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Fioriremo in aprile

Domenica mattina e le tue scarpe nuove incorniciate in fotografia. La finestra spalancata per cambiare l’aria ai polmoni, rifornimenti di caffè e gomme gonfie per la giornata.

Mentre ci prepariamo tutti per un brunch, un lunch, per condividere l’esperienza della settimana mettiamo sotto al naso il profumo di uova, sugli occhi il nero delle notti passate e il rossetto rosso per lasciare l’impronta sulle tazze bianche.

Ci siamo svegliati lontani, è una vita ormai che funziona così. Che al tramonto ti invoco e mi vieni vicina, sono parole, sono carezze, nient’altro, facciamo le due del mattino cantando canzoni improvvisate e i gol della nostra squadra preferita nella lingua araba di youtube.

E adesso spogliati, e adesso spostati.

Nei tuoi vestiti firmati la cura del tuo io interiore, le mie bottiglie di vino d’annata e il fegato in sofferenza.

E dagli altoparlanti il grido del fai la cosa giusta. Che mi rimbombano nella testa parole come giustizia, diritto, fortezza, concordia. Ho fatto la pace con la bellezza, ma mi ritrovo sempre inadatto, ho la bocca piccola per concetti così grandi. Così digiuno e aspetto che qualcuno mi aiuti e le sciolga in quotidiano. Sarebbe bello se tu mi imboccassi, sarebbe bello se tu mi imbeccassi fin quando sarò capace e prenderò la forchetta da solo, con gli spaghetti è tutto più semplice se sei italiano, è una questione di abitudini, lo sai.

E mi ritrovo ad assaporare il buonsenso dei discorsi d’insediamento mentre mamma mi chiama, dice andiamo a teatro ogni tanto, lo sai, ho visto Latella e il suo tram, forse hai ragione, meglio restare a casa a guardare la televisione.

Bisogna farsi fortezza, costruirsi dentro forme nuove di accoglienza del sé e case grandi per cene in compagnia. Sopra il numero cinque diventa troppo lo sai e tutto si disperde in sottoinsiemi. Non ho parole per consolare i saggi e chiedo perdono per il cinismo che accompagna i miei giorni. Non tutto è possibile a noi. Non tutto è giusto, non tutto è bello.

Coltiviamo campi e ariamo di notte, seminiamo di giorno. Con tutto il concime che ci è piovuto addosso quest’anno daremo molti frutti vedrai. E fioriremo in aprile, chissà.

Foto: Alessandra Tecla Gerevini (http://www.aurorafotografi.com/)

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Buon compleanno, fratello Jack Kerouac

A te che sei nato oggi, alle tue scarpe consumate, alle tue colazioni improbabili, alle guance sporche di nero e alle ferrovie americane.

Le palle lanciate sui campi da baseball, le fotografie in bianco e nero e la mascella squadrata.

Ai tuoi amici bellissimi, all’omosessualità esibita sulle spiagge marocchine, ad Essaouira e al grande sud.

A chi ti descrive come un vagabondo, un furfante, un piacione. Ai film americani e alle attrici bellissime. Alle tue prime serate e agli scrittori che sanno leggere a voce alta. Al bebop jazz della nostra scrittura che prende forma nell’aria e negli occhi e fugge dai classici.

Noi orrore delle case editrici: le frustrazioni degli editor per le nostre ansie.

Alle tue camicie a quadri, alle tue mani forti.

Alle sedie troppo basse, a quelle troppo alte, alla nostra schiena storta. Ai fogli stracciati e dispersi. Al ticchettio della macchina da scrivere. Ai vuoti delle bottiglie di birra, ai rutti sonori, i vaffanculo fuori dai locali, le gonne leggere delle adolescenti e labbra rosse per morire da vergini.

Il beat nervoso della tua voce, le lunghe pause e gli haiku per cercare la pace.

Ti presentavi alle interviste ubriaco per rispondere alle domande insensibili del pubblico adulto. Ti capisco, amico, quando cercavi la beatitudine e ti trovavi davanti il rispetto educato dei tailleur e le cravatte a righe dei professionisti della questua.

Ed io lo so che avresti preferito pisciare dai tetti o il petting spinto tra le auto parcheggiate a fila. E poi il senso di colpa della nostra istruzione cattolica, le ore spese in pigrizia e chiedersi il perché delle performance senza tregua degli altri.

Spaventiamo le femmine con le nostre domande sudate, l’impervia scalata del cuore degli altri mette in conto il sangue.

Tagliavamo pane e salsiccia per rimanere in contatto con la natura. E Gesù il Cristo in croce sui nostri letti, la benedizione alle nostre notti insonni, alle mattine trascorse a riprenderci.

E combattevamo la retorica del cielo, e usavi la parola stella perché prima o poi esplodessimo in luce. La necessità della scrittura come una doccia, i nostri abiti sporchi del pensiero nero e della debolezza incredibile che sapevamo riconoscere, ma non lasciavamo mai.

Che nei primi anni della nostra vita ci vergognavamo ad usare parole come seno, e sesso, e successo, ed ora andiamo di cuore e lasciamo la fica alle bocche degli altri. Che preferiamo i particolari, gli occhiali grandi e le vene pronunciate, le dita lunghe e le unghie curate.

Ti ho scoperto in via Festa del Perdono, Milano di luglio e motorini in festa. Ho comprato il tuo diario al Libraccio, On the Road lo avevo impilato tra le velleità della mia gioventù, tra la mia Africa e il Baobab della savana eritrea.

Che beat è beatitudine, cercare la purezza nelle viscere del proprio io, il sangue in grumi alla nascita e il desiderio dell’amore universale che non riesce a prendere forma.

Per questo versiamo cenere sui pavimenti in legno delle nostre case piccole, chiediamo scusa al mondo per le nostre domande di troppo e raggiungiamo il mare per dare sfogo alla nostra ricerca dell’infinito.

E come le onde torniamo sempre, il moto perpetuo del nostro sentire, ti scriverò ancora, e un’altra volta, una ancora, che per me sei oggi e buon compleanno, fratello Jack Kerouac.

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La Belcostume

In fondo il pericolo sono i buoni, i buoni a tutto, i buoni a niente. Buoni con in piazza archi sorridenti, vestiti fini, modi gentili.

In superficie le tracce della belcostume: il buongiorno all’incontro, un inchino al saluto. E un’educazione spropositata coi sottoposti.

La viltà delle posizioni di testa, che evitano i tagli grossi e sparpagliano il fuoco delle parole sincere nei cessi dei bar e nell’attesa del verde davanti alle strisce pedonali.

I dolci comprati in pasticceria, le mance al cameriere e le cene ordinate sotto casa.

In fondo il pericolo sono i volontari: a disperdere la vita nei sorrisi degli altri, cercare il senso nelle dita tese, nei tamponi deboli alla sofferenza.

In fondo il pericolo sono i volti noti, la retorica della prima serata, le interviste possibili delle ventuno e trenta.

Prendimi per il bavero e dimmelo in faccia che la tua donna non la devo guardare, prendimi a pugni le guance e fammi nero, avrai così un motivo per sentirti diverso. Diverso da te. Coi tuoi desideri di possesso, il fascino immortale delle borse di Gucci e il mio zaino firmato Invicta.

Controlla ora cos’hai nelle tasche. Biglietti dei tuoi spostamenti usati, il cinema il mercoledì e l’accendino per dar fuoco alle tue ansie da poco.

Da quando hai smesso di fumare sei ingrassato, lo sai?

Puoi accarezzarmi ancora la pancia per sentirti migliore, puoi misurare il mio fallo e poi fare i confronti.

Mio caro, mio uomo, ti fermi sempre al di qua del confine, soltanto perché tu, il confine, l’hai inventato. E hai perso in coraggio, vinto in paura.

Che se pensassi di meno, tu meno studiato, meno posato, meno educato, forse lasceresti le redini e segni nuovi sulla tua schiena, unghie rotte e morsi rossi sul tuo collo morbido.

E non fossi già olimpico, affermato, adorato, applaudito, cercheresti il senso nelle attenzioni al tuo fare, al tuo dire, per non piacere agli altri, piacere a te, che sei il tuo vestire, che sei il tuo andare.

Così tenderai le mani e ammetterai anche tu

che hai bisogno di un abbraccio,

di un bacio,

di perdere il senno,

di perdere il sonno

e scriverai parole che rimandi da tempo

in una notte di carne, notte di testa, notte d’amore,

tu non più solo, al comando.

Foto: Elliott Erwitt

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Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca

Sarà l’incompiutezza a caricare di senso le attese o è la finale quello che conta?

Come i Galletti con le consonanti in fine di parola rimaniamo in silenzio.

E non so più che nome scrivere sulle fronti delle nostre distanze. Col mio io che si dispiega in incontri e invadenze. E non si stanca. A tirar tardi nei bar, a far prendere aria ai piumoni invernali e a chiudere in fretta questi divani a forma di letto che il modo più semplice per rendere innocui i pensieri è l’addormentamento.

Fuori dai nostri ricoveri dotati di confort e dal declino delle nostre coscienze le forze armate sulle televisioni e interrogazioni parlamentari sull’ignoranza.

Il tempio del sacro delle nostre notti e la mancanza di glutei a cui stringersi. Delle tue costole a palafitta e del tuo seno un’amaca. Vorrei riposare i capelli nell’incavo del tuo collo e recitare con le tue reni gli ultimi vespri alla sera e nuove lodi al sole che sorge. Tra i tuoi sussulti i miei sorrisi più veri.

Che non sono capace di emozionarmi per le cose grandi e perdo il senso della storia a ogni virgola, ma piango tra le vesti bianche delle statue di Rodin, mi incantano le luci delle discariche e poi mi interrogano gli sputi e i rivoli di piscia che lucidano il grigio delle nostre strade.

Tra i volti neri delle prime ore del giorno cercavamo sostanze per annullare le nostre domande quotidiane, le dita gialle e bottiglie come amanti. Dei tuoi capelli nessuna traccia e del tuo nome soltanto un ricordo invernale. Vorrei che tu mi tagliassi i capelli, sorprendermi a dirti no grazie oppure che vuoi.

E mi ritrovo qui, le grida sgraziate dei mercati all’aperto, tutto e per poco e un altro seduto su una finestra che intona liriche per un amore passato.

Per quando chiuderanno la vita in sentenze, perché ho paura dei punti fermi, della forza superficiale di certi imperativi e delle gote piene dei potenti.

Perché la fame non mi abbandoni, perché non abbia mai troppe coperte sul letto, troppe cortigiane dietro la porta.

Perché il mio portafoglio sia sempre aperto, per il desiderio di contatto e le canzoni del risveglio.

Quando ti dico: “Vorrei ballare con te” intendo farci armonia e finire dentro alle macchinette rettangolari delle stazioni dei treni, tirare la tendina dietro di noi e quando tutti penseranno all’amore boia vedranno un flash e poi un’altro ancora e ancora un altro. I fuochi d’artificio delle nostre intimità. Facciamo luce noi, anche lontani, anche tra i no e poi tutto questo silenzio che non ti fa star bene, che non mi far star cheto.

Foto: Eugene Richards

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Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway

Gli occhi incastrati tra i comignoli, contavamo fino a quando il pensiero si staccava da noi e ci trovavamo con le dita impegnate senza saperlo.

Il cellulare lasciato sul tavolo, i bicchieri tagliati in due dal rosso.

Per le trasparenze ci bastavano gli occhi e mi chiedevo se ci avessi dato del lucido, se esistessero ancora le bombolette che donavano la patina invisibile ai nostri lavoretti dell’asilo.

Quando il tuo gomito precipitava dal tavolo e facevi finta di niente.

I camerieri imparano tutte le lingue del mondo e io della tua non conosco la forma.

Ci siamo stretti intorno ai vicoli privilegiati di certa gioventù che si guarda troppo allo specchio, e ti dicevo che abbiamo perso tempo ad amarci in decalcomanie, che ora potremmo disegnarci senza l’aiuto delle fotografie.

Per i nei che danno senso al bianco, i punti neri per il grasso in eccesso. E poi un discorso sui trasferelli che non ricordo più.

Ci sorprendeva la grandine quando osavamo prenderci il tempo di guardare tutto dall’alto: il cielo parigino come la panna cotta dopo un lungo pranzo.

E mi chiedevo il perché dello sporco esagerato dei miei capelli.

Quando attraverso la strada ho paura delle biciclette.

E tra le lapidi dei grandi cercavo ispirazione e ti dicevo che sì i politici, sì i rivoluzionari, ma che ne è dei poeti? Hai mai conosciuto uno scrittore felice? Hai mai preso un caffè con Kafka? Un tè verde con Einstein?

Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway.

Dimmelo ancora che i trapassati ci parlano, prossimi o remoti che siano. Dimmi che è della tua pelle bianca, dei pascoli erbosi del mio petto, delle tue labbra fini e del puttane agli angoli della strada. Che si sono divise il territorio per colore, mi dicevi, come a Risiko: qui i cinesi, qui gli indiani, qui gli africani, vuoi dirmelo ora che ne è stato delle prostitute australiane?

Per confidarti che la libertà si misura in incontri, delle malelingue delle città grandi e dei miei affetti per la provincia lombarda. Ti caveranno il sangue a furia di morsi, ti fischieranno le orecchie fino a farti impazzire, ma sai che non è cattiveria, loro lo fanno perché non hanno nient’altro, gli antidepressivi per stare meglio. Il giardino del vicino è sempre più stronzo.

Volevo scriverti dell’amore e ho spalancato le finestre: è entrato un gabbiano. Così gli ho domandato come ci si sente a perdere l’identità dell’io, gli uccelli non hanno nomi propri e va a finire che si confondono. Lui mi ha risposto che faccio domande non interessanti, che meglio è volare, andare, viaggiare, che a lui poco interessa dei riconoscimenti, che fa il pieno d’acqua, e aria, che abita il mare, ma non trascura i tetti, che si nasconde la notte e poi fa bianca l’alba.

Ci siamo stretti le ali come si fa nei libri per bimbi. E quando ha preso il volo mi ha fatto segno di rimanere, di non seguirlo, di prendere l’uscio, che a noi umani le picchiate fanno male, che non conosciamo le correnti e coi venti facciamo guerra, mentre loro no, mangiano, bevono, volano e sanno tutto gli orizzonti.

Così pensavo a te, e raccoglievo una penna bianca, la nascondevo tra i capelli e poi ballavo in cerchio, come fanno gli indiani, c0me fanno i gabbiani, e tu ridevi, pensavi che sciocco e a me andava bene anche così.

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Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo

Per le parole indispensabili che non ricordo.

Con l’arrivo dei container, le stive piene delle nostre generosità: quintali di pasta e scatolette e dita lunghe infilzate nella coscienza, provocarci il vomito per stare meglio: la bulimia delle società di mutuo soccorso.

Poi le manifestazioni per la raccolta differenziata delle identità sessuali e le rimostranze delle spirali attorno al modello precostituito; le moda fa il suo giro e poi ritorna, mi dicevi. Un conto è il vestire e un altro la libertà, rispondevo dall’alto delle mie Clarks. Che differenza fa? Sei mai stato in una grande città? Non c’intendevamo mai sui concetti fondamentali e così ti baciavo solo per farti silenzio. Distruggere la legge con la fede, i poteri forti con i nostri credo.

Parlami ora dei naufragi delle rivoluzioni senza violenza, delle bandiere a mezz’asta e delle lobby delle armi. Noi credevamo nelle barbe lunghe del Sudamerica, e notti di lunghi coltelli e avanzate nei boschi per il nascondimento delle norme d’igiene del belpensiero.

E ti dicevo che l’educazione non fa signori e che i modi buoni nascondono piccolezze. E mi guardavi storto e non sapevi che fare, tracciavi linee a matita e ci scrivevi di fianco un significato. Cadevano le nuvole sulle mie palpebre, che il cristallino non è soggetto a rughe, ti dicevo, il mio sguardo rimarrà sempre bello, ti promettevo.

E continuavi a nasconderti, le camionette si muovono tra le ricerche di mercato e l’ignoranza delle interviste. Quando ti ho detto che seguo il calcio hai alzato le spalle, e mi citavi gli Afterhours col loro paese reale.

Mentre ricalcavo sui vetri quel che è rimasto delle copertine dei miei pensieri sconnessi facevi visita agli alberghi del sud, usano ancora le moquette? Mi chiedevo io. E a furia di scontri siamo finiti così lontani che se non ti avessi legata alle guance finirei per dimenticarti.

E se fossi capace di fotografare vorrei ritrarti in solitudine sopra un letto sfatto, un mattino; i colori vivi e le ombre, l’espressività senza uguali del tuo sguardo disperso. Che appoggi gli occhi sul davanzale quando fai sintesi della realtà, schiacciare un pulsante e imprigionare l’istante. Che ne è di ieri, che importa del domani?

Ci siamo fatti grandi in vagare: dai girotondi al vagabondaggio. Per le commedie italiane che tengo sotto il braccio, perché ogni volta che ti siedi a tavola ti dici ingrasserò e dopo il primo boccone lasci le redini e poi ti senti in colpa.

Guardiamo il mare per guardare noi, ti dicevo. E mi prendevi a schiaffi, la vuoi finire con tutte queste liriche? La vuoi finire con la poesia? Pensa di meno, vivi di più.

Noi siamo quel che facciamo. Siamo quel che guardiamo. Così ti portavo alle mostre e ti preparavo il pranzo e aspettavamo il sole per arrampicarci ai vicoli di Montmartre e il freddo per far delle nostre gole camini accesi. Il fiato corto degli altri e tu che espiravi e inspiravi come fanno le donne gravide, che generavamo futuri a ogni passo e non lo sapevamo.

E ora lo sai perché non chiudo più i miei pezzi con una frase a effetto, ora lo sai perché ho bisogno di realtà e tatto e sostanza.

Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo e le occhiaia del primo risveglio.

Photo: Philip-Lorca diCorcia

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Chiameremo nostra figlia Domani

I centesimi in tasca per quelli che chiamiamo giorni dei saldi. Se fossi giovane ti direi che non vendono la felicità, che è una parola che trovi nelle discariche, che disegni ancora i tuoi geroglifici sulla mia auto posteggiata male. E mentre ti fotografavo ti dicevo che sotto agli archi sembriamo più piccoli e per i nostri trionfi dobbiamo far ricorso alle infanzie. Quando delle adolescenze preferivamo non parlare. E quando ti scrivo continui con le tue frasi di una riga e alla fine metti sempre un punto. E io lo so il perché, ma non ho mai avuto il senso della finitezza, la reincarnazione dei nostri desideri. La signora coi capelli bianchi a far la fila per quattro yogurt e una bottiglia di rosso, che senso ha essere giovani così mi dicevi e ti guardavo dicendo di dimenticarti i tuoi ieri, di non pensare al domani. Coi sacchetti della spesa bucati, quando cancellavamo la strada con la carta igienica e non sapevamo che nostra figlia, sì, nostra figlia, si sarebbe chiamata Domani. Donami ora i tuoi organi esterni, donami ora i tuoi organi interni. Suoniamo insieme, quattro mani e un piano-cocktail ancora da inventare. E intanto Belleville ci aspetta con le sue brasserie sempre più sporche, gli occhi unti per quando ti ho sorpreso in pianto e i tovaglioli bianchi che non mancano mai.

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Noi vinceremo

I   c a l o r i f e r i    a c c e s i    e     l e     r i v i s t e       s   p   a   r   s   e       s u l         p a vi me nto.

Di quando sono venuti a bussare alle nostre labbra e senza paura guardavamo immagini deformate dagli spioncini troppo piccoli per i tuoi occhi. E sai le porte non si aprivano mai, che non avevamo ancora un curriculum da mostrare.

Dobbiamo farci sintesi per poi svelarci.

Prenderci il tempo di definirci in righe e combattere il desiderio di evasione dei nostri membri inadatti.

Con la durezza del clima e le nostre albe, il soffffffffffffio dei tuoi pensieri che si abbassa lento e si infila tra i vetri.

Come orchidee, come farfalle. Inchiodati nelle cornici bianche delle nostre case guardiamo le finestre illuminate degli altri per immaginarci altrove, le storie incredibili dei film e l’inquilino del terzo piano.

Mi hai scritto che sei differente, l’hai scritto col rosso delle tue labbra. Ti immaginavo nuda trascinare la tua bocca aperta sulle mie cosce, le scritte debordanti della tua giovane età. E mi dicevi che la carne la vendono dai macellai, le opere d’arte non stanno nelle gallerie, ma sulla strada. Poi mi mostravi il bianco del tuo seno mentre tracciavi con le dita i percorsi dolci degli M&M’s colorati.

La tua nocciolina e la mia lingua d’arcobaleno.

Così sintetici che nemmeno le protezioni che infilavo tra le mie gambe servivano a tenerci lontani. E continuavamo con le nostre solitudini, a imparare rime sparse.

E così Matteo se n’è andato al nord e Claudio avrà presto una casa. Marco si sveglia alle sette del mattino e Maria non sa distinguere tra luci e buio.

E se ti sfioro le guance non prendi sonno.

Le tue foto le affitto soltanto per qualche secondo, poi le chiudo in quel mondo fatto di pixel che per questioni di transistor va a finire che esistono sempre anche se non le vedi. Come le mie emozioni, come le mie ferite.

Poi mi farò un piercing sull’occhio destro per mostrare al mondo che ho il corpo bucato e per le sofferenze costruire una statua. Come una Nike fuori dalla città, i miei segni della vittoria, perché vinceremo, lo sai, se sarà prima, se sarà poi.

Noi vinceremo.

Photo: opera di Andrei Molodkin

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Sai che c’è? Che te ne devi fregare. Come le rane.

Sai che c’è? Che te ne devi fregare.

La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. 

Lo so,

lo so,

lo so.

Come la cicca al culo quando ti rialzi.

Ho attaccato sul frigo le istruzioni per vivere meglio: ricordarsi di alzare la testa per guardare in alto, non sempre quel che sta all’altezza dell’occhio è sufficiente.

E così piego la schiena alla ricerca di cibo.

Le mie sconfitte settimanali e le piccole vittorie contro la burocrazia. Mentre imperversano i predicatori, l’omiletico stile dei conduttori delle tivù generaliste e poi le suorine della sinistra che concentrano litanie su Facebook e i porci azzurri di Twitter.

Ditemelo ora cos’è che ci costringe a dire sempre e comunque la nostra per avere una scusa, per non raccontare di noi. Che fai esercizio d’originalità con parole che sono acqua di uno stesso fiume.

E per contrastare la melma faccio appello ai torrenti.

Ripensare ai giardini zen giapponesi: tutto ha uno suo posto, tutto è pensato.

Tutto è artificio però, lo sforzo mistico per mettere ordine quando l’ordine non lo decidiamo noi.

Un passo fuori dal confine e la pistola pronta per gli spari che ti ho riversato addosso.

Fuori dal giardino con le nostre erezioni bisettimanali, le elezioni del trio delle meraviglie. Quando serve un fantasista per mandare in porta gli attaccanti.

Incollo le guance ai vetri per sentirmi meno solo.

E parlo una lingua d’occhi soprattutto quando tu non mi guardi.

Adesso vieni e togliti quella gonna leggera, lasciala cadere e poi apri le gambe perché il tuo è lo spazio nero nel quale ha senso perdersi.

Il resto lo lascio agli astronauti e alla smania di sapere dei più.

Quando ci chiedevamo perché il soffio esce freddo e l’alito caldo, mi hai risposto che tutto ha una spiegazione, come l’azzurro del cielo.

La fisica quantistica dei miei movimenti pensati e le tue spalle nude.

Portami a cavallo sui tuoi capelli, portami a fare un giro nel centro storico delle tue insicurezze.

Vorrei dirti ti amo e mi vengono soltanto frasi poetiche del cazzo.

Verrà il dio Pan col suo pane quotidiano, il fallo enorme per accedere alle profondità delle devianze. Ricorda che il sole sorge per tutti, Tiziano Ferro parlami, e tu invece salvami,

che mi credi in ginocchio da tempo

e invece son qui che salto,

come le rane.

Dai fatti stagno.

(Imagine: Ben.)

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Dove sarai. Quando verrai.

Gli osservatori privilegiati delle nostre giovani età e i matrimoni degli amici di sempre. I vestiti bianchi e gli strascichi dei nostri ricordi. La goliardia del prosecco; esplodono le bolle di sapone delle pedalate nelle strade lunghissime della periferia milanese. Siamo scesi dall’auto perché c’è sempre qualcuno che deve vomitare, poi l’ultima sigaretta e nel fumo il tentativo di mettere ordine, i dubbi adolescenziali per quegli affetti che durano sempre troppo poco. E quando tornavamo dal mare ci dicevamo magari un giorno in più, la melanconia per quei silenzi davanti alla spiaggia perché sono giorni che non sentiamo il suono del nostro respiro. A niente servono le notti insonni a cavallo della tua schiena, le ore spese in mancanza per chiamare vita il ricordo di uno sguardo e l’antologia dei tuoi gesti. Le vendemmie dei poeti per la consolazioni della mezzanotte, l’ultimo messaggio è un what’s up ed il segnale di ogni tua risposta. Vorrei ancora tra le mani quei fogli A4 con le righe imperfette, le penne Bic senz’anima e le palline di carta con la tua saliva. Saprò ancora disegnare due quadrati per quella domanda che non so pronunciare: Vuoi stare con me? I sì e no in punta di matita e il fascino dei tuoi capelli sconvolti. Due caschi sul ripostiglio, le teste crescono le mani invecchiano, verrò a prenderti per lavarti via il nero degli occhi e poi regalarti un libro, una rosa o uno scivolo blu. E nella tasca un foglio. Lo troverai presto o tardi, donna e bambina. E quando ammetterai che parole non hai ci sarà sempre una matita Ikea per segnare una carta con una x come in quelle mappe di Paperinik quando una mappa nascondeva sempre un tesoro, e un sì o un no non faranno più differenza, perché mi segnerai una strada e allora saprò dove sarai, quando verrai.

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