quartiere. E un giorno ancora ad ignorare il tempo perché lui ignora me. Questa è la logica disumana delle relazioni, misuriamo tutto sull’orologio del cellulare e non ce ne facciamo nulla delle attese degli altri.

Il lavoro stanca, il lavoro piega, il lavoro seduce col soldo e ti rende l’utile mettendo ordine tra le tue giornate. Progetteremo un futuro quando incorniceremo sul muro i nostri contratti indeterminati.

E nelle mie relazioni non c’è coerenza che brucio le radici col dire e il fiore appassisce in fretta.

Nei versi di Majakovskij una rabbia che non posso permettermi. Vorrei indossare un’abito elegante, colorato però, e un papillon consumato e largo. Farti delle fotografie sull’erba come fanno gli adolescenti. E per un’istante evitare lo specchio e lo sguardo dall’alto.

E quanto poi sarebbe bello che mi corressi incontro con le braccia aperte. Hai presente quando ti accompagnavo al treno e mangiavamo un panino a Mcdonalds e chi se lo ricorda il sapore che m’ero perso sulle tue labbra. Tu scartavi sempre il cetriolo e mi dicevi dovremmo mangiare meglio andrà a finire male così. E poi non è proprio finita perché non è mai cominciata.

Vorrei la leggerezza delle canzoni di Marco Levi o di Dente. Ho i capelli di Devendra e lo spirito di Kerouac. E così va a finire che mi confondo.

Ed ora sono su un balcone a Lisbona, e griglio agnello e bevo del rosso, e scrivo felice e tu mi aspetti sul letto, mi urli è pronto e ti dico non ancora, vestiti e vieni fuori, c’è il sole, fammi compagnia.

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Smetterò di vergognarmi quando ti tengo per mano

C’eravamo ridotti a far fontanelle d’acqua gonfiando le guance e trasformavamo le labbra in pistole a salve per colpirci e lasciare il segno e poi non farci male.

Non lo so se sei ancora bagnata; quando alla scuola elementare studiavamo il ciclo dell’acqua venivano sempre fuori gli agenti atmosferici e l’inquinamento del pianeta terra. Nelle nostre teste il fumo dei pensieri e polvere nelle biblioteche dei nostri vorrei.

Alle mie battaglie senza armatura e ai voli pindarici sugli scalini di casa.

Troppo vicini al sole noi, sotto le ascelle le gocce di cera di quando perdiamo le ali e scivoliamo in fatica e dubbi sul nostro presente. Nel labirinto dei vezzi moderni siamo precipitati nel cerchio del fuoco: nelle parole buone le mie paure più grandi. Mi sono ripromesso di guardare a me e lasciar perdere le rampe di lancio private, le basi militari dei vicini di casa.

Certo è che mi soffermo ancora sul significato delle parole, e a una conoscente che scrive su facebook.com vorrei dire smettila di arricciare il naso e gettare giudizi dalle tue mutande a vita alta. Nell’erotico gioco delle accuse poni domande e lascia perdere i volti degli attori noti e le frasi d’occasione di certa sinistra. Il fatto è che per trovare l’effetto ci siamo persi l’azione, l’arcobaleno viene dal nero e va a finire che non serve a nulla. Ci inganneranno ancora con la favola della pentola colma d’oro.

Mi piace perdermi nelle cicatrici degli altri, mi eccita la grazia esibita e il pendaglio che porti tra i seni ribelli.

Sull’imperfezione del tuo naso ho disegnato una x per ricordarmi che questo è il punto. Ci salveranno le canzoni di Battisti e il Lacrimosa che ascolto al risveglio.

E per i nostri sogni ho scelto il posto più bello: la tavola apparecchiata. L’esperimento è provare a sentire il gusto di ogni piatto e donare alla lingua l’esperienza dell’acidulo del pomodoro. Che a questo serve lo zucchero.

E poi torniamo a noi, al ricordo della luce intagliata dalle persiane e ai muezzin che ci sveglieranno a Istanbul.

Quanto vorrei portarti a fare il giro del mondo, e smetterò di vergognami quando ti tengo per mano.

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10 ANNI DI MERCANTI DI STORIE

Un casting per una pubblicità, un ruolo minore.

La sala d’attesa, maniche di camicia abbottonate e i soliti discorsi del tu cosa fai e perché sei qui, ti hanno pagato, ti hanno comprato?

Quando non interessa il chi sei e ci si concentra sul come ti guadagni la vita, di che vita poi ti stai guadagnando importa a pochi.

Massimiliano è seduto di fianco a me, mica lo conosco, io mi leggo Majakovskij perché in quel tempo mi sento fico a leggermi le vite dei poeti che non sono contenti mai e vivono d’istinti e sensibilità, e saltano sui tavoli delle cene borghesi e vomitano malesseri e utopie, io inadatto alle sfilate e al taglio definito della barba.

Una battuta per passare il tempo. Una donna sui quaranta che ci spiega quanto è bello recitare, dare vita a un personaggio, dice che NOI sì, NOI sì che pensiamo, NOI sì che scegliamo, NOI sì che sappiamo. Io e Massi ci guardiamo, alziamo le spalle, un sorriso: “arrivederci signora”.

Buona fortuna. Esce dalla porta portandosi dietro il dolce del profumo acquistato da Sephora.

Noi chi? Dico io.

Noi chi? Dice lui.

Io no. Manco io.

E via con le presentazioni, il rituale per passare il tempo. Io ho fatto la Grassi, quell’accademia là in zona Bligny, io pure. Io drammaturgo, io attore. Bella storia. Come stai? Di merda. Tu? Media merda. Almeno tu sei innamorato, corrisposto, dico io. Vero, dice lui.

E poi parole su un parrucchiere terrone che taglia bene i capelli. Ci vuoi andare pure tu? Magari.

E così Massi mi dice dei Mercanti di storie, io gli racconto di Santo Francesco e dei miei monologhi per i Frati Cappuccini. Mica lo conoscevo ancora. Lui ride, dice: Francesco c’aveva le palle. Due, dico io.

Piero Ciampi piace a tutti e due e “figli, vi porteremmo a cena sulle stelle, ma non ci siete, ma non ci siete.” Colpa della crisi e dei tagli alla cultura. Dice qualcuno. Mica ci credo io.

Ho voglia di un bicchiere di rosso, facciamo due, magari tre.

E poi al teatro vado a vederlo, dice pure le bestemmie lui, forse un po’ troppe penso io, però ci sa fare e sai cosa ti dico, mica è un attore, no, pure se ha recitato per Latella e con Paolo Rossi, io non ci vado a vederlo agli altri spettacoli, io me lo vedo coi Mercanti di Storie, quando ha voglia di dire quel che gli piace, di fare quello che lo diverte, necessità la chiamo io. Che poi alla fine mica condivido tutto, ci piacciono l’alcool e le donne, ci piace scrivere e cantare, urlare e sussurrare.

Ma son contento che non faccia i personaggi lui, che alla fine mi piacciono le attrici, ma in fondo mi annoiano e va a finire che mi innamoro delle fotografe, che c’hanno gli occhi diversi. A volte liquidi, ma son termini dettati dall’emozione e mi ci perdo facile.

In quei tempi faccio il barman al Pentesilea, là in zona Sarpi, quello di Germana e Claudio per intenderci, quello dove la notte si fa più leggera e aspetta il mattino per raggiungere casa col passo incerto. E diamo la colpa ai bicchieri delle nostre disgrazie. Al Pentesilea ci suona e ci beve spesso Giovanni Melucci, che è sensibile e porta il cappello e possiamo discutere ore dell’ultimo piano di Melegari in via Paolo Sarpi, ma poi va sempre a finire che parliamo di donne

Giovanni e Massimiliano e Patrizia, che conosco meno, ma vedo a teatro e in foto, sono i Mercanti di storie e festeggiano dieci anni. Mi sento un po’ vecchio e scrivo da Parigi, sembra una cartolina coi bordi rovinati.

Lo spazio del teatro torna ad essere casa, piatto caldo, caffè freddo, sputo, vita, coltello, guadagno, e portafogli rubati e abbracci, baci con o senza lingua, salti della quaglia e magnifiche notti d’amore. Non è più il mi piace o il non mi piace, a culo, no, io dico che c’è un credo sotto, una passione vera. Possiamo essere persi, dispersi, santi o raccoglitori di pomodori, avvezzi al rancore e molliche di pane, per coltivare il sacro e dare un senso alle notti occorre un rituale collettivo e un motivo. Ecco qua, e via a mercanteggiare storie senza la pretesa di essere altri se non se stessi. Mica attori, no, performer del sè con l’occhio aperto al presente e quelle malinconia sofferente che non conosce felicità, ma dona gioie e sbornie. Che me ne faccio ancora della felicità? Ripeto io.

Di quando ci vedevamo a Macao, sul grattacielo, in piazza, in Brera, al Bellezza, caro Massi, e non ci dicevamo niente, magari uno sguardo, che uno parlava, l’altro osservava. Che ti piace metterci il cazzo e il fanculo e magari il porcomondo per attirare l’attenzione, ma poi sei leggero e sai chiedere scusa. E poi sei sincero.

Son mica lodi queste, son troppe parole per dire che non siamo mica soli al mondo mentre urlo in una stanza chiusa. E lodo l’uomo, per me il teatro come rappresentazione è morto. Sepolto.

Evviva tutti, buon compleanno e fanculo, cazzo, fanculo. E poi bella lì, che son sempre nato a Bollate io, provincia di Milano, eh.

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Impariamo versi nuovi per richiamare le rondini

Aspettavamo i ritorni.

Lo sguardo appoggiato all’orizzonte della finestra, il fumo del caffè e i nostri vetri sporchi. Occhi ricoperti di spuma e maglietta stropicciata.

Sul tavolo i resti della cena di ieri e io che nel sugo stantio disegno col dito un volto umano per farmi compagnia e lecco i polpastrelli per raccogliere le briciole delle nostre parole dell’altro ieri, chiamiamolo così perché non porto l’orologio da anni e non so usare il calendario dello smartphone.

Fuori il mercato di Rue Montorgueil, e banchetti di frutta lucida e formaggi maturati in cantine, pesci dei sette mari e il concerto dell’apertura dei portafogli. La moda dei capelli raccolti e il rosso pastello dei sorrisi francesi.

Quando discutevamo della demolizione della proprietà privata volevo farti capire che se i nostri capelli si sfiorano le nostre teste si aprono e scappano i pensieri della quarta birra, dicono lasciamo al Piccolo Principe dare il nome alle cose, noi ci prendiamo le forme e apriamo i contorni per riempirli d’incontro. Quando ti dicevo che preferisco lo stare al fare mi riferivo proprio alle ore lunghe tra sigarette e vino, al movimento delle sedie e alle finestre aperte per soffiare via l’odore di chiuso dei nostri giorni donati all’economia.

Mi manca la mia barba incolta, le sopracciglia folte e le magliette larghe con le righe orizzontali e il petto un po’ nudo. Nel gergo dei marinai le nostre nuove scoperte e le scialuppe di salvataggio delle tue mani lunghe, i tuoi fianchi stretti.

Ho passato la notte su youtube.com a guardarmi l’intervista di Biagi a Pasolini e giornalisti francesi per l’ultimo dialogo registrato a casa di Paolo Borsellino. Le domande di un giovane Marco Travaglio e poi non sapevo nulla dell’attentato a Maurizio Costanzo. E ritrovarmi nel’utopia delle rivoluzioni di Carlo Pisacane, e poi Sensation di Rimbaud per ricordarmi dell’esistenza della natura, dei piedi nudi che annullano l’erba e quanto sarà che non dormo con una donna?

Prendere il bene e allontanare il male è impossibile. Si coglie il tutto intero. Non mi è mai piaciuto il cioccolato al latte dell’Uovo Kinder, ma vuoi mettere il fascino della sorpresa?

E la verità la trovo nell’uomo che agisce e fa e nasconde e poi mostra. La debolezza parlata e le richieste d’aiuto avvicinano i ventri.

Sono col contadino che prima della semina costruisce un recinto perché le bestie stiano lontane e il germoglio nasca al riparo.

Verrà il tempo dell’abbattimento del muro quando desidererò un eremo per le mie pisciate all’aria aperta al riparo degli sguardi del giudizio degli altri.

Verrà la stagione del sole, quando basterà una chitarra a far festa.

E poi torneranno quei temporali d’agosto che mischiano l’asfalto al cielo, che è nella confusione che salta fuori l’idea e non c’è confusione che non nasca dall’ordine.

E ora prendimi le labbra e mordimi che non c’è più tempo per filosofare, guardami le dita consumate, le bruciature e i tagli superficiali. Mostrami la sfrontatezza dei tuoi capezzoli e il volto che si deforma quando godi o piangi.

E’ tempo di togliere una coperta dal letto, farci leggeri per prepararci alle primavere, non abbiamo prati grandi ora, accontentiamoci delle terrazze e impariamo versi nuovo per richiamare le rondini. Risponderanno.

Foto: Mikhael Subotzky

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Del tuo collo un Mirò

Non sarà certo youtube a tenere compagnia ai nostri incontri.

I ricordi di via Vigevano, la moka rosa, il portone grande e le ore spese a ridere dietro allo schermo. Col vino dimentico il perché delle mie visite, mi lascio andare al presente per negare al futuro l’accesso alle mie debolezza. Sono cambiato, lo sai, e diluisco lo sguardo nel tempo, lascio le ciglia sul palmo delle tue mani così puoi prendermi a pugni per esprimere desideri.

E sarà sempre un tavolo a dividerci. Le mani si incontrano cercando il cibo nei piatti.

E poi lo sai che quando sento parlare di verità mi si abbassa l’uccello, e volano via i pensieri cercando i piccioni e tanta merda sul capo dei retori. E non parlarmi dei romantici quando non c’è ironia nella tua prosa stanca. Il punto e l’a capo. La Kristof scriveva in una lingua non sua, quando dicevi che tutto bisogna lasciare per ritrovarlo nella bocca degli altri.

Quando ho messo le mani sugli occhi e ti ho detto cucù hai pensato sei folle.

E mentre si fa giorno non è la luce che trascina via le coperte e lascia al corpo il tempo del sabato per il risveglio. Nel cielo il bianco dei condom usati e decori di ringhiere e tende colorate. L’inverno delle porte chiuse e la lametta nuova per modellare il viso. Cade la barba sul nudo dei piedi, il ricordo delle tue docce lunghissime e i crampi delle ore notturne quando occorre distendersi per far passare il dolore.

E al mattino il desiderio delle tue spalle nude, la stella nera fa del tuo collo un Mirò.

E mentre preparo il caffè sporco le dita di nero e poi mi asciugo sui pantaloni, nel lavandino ci stanno i ricordi, che se abbandoni le mani nell’acqua finisci per indebolirti, lo sai. Quando la rilassatezza è una questione di misura.

Vorrei parlarti della vita dei ricci di mare e tengo trattati sull’apertura delle conchiglie.

Quanto ci esalta nyan.cat.

Poi dentro al telefono parole sul corpo, dice Laura: l’infanzia non piange al contatto e cerca un ventre per sonni tranquilli.

Quando sei tu va a finire che ti lasci abbracciare, non siamo salmoni e non è la natura a suggerirci l’andare.

E sui quotidiani i tweet dei famosi, il libro del momento ha il nome di un bar.

Ho indossato la tua felpa, Andrea, quella coi disegni sulla schiena e la scritta Dead to Fall, ti porto in spalla un po’, che ogni partenza ha bisogno di un saluto lungo. E gli addii li lasciamo ai calciatori, ci pensi mai che Zanetti è immortale? Che poi a 20 mi sembrava già vecchio, a me che porto trenta nei cerchi concentrici sottopelle e nascondo i segni dell’esperienza nella cicatrice sull’occhio sinistro. Quanti conoscono la sua esistenza, secondo te? Quanti mi hanno guardato davvero? Pochi. Rispondo io.

Prendevamo a pugni Milano per sentirci meno soli, quando lavoravo in libreria leggevo di più, pensavo di meno e andavo in palestra ogni giorno. L’allenamento è l’accesso alla conoscenza. Sei poi riuscito a muovere il muscolo del polpaccio?

Nel sangue ancora le tracce dell’alcool di ieri, e quanto è buono il Remy Martin alle fine dei pasti?

Vorrei utilizzare la parola stranito senza pensare alle anatre. Vorrei dirti sei bella, ma mica che poi pensi male.

E che vorrei imparare a suonare la chitarra quante volte l’ho detto, poi avere il coraggio di attraversare Parigi di notte. Ora lo faccio per prendere un aereo o ubriaco, vorrei farlo da sobrio, magari con te, dopo un caffè. A non parlare, a non raccontare, soltanto a guardare, a camminare. A bere, a fumare, e poi a casa dirci che se sei sulla strada non puoi scrivere come Paolo Coelho. Dormiamo insieme, dormiamo.

Foto: Philip-Lorca di Corcia

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Ci scattavamo foto nudi

Ci scattavamo foto al nudo per riscoprire il volto. La tua schiena e polvere di stelle cadenti, il tuo seno accennato e la tua mano che viene ad accogliere il mio abbraccio e così lo riempie di senso. La ricerca e il frutto proibito dell’albero che porti a cavallo del gomito. Le mie sopracciglia dense e gli occhi che cadono tra le tue parole scomposte.

E intanto la strada sporgeva il suo fianco alle auto, pozzanghere nere e gonne lunghe a primavera, scarpe veloci e gambe a x. Veniva a prendermi la malinconia della domenica, le coppie nei parchi e gli aperitivi dei dolci profumi. A perdere il senno tra le pentole della cucina, la scelta degli ingredienti e ritrovarmi ad apparecchiarti la bocca di baci mancati.

E in ascensore un vetro per riflettere sul perché degli incontri. Sempre un impegno e poi fare festa, tutte le preghiere ai mattini assolati che non mi accorgo più del passare dei giorni, come quel viaggio in Sudamerica, il cavallo sulle spiagge di Essaouira e poi i concerti finiti a tarda notte, a cercare la posizione più adatta ai nostri membri induriti dalle attese di quei messaggi che non arrivano mai e quando arrivano respiri forte e dici che bello.

Noi cercavamo la nobiltà nelle soste all’autogrill, con Bud che si faceva di nero e biscotti e le razzie di patatine di Enry, a scambiare parole con le scolaresche e lamentarci del culo della commessa. Questa è la notte che tiravamo indietro i sedili per dormire scomodi, e ci fermavamo in bar piccolissimi e strattonavamo la camicia a righe del barista coi baffi e un altro giro, un’altra mezz’ora, che fuori è buio e fa un po’ paura. Mentre davo gas e saltavo sulla frizione, la prima sgommata della mia fuoriserie d’annata e nuove partenze verso le feste degli altri.

Una sera intera a parlare del perché mi nego e alla fine darti un bacio come una bandierina del Risiko, dire che sì, un’altra volta, anche tu, e perdere il conto delle conquiste, gettare i dadi: altro giro, altro mattino. Quando non sai se un caffè è abbastanza e rimpiangi le lenzuola appena lavate di tua madre.

Grattavo via i rimasugli delle attività di volontariato e mi avvicinavo all’amico per dirgli “e poi come stai? Che si racconta là in quella terra dove fuori non succede mai niente e dentro son tempeste?”. Mi guardavi male quando parlavo del volto di Dio.

E così prendevo la fuga, di quando il sole scalda la tenda e la maglietta appiccica sul collo. E cerchi il mare, la brezza fina del primo topless della giornata e il tuo libro impegnato che non riuscirai mai a finire. Una focaccia calda, un cappuccino, un panino.

Gli altri nel mare, io sugli scogli che a pensare troppo diventi sirena, il canto insensato che rende folli e i dischi degli indie, il ritmo elettronico per sentirsi meno soli.

E mentre tua sorella dorme di giorno e si popola il tuo letto delle fidanzate di altri ti viene un urlo dentro che soffochi così, scrivendo sul muro le tue iniziali, per dirti sei in cella e prima o poi evaderai, vedrai.

Foto: Allen Ginsberg

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E sistemo un cuscino al mio fianco perché prenda il tuo posto

E dire a una donna che l’ami perché viene un tempo per dare un nome alle cose.

Le frasi pensate al mattino e una bottiglia di vino per confidare alla notte che non è il tempo di uscire, legarti alla tenebra che porti dentro e ubriacare i pensieri per renderli innocui.

Scartavo fette biscottate e le trasformavo in briciole, la frustrazione della solitudine che riempie le stanze del ticchettio dell’acqua sullo stagno, il rubinetto chiuso male dei miei desideri.

Ti immagino là, nella bellezza gentile delle tue luci bianche, i tavoli in legno pesante e l’ultima moda del vestire, titoli di libri meravigliosi e la cura dei tuoi vecchi. Nelle lenti degli occhiali grandi la possibilità del fuoco, il sole di primavera brucia foglie secche, si spengono le velleità dell’inverno, il cambio generazionale per elezione e gemme nuove sull’albero grigio del seggio di Pietro.

Ho allungato le braccia, chiesto siringhe e droga per rifarmi forza, magari uno splif, i tuoi seni nudi, i tuoi denti distanti, ancora un altro sigaro in bocca per atteggiarmi da dandy, ma non ho abbastanza cura nel vestire e il culo troppo grosso.

Parigi di notte è ancora più sporca.

E ti dicevo delle città senza fiume, la litania delle finestre illuminate e le nuove campane di Notre Dame tra le vecchie campagne di Benetton, i profumi di Hermès.

Quando mi sveglio leggo la Bibbia e poi i diari di Kerouac. E nella notte penso agli amplessi, alle lontananze, agli affetti.

E sistemo un cuscino al mio fianco perché prenda il tuo posto.

L’amore non amato è necessario,

l’amore non amato è tensione verso l’alto, scala che conduce ai cirri,

spegne gli incendi grandi e lascia braci sotto la cenere.

E così come il due penetra l’infinito, il sentimento che rimane dopo il rifiuto è beatitudine.

Mi chiameranno pazzo perché voglio vivere desiderando.

E di me dirò che sono strano per scusarmi un poco, per dirmi che forse c’è un’altra via e che non è mai troppo tardi, ma un’altra via davvero non c’è. Che abbiamo fame e sete di vita, che non rinunciamo all’imprevisto, non perdiamo mai l’ultimo treno e rincorriamo gli autobus a notte fonda. Rientriamo a casa a piedi e sudiamo d’inverno. E poi per strada fermiamo le frange curate delle adolescenti, le labbra rosse delle quarantenni. Stapperò una birra e un’altra ancora.

Che fuori è tutto un classificare, la Juve è prima a 62 punti e Conte rimane anche il prossimo anno, e i blog si soffermano sulla nomenclatura: sono ancora di moda gli hypster e Repubblica è il Manifesto di quei fighetti che adesso sono radical e pure chic.

E Gramellini ha scritto un romanzo. Fai bei sogni.

E mentre ascolterai David Bowie ti firmerò lo schiena e tu non lavarti mai che tra qualche anno potrai rivenderti e ti pagheranno pure un casino.

5.0.3

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