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E’ nata Rebecca, lo sai?

Mi sono dimenticato di andare a teatro. L’hai abbandonato troppo presto, ti dicevo, e indicavo il tuo cavallo a dondolo.

Della leggerezza delle tue pastasciutte, dei tuoi capelli finissimi e poi dei miei: quadri astratti dipinti col vento.

Com’era bella la tua campagna: i pascoli in fiore tra le tue labbra e i torrenti in cascata delle tue dita. Non ci sfioriamo mai io e te, di quella volta che mi hai annusato il polso e avevo finito il profumo.

E poi le nostre conoscenze degli esiliati, che penso troppo, dicevi, e non cedo mai ai compromessi e tolgo il cappello soltanto quando varco la soglia di casa.

Il mio passo svelto e le frenate brusche. Il cappotto lungo e la sciarpa rossa. Il pugno alzato soltanto per salutare o in discoteca, a incitare gli adolescenti e pensare che non è ancora il tempo di guardare tutto da fuori e formulare ipotesi, opinioni e poi incastrarle su un foglio da inviare ai quotidiani.

Dovremmo metterci qui ogni sera a contarci le parole e a trovare un titolo per ogni nostra intuizione.

Non sarai certo di quelle coi tacchi alti, le gambe accavallate appoggiate sul tavolo. Mi scrivevi che sono un narciso soltanto perché posto su facebook i miei primi piani, ti dicevo che è soltanto un lavoro e in fondo mentivo.

E oggi è un giorno di ricorrenze, le piazze zuppe di turisti e i cortei. Le cascate delle camere Vaticane e il seggio vacante ci lavano via la stanchezza e rimpiazzano certe malinconie. Gli uomini buoni, gli uomini belli e la mosca all’orecchio per dirci hai sentito male, non può essere vero.

Nei miei week end la routine scarsa della programmazione del Piccolo Teatro di Milano mista al rock and roll di Filippo Timi, l’onda lunga del contenitore televisivo e la ricerca necessaria dei gruppi indipendenti.

E ci dicevamo che è tutta ricerca, ci ritroveremo un giorno, un prima o un poi, e racconteremo ai nostri figli la fatica necessaria del tirarsi insieme e far dei cocci un voto.

E’ nata Rebecca, lo sai? La speranza silenziosa degli ospedali di tutto il mondo.

E’ nata Rebecca, lo sai?

Così mi pettinavo i capelli con la riga di lato e indossavo la giacca più bella, poi nella piazza grande a guardare le giostre. I voli artificiali dei nostri corpi pesanti e la prospettiva dall’alto. E non avevo più paura a pronunciare la parola miracolo.

Foto: Carl De Keyzer

Homo Sovieticus

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Il principio dell’altalena

Perché alla fine mi piace Cremonini, ballo con Jovanotti e piango con certe canzoni di Vasco. E mi esalto per Fabri Fibra, poi quanto spacca la pasta alla carbonara, che Radiofreccia è un gran film e l’emozione per l’elezione del Papa. E pure certi passaggi di Fabio Volo non sono mica male, dico davvero.

E poi la mia mensa sarà sempre una festa.

Mi piace pensare di lasciarti la tavola sporca, le tracce di me che cancellerai sparecchiando.

E penserai che sono così invadente col mio ideale estetico e quei giudizi taglienti, le mie labbra dolci e la barba lunga per sembrare più grande. Ti scriverei ogni due o tre minuti, che mi manca l’odore, il sapore, e per ogni tua immagine un pensiero diverso, il prolungamento delle mie dita e lo spazio chiuso dei nostri uffici naive.

Nei tuoi capelli la cura, sulla tua bocca il colore. Le mie invenzioni pomeridiane e la tua immagine proiettata sul soffitto come nei film di Chaplin. Andavamo a correre a notte tarda, ci svegliavamo sudati e mi dicevi: è già pronto il caffè?

Delle mie mille adolescenze e dei calzini dispersi. Di quando prendevamo aerei per sentirci adulti e ricamavamo sul cuore le nostre iniziali e per ricordarci di dare un taglio a tutto ciò che non serve cominciavamo dai nomi. Le tue poche lettere per i miei richiami lunghi. E soffiavo tra le tue lenzuola perché la brezza ti ricordasse il mare, la stoffa le onde.

Mi chiederai: li vedi nello specchio i miei piedi? E ti risponderò sempre sì.

Indosserò le tue scarpe per conoscerti meglio e coi tuoi trucchi darò il nero agli occhi. Saremo punk eppure hippie, saremo nerd e pure cool. E scriverò sul muro bianco della tua camera quanto era bello attendere la tua conoscenza.

Col sole che cerca il riflesso tra i tuoi capelli e il cestino grande della bicicletta. Mi sorprenderai a masturbarmi e ti dirò che è tutta colpa della tua lontananza. Mi rassicurerai dicendo: lo sai, sono qui. E non ti crederò, poi l’amo della tua lingua nella mia gola, che sarò pesce e risalirò lungo il tuo fiume.

E’ così sciocco disegnare paesaggi a parole e farmi piccolo e infante. L’isola non trovata e la storia infinita delle rincorse. Il principio dell’altalena che a furia di spingere poi tutto ritorna, e prendi il volo, alzi lo sguardo, non tocchi terra e poi mi salti in braccio.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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Buon compleanno, fratello Jack Kerouac

A te che sei nato oggi, alle tue scarpe consumate, alle tue colazioni improbabili, alle guance sporche di nero e alle ferrovie americane.

Le palle lanciate sui campi da baseball, le fotografie in bianco e nero e la mascella squadrata.

Ai tuoi amici bellissimi, all’omosessualità esibita sulle spiagge marocchine, ad Essaouira e al grande sud.

A chi ti descrive come un vagabondo, un furfante, un piacione. Ai film americani e alle attrici bellissime. Alle tue prime serate e agli scrittori che sanno leggere a voce alta. Al bebop jazz della nostra scrittura che prende forma nell’aria e negli occhi e fugge dai classici.

Noi orrore delle case editrici: le frustrazioni degli editor per le nostre ansie.

Alle tue camicie a quadri, alle tue mani forti.

Alle sedie troppo basse, a quelle troppo alte, alla nostra schiena storta. Ai fogli stracciati e dispersi. Al ticchettio della macchina da scrivere. Ai vuoti delle bottiglie di birra, ai rutti sonori, i vaffanculo fuori dai locali, le gonne leggere delle adolescenti e labbra rosse per morire da vergini.

Il beat nervoso della tua voce, le lunghe pause e gli haiku per cercare la pace.

Ti presentavi alle interviste ubriaco per rispondere alle domande insensibili del pubblico adulto. Ti capisco, amico, quando cercavi la beatitudine e ti trovavi davanti il rispetto educato dei tailleur e le cravatte a righe dei professionisti della questua.

Ed io lo so che avresti preferito pisciare dai tetti o il petting spinto tra le auto parcheggiate a fila. E poi il senso di colpa della nostra istruzione cattolica, le ore spese in pigrizia e chiedersi il perché delle performance senza tregua degli altri.

Spaventiamo le femmine con le nostre domande sudate, l’impervia scalata del cuore degli altri mette in conto il sangue.

Tagliavamo pane e salsiccia per rimanere in contatto con la natura. E Gesù il Cristo in croce sui nostri letti, la benedizione alle nostre notti insonni, alle mattine trascorse a riprenderci.

E combattevamo la retorica del cielo, e usavi la parola stella perché prima o poi esplodessimo in luce. La necessità della scrittura come una doccia, i nostri abiti sporchi del pensiero nero e della debolezza incredibile che sapevamo riconoscere, ma non lasciavamo mai.

Che nei primi anni della nostra vita ci vergognavamo ad usare parole come seno, e sesso, e successo, ed ora andiamo di cuore e lasciamo la fica alle bocche degli altri. Che preferiamo i particolari, gli occhiali grandi e le vene pronunciate, le dita lunghe e le unghie curate.

Ti ho scoperto in via Festa del Perdono, Milano di luglio e motorini in festa. Ho comprato il tuo diario al Libraccio, On the Road lo avevo impilato tra le velleità della mia gioventù, tra la mia Africa e il Baobab della savana eritrea.

Che beat è beatitudine, cercare la purezza nelle viscere del proprio io, il sangue in grumi alla nascita e il desiderio dell’amore universale che non riesce a prendere forma.

Per questo versiamo cenere sui pavimenti in legno delle nostre case piccole, chiediamo scusa al mondo per le nostre domande di troppo e raggiungiamo il mare per dare sfogo alla nostra ricerca dell’infinito.

E come le onde torniamo sempre, il moto perpetuo del nostro sentire, ti scriverò ancora, e un’altra volta, una ancora, che per me sei oggi e buon compleanno, fratello Jack Kerouac.

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La Belcostume

In fondo il pericolo sono i buoni, i buoni a tutto, i buoni a niente. Buoni con in piazza archi sorridenti, vestiti fini, modi gentili.

In superficie le tracce della belcostume: il buongiorno all’incontro, un inchino al saluto. E un’educazione spropositata coi sottoposti.

La viltà delle posizioni di testa, che evitano i tagli grossi e sparpagliano il fuoco delle parole sincere nei cessi dei bar e nell’attesa del verde davanti alle strisce pedonali.

I dolci comprati in pasticceria, le mance al cameriere e le cene ordinate sotto casa.

In fondo il pericolo sono i volontari: a disperdere la vita nei sorrisi degli altri, cercare il senso nelle dita tese, nei tamponi deboli alla sofferenza.

In fondo il pericolo sono i volti noti, la retorica della prima serata, le interviste possibili delle ventuno e trenta.

Prendimi per il bavero e dimmelo in faccia che la tua donna non la devo guardare, prendimi a pugni le guance e fammi nero, avrai così un motivo per sentirti diverso. Diverso da te. Coi tuoi desideri di possesso, il fascino immortale delle borse di Gucci e il mio zaino firmato Invicta.

Controlla ora cos’hai nelle tasche. Biglietti dei tuoi spostamenti usati, il cinema il mercoledì e l’accendino per dar fuoco alle tue ansie da poco.

Da quando hai smesso di fumare sei ingrassato, lo sai?

Puoi accarezzarmi ancora la pancia per sentirti migliore, puoi misurare il mio fallo e poi fare i confronti.

Mio caro, mio uomo, ti fermi sempre al di qua del confine, soltanto perché tu, il confine, l’hai inventato. E hai perso in coraggio, vinto in paura.

Che se pensassi di meno, tu meno studiato, meno posato, meno educato, forse lasceresti le redini e segni nuovi sulla tua schiena, unghie rotte e morsi rossi sul tuo collo morbido.

E non fossi già olimpico, affermato, adorato, applaudito, cercheresti il senso nelle attenzioni al tuo fare, al tuo dire, per non piacere agli altri, piacere a te, che sei il tuo vestire, che sei il tuo andare.

Così tenderai le mani e ammetterai anche tu

che hai bisogno di un abbraccio,

di un bacio,

di perdere il senno,

di perdere il sonno

e scriverai parole che rimandi da tempo

in una notte di carne, notte di testa, notte d’amore,

tu non più solo, al comando.

Foto: Elliott Erwitt

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Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca

Sarà l’incompiutezza a caricare di senso le attese o è la finale quello che conta?

Come i Galletti con le consonanti in fine di parola rimaniamo in silenzio.

E non so più che nome scrivere sulle fronti delle nostre distanze. Col mio io che si dispiega in incontri e invadenze. E non si stanca. A tirar tardi nei bar, a far prendere aria ai piumoni invernali e a chiudere in fretta questi divani a forma di letto che il modo più semplice per rendere innocui i pensieri è l’addormentamento.

Fuori dai nostri ricoveri dotati di confort e dal declino delle nostre coscienze le forze armate sulle televisioni e interrogazioni parlamentari sull’ignoranza.

Il tempio del sacro delle nostre notti e la mancanza di glutei a cui stringersi. Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca. Vorrei riposare i capelli nell’incavo del tuo collo e recitare con le tue reni gli ultimi vespri alla sera e nuove lodi al sole che sorge. Tra i tuoi sussulti i miei sorrisi più veri.

Che non sono capace di emozionarmi per le cose grandi e perdo il senso della storia a ogni virgola, ma piango tra le vesti bianche delle statue di Rodin, mi incantano le luci delle discariche e poi mi interrogano gli sputi e i rivoli di piscia che lucidano il grigio delle nostre strade.

Tra i volti neri delle prime ore del giorno cercavamo sostanze per annullare le nostre domande quotidiane, le dita gialle e bottiglie come amanti. Dei tuoi capelli nessuna traccia e del tuo nome soltanto un ricordo invernale. Vorrei che tu mi tagliassi i capelli, sorprendermi a dirti no grazie oppure che vuoi.

E mi ritrovo qui, le grida sgraziate dei mercati all’aperto, tutto e per poco e un altro seduto su una finestra che intona liriche per un amore passato.

Per quando chiuderanno la vita in sentenze, perché ho paura dei punti fermi, della forza superficiale di certi imperativi e delle gote piene dei potenti.

Perché la fame non mi abbandoni, perché non abbia mai troppe coperte sul letto, troppe cortigiane dietro la porta.

Perché il mio portafoglio sia sempre aperto, per il desiderio di contatto e le canzoni del risveglio.

Quando ti dico: “Vorrei ballare con te” intendo farci armonia e finire dentro alle macchinette rettangolari delle stazioni dei treni, tirare la tendina dietro di noi e quando tutti penseranno all’amore boia vedranno un flash e poi un’altro ancora e ancora un altro. I fuochi d’artificio delle nostre intimità. Facciamo luce noi, anche lontani, anche tra i no e poi tutto questo silenzio che non ti fa star bene, che non mi far star cheto.

Foto: Eugene Richards

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A rubarti le spalle

La domenica con le tue pause, è sotto l’Inter a Catania mentre dall’azzurro del cielo di Parigi piovono malinconie irrisolte tra gli stendibiancheria nelle nostre case troppo piccole.

Sentirti bussare alla porta nel ventre della notte e dar tutta la colpa alla gradazione del vino.

Vorrei semplificare la mia sintassi per farti accedere ai luoghi bui del mio pensiero di oggi. Le luci intermittenti dei decoder e i codici intraducibili di quello che io chiamo desiderio di contatto, e tu non chiami e basta. E se poi gridi da qui non ti sento. Dei tuoi mille anni, dei tuoi mille amanti e del costume in due pezzi che ti ha reso donna.

Vorrei dividere il pane con te, noi due alla tavola di un signore che non conosciamo fino a toccare il fondo.

Vorrei farmi cane ed esserti fedele sempre, topo per elemosinare briciole del tuo passaggio.

E pareti in carta fotografica per lasciare impressi i nostri contorni. Le foto magnifiche degli orgasmi degli altri e la mia ricerca superficiale di attenzioni.

Ho cambiato l’acqua al pesce in tre case diverse nell’ultimo mese, il bagno è il luogo più frequentato del mondo e vai a finire che ti ci ritrovi sempre da solo.

Volevo rubarti le spalle e giocare a nascondino tra le tue labbra. Volevo almeno dirti addio, sporcarmi le guance di cioccolata e dirti che mal sopporto la parola sorriso.

Ci hanno rovinato tutto il vocabolario e con le mie pagine asciugo le tue lacrime dal pavimento e mi dico che forse così saranno zuppe di senso.

E quando mi dicono che la poesia si misura in pieni e in vuoti io storco le labbra e cambio voce, mi faccio verso e così, chino, fuori equilibrio, in tensione, dico che bello sarebbe se tu fossi qui.

Che vorrei rubarti le spalle, giocare a nascondino tra le tue labbra.

Foto: Enzo Sellerio

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Tutta la vita davanti è un film italiano

Quel che mi spaventa, lo sai, sono gli imperativi, il dito puntato, il punto fermo. E faccio a botte col già detto, le frasi fatte. Le formule irriproducibili degli anni passati. I caratteri mobili dei quotidiani e il mare salato che tiene a galla le nostre parole di questi giorni.

E dalle iscrizioni sul marmo ricordo che Goldoni è morto povero, che Hemingway era ramingo e che la morte fa brillare le ossa e dimentica la carne.

E mi spaventa chi si affida soltanto alla compagnia di un cane o di un gatto, chi ha paura della lingua e degli occhi. Chi si dimentica del significato della parola uccidere, chi si rintana nella retorica del meno peggio e parla di democrazia rifiutando lo sguardo degli altri. Che una cosa è la cultura, lo stile, l’ostentata bellezza, la sapienza, altra cosa è il non avere rispetto dell’altro, il volerlo prendere di peso, inculturare, schiaffeggiare con fare da saputello. Non mi convince l’accusa, rimbocchiamoci le labbra amico, sleghiamo i muscoli, viviamo nel bello, lottiamo per noi, per l’altro e l’altro ancora, parliamo poco, vestiamo con cura, circondiamoci di cose belle, persone interessanti, incontri dal vero, musica viva.

E proviamo a spegnere le luminarie, le televisioni e le raccomandazioni. Impariamo a tenere la mano, a disegnare gli occhi.

Che uso troppo le parole del sempre e del mai. E nelle righe qui sopra ho abusato dell’imperativo, con la paura di diventare quello che temo. Mi dicevi dell’estinzione dei dinosauri, dicevi che erano soltanto sciocchezze, racconti da carta stampata.

Che dimentico sul comodino il caffè dell’altro ieri e credo torni presto il tempo della novità, del tuo sedere tondo e dei tuoi versi al risveglio.

Nelle tasche ho ancora coriandoli e stelle filanti. Ho perso leggerezza sfilando lungo le strade delle città grandi.

Nel mio cervello c’è uno spazio vuoto che riservo per te. Ho perso il senno tra le lenzuola, smarrito bussole tra le schede elettorali.

Continuo a scriverti lettere lunghe una pagine, aspetto risposte lunghe una riga.

Che prendo aerei per tornare al paese e afferro treni per andare in città. Gli abbracci lunghi degli amici di sempre, le novità delle vite nuove e di quelle passate. La malattia che affonda il piede in tristezze e le sabbie mobili della ricerca d’impiego.

Vorrei scriverti delle stelle, dei tramonti sudamericani e dello smantellamento delle dittature, di nuove libertà, del mare d’Eritrea e delle lance che solcano l’onda. E ancora delle tivù satellitari, dei quartieri ricchi e bianchi e fetenti delle provincie africane, invece guardo i risultati elettorali con lo smartphone e rispondo a chi mi chiede che accade: stringo le labbra dico, va tutto bene, va tutto bene per farmi coraggio.

Se fossi qui mi diresti di pensare in grande, di lasciar perdere le contingenze. Che Tutta la vita davanti è un film italiano.

Photo: Larry Burrows

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Il mio regno non è di questo mondo

Caffè nero sui pantaloni e un taccuino. Due tiri di spliff della notte passata e vino buono in bottiglie da 375 cl. Assaporare il gusto dei ricchi e sporcarci le guance nella solitudine delle nostre piccole stanze.

Ho cominciato a parlare con gli acari e nelle veglie notturne declamo le poesie di Dalla. Telefonami tra vent’anni o mandami un messaggio per dirmi che esisti anche lontano dagli occhi.

Mentre facciamo del nostro passo rasoio e tra le palizzate alte dei cantieri e i caschetti gialli si nasconde la dignità delle vittime del pensiero dominante.

Ci concentriamo sui master, la lingua straniera e la disponibilità del denaro per vestire di buone parole la carne nuda degli altri. Il resto è malalingua e imbarazzo. E quando accarezzi l’animale ti ricordi del soffio che ti scuote le viscere, l’anima viva del tuo respiro e il calore del pollice opponibile.

Davanti alle ingiustizie le rassicurazioni del codice della strada per i nostri rapporti superficiali. Ricordati che il lavoro è soltanto lavoro, pensa a te stesso e fai attenzione agli specchi, alle tue immagini fotocopiate appese ai muri come carta da parati. Quando perderai in novità e forze rinfrescheranno le pareti e farai la fine dei mangianastri. Il sorriso, un inchino, ma non pensare che tu per loro sia un uomo, ti pensano a scale e fanno di tutto per montarti sopra senza che tu te ne accorga. Finché muovi la coda ti lanceranno la palla, correrai a prenderla e riceverai carezze e ossa. Ma i premi invecchiano e le corse stancano, digrigna i denti e abbaia, difendi il pelo, trascura il branco. Manifestare la rabbia è la necessità che va oltre le piazze e si fa quotidiano. A culo le nostre educazioni borghesi: i pugni alzati e i gomiti appoggiati alla tavole rotonde.

Sai che ti dico, amico? Non trascurare i tuoi modi, la dignità dei tuoi punti neri e le forme eccentriche del tuo vestire, ma allenta il nodo alla cravatta, non affogare nelle adorazioni rituali degli altri. Nei buonasera e nei come va gli indizi della povertà del linguaggio.

Vorrei parlarti ora degli interventi riusciti, delle piazze in festa e della mia fiducia nell’essere umano. Vorrei parlarti di Gesù Cristo senza il peso di Tolstoj. Ma non ci riesco. E solo tu puoi aiutarmi. Che non ho braccia per le mie notti insonni e trovo gioia nel divenire del sole e nei venti ghiaccio di fine febbraio. E il tuo vestito a pois bianchi è soltanto una mia invenzione che sei così impegnata nelle disabilità degli altri che finisci per dimenticarti la mia.

Quando credo che non esista un amore universale se non concretizzi in carezze, parole, attenzioni da niente. Amare il proprio sangue è facile, l’albero genealogico delle tue amiche e le tue radici di nascita, poi la saggezza stanca degli adulti che ti circondano. Ma è nel diverso che scorgo redenzione di noi e conoscenza. Io per te straniero, io vagabondo, io battuto, io beato.

E poi tu e quel pensiero che mi fa nebbia intorno, come in via Paolo Sarpi, come in corso di Porta Romana, come in Boulevard Saint Martin, tu e ancora tu.

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Je voudrais perdre la tête pour toi, seulement par décapitation

Entre les connexions interrompues de nos téléphones contemporains, tu es partie dresser la bouche avec une galette de maïs. Les lèvres gonflées et le vin en calice sur ma table de bois foncé. Tes pieds sur le rebord de la fenêtre, avec le vent qui perturbe le printemps et ce pendentif que tu portes au milieu de ta poitrine. J’ai grimpé dans un arbre pour regarder à ta fenêtre, te dire bonjour en écartant les doigts pour les refermer sur mon désir érotique.Tu n’étais pas là, un dessin d’enfant : un dinosaure et un soleil naïf avec ses rayons qui tombent dans la bouche de l’animal, ta culotte pliée sur le lit et le parfum pastel du linge lavé. Le téléphone a sonné mais ce n’était pas toi.

Je suis tombé de l’arbre, un poteau entre les jambes ne sert à rien si on ne peut pas s’y raccrocher. Je cours sur place, la sueur efface tout souvenir de mon dos, en absence des traces de tes doigts. Dans l’espace entre tes voyelles longues tes joies futiles, je voudrais perdre la tête pour toi, seulement par décapitation. On a parlé d’amitié, on s’est déchiré les joues par la distance de nos téléphones dans la banalité de l’obscurité.

Il y a une fenêtre au dessus de mes pieds quand je m’allonge sur mon lit et je dessine des formes étranges et je fume à travers un bâton d’encens, la brise de cinq heures du matin pour mes pensées qui ne laissent même pas tranquilles les moustiques fatigués.

Les rares nuages. La lumière froide. Au feu les palais, les antennes paraboliques, les balcons vides et les volets baissés. La vie intérieure et tous ces pixels en cascade.

Tu peux me dire maintenant ce que tu veux faire ?

Devrait-on s’asseoir au comptoir et boire une pinte comme tous les autres ? T’as envie d’un Mojito ? Je ne sais pas ce qui me fait passer mes nuits à regarder vers le ciel, on recherche le vol et on construit des ailes pour éloigner nos chaussures de la souillure de l’asphalte, rien d’autre. Tous ces verres vides, le tri sélectif de nos pensées d’aujourd’hui. Dis moi maintenant quoi faire, rêver de la mer ou descendre dans la rue faire la guerre avec les trams en attendant le matin ?

Ce discours à propos des animaux de compagnie qui nous a gardé les chaussures lacées, tu voulais retourner au silence et je t’ai dit qu’on pourrait le partager entre nous et l’habiter un peu. Alors tu as commencé à me gifler avec tes dents trop blanches et le soleil nous a surpris quand nos yeux étaient encore fermés. Pas comme ça, pas comme ça j’ai dit avant la bataille navale entre nos ventres, donne moi ta main et puis debout, laisse moi te regarder, laisse toi te faire embrasser, et puis tourne toi car ça me plait aussi quand tu ne me regardes pas et je suis forcé de perdre mes yeux sur ton monde divisé en deux par l’unique méridien que je puisse toucher. Et je glisse mes doigts dans tes ombres, je lève ta tête et pendant que tu murmures je te dis : tu voit ce qu’il reste de nous ? Les longues lignes de nos cheveux percent le ciel, nos mots échappent aux antennes, tu vois tout ce bleu, si tu te baisses un peu on sera au dessous de la ligne des gratte ciels, et le blanc et les parcs, les arbres en fleurs et l’explosion du pollen pour les conjonctivites de juillet, si ta vue est brouillée c’est que tu es ailleurs.

Martina Margini, con garbo e discrezione, ha tradotto questo:

Tra i fili interrotti dei nostri telefoni contemporanei, te ne sei andata in cucina ad apparecchiarti la bocca con le galletta di mais. Le labbra gonfie e vino in calici sul mio tavolo di legno scuro. I tuoi piedi sul davanzale della finestra, coi venti che disfano la primavera in fiori e quel ciondolo che porti in mezzo al petto. Mi sono arrampicato su un albero per guardare alla tua finestra, farti ciao aprendo le dita e poi chiuderle sull’erotico mio gioco. Non c’eri, un disegno di bimba: un dinosauro e un sole stilizzato coi raggi che finiscono in bocca all’animale, le tue mutandine piegate sul letto e il profumo pastello della biancheria lavata. Mi è squillato il telefono e non eri tu. Sono caduto dall’albero, a niente serve un palo tra le gambe se non ti ci puoi sostenere. Mi sono messo a correre sul posto, col sudore che lava via la memoria dalla mia schiena senza i segni delle tue dita. Nello spazio delle tue vocali lunghe le tue gioie da poco, vorrei perdere la testa per te soltanto per decapitazione. Ci siamo detti dell’amicizia, ci siamo strappati le guance sulle distanze dei nostri cordless della banalità del nero. C’è una finestra sopra i miei piedi quando mi sdraio sul letto e disegno forme strane e fumo con lo stick dell’incenso, la brezza delle cinque del mattino per i miei pensieri che non lasciano stare le zanzare stanche. Le nuvole rare. La luce fredda. Al fuoco i palazzi, le antenne paraboliche, i balconi vuoti e le persiane abbassate. La vita dentro e tutti questi pixel in cascata. Me lo vuoi dire adesso che fare? Dovremmo sederci a un pub e bere una media come tutti gli altri? Hai voglia di un Mojito? Io non lo so cos’è che mi fa passare le notti con lo sguardo all’insù, cerchiamo il volo e costruiamo ali per staccare le scarpe dallo sporco d’asfalto, null’altro. Tutti questi vetri vuoti, la raccolta differenziata dei nostri pensieri di oggi. Dimmelo adesso che fare, sognare il mare o scendere in strada e far la guerra coi tram aspettando il mattino? Quel discorso sugli animali da compagnia che ci ha tenuto allacciate le scarpe, che te ne volevi tornare al silenzio ed io ti ho detto potremmo dividerlo a metà ed abitarlo un poco. Così ti sei messa a prendermi a schiaffi coi tuoi denti bianchissimi e ci ha sorpreso il sole che ancora tenevamo gli occhi chiusi. Non così, non così ho detto prima della nostra battaglia navale coi ventri dammi la mano e su in piedi, fatti guardare, fatti baciare, e poi voltati che mi piace anche quando non mi guardi e sono costretto a perdere gli occhi sul tuo mondo diviso in due dall’unico meridiano che posso toccare. E infilo le dita nelle tue ombre, ti alzo la testa e mentre ansimi sussurro: lo vedi quello che resta di noi? Le linee lunghe dei nostri capelli trafiggono il cielo, sfuggono le nostre parole ai tralicci della corrente, lo vedi tutto quell’azzurro, se ti pieghi un poco saremo sotto la linea dei grattacieli, e bianco e parchi, alberi in fioritura ed esplosioni di polline per le congiuntiviti di luglio che se ti si annebbia la vista è perché sei altrove.

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