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Il bramire dell’orso

Cosa ci lascia qui, seduti tra le teste scolpite dei grandi, appoggiati a questi scalini bianchi, a questo cielo bianco, a queste mani bianche? Cosa ci dona la notte se portiamo il suo nero soltanto tra i capelli, tra le pieghe del viso e dietro alle ginocchia. Quale insegnamento, quale luce nuova, qui i giorni si ripetono e non impariamo niente, il quaderno è bianco, bianco l’occhio, dov’è il senso dell’amaro della noce che il pugno rivela? Che ne è dei bucati di luglio, dei balconi stesi in fila indiana e del vociare delle griglie accese?

Non basta l’aria, non serve farsi vuoto intorno, appoggia la schiena al tronco, il piede alla terra. Nell’oscillare dei fili d’erba le tracce del nostro fiato dove vanno, chi inseguono? Questo vento che tutto disperde, all’aria il tuoi panni stesi e fiori gialli e il ciclamino, la margherita! Pecore di polvere a rincorrersi sulla strada, a dirsi addio tra le grate dei tombini, lasciare il mondo alle ruote, ai fanali spenti, alle autoradio accese. 

Davanti a casa non saluti mai dicendo è per sempre; io non so dove mettere le mani, dove tenere il senno, dove far forza col piede e cambiare la marcia. Così goffo è il ricordo dei tuoi portoni, dei miei, che importa. Oltre la soglia è un chissà.

Nei mentre la debolezza dei nervi dopo le notti dei sorsi. Milano che aspetti ad attaccarti al gas di scarico delle tue mille auto, Milano che aspetti a spararti, rinasci e muori tra i chiostri, lascia speranza alle albe.

Così un’immagine di adolescenza: una finestra grande e il bosco, il camino acceso, il tuo maglione bianco a girocollo e il mio abbraccio da dietro. E stare, istantanea di un tempo che non domanda, l’orecchio teso allo squittio della donnola, al bramire dell’orso, così il silenzio rivela e non nasconde più; nelle tue tasche a ricercare gli organi interni e in cascata rivelarmi a te, nel verso che svela l’uomo, nella piccola morte che porta il capo indietro, le dita dei piedi aperte e eccessi d’anidride carbonica nel sangue.

E al risveglio dirti buongiorno, lasciarti dormire. Bevi il caffè, non è mai tardi, lo sai, proprio mai.

Foto: da tumblr.

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Io che alle madri piaccio sempre tanto

In piedi davanti al vetro ansimo, non ho corso, mi sono soltanto svegliato da poco. Lassù è blu di cielo, e verde di terrazze e luccichio di gru e ponteggi. I treni si rincorrono senza prendersi mai. Le carrozzine s’incontrano nei parchi senza salutarsi, qualche cerniera rimasta aperta sulle panchine e macchie di vino e sputo per terra. I centri commerciali svuotati d’abeti e case che si ribellano al freddo: tè caldi e castagne e vino, calze grosse e pantofole. Le spremute al risveglio e conservare le bucce d’arance per i caloriferi accesi.

Guardavo la televisione sdraiato sul tappeto, la bocca aperta, quando mi dicevi è pronta la cena io non rispondevo. La fame soltanto una distrazione. Sapevo addormentarmi alle sei del pomeriggio e andavo a letto felice tra i disegni di un libro o la parole antiche del nonno: sogni d’oro e brillanti e carezze da non restituire.

Mica come adesso che ogni giorno è attesa di partenza, d’aerei e biglietti. Quando mi parli delle tue scarpe nuove ti dico che al viaggio non serve, che la novità riempie gli occhi di stupore e i piedi di vesciche. Che ne sai tu dei viaggi se ormai vivi a Milano e trascorri il tuo tempo inginocchiato davanti a un computer? Che ne sai tu di quel che s’incastra nella mia barba, con quali canti accompagno il divano o le storie che hanno ascoltato i miei cucchiai di legno: il brodo per il risotto e l’attesa di quei due minuti burro e formaggio, ci vuole pazienza anche davanti al piatto, il gusto pieno arriva dopo due forchettate.

E quando ti dico non ho mai svuotato lo zaino tu non mi credi, mi dici hai le mensole colme di libri e nel passo acquisti pesantezza ogni giorno che passa. E faccio finta d’ascoltarti poi cambio discorso, delle primarie dei partiti politici e delle barbe sfatte dei leader, delle mille penne disperse sotto al letto e del programma della lavatrice, le tovaglie dallo sporco difficile.

E poi tu dove sei? Sei ancora là? O più in qua? Vicina o lontana? Quanti chilometri ci separano? Non mi rispondi e giro giro il mappamondo, mi dico partire non serve a niente se continuo a inseguirti e tu scappi, non è certo un gioco, ma nemmeno una cosa seria, chissà cos’è questo nostro rincorrerci, chissà perché. L’ho sognato proprio stanotte, una lettera di tua madre, che poi lo sai, mica la conosco, mica sa chi sono, diceva capirà, prima o poi capirà, dorme la piccola mia, lo sa che il mondo non può finire domani, si sveglierà, prima o poi si sveglierà. Ma io alle madri piaccio sempre tanto.

Foto: Luca Regia Corti.

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E’ pronto il caffè

Frasi lunghe a ripeterti che non mi interessa l’amore ricevuto, che ho armadi zuppi di vestiti e tasche piene, sono essenziale, lo sai, e non chiedo riconoscenza. Come quando inviti qualcuno a cena, che non ti interessa cosa ti porta e se viene a mani piene, bussa coi piedi, perché tu prepari tutto e vuoi che stia bene lui, vuoi stare bene tu, lasciare andare la lingua, distendere le guance, farsi rossi di vino e non disdegnare la carezza della mezzanotte e magari il profumo buono dei tuoi sette colli,  niente più. E’ dell’indifferenza che non me ne faccio nulla, i miei sono inviti a cena, basta esserci, nient’altro. Che non sono manie. E se questo mondo insegna che non si fa nulla per nulla, che non c’è gratuità nelle offerte dei centri commerciali, nel ritorno d’immagine delle multinazionali e nei gadget personalizzati, tu prendi la via del verde, trova una panca, resta a guardare. Le cure delle madri agli infanti che domandano in continuazione e nulla sanno del valore dei soldi e della lordura che li accompagna. Dai, lavati bene le mani, vieni a tavola, è tutto pronto. C’è una donna con lunghi capelli rossi e vestiti neri nel centro di Milano che prepara cene grandi e il suo uomo dal bianco pennacchio che indossa ogni sera un giubbotto e ascensori e piani di scale, minestre calde e polpette scelte per anziane solitudini. Che in vecchiaia non si chiede più, s’aspetta, e nella corsa il quotidiano non s’accorge dei silenzi. E poi come va? Facciamola andare. Le signore ai fast food chiedono parole di compagnia e tè caldi per dar tregua al vuoto della bocca. Vorrei bussare alla tua porta, dirti che c’è, com’è? Prendo un caffè. E osservare quelle tazze antiche e il loro tintinnare, l’attenzione nei gesti e il senso raro dell’ospite. Ho portato le birre, accendo la musica, fumo una paglia. E neanche ti ascolto. E’ così che a notte fonda scrivo lettere e mando email, è così che l’assenza di risposta, in fondo, non mi pesa. Ma vieni a bussare, buon pomeriggio, è pronto il caffè.

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