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WooA!

Le gole ubriache di vita, le strade piene e le labbra bagnate, noi pronti ad accarezzare il mattino nelle spalle morbide e magre delle ragazze della notte, prendere un taxi all’alba e domandarsi se un letto può diventare lo scompartimento di un treno.

Poi i discorsi degli sconosciuti e i nostri pfff sbuffati e molte effe di compatimento. Che dovremmo vivere al posto di guardarci da fuori e fare della bocca una zip chiusa mentre dentro c’è un cazzo che pulsa. Trattenere i silenzi e accumulare saggezze e fantasie, poi farle esplodere in un grande WOOA.

Quando tutta questa pazienza sarà premiata. Temo la vittoria, le scarpe lustre del successo e le gite fuori porta, l’amore perverso verso gli animali e i desideri di volontariato di chi ha avuto troppo e non sa come né a chi rendere grazie.

Mi piace inciampare sul marciapiede e alzare gli occhi sul passante, chiedermi chissà come si muove ai concerti e il suo cantante preferito, chissà se sa disegnare, magari suona, e poi chissà cosa legge. E non frequento i circoli accademici densi di parole precise e nomi eclatanti. Non riesco a parlare a lungo degli stoici e nemmeno di Epicuro, figurati di Lacan. Mi soffermo sul significato delle rughe sul viso e sul pensiero che sta dietro a un taglio di capelli. Forse non tutti possono essere dei Pasolini, dei Carlo Emilio Gadda o magari non è il tempo per fare il verso a Tolstoj, quello che so è che ci sediamo al tavolo con la domanda del cosa ci faccio qui e cerchiamo una soluzione. E non ci lasciamo stare, abbiamo un vulcano che ribolle e nessuna risposta, né schieramento politico pronto a difenderci dalle eruzioni.

Desideriamo per noi l’umanità e ci facciamo servi nello sguardo. Abbiamo sviluppato un’attitudine impotente e non sappiamo imporci perché guardiamo oltre lo strato della menzogna e riconosciamo l’umano nel passo, nel cristallino e nella modulazione della voce, e non è poi così importante quante parole ci rimbalzano addosso, che misuriamo il tempo in sguardi.

Vorrei pregare ora, farmi silenzio e sacrificare tutti quei giorni che mi sono sentito colpevole per qualcosa che non ho mai scelto, ma che mi apparteneva in nascita. La conoscenza passa attraverso gli inferni, il puzzo di piscio fuori da casa, il vomito nei cessi degli sconosciuti e le istruzioni d’uso dei preservativi.

Quel Cristo che perde l’equilibrio sui rosari di strada viene a cancellare questa colpa che ci hanno appiccicato addosso. La conoscenza salvifica del nostro corpo e l’energia sessuale che esplode in conoscenza, e creazione, e wooa! Ancora WooA!

E ora è notte tra i sampietrini, il barista fuma l’ultima sigaretta guardando il bancone, le madri controllano l’orologio in attesa di folli vergini adolescenti e i padri russano e voltano la testa dall’altra parte, che in fondo, e lo sai, ci sono due sguardi che ci fanno da casa. Quello che aspetta e poi quello che se ne fotte, si volta, e poi, prima o poi, qualcuno aspetta.

E intanto, nel cielo, tra le automobili e nelle camere d’albergo, e altrove, scoppiano stelle, e lunghi sibili nei nostri silenzi, e lunghi WoooA, WoooA, WoooooooA.

Foto: Alban Grosdidier

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A chiamarsi per nome

La bottiglia vuota, la tavola imbiancata di cenere e la diaspora delle due e mezza di notte. Ci lasciavamo come gli adolescenti, metti giù tu, no prima tu. E un letto, un divano, le nostre voci a sonaglio e il veleno dei discorsi sulle nostre mancanze. E gli ideali orgiastici delle pulsioni nascoste. Ci accoglieva la solitudine e ci ribellavamo posando il dito sul mouse e facendoci forza nelle conversazioni scariche del martedì sera, domani è il primo maggio e un’altra birra, non si lavora. Il tuo pendaglio a forma di casa e finestre sempre aperte per entrate invadenti. Che continuiamo a cercare di fare nostro quello che è distante, allunghiamo la lingua per la curiosità dei mondi che non ci appartengono e non abbiamo il coraggio di dare la colpa alla sete di conoscenza, al nostro narcisismo e al fascino infinito della pelle liscia. La crema sull’abbronzatura esalta l’odore, esalta il sapore, così aspettiamo l’estate e il sole che scalda. Per non vergognarci di perdere il senno, di perdere il sonno. Ci facciamo geranei e aspettiamo l’acqua dal cielo, le bocche bagnate degli sconosciuti. E poi lo so che il pensiero ora è sulla strada, nelle labbra rosse di queste darling parigine, negli occhiali neri dei maschi impegnati. Mentre ci promettiamo i domani in lunch, in brunch, mi faccio serio e mi accarezzo le guance, c’è una barba da fare, il capello da sistemare. E accordarsi al presente trovando il compromesso col mondo reale. Una bottiglia è poca e due sono troppe. Che ne direste di una pasta aglio e olio? Che intorno alla tavola si consuma la conoscenza e Skype si dimostra una chitarra che tiene insieme serate disordinate, ognuno canta il suo ritmo e le parole del ricordo. E a furia di mi piace ci siamo fatti gioco e abbiamo sfidato la notte a colpi di clic. Mi piace guardarti ridere. E penso agli amici, ai bicchieri di plastica e ai soprannomi che ben conosco. Nelle conoscenze mature ci si chiama per nome. Quando il sesso degli angeli non è più un taboo e i siti porno soltanto pretesto. Dimmelo adesso che non volevi dormire sola. Dimmelo ora che poi è troppo tardi. Non ci saranno cinguettii per i nostri risvegli, il prezzo da pagare delle città grandi. Prendimi in braccio che afferro le stelle, solo per celia, questione di prospettive sai, come le foto sciocche. Il tuo capezzolo sinistro e i miei Vietnam per domare la tua pancia irrequieta. E allunga le braccia, e stendi i cuscini sul letto, che non sei sola e se li fai cadere, non si fanno male.

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E’ pronto il caffè

Frasi lunghe a ripeterti che non mi interessa l’amore ricevuto, che ho armadi zuppi di vestiti e tasche piene, sono essenziale, lo sai, e non chiedo riconoscenza. Come quando inviti qualcuno a cena, che non ti interessa cosa ti porta e se viene a mani piene, bussa coi piedi, perché tu prepari tutto e vuoi che stia bene lui, vuoi stare bene tu, lasciare andare la lingua, distendere le guance, farsi rossi di vino e non disdegnare la carezza della mezzanotte e magari il profumo buono dei tuoi sette colli,  niente più. E’ dell’indifferenza che non me ne faccio nulla, i miei sono inviti a cena, basta esserci, nient’altro. Che non sono manie. E se questo mondo insegna che non si fa nulla per nulla, che non c’è gratuità nelle offerte dei centri commerciali, nel ritorno d’immagine delle multinazionali e nei gadget personalizzati, tu prendi la via del verde, trova una panca, resta a guardare. Le cure delle madri agli infanti che domandano in continuazione e nulla sanno del valore dei soldi e della lordura che li accompagna. Dai, lavati bene le mani, vieni a tavola, è tutto pronto. C’è una donna con lunghi capelli rossi e vestiti neri nel centro di Milano che prepara cene grandi e il suo uomo dal bianco pennacchio che indossa ogni sera un giubbotto e ascensori e piani di scale, minestre calde e polpette scelte per anziane solitudini. Che in vecchiaia non si chiede più, s’aspetta, e nella corsa il quotidiano non s’accorge dei silenzi. E poi come va? Facciamola andare. Le signore ai fast food chiedono parole di compagnia e tè caldi per dar tregua al vuoto della bocca. Vorrei bussare alla tua porta, dirti che c’è, com’è? Prendo un caffè. E osservare quelle tazze antiche e il loro tintinnare, l’attenzione nei gesti e il senso raro dell’ospite. Ho portato le birre, accendo la musica, fumo una paglia. E neanche ti ascolto. E’ così che a notte fonda scrivo lettere e mando email, è così che l’assenza di risposta, in fondo, non mi pesa. Ma vieni a bussare, buon pomeriggio, è pronto il caffè.

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A pisciare sui muri

Gli fisso le mani, le vedo tremare, gli chiedo che c’è. Non risponde, stringe il pugno più volte, poi mi si avvicina, mi bacia sulla bocca. Il labbro superiore bagnato di sudore.

Mi bacia ancora. Stavolta mi stringe le spalle, mi sussurra all’orecchio: “Facciamolo insieme”. E si volta di scatto, e cammina. Il passo lento e deciso, il corpo che non oscilla mai, segue una linea retta verso un obbiettivo che ancora non conosco.

Arriviamo davanti a casa di Sara, estrae il membro molle, piscia sulla porta. Mi guarda mentre sbattacchia il coso e inonda le scale d’urina. Ancora mi guarda, abbasso la cerniera dei jeans, piglio in mano il pene, piscio anche io. C’è una telecamera, la indico con la mano rimasta libera, lui alza le spalle, dà l’ultima scrollata là sotto e chiude i bottoni.

Perché? Domando io.

Non c’è un perché. Merita soltanto gli scarti.

Sara? Tu ami Sara.

E le piscio sulla porta di casa. Questo è l’amore. Donare tutto te stesso, anche gli scarti.

Bussa alla porta. Il vestito blu a fasciarle le gambe lunghe, capelli raccolti da un cerchietto verde pastello, rossetto chiaro, sorriso spontaneo, scarpa con tacco modesto.

Sara bacia Luca sulle labbra, lui le tocca il culo, lei ride. Poi viene il mio turno, mi bacia le guance, mi domanda come stai. Non aspetta risposta, dice: C’è odore di piscio.

Luca entra in casa, appoggia sul tavolo la bottiglia di rosso, io lo seguo. Mi sento un secondo, un cane segugio, decido di inventarmi qualcosa per distinguermi, dico: Io devo lavorare, me ne vado.

Sara mi guarda, dice: ok, a domani.

Luca non mi guarda, dice: Non te ne vai, tu rimani e bevi con noi. Riempie tre bicchieri di cristallo, me ne porge uno e mentre lo sto per ricevere mi sposta la mano, lo fa cadere. Vino sul pavimento, vino sul tappeto orientale, vino perfino su Juppy, il beagle che riempie di gioia ogni appartamento borghese.

Mi spiace. Dico io.

Non fa niente.

Sara corre in cucina, prende una spugna, ritorna, si accovaccia per terra, asciuga. Sporca il vestito blu.

Io guardo Luca che mi passa un altro bicchiere. Faccio ancora per prenderlo, lo sbatte per terra con forza, cristalli ovunque, macchie di rosso. Sara che urla: State più attenti. Luca che prende il terzo bicchiere, beve in un solo colpo, si avvicina a Sara, le bacia una spalla, dice: Bevi, tesoro, siediti e parla con Marco, pulisco io.

Così Sara si siede, prova a sorridere, le dico: Scusa, ho la testa altrove, è colpa mia.

Come se davvero lo fosse.

Lei dice: Non fa niente. Volta la testa e osserva Luca che raccoglie i vetri, la spugna ubriaca.

Juppy assiste alla scena dalle scale.

Sfoglio una rivista appoggiata sul divano, dico: Le stampano ancora.

Sara mi guarda dice: Perché non dovrebbero?

Non servono a niente. Tu le leggi?

Sì, certo.

Per me dovrebbero venderle come si vendono i soprammobili, complementi d’arredo artificiosi e sciocchi. Solo la copertina è importante, il resto è inutile.

Luca con la spugna ancora tra le mani si siede al mio fianco e ribadisce: Quello che conta è solo la copertina, come con le donne, amico mio, quello che c’è dentro è poco importante.

Il mio amico mi accarezza le spalle, mi bacia sulle labbra. Io le tengo chiuse, lui ci passa la lingua sopra con fare evidente, io chiudo gli occhi. Luca ride.

Gli occhi di Sara si fanno più piccoli: State scherzando? Ride. Lo faccio anche io con le mie amiche, quando siamo ubriache.

Luca prende l’ultimo bicchiere di rosso, brinda: Alle tue amiche. Lancia il bicchiere per terra con forza.

Mi prende sottobraccio, dice: Andiamocene.

Buonanotte Sara.

Buonanotte, aggiungo io.

Sara rimane là, sul divano, guarda il vino che conquista il parquet.

Usciamo e chiudiamo la porta dietro di noi, piano, per non disturbare più del necessario.

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La naturalezza dei salici

Quando abbandoneremo i discorsi lunghissimi per legittimare la necessità del nostro fare?

Vorrei parlarti delle nuvole basse, del cambio di stagione e delle relazioni che abbiamo in comune, guardarti camminare con le scarpe nuove e i capelli raccolti, chiederti la ricette delle linguine ai frutti di mare e poi sorprenderti che ti accarezzi le guance e ti bagni il viso abbandonata a stanchezza.

Tutti questi discorsi a trapano nel cervello e l’io davanti a tutti come un mazzo di fiori da consegnare al primo incontro. Quando invece qui non ci sono rocce, la luce è rara e le piante nascono dentro ai negozi.

Mentre disdegno il frutto buono che non nascondi più tra le cosce, ti ho sempre detto che tutto quel che si palesa perde d’interesse. Poi siamo andati a vedere un Picasso e mi ha chiesto: questo è palese? Questo è un paese, ho risposto io, quei contorni segmentati e linee spezzate. Disordine e confusione.

Ci pensi mai a quando è decollato il primo aereo di tutta la storia degli aerei? Dov’è finito ora lo stupore? La spiego così la voglia di notti disperate, perdiamo il controllo in droghe e alziamo il tasso alcolemico seduti al tavolo della cucina.

E se rasassi i capelli sui lati asseconderei la moda del momento, chi te l’ha detto che è un male? Perché continuiamo a farci salmoni e tagliamo in due la corrente per farci notte? Quando invece le madri son tutte belle e i passeggini suonano il selciato dei parchi.

Mentre le associazioni di volontariato ci interrogano sui numeri del nostro conto in banca, lo sai quanti bambini hanno bisogno del tuo aiuto? Lo sai quanto mi manca un tuo saluto?

Eccolo qui il solco che ci divide, l’aratro ha separato le nostre nascite e quella ferita la dividiamo senza accorgercene. Lo sai perché continuo a farmi foto in primo piano e poi le metto sul profilo di Facebook? Perché il tempo cancella e una volta odiavo i ricordi mentre ora voglio avere chiaro il mio viso, i chili di troppo e muscoli tonici, le prime rughe e i capelli bianchi. Non esiste uno spirito libero se non si libera il corpo. Voglio imparare a nuotare, voglio imparare a ballare. E con la naturalezza dei salici chinarmi su di te e prendermi un bacio, uno soltanto, farci una foto per poi ricordarmelo.

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All’Italia bella, a Saviano, alla cittadinanza tutta.

Sfoglio i giornali e sulla Repubblica c’è il pezzo di Saviano della domenica, non me lo voglio perdere io. Io che ho cominciato a detestare il suo modo di scrivere, di parlare, di porsi, ormai è manifesto. Non perderei mai del tempo a non sopportare qualcuno verso il quale non provo stima. Conosco l’indifferenza e so come essa sia innocua quando non esiste rapporto pregresso.

Ora, Roberto, ancora una volta, vorrei parlarti viso a viso, darti la mano e poi dirti: la vogliamo smettere? Dai, insieme, smettiamola. Non mi fido delle persone che utilizzano parole come sempre e mai, e non mi fido delle sentenze fuori dai tribunali. Chiudi il tuo articolo di oggi dicendo; – “No, così seri no, sembriamo sconfitti. Ridiamo, sempre”. Mi stringe, sorridiamo, ed è la vera vittoria.- Ti riferisci alle parole di Assange, e concludi ancora con una sentenza. No, non mi significa nulla, lo sai bene che esistono sorrisi falsi, che sconfitti o lo si è o non lo si è, il sembrare è solo per i mass media. Ma, e mi sembra evidente, quando il personaggio supera l’essere umano, va a finire che i piani si confondono, e deve essere difficile. Ti scrivo questo col calore umano che ci è negato, perché gli incontri sono difficili e cerco le persone che più mi interessano sui social network. E va a finire che mi perdo il chiarore dell’alba perché impiego la notte a scrivere email e ad aspettare risposte che non arrivano mai.

Ho cominciato il mio blog quattro anni fa scrivendo di te, dicevo che eri come Batman e che avevi bisogno di Robin, che non ti si poteva lasciare solo nella battaglia. Ma ora mi allontano perché vedo nella tua penna un pennacchio e nelle tue parole presunzione e malinconia, termini che amo, che non mi vergogno di fare spesso miei, ma lo stile, il tuo, non lo sopporto. Vorrei fossimo amici, davvero, lo ripeto, vorrei trascorrere del tempo a domandarti dei perché. Non come farei coi politici che sento distanti e ingranaggi di un sistema che non conosco, no, mi rivolgerei a te come a un ragazzo che ha la velleità dello scrivere, ma che trovo ora impantanato in qualche pozza d’io che vieta il salto. E non ti nascondo che spesso ci son dentro anche io. Quando leggo delle tue debolezze vorrei stringerti, ma poi rovini il tutto nascondendo l’umanità dell’occhio con gli occhiali neri dell’arrivato. Vorrei qualcuno facesse lo stesso con me, sai? Che non è facile addomesticare la sensibilità e scontrarsi a muso duro con la realtà dell’oggi. Ieri ho guardato per 14 ore di fila RaiNews24, alla fine hanno eletto un presidente, io ero là, ascoltavo, immobile. Non desiderio di piazza, nessuna protesta palese o frase di stizza. La malinconia dell’osservatore che come Leopardi cerca l’infinito dal colle e trova soltanto una siepe che nessuno riesce a saltare. Forse quello che manca è una certa partecipazione attiva che non è fatta di MAI e di SEMPRE, non è fatta di urla e magliette dipinte a slogan e non è fatta di applausi sgradevoli e abbracci da commilitoni. La parola politica dello scrittore è una potenza che ha la forma dell’aria, si deposita a terra con grazia, ignorata dai più, ma solleva animi rattristati e riflette sul come e sul perché del presente. Vorrei dire ai nostri politici coraggio, vorrei che il richiamo alla responsabilità non sia un motto d’ordine, ma una spinta a una disciplina dell’animo e del sé che difficilmente scorgo.

Ho visto mandrie che si muovono con pesantezza, pecore e vacche che prendono sentieri sconosciuti e si perdono, pastori in rincorsa e campanacci stridenti. C’è un silenzio che parla nelle solitudini e chiede il conto dell’azione degli oggi, troppo spesso non prendo sonno la notte. C’è un libro da leggere per non perdere direzioni, una Costituzione che deve essere regola, esempio, bronzo col quale forgiare futuri. Ma invece no, troppo spesso ci nutriamo di intuizioni e di beni che crediamo comuni, ma in fondo non conosciamo, non viviamo. Troppo spesso ci riempiamo le bocche di valori, ma i valori esistono se incarnati e concreti, il resto è parola, microfono, telecamera.

Le giacche di ieri e quelle cravatte stirate di nuovo. Le lacrime emozionate di chi ha un ideale, ma si ritrova sconfitto. “L’ideale”, non riesco nemmeno a dirlo. Caro Roberto, e cari tutti, viviamo solitudini immense e piccole gioie, rivolgiamoci parole sincere e incontriamoci sulla strada, rispondiamoci alle email, sì, alle email, alla posta privata di Facebook e ai Tweet, stringiamoci mani quando ne vale la pena, i francesi qui, si baciano senza conoscersi e poi magari non si parlano nemmeno, noi no, siamo italiani, un poco diffidenti, poi buoni, sappiamo abbracciare forte e dirci coraggio.

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Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare

Gli ippopotami sott’acqua si muovono leggeri, mulinano le zampe e sembrano camminare nell’aria. Così dovresti accorgerti che non parlo d’amore, ma lo attraverso.

Esplodono le pentole a pressione e tutti gli schizzi di pomodoro sui miei jeans per prepararti una pasta di merda, che tanto non te ne sei accorta preoccupata com’eri a decifrarmi le labbra. La terra trema e non c’è verso di andare insieme a un festival di quelli estivi, con le canotte larghe e lunghe fino alle ginocchia.

Viviamo a più dimensioni ed è per questo che porti gli occhiali. E in fondo al mio letto ci trovi le mutande scadute della settimana scorsa, che quando dormiamo insieme ti ripeto che voglio essere libero. E poi mi alzo la notte a pisciare e quando torno ti guardo dormire. Mi appoggio sul fianco e penso alle distanze incancellabili delle nostre origini e al fatto che è colpa delle nostre nascite se vediamo le cose in maniera diversa.

Mentre non chiudono i teatri occupati e i luoghi chiusi dai figli dell’alta borghesia, che mettono casa in affitto e dormono tutti insieme sotto le stelle delle televisioni spente. E quei musici che ho amato tanto le cantano al primo maggio con la presunzione degli arrivati. Dei prosciolti. Degli ex rivoluzionari. Dei giornalisti d’opinione e degli invecchiati sui banchi delle scuole. E di quelli come me che non hanno ancora il coraggio di raccontare storie e ammettere che nell’immediato non servono a niente.

Mentre Gondry presenta il film che attendevo con ansia, la schiuma dei giorni sulla punta del mio sesso e la rabbia contro le industrie del cinema che ci sottraggono in immaginario. E poi ammettere che quando scrivo è soltanto per scoparti a distanza e godere premendo i tasti e scoprire il respiro saltare dalla finestra e cercare riposo sui davanzali in compagnia dei passeri. Mentre a Parigi non ci sono panni stesi sui balconi e quanto mi mancano le discese ripide del centro Italia e l’odore dei faggi. Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare.

Nel corno d’Africa raccoglievo carte di caramelle per non sporcare la terra, e venivano bambini con gli arti gonfi ad insegnarmi a non aver paura dei serpenti e quattordicenni madri di due figli con i piedi duri come rocce e la dolcezza nelle cicatrici sul viso.

E al ritorno mi son scoperto così egoista da lasciare la ragazza di allora e sudare la camicia bianca del volontariato e abbandonare alle velleità la distruzione dei futuri prossimi in vista del progetto colossale della salvezza del mondo. Trovare il Cristo fuori dalle chiese e nelle strade e raggiungere il tempio poco prima dell’ora di chiusura per dar riposo alla lingua, farmi silenzio e disperdere lo sguardo sugli affreschi.

Entreremo nell’età d’oro della grazia spogliandoci del superfluo dei nostri progetti di notorietà e incastrando le reni, non avremo paura dei semafori gialli e delle metropolitane affollate, e guarderemo all’ufficio come all’esercizio quotidiano di nostra sorella pazienza, abbiamo progetti più grandi e belli delle scrivanie squadrate.

E ora portami a ballare, dimmi che così è normale, che non c’è vergogna nel tirare mattino e ha ancora senso barcollare tra i muri con l’alito striato di birra, e lanciami la lingua addosso per farmi del male, piega la schiena e appoggia il tuo sedere al muro, alza le mani che io ti sparo. Tanto poi al mattino non me lo ricordo, e mi gira la testa e incrocio indice e medio e prometto: non bevo più, non mangio più, non guardo la Tivù.

Foto: Allen Ginsberg, James Franco

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C’è il sole, fammi compagnia

Sono i piccioni i primi a salutare il blu.

Senza avvisare prende il suo posto la primavera e scivolano veloci tra le scollature sguardi d’uomini d’ogni età.

Quando abbiamo preso la via per lasciarci alle spalle le installazioni colorate delle serate mondane, l’electro beat adatto ad accompagnare lo svago e i pensieri fumosi del dopocena. Ti guardavo di profilo cercando una qualche somiglianza con le sfingi d’Egitto. Che avevi gli occhi strani e una certa inclinazione alle allitterazioni, e ripetevi sempre la stessa frase, che te ne fregavi di tutto e pensavi soltanto a te e a quanto è bello vivere il momento. Eri ubriaca, camminavi come i pulcini appena nati, senza direzione, con lo sguardo appassito e i tacchi consumati. E mentre ti aggrappavi alle mie braccia pensavo che forse avrei dovuto studiare la fisica per comprendere che non tutti i corpi s’attraggono. Interessante, certo, ma non abbastanza, e poi che significa tutto questo?

Quando fai tardi hai bisogno di ridere, e districarti nell’arzigogolo dei discorsi, e dimenticarti i cominciamenti, giungere a massime che segnerai sulla strada come apoftegmi per i camion della pulizia di quartiere. E un giorno ancora ad ignorare il tempo perché lui ignora me. Questa è la logica disumana delle relazioni, misuriamo tutto sull’orologio del cellulare e non ce ne facciamo nulla delle attese degli altri.

Il lavoro stanca, il lavoro piega, il lavoro seduce col soldo e ti rende l’utile mettendo ordine tra le tue giornate. Progetteremo un futuro quando incorniceremo sul muro i nostri contratti indeterminati.

E nelle mie relazioni non c’è coerenza che brucio le radici col dire e il fiore appassisce in fretta.

Nei versi di Majakovskij una rabbia che non posso permettermi. Vorrei indossare un’abito elegante, colorato però, e un papillon consumato e largo. Farti delle fotografie sull’erba come fanno gli adolescenti. E per un’istante evitare lo specchio e lo sguardo dall’alto.

E quanto poi sarebbe bello che mi corressi incontro con le braccia aperte. Hai presente quando ti accompagnavo al treno e mangiavamo un panino a Mcdonalds e chi se lo ricorda il sapore che m’ero perso sulle tue labbra. Tu scartavi sempre il cetriolo e mi dicevi dovremmo mangiare meglio andrà a finire male così. E poi non è proprio finita perché non è mai cominciata.

Vorrei la leggerezza delle canzoni di Marco Levi o di Dente. Ho i capelli di Devendra e lo spirito di Kerouac. E così va a finire che mi confondo.

Ed ora sono su un balcone a Lisbona, e griglio agnello e bevo del rosso, e scrivo felice e tu mi aspetti sul letto, mi urli è pronto e ti dico non ancora, vestiti e vieni fuori, c’è il sole, fammi compagnia.

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10 ANNI DI MERCANTI DI STORIE

Un casting per una pubblicità, un ruolo minore.

La sala d’attesa, maniche di camicia abbottonate e i soliti discorsi del tu cosa fai e perché sei qui, ti hanno pagato, ti hanno comprato?

Quando non interessa il chi sei e ci si concentra sul come ti guadagni la vita, di che vita poi ti stai guadagnando importa a pochi.

Massimiliano è seduto di fianco a me, mica lo conosco, io mi leggo Majakovskij perché in quel tempo mi sento fico a leggermi le vite dei poeti che non sono contenti mai e vivono d’istinti e sensibilità, e saltano sui tavoli delle cene borghesi e vomitano malesseri e utopie, io inadatto alle sfilate e al taglio definito della barba.

Una battuta per passare il tempo. Una donna sui quaranta che ci spiega quanto è bello recitare, dare vita a un personaggio, dice che NOI sì, NOI sì che pensiamo, NOI sì che scegliamo, NOI sì che sappiamo. Io e Massi ci guardiamo, alziamo le spalle, un sorriso: “arrivederci signora”.

Buona fortuna. Esce dalla porta portandosi dietro il dolce del profumo acquistato da Sephora.

Noi chi? Dico io.

Noi chi? Dice lui.

Io no. Manco io.

E via con le presentazioni, il rituale per passare il tempo. Io ho fatto la Grassi, quell’accademia là in zona Bligny, io pure. Io drammaturgo, io attore. Bella storia. Come stai? Di merda. Tu? Media merda. Almeno tu sei innamorato, corrisposto, dico io. Vero, dice lui.

E poi parole su un parrucchiere terrone che taglia bene i capelli. Ci vuoi andare pure tu? Magari.

E così Massi mi dice dei Mercanti di storie, io gli racconto di Santo Francesco e dei miei monologhi per i Frati Cappuccini. Mica lo conoscevo ancora. Lui ride, dice: Francesco c’aveva le palle. Due, dico io.

Piero Ciampi piace a tutti e due e “figli, vi porteremmo a cena sulle stelle, ma non ci siete, ma non ci siete.” Colpa della crisi e dei tagli alla cultura. Dice qualcuno. Mica ci credo io.

Ho voglia di un bicchiere di rosso, facciamo due, magari tre.

E poi al teatro vado a vederlo, dice pure le bestemmie lui, forse un po’ troppe penso io, però ci sa fare e sai cosa ti dico, mica è un attore, no, pure se ha recitato per Latella e con Paolo Rossi, io non ci vado a vederlo agli altri spettacoli, io me lo vedo coi Mercanti di Storie, quando ha voglia di dire quel che gli piace, di fare quello che lo diverte, necessità la chiamo io. Che poi alla fine mica condivido tutto, ci piacciono l’alcool e le donne, ci piace scrivere e cantare, urlare e sussurrare.

Ma son contento che non faccia i personaggi lui, che alla fine mi piacciono le attrici, ma in fondo mi annoiano e va a finire che mi innamoro delle fotografe, che c’hanno gli occhi diversi. A volte liquidi, ma son termini dettati dall’emozione e mi ci perdo facile.

In quei tempi faccio il barman al Pentesilea, là in zona Sarpi, quello di Germana e Claudio per intenderci, quello dove la notte si fa più leggera e aspetta il mattino per raggiungere casa col passo incerto. E diamo la colpa ai bicchieri delle nostre disgrazie. Al Pentesilea ci suona e ci beve spesso Giovanni Melucci, che è sensibile e porta il cappello e possiamo discutere ore dell’ultimo piano di Melegari in via Paolo Sarpi, ma poi va sempre a finire che parliamo di donne

Giovanni e Massimiliano e Patrizia, che conosco meno, ma vedo a teatro e in foto, sono i Mercanti di storie e festeggiano dieci anni. Mi sento un po’ vecchio e scrivo da Parigi, sembra una cartolina coi bordi rovinati.

Lo spazio del teatro torna ad essere casa, piatto caldo, caffè freddo, sputo, vita, coltello, guadagno, e portafogli rubati e abbracci, baci con o senza lingua, salti della quaglia e magnifiche notti d’amore. Non è più il mi piace o il non mi piace, a culo, no, io dico che c’è un credo sotto, una passione vera. Possiamo essere persi, dispersi, santi o raccoglitori di pomodori, avvezzi al rancore e molliche di pane, per coltivare il sacro e dare un senso alle notti occorre un rituale collettivo e un motivo. Ecco qua, e via a mercanteggiare storie senza la pretesa di essere altri se non se stessi. Mica attori, no, performer del sè con l’occhio aperto al presente e quelle malinconia sofferente che non conosce felicità, ma dona gioie e sbornie. Che me ne faccio ancora della felicità? Ripeto io.

Di quando ci vedevamo a Macao, sul grattacielo, in piazza, in Brera, al Bellezza, caro Massi, e non ci dicevamo niente, magari uno sguardo, che uno parlava, l’altro osservava. Che ti piace metterci il cazzo e il fanculo e magari il porcomondo per attirare l’attenzione, ma poi sei leggero e sai chiedere scusa. E poi sei sincero.

Son mica lodi queste, son troppe parole per dire che non siamo mica soli al mondo mentre urlo in una stanza chiusa. E lodo l’uomo, per me il teatro come rappresentazione è morto. Sepolto.

Evviva tutti, buon compleanno e fanculo, cazzo, fanculo. E poi bella lì, che son sempre nato a Bollate io, provincia di Milano, eh.

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Impariamo versi nuovi per richiamare le rondini

Aspettavamo i ritorni.

Lo sguardo appoggiato all’orizzonte della finestra, il fumo del caffè e i nostri vetri sporchi. Occhi ricoperti di spuma e maglietta stropicciata.

Sul tavolo i resti della cena di ieri e io che nel sugo stantio disegno col dito un volto umano per farmi compagnia e lecco i polpastrelli per raccogliere le briciole delle nostre parole dell’altro ieri, chiamiamolo così perché non porto l’orologio da anni e non so usare il calendario dello smartphone.

Fuori il mercato di Rue Montorgueil, e banchetti di frutta lucida e formaggi maturati in cantine, pesci dei sette mari e il concerto dell’apertura dei portafogli. La moda dei capelli raccolti e il rosso pastello dei sorrisi francesi.

Quando discutevamo della demolizione della proprietà privata volevo farti capire che se i nostri capelli si sfiorano le nostre teste si aprono e scappano i pensieri della quarta birra, dicono lasciamo al Piccolo Principe dare il nome alle cose, noi ci prendiamo le forme e apriamo i contorni per riempirli d’incontro. Quando ti dicevo che preferisco lo stare al fare mi riferivo proprio alle ore lunghe tra sigarette e vino, al movimento delle sedie e alle finestre aperte per soffiare via l’odore di chiuso dei nostri giorni donati all’economia.

Mi manca la mia barba incolta, le sopracciglia folte e le magliette larghe con le righe orizzontali e il petto un po’ nudo. Nel gergo dei marinai le nostre nuove scoperte e le scialuppe di salvataggio delle tue mani lunghe, i tuoi fianchi stretti.

Ho passato la notte su youtube.com a guardarmi l’intervista di Biagi a Pasolini e giornalisti francesi per l’ultimo dialogo registrato a casa di Paolo Borsellino. Le domande di un giovane Marco Travaglio e poi non sapevo nulla dell’attentato a Maurizio Costanzo. E ritrovarmi nel’utopia delle rivoluzioni di Carlo Pisacane, e poi Sensation di Rimbaud per ricordarmi dell’esistenza della natura, dei piedi nudi che annullano l’erba e quanto sarà che non dormo con una donna?

Prendere il bene e allontanare il male è impossibile. Si coglie il tutto intero. Non mi è mai piaciuto il cioccolato al latte dell’Uovo Kinder, ma vuoi mettere il fascino della sorpresa?

E la verità la trovo nell’uomo che agisce e fa e nasconde e poi mostra. La debolezza parlata e le richieste d’aiuto avvicinano i ventri.

Sono col contadino che prima della semina costruisce un recinto perché le bestie stiano lontane e il germoglio nasca al riparo.

Verrà il tempo dell’abbattimento del muro quando desidererò un eremo per le mie pisciate all’aria aperta al riparo degli sguardi del giudizio degli altri.

Verrà la stagione del sole, quando basterà una chitarra a far festa.

E poi torneranno quei temporali d’agosto che mischiano l’asfalto al cielo, che è nella confusione che salta fuori l’idea e non c’è confusione che non nasca dall’ordine.

E ora prendimi le labbra e mordimi che non c’è più tempo per filosofare, guardami le dita consumate, le bruciature e i tagli superficiali. Mostrami la sfrontatezza dei tuoi capezzoli e il volto che si deforma quando godi o piangi.

E’ tempo di togliere una coperta dal letto, farci leggeri per prepararci alle primavere, non abbiamo prati grandi ora, accontentiamoci delle terrazze e impariamo versi nuovo per richiamare le rondini. Risponderanno.

Foto: Mikhael Subotzky

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