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Ci scattavamo foto nudi

Ci scattavamo foto al nudo per riscoprire il volto. La tua schiena e polvere di stelle cadenti, il tuo seno accennato e la tua mano che viene ad accogliere il mio abbraccio e così lo riempie di senso. La ricerca e il frutto proibito dell’albero che porti a cavallo del gomito. Le mie sopracciglia dense e gli occhi che cadono tra le tue parole scomposte.

E intanto la strada sporgeva il suo fianco alle auto, pozzanghere nere e gonne lunghe a primavera, scarpe veloci e gambe a x. Veniva a prendermi la malinconia della domenica, le coppie nei parchi e gli aperitivi dei dolci profumi. A perdere il senno tra le pentole della cucina, la scelta degli ingredienti e ritrovarmi ad apparecchiarti la bocca di baci mancati.

E in ascensore un vetro per riflettere sul perché degli incontri. Sempre un impegno e poi fare festa, tutte le preghiere ai mattini assolati che non mi accorgo più del passare dei giorni, come quel viaggio in Sudamerica, il cavallo sulle spiagge di Essaouira e poi i concerti finiti a tarda notte, a cercare la posizione più adatta ai nostri membri induriti dalle attese di quei messaggi che non arrivano mai e quando arrivano respiri forte e dici che bello.

Noi cercavamo la nobiltà nelle soste all’autogrill, con Bud che si faceva di nero e biscotti e le razzie di patatine di Enry, a scambiare parole con le scolaresche e lamentarci del culo della commessa. Questa è la notte che tiravamo indietro i sedili per dormire scomodi, e ci fermavamo in bar piccolissimi e strattonavamo la camicia a righe del barista coi baffi e un altro giro, un’altra mezz’ora, che fuori è buio e fa un po’ paura. Mentre davo gas e saltavo sulla frizione, la prima sgommata della mia fuoriserie d’annata e nuove partenze verso le feste degli altri.

Una sera intera a parlare del perché mi nego e alla fine darti un bacio come una bandierina del Risiko, dire che sì, un’altra volta, anche tu, e perdere il conto delle conquiste, gettare i dadi: altro giro, altro mattino. Quando non sai se un caffè è abbastanza e rimpiangi le lenzuola appena lavate di tua madre.

Grattavo via i rimasugli delle attività di volontariato e mi avvicinavo all’amico per dirgli “e poi come stai? Che si racconta là in quella terra dove fuori non succede mai niente e dentro son tempeste?”. Mi guardavi male quando parlavo del volto di Dio.

E così prendevo la fuga, di quando il sole scalda la tenda e la maglietta appiccica sul collo. E cerchi il mare, la brezza fina del primo topless della giornata e il tuo libro impegnato che non riuscirai mai a finire. Una focaccia calda, un cappuccino, un panino.

Gli altri nel mare, io sugli scogli che a pensare troppo diventi sirena, il canto insensato che rende folli e i dischi degli indie, il ritmo elettronico per sentirsi meno soli.

E mentre tua sorella dorme di giorno e si popola il tuo letto delle fidanzate di altri ti viene un urlo dentro che soffochi così, scrivendo sul muro le tue iniziali, per dirti sei in cella e prima o poi evaderai, vedrai.

Foto: Allen Ginsberg

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ZèroZèro

In quel paese dal nome impronunciabile, sconosciuto ai galli eppur famoso tra donnole e volpi, sovvertiremo il banco dei vestiti d’occasione io e te. Ci vestiremo a futuro cominciando con la nudità dei nostri corpi imperfetti. Mentre muoiono le provocazioni dei blog e si organizzano manifesti e stazioni per riperdere il treno del lunedì mattina.

Noi pendolari del tempo deciso, auto tirate a nuovo in docce moderne e schizzi bianchi su lenzuola profumate. Sfioriscono i gerani e il bianco delle margherite veste di nozze il verde dei prati. Mietono lacrime le stanze vaticane ed è gioia. Si impiccano i potenti agli sms erotici e il fascino incestuoso della lussuria. Poi canti semplici di certi cori alpini.

E’ così umana la sconfitta che non serve marchiarti a fuoco le reni, il numero dispari delle dita della mano destra e le tue gambe in coppia. Io sempre in cerca dell’Uno.

Con le macellerie che inventeranno nuovi nomi per le nostre carni infilzate a ganci color alluminio, i nostri denti strappati e le corde vocali vendute in grappoli; quando saranno gli animali del sottobosco a cibarsi di avanzi, e venderemo le tavole delle nostre leggi e libereremo la famiglia dalla colla gialla che la trattiene insieme. Che lasciavamo la città in cerca del bianco delle piste da sci e rimpiangevamo l’Ovomaltina di risvegli capricciosi e potenti. Il maestro di sci per il superamento in slancio delle nostre paure, il naso ghiacciato e l’odore forte delle nostre estremità consumate.

Le tue paure a nominare la gioia.

Quando mi hai domandato delle correnti e tiravo in ballo il ’68, dicevi sarebbe meglio non esistere proprio per niente, quando disegnavo le tue labbra sullo specchio e mi inventavo baci a cavallo del gomito, il dolce sale del tuo collo nudo.

Poi strade lunghe e Parigi di notte, l’insegna al neon del bar zèrozèro e le melodie accentate dei buttafuori neri. Ti dipingevo gli occhi di scuro per pensarti malvagia e disegnavo sulla strada lo spazio vuoto tra i tuoi denti bianchi per camminare nella tua bocca e arrivarti dentro.

Quando soffocavo soltanto per pochi secondi e diventavi ricordo, di notti insonni e di amicizie trascurate, di seni tondi e canottiere a righe, di camminate infinite prima del rosso e verde dei semafori, il giallo dei lampioni e poi il mattino. Si spengono le luci artificiali e quel che resta è una maglietta sudata e patina bianca sui lati della bocca. Lumache nelle mutande e voglia di scriverti e chiudere gli occhi e zaini rosa e cordoni blu, campanelle di scuola e clacson ed auto e zuppe le uscite delle metropolitana.

Immagine: opera di Lucio Fontana.

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E’ nata Rebecca, lo sai?

Mi sono dimenticato di andare a teatro. L’hai abbandonato troppo presto, ti dicevo, e indicavo il tuo cavallo a dondolo.

Della leggerezza delle tue pastasciutte, dei tuoi capelli finissimi e poi dei miei: quadri astratti dipinti col vento.

Com’era bella la tua campagna: i pascoli in fiore tra le tue labbra e i torrenti in cascata delle tue dita. Non ci sfioriamo mai io e te, di quella volta che mi hai annusato il polso e avevo finito il profumo.

E poi le nostre conoscenze degli esiliati, che penso troppo, dicevi, e non cedo mai ai compromessi e tolgo il cappello soltanto quando varco la soglia di casa.

Il mio passo svelto e le frenate brusche. Il cappotto lungo e la sciarpa rossa. Il pugno alzato soltanto per salutare o in discoteca, a incitare gli adolescenti e pensare che non è ancora il tempo di guardare tutto da fuori e formulare ipotesi, opinioni e poi incastrarle su un foglio da inviare ai quotidiani.

Dovremmo metterci qui ogni sera a contarci le parole e a trovare un titolo per ogni nostra intuizione.

Non sarai certo di quelle coi tacchi alti, le gambe accavallate appoggiate sul tavolo. Mi scrivevi che sono un narciso soltanto perché posto su facebook i miei primi piani, ti dicevo che è soltanto un lavoro e in fondo mentivo.

E oggi è un giorno di ricorrenze, le piazze zuppe di turisti e i cortei. Le cascate delle camere Vaticane e il seggio vacante ci lavano via la stanchezza e rimpiazzano certe malinconie. Gli uomini buoni, gli uomini belli e la mosca all’orecchio per dirci hai sentito male, non può essere vero.

Nei miei week end la routine scarsa della programmazione del Piccolo Teatro di Milano mista al rock and roll di Filippo Timi, l’onda lunga del contenitore televisivo e la ricerca necessaria dei gruppi indipendenti.

E ci dicevamo che è tutta ricerca, ci ritroveremo un giorno, un prima o un poi, e racconteremo ai nostri figli la fatica necessaria del tirarsi insieme e far dei cocci un voto.

E’ nata Rebecca, lo sai? La speranza silenziosa degli ospedali di tutto il mondo.

E’ nata Rebecca, lo sai?

Così mi pettinavo i capelli con la riga di lato e indossavo la giacca più bella, poi nella piazza grande a guardare le giostre. I voli artificiali dei nostri corpi pesanti e la prospettiva dall’alto. E non avevo più paura a pronunciare la parola miracolo.

Foto: Carl De Keyzer

Homo Sovieticus

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La Belcostume

In fondo il pericolo sono i buoni, i buoni a tutto, i buoni a niente. Buoni con in piazza archi sorridenti, vestiti fini, modi gentili.

In superficie le tracce della belcostume: il buongiorno all’incontro, un inchino al saluto. E un’educazione spropositata coi sottoposti.

La viltà delle posizioni di testa, che evitano i tagli grossi e sparpagliano il fuoco delle parole sincere nei cessi dei bar e nell’attesa del verde davanti alle strisce pedonali.

I dolci comprati in pasticceria, le mance al cameriere e le cene ordinate sotto casa.

In fondo il pericolo sono i volontari: a disperdere la vita nei sorrisi degli altri, cercare il senso nelle dita tese, nei tamponi deboli alla sofferenza.

In fondo il pericolo sono i volti noti, la retorica della prima serata, le interviste possibili delle ventuno e trenta.

Prendimi per il bavero e dimmelo in faccia che la tua donna non la devo guardare, prendimi a pugni le guance e fammi nero, avrai così un motivo per sentirti diverso. Diverso da te. Coi tuoi desideri di possesso, il fascino immortale delle borse di Gucci e il mio zaino firmato Invicta.

Controlla ora cos’hai nelle tasche. Biglietti dei tuoi spostamenti usati, il cinema il mercoledì e l’accendino per dar fuoco alle tue ansie da poco.

Da quando hai smesso di fumare sei ingrassato, lo sai?

Puoi accarezzarmi ancora la pancia per sentirti migliore, puoi misurare il mio fallo e poi fare i confronti.

Mio caro, mio uomo, ti fermi sempre al di qua del confine, soltanto perché tu, il confine, l’hai inventato. E hai perso in coraggio, vinto in paura.

Che se pensassi di meno, tu meno studiato, meno posato, meno educato, forse lasceresti le redini e segni nuovi sulla tua schiena, unghie rotte e morsi rossi sul tuo collo morbido.

E non fossi già olimpico, affermato, adorato, applaudito, cercheresti il senso nelle attenzioni al tuo fare, al tuo dire, per non piacere agli altri, piacere a te, che sei il tuo vestire, che sei il tuo andare.

Così tenderai le mani e ammetterai anche tu

che hai bisogno di un abbraccio,

di un bacio,

di perdere il senno,

di perdere il sonno

e scriverai parole che rimandi da tempo

in una notte di carne, notte di testa, notte d’amore,

tu non più solo, al comando.

Foto: Elliott Erwitt

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Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca

Sarà l’incompiutezza a caricare di senso le attese o è la finale quello che conta?

Come i Galletti con le consonanti in fine di parola rimaniamo in silenzio.

E non so più che nome scrivere sulle fronti delle nostre distanze. Col mio io che si dispiega in incontri e invadenze. E non si stanca. A tirar tardi nei bar, a far prendere aria ai piumoni invernali e a chiudere in fretta questi divani a forma di letto che il modo più semplice per rendere innocui i pensieri è l’addormentamento.

Fuori dai nostri ricoveri dotati di confort e dal declino delle nostre coscienze le forze armate sulle televisioni e interrogazioni parlamentari sull’ignoranza.

Il tempio del sacro delle nostre notti e la mancanza di glutei a cui stringersi. Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca. Vorrei riposare i capelli nell’incavo del tuo collo e recitare con le tue reni gli ultimi vespri alla sera e nuove lodi al sole che sorge. Tra i tuoi sussulti i miei sorrisi più veri.

Che non sono capace di emozionarmi per le cose grandi e perdo il senso della storia a ogni virgola, ma piango tra le vesti bianche delle statue di Rodin, mi incantano le luci delle discariche e poi mi interrogano gli sputi e i rivoli di piscia che lucidano il grigio delle nostre strade.

Tra i volti neri delle prime ore del giorno cercavamo sostanze per annullare le nostre domande quotidiane, le dita gialle e bottiglie come amanti. Dei tuoi capelli nessuna traccia e del tuo nome soltanto un ricordo invernale. Vorrei che tu mi tagliassi i capelli, sorprendermi a dirti no grazie oppure che vuoi.

E mi ritrovo qui, le grida sgraziate dei mercati all’aperto, tutto e per poco e un altro seduto su una finestra che intona liriche per un amore passato.

Per quando chiuderanno la vita in sentenze, perché ho paura dei punti fermi, della forza superficiale di certi imperativi e delle gote piene dei potenti.

Perché la fame non mi abbandoni, perché non abbia mai troppe coperte sul letto, troppe cortigiane dietro la porta.

Perché il mio portafoglio sia sempre aperto, per il desiderio di contatto e le canzoni del risveglio.

Quando ti dico: “Vorrei ballare con te” intendo farci armonia e finire dentro alle macchinette rettangolari delle stazioni dei treni, tirare la tendina dietro di noi e quando tutti penseranno all’amore boia vedranno un flash e poi un’altro ancora e ancora un altro. I fuochi d’artificio delle nostre intimità. Facciamo luce noi, anche lontani, anche tra i no e poi tutto questo silenzio che non ti fa star bene, che non mi far star cheto.

Foto: Eugene Richards

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Anche una stupida domanda del cazzo

La calza sinistra bucata e gli sguardi lasciati dietro alle vetrine e agli angoli delle strade della città del mutuo soccorso.

Vengono a rubarci le chiavi di casa per mettersi nei nostri panni e non trovano niente di interessante.

Quando non ti ho mai visto in pigiama e ho fantasticato troppo.

Non c’è una notte qui, non c’è riposo per le nostre guance. Le carezze mancate e tutti questi sinonimi per descriverti quello che sento.

Dovremmo strappare una pagina bianca e metterla davanti a noi come una copertina.

Non credere a tutto quello che dico, ma guardami negli occhi, annusa l’odore che porto intorno al collo. Noi come gli asini, il carico delle rinunce, i viaggi intorno ai campanili e le sigarette spente sul balcone. Ci appendevamo alla traversa per sollevare i piedi da terra e simulare il volo.

E ti ho comprato un paio di stivali rossi per attraversare la strada, dicevi che non ti interessa nulla delle attenzioni degli altri e finivi per non capire che mi sporgevo così tanto che correvo il rischio di cadere dalla finestra e diventare l’angelo delle tue notti insonni. La deflorazione è soltanto un passaggio. Vuoi dirmelo ancora dov’è finita quella che una volta chiamavamo armonia?

E con dovizia di particolari potrei spiegarti il perché poi il coito mi interessa così poco eppure mi ossessiona.

Vorrei tenere i tuoi occhi sul comodino come se fossero un paio di occhiali. Che sono miope da troppo tempo e se dormo poco mi pulsa la cicatrice che porto sull’occhio sinistro.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta? Classificare le esperienze in base al tempo per la disabitudine alle attese. Se ci fosse Erri De Luca ci farebbe un sonetto, a te tendere: attendere.

Me lo vuoi spiegare perché non riesci a sederti con me senza pensare a un domani, senza farti prendere dalla paura di quel che succederà? Vorrei avere sessanta o più anni, i peli radi e bianchi e l’aiuto delle pastiglie. Vorrei dirti che è così sciocco fare teorie sulla vita e quello che conta è raccontarsi esperienze. Una bottiglia di Bordeaux del 2008.

E quando parlavamo della follia potevi citarmi Shakespeare o le frasi intraducibili sui bordi della strada che per me faceva lo stesso.

Quando ti ho detto che hai gli occhi liquidi hai fatto finta di niente.

E adesso sai che faccio? Vado a una festa di ventenni e spruzzo il profumo buono. E poi guardo in alto, i balconi e poi le nuvole, le ciminiere e le stelle, per non dimenticarmi dove voglio arrivare. Che sublimare in parole tutta l’esistenza mi fa un sacco male, come vomitare. Parlami ora, scrivimi adesso e dimmi quello che ti passa per la testa, qualsiasi cosa, anche una stupida domanda del cazzo.

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In primavera con le braghe corte

In primavera con le braghe corte.

Ad attenderti coi fiori in mano sui cavalcavia.

Cercarti alla stazione dei treni alle sei del mattino e incontrare le tue palpebre gonfie, saltarci sopra per fare sbocciare l’estate dai tuoi occhi.

Che non ti trovavo mai. Le coppie sui prati a incastrare le costole, i movimenti pelvici nelle discoteche del pomeriggio e le gare di lingua degli amici del cuore. E mille ipotesi sul buco nero dell’altro sesso.

Avevamo lasciato acceso il riscaldamento per sudare di più mentre compivamo rituali di gruppo fuori dai bagni della scuola. Hai mai fumato? Hai mai scopato? Dimmelo adesso, dimmelo ora. Ora che siamo grandi facciamo i giochi della verità perché incapaci di invadenze, sarebbe meglio che tu me lo dicessi quello che stai pensando. Tirare fuori le curiosità dal bacino e metterle davanti agli occhi, darci una forma e modellarle a vetro.

E poi dirai che sono strano, forse anche sciocco. Tirerai conclusioni guardando le mie foto su Facebook, ora che uso un nome vero è tutto così finto.

Dice che l’Italia è il paese in cui più si bestemmia perché c’è il Vaticano, dice che dai rifiuti s’impara ad amare, che l’amore negato regala profondità ad altri sconosciute.

Dimmelo ora come dar riposo al ventre, come far ricresce la pelle sulle nocche quando è inverno; la barca accumula bianco sui lati e ghiaccia l’albero, quando vorrei soltanto la tua schiena e il vento caldo del tuo ansimare.

La pelle del pene non ha uguali nel mondo, lo sai? Che se non ti fai prendere dalla fretta lo capisci. Ecco quello che intendo, pensi troppo, lavori troppo e mi vivi poco. Perché tutte queste paranoie? Chissà poi a cosa pensi. Ci sarà il sole domani, o pioverà? Ci sveglieremo e saremo sorpresi, e se poi nevica non andremo al lavoro. E chi ti parla della vecchia democrazia cristiana lascialo perdere, che il più è stato detto. Chi ti dice di non essere rappresentato prendilo a schiaffi e digli che per la rappresentazione non bastano nemmeno i pennelli e anche la fotografia è soltanto un istante, o un sempre, chiamalo come vuoi. E non lamentiamoci poi se tutto è così complesso, che se fosse semplice finiremmo per andare al mare tutti i giorni e troveremmo altre scuse per annoiarci.

E ora guardami ancora con gli occhi che brillano, che se è stato un caso farò finta di niente, dimenticherò in fretta e tornerò alla teoria del meno peggio, te lo prometto.

Guardami ancora con gli occhi che brillano.

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Com’era bella la tua camicia bianca

Aveva due spalle e le chiamava con nomi diversi.

Che affrontava la vita sistemando ogni cosa al suo posto, cercando un nome per definirla. Ed io che non domando mai il nome quando comincio una conoscenza, e se capita che me lo dicano finisco sempre per dimenticarlo per poterlo poi chiedere in seguito.

Non mi ha mai appassionato tracciare i contorni e così delle persone mi interessa l’impronta, il segno impalpabile della presenza e poi il ricordo e il desiderio del secondo round. Mi ritrovo così calpestato, e sfatto, e rivoltato come i campi toscani, le colline del Monferrato. Porterò frutto prima o poi, vino d’annata per le vostre gole secche. Riscalderò palati grossolani, lingue fini.

Vorrei abitare un giorno nel lunapark della tua testa e divertirmi come fai tu, chissà se poi ti diverti.

E chissà poi se frequenti ancora i ristoranti di Milano o i balconi del nord Europa e come mi piacciono le tue foto quando ti circondi di colori accesi o indossi cappelli fuori stagione. E intanto leggo i quotidiani on.line, mi dice Fazio che Sanremo è la nostra storia, come Miss Italia -dico io-, come l’Infinito di Leopardi o il risotto alla milanese. Un buco sul mio maglione è soltanto esperienza. Che le patate al forno finiscono sempre per essere troppo poche. Davanti al piatto, forchetta in mano, coltello in gola, con Saviano che si rivolge a Bagnasco sui social network e le scuse pubbliche di Chiellini per gli interventi scomposti, la pancia incredibile di Belen Rodriguez. E vieni ancora a citarmi Wislawa Szymborska.

Restituiremo i portafogli rubati e impareremo a fermare la gente per strada per la curiosità di una camminata, i capelli rasati, un colore, un’espressione. Com’era bella la tua camicia bianca.

Ti descrivevo il perché del mio agire scomposto e provavo a farti comprendere la mia smania di conoscenze mentre elemosinavo attenzioni per nascondere il desiderio dell’approdo.

Riconosceranno prima o poi i nostri meriti, mi dicevi, saremo felici prima o poi, ti rispondevo. E finivo con lo specificare che la parola felicità abbonda sulla bocca delle correnti generiche tanto quanto la parola bellezza. E mi chiedevi: “Che cosa stai cercando tu?”

Avrei voluto posare le guance a cavallo del tuo collo e riempire le narici del tuo profumo invernale.

Quel che mi manca sei tu, o sono io, che tra tu e io ci sono soltanto due lettere di differenza. Le stesse di un no, le stesse di un sì.

Foto: Peter Lindbergh

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Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway

Gli occhi incastrati tra i comignoli, contavamo fino a quando il pensiero si staccava da noi e ci trovavamo con le dita impegnate senza saperlo.

Il cellulare lasciato sul tavolo, i bicchieri tagliati in due dal rosso.

Per le trasparenze ci bastavano gli occhi e mi chiedevo se ci avessi dato del lucido, se esistessero ancora le bombolette che donavano la patina invisibile ai nostri lavoretti dell’asilo.

Quando il tuo gomito precipitava dal tavolo e facevi finta di niente.

I camerieri imparano tutte le lingue del mondo e io della tua non conosco la forma.

Ci siamo stretti intorno ai vicoli privilegiati di certa gioventù che si guarda troppo allo specchio, e ti dicevo che abbiamo perso tempo ad amarci in decalcomanie, che ora potremmo disegnarci senza l’aiuto delle fotografie.

Per i nei che danno senso al bianco, i punti neri per il grasso in eccesso. E poi un discorso sui trasferelli che non ricordo più.

Ci sorprendeva la grandine quando osavamo prenderci il tempo di guardare tutto dall’alto: il cielo parigino come la panna cotta dopo un lungo pranzo.

E mi chiedevo il perché dello sporco esagerato dei miei capelli.

Quando attraverso la strada ho paura delle biciclette.

E tra le lapidi dei grandi cercavo ispirazione e ti dicevo che sì i politici, sì i rivoluzionari, ma che ne è dei poeti? Hai mai conosciuto uno scrittore felice? Hai mai preso un caffè con Kafka? Un tè verde con Einstein?

Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway.

Dimmelo ancora che i trapassati ci parlano, prossimi o remoti che siano. Dimmi che è della tua pelle bianca, dei pascoli erbosi del mio petto, delle tue labbra fini e del puttane agli angoli della strada. Che si sono divise il territorio per colore, mi dicevi, come a Risiko: qui i cinesi, qui gli indiani, qui gli africani, vuoi dirmelo ora che ne è stato delle prostitute australiane?

Per confidarti che la libertà si misura in incontri, delle malelingue delle città grandi e dei miei affetti per la provincia lombarda. Ti caveranno il sangue a furia di morsi, ti fischieranno le orecchie fino a farti impazzire, ma sai che non è cattiveria, loro lo fanno perché non hanno nient’altro, gli antidepressivi per stare meglio. Il giardino del vicino è sempre più stronzo.

Volevo scriverti dell’amore e ho spalancato le finestre: è entrato un gabbiano. Così gli ho domandato come ci si sente a perdere l’identità dell’io, gli uccelli non hanno nomi propri e va a finire che si confondono. Lui mi ha risposto che faccio domande non interessanti, che meglio è volare, andare, viaggiare, che a lui poco interessa dei riconoscimenti, che fa il pieno d’acqua, e aria, che abita il mare, ma non trascura i tetti, che si nasconde la notte e poi fa bianca l’alba.

Ci siamo stretti le ali come si fa nei libri per bimbi. E quando ha preso il volo mi ha fatto segno di rimanere, di non seguirlo, di prendere l’uscio, che a noi umani le picchiate fanno male, che non conosciamo le correnti e coi venti facciamo guerra, mentre loro no, mangiano, bevono, volano e sanno tutto gli orizzonti.

Così pensavo a te, e raccoglievo una penna bianca, la nascondevo tra i capelli e poi ballavo in cerchio, come fanno gli indiani, c0me fanno i gabbiani, e tu ridevi, pensavi che sciocco e a me andava bene anche così.

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Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo

Per le parole indispensabili che non ricordo.

Con l’arrivo dei container, le stive piene delle nostre generosità: quintali di pasta e scatolette e dita lunghe infilzate nella coscienza, provocarci il vomito per stare meglio: la bulimia delle società di mutuo soccorso.

Poi le manifestazioni per la raccolta differenziata delle identità sessuali e le rimostranze delle spirali attorno al modello precostituito; le moda fa il suo giro e poi ritorna, mi dicevi. Un conto è il vestire e un altro la libertà, rispondevo dall’alto delle mie Clarks. Che differenza fa? Sei mai stato in una grande città? Non c’intendevamo mai sui concetti fondamentali e così ti baciavo solo per farti silenzio. Distruggere la legge con la fede, i poteri forti con i nostri credo.

Parlami ora dei naufragi delle rivoluzioni senza violenza, delle bandiere a mezz’asta e delle lobby delle armi. Noi credevamo nelle barbe lunghe del Sudamerica, e notti di lunghi coltelli e avanzate nei boschi per il nascondimento delle norme d’igiene del belpensiero.

E ti dicevo che l’educazione non fa signori e che i modi buoni nascondono piccolezze. E mi guardavi storto e non sapevi che fare, tracciavi linee a matita e ci scrivevi di fianco un significato. Cadevano le nuvole sulle mie palpebre, che il cristallino non è soggetto a rughe, ti dicevo, il mio sguardo rimarrà sempre bello, ti promettevo.

E continuavi a nasconderti, le camionette si muovono tra le ricerche di mercato e l’ignoranza delle interviste. Quando ti ho detto che seguo il calcio hai alzato le spalle, e mi citavi gli Afterhours col loro paese reale.

Mentre ricalcavo sui vetri quel che è rimasto delle copertine dei miei pensieri sconnessi facevi visita agli alberghi del sud, usano ancora le moquette? Mi chiedevo io. E a furia di scontri siamo finiti così lontani che se non ti avessi legata alle guance finirei per dimenticarti.

E se fossi capace di fotografare vorrei ritrarti in solitudine sopra un letto sfatto, un mattino; i colori vivi e le ombre, l’espressività senza uguali del tuo sguardo disperso. Che appoggi gli occhi sul davanzale quando fai sintesi della realtà, schiacciare un pulsante e imprigionare l’istante. Che ne è di ieri, che importa del domani?

Ci siamo fatti grandi in vagare: dai girotondi al vagabondaggio. Per le commedie italiane che tengo sotto il braccio, perché ogni volta che ti siedi a tavola ti dici ingrasserò e dopo il primo boccone lasci le redini e poi ti senti in colpa.

Guardiamo il mare per guardare noi, ti dicevo. E mi prendevi a schiaffi, la vuoi finire con tutte queste liriche? La vuoi finire con la poesia? Pensa di meno, vivi di più.

Noi siamo quel che facciamo. Siamo quel che guardiamo. Così ti portavo alle mostre e ti preparavo il pranzo e aspettavamo il sole per arrampicarci ai vicoli di Montmartre e il freddo per far delle nostre gole camini accesi. Il fiato corto degli altri e tu che espiravi e inspiravi come fanno le donne gravide, che generavamo futuri a ogni passo e non lo sapevamo.

E ora lo sai perché non chiudo più i miei pezzi con una frase a effetto, ora lo sai perché ho bisogno di realtà e tatto e sostanza.

Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo e le occhiaia del primo risveglio.

Photo: Philip-Lorca diCorcia

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