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Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle

Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle.

Dei giorni spesi in rincorse, dei bagni freddi di marzo e tutte quelle risate che c’erano rimaste sul fondo delle t-shirt lunghissime; i volti delle star piangono lacrime all’unione dei nostri bacini per gli abbracci lunghi e la spiaggia.

I passi di danza inconsapevoli sulla sabbia rovente del mezzogiorno.

Gli orizzonti abbandonano boe nei mesi caldi, ci spingiamo al largo e beviamo e sputiamo e pisciamo nel mare, i frutti levigati delle bottiglie dei nostri avi colorano i tavoli bianchi. Le nostre colazioni, i colori vivaci del tuo vestito a fiori e lo sbocciare delle tue gambe senza petali. Poi nell’incavo tra le dita, i tuoi piedi belli, incastro pietre bianche per i miei ritorni.

Ricordi poi i combattimenti col cielo? Gli occhiali grandi e per i nostri passi lenti del pomeriggio, labbra bagnate e i colori dell’apocalisse, il rosso vivace, le nuvole ocra e il passo sgraziato dei gabbiani, le pennellate in bianco dei cirri e le caviglie bagnate circondate d’oro in granelli.

Raccoglierei questa spiaggia come si fa col riso, per portarla in bagaglio nei giorni tristi d’ottobre, il grattacielo senza finestre della responsabilità e i semafori lunghi.

Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle.

Ci siamo fatti occhi per tramutare le immagini in gioia e quella ferita si è fatta solco e poi baita per ospitare il mio seme, poi il tuo: le orchidee bianche che crescono nelle nostre notti.

Foto: Tim Walker, Butterflies

Photo editing: Neige

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Con le palpebre ancorate all’autunno

Lasciare il mondo con le palpebre ancorate all’autunno.

Il bianco degli occhi, la riva del fiume, i sassi lanciati al pelo dell’acqua e lo sporco sotto le unghie. Le ginocchia piegate ad arco per l’attraversamento pedonale dei cigni.

Vorrei avere ventidue anni. Un’estate. Il barcone sulla Senna, i nostri corpi nudi, l’odore rancido dell’acqua del bordo. A scaldarci come rami intrecciamo le ossa: i rituali dell’ardere e poi sospirare guardando il cielo che non c’è, lo sciabordio delle onde degli sguardi degli altri. Dentro gli oblò che danno sulla riva i binocoli ciechi dei curiosi. Il mio pene disegna rotte sul pavimento, lo segui con gli occhi e mi dici che somiglio a un compasso e prendi in mano il mappamondo e cominci a farlo girare forte così che i continenti si confondono, lo alzi e diventiamo campioni, la coppa blu e verde per quei nostri mari che hanno la consistenza dei prati.

Dove vorresti andare tu?

I pesci che sbattono le ali mentre lasciano andare alla bocca le parole che abbiamo mandato in letargo.

Hai urlato forte il mio nome, io il tuo, il mondo appoggiato al pavimento e noi a girarci intorno, a giocare a prenderci, a far rimbalzare i denti contro i muri, l’odore fresco dei sorrisi dell’adolescenza.

Ci siamo detti, andiamo, partiamo, coi nostri corpi che si sono alzati in volo, sull’altalena dei tuoi fianchi le mie spinte più belle. Nelle discese sulla tua schiena gli uau che m’erano rimasti in bocca nelle estati in montagna. I roller coaster dei week end estivi e le mani dei genitori. Quei silenzi da ritorno in automobile, dormire sul sedile di dietro e poi in braccio tra le coperte pulite. Il peso dell’affetto di mamma a sfondare il materasso e il c’era una volta per la buonanotte.

S’è fatto buio e siamo scesi a riva. Mi hai detto bello sarebbe i nostri piedi nudi e lanciarci dal Pont Neuf e dimenticarsi dei colori degli oceani. Mi hai guardato negli occhi: lo sai quanti ne ha uccisi la musica? E la scrittura ti ho detto io, lo sai quanti ne ha uccisi? Così abbiamo acceso lo stereo, il ritmo elettronico dei nostri cuori, la mia lingua lunga, ti ho scritto sulla schiena qualcosa che non mi ricordo. Quando mi hai detto, non è importante che cosa, lasciami dimenticare, non vorrei essere io la causa delle tue morti e io ti ho detto che sapevi di sale.

Foto: André Kertész, Distorsioni Cognitive

Photo  editing: Neige

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Ci siamo detti “fuck” soltanto per sentirne il suono

A cuore aperto il vuoto delle bottiglie di birra e la nostra malavoglia a decorare il pieno della pattumiera. Le scale e l’odore delle nostre cene passate. A niente servono gli inviti se nessuno li accoglie. A nulla i cappelli se nessuno li indossa. Sono sei mesi, ma sembra un anno, i miei capelli in grappolo e il rifiuto per le coperte. Non ci sono letti troppo piccoli quando si ha la libertà dell’andare e scelte varie per il domani. Ci hanno addormentato da infanti con la storia del destino, che tutto è scritto e così seduti al banco, il grembiule nero e le alzate di mano per andare in bagno. Quando mi trascinavo fino al treno e mi alzavo alle sei del mattino, l’inchiostro simpatico per le memorie a termine e la paura delle interrogazioni a esplodere nei giornaletti porno all’uscita da scuola. Quando ora vorrei domande a grappolo e tutto il tempo per le risposte. Mi hai detto che il silenzio è un tuono e invece piove e mi manca la tua voce. Le lenzuola si fanno contorno quando sei così cruda che vorrei morderti e poi cuocerti con l’ansimare ardente del respiro. E tutti quei casini che ci ricamiamo addosso, la perdita dei peli superflui per fare ordine nella carne e lo svelamento delle emozioni che proviamo a chiamare curiosità. E sui giornali la serie B della lingua italiana, l’esibizione dell’accademia e sintomi di pressapochismo per i nostri clic pagati a caro prezzo. E scaglie di cuore sulle nostre paste scotte, sulle pizze ordinate al telefono ed i formaggi sintetici per l’addestramento chimico delle nostre preferenze; il gusto decadente dei tetti invisibili di Milano e quei disegni che tieni nascosti sotto le ascelle. Del Marocco e delle mie prime corse a cavallo, gli zoccoli sulla sabbia e schizzi di mare sui tuoi seni acerbi. Cresceranno, crescerai, cresceremo e lanceremo bottiglie nel mare senza messaggi per il futuro, ci affascina il rumore limpido dei vetri rotti e la capacità del mare di smussare gli angoli. Ci siamo detti “fuck” soltanto per sentirne il suono e poi hai alzato la gonna mi hai detto ti ricordi quando mettevo ancora le mutande? Ti ho detto no. E sei scappata via. Così ho lasciato il cavallo e ho cominciato a rincorrerti.

Foto: Elliott Erwitt, North Carolina

Photo editing: Chiara

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Che siamo fragili, siamo piccolissimi

Che siamo fragili, siamo piccolissimi, ce l’hanno detto in molti modi e poi ci hanno convinto e dai televisori fioriscono ancora le mode nuove. I capelli si fanno racconti per le nostre sere d’autunno. Con la pioggia che concede tregua alle dita per le ansie che si appoggiano al tetto e rimangono là in attesa del vento e delle sveglie degli smartphone. Scoperchieremo prima o poi le nostre orecchie e faremo entrare tutti i passati che non ha senso rimpiangere. E quando li avremo dentro allora prenderanno l’odore del senso, delle nostre cene notturne a pensare a quei domani che non sappiamo nominare, dominare. Macinano treni i chilometri dei nostri ideali messi nelle borracce a prendere fresco, resistere alla calura d’agosto per riemergere come le balene al largo dei mari coi nomi impronunciabili. Mi sono caricato addosso il respiro artificiale della tastiera. La tua chioma gentile, il fascino delle dita appoggiate sul viso. Quando tutti i lampioni si fermano a guardarti e lasciano perdere la strada per illuminare il tuo vestito lungo. I punti di domanda per quella cosa che chiamiamo distanza e le tue perplessità sulle conoscenze artificiali. Sono entrato nella stanza in punta di piedi, il nudo dei miei versi e i nostri piatti preferiti. Ci cade addosso la pioggia di settembre mentre ricamiamo parole con la velocità delle tartarughe. E per la nostra amicizia aspetti la fiducia, e mi chiedi di sorprenderti che non basta il nome di un blog. Che sono qui, la finestra aperta e questo tetto che ospita la cenere delle sigarette passate. E vorrei parlarti la notte, ora che la curiosità ci batte le spalle e non riusciamo a non voltarci. Le bolle di sapone per questi pensieri che scoppiano prima di arrivare al soffitto e le preoccupazioni dell’ultima ora. Coi difetti di queste menti infeconde, leggerci i titoli di testa dei quotidiani e correre sotto la doccia per allontanare i paragoni malsani dei critici. Sei mesi nell’ade e sei mesi in erba, come Proserpina e le nuove concessioni governative con Cerere che fa fiorire la terra per gioia e la fa piangere nella mancanza. E questo è tutto, le previsioni meteo verranno prima dei nostri sguardi, lo sai, e imparerò la pazienza e riuscirò ancora sorprenderti, magari nuda, magari timida, magari tu.

Foto: Henri Cartier Bresson

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Quanti amori sulle scale mobili

La fronte calda e la testa pesante. Nel bianco del cesso i cocktail del venerdì sera e tutte le sostanze sconosciute dell’aria di Milano. Dovremmo fare amicizia coi semafori e stringerli forte per far farmare tutto questo andirivieni. Cadono le prime foglie e sono secche, stanche dell’albero, il sole maturo degli ultimi giorni d’agosto e il passatismo indecente di certe espressioni culturali. Poi gli speciali sulle profondità della terra e i buchi neri della nostra economia, a nulla serve la cortesia se poi quando non ti guardo prendi la verga e mi accarezzi il culo. La metro affollata delle ore di punta e tutti i pensieri che lasciamo dentro alle porte scorrevoli. Quanti amori sulle scale mobili e quante malattie. L’impotenza della mia sedia girevole per i cambi d’opinione, la riflessioni delle mie ginocchia per la preparazione atletica del pensiero critico e quei caschetti gialli, i volti neri, le urla e in televisione i commenti intercambiabili degli ex sessantottini. Vuoi dirmi cosa ti spinge, uomo, a incastrarti in disumane proteste, contro di te e la negazione delle tue aspirazioni. La rivendicazione dei nostri diritti, la debolezza dello stato sociale e questi aerostati che ci hanno montato al posto della testa. C’è qualcosa a monte più che nelle viscere della terra, cambiare la concezione della socialità, il volto umano dell’incontro e poi perché ci sfreghiamo le cosce per otto, dieci, dodici lunghe ore quando ci allontaniamo soltanto da noi come le sonde che attraccano Marte e ci aprono ingannevoli scenari fantastici. Perché il lavoro e perché il mantenimento dei valori che ci hanno insegnato? Quando il valore non è una medaglia, ma la dinamica delle trasformazioni e quella A incomprensibile della teoria delle catastrofi. Hanno bruciato le biblioteche, i seminari e i palazzi del potere per dirci che quando tutto è perso, bruciato, passato, è allora che nasce la nuova pelle. Le corazze si costruiscono per difendere i possedimenti. Il gioco del pallone e il pressing alto: correre, alitare, sudare. L’erba verde e le grida, la cena insieme e lo spirito di squadra. Dimmelo ancora che non ti manco. E dimmi perché il mio fegato chiede pietà. Per le ore spese a cercare di cambiare le reazioni chimiche dell’osservazione della realtà. Uomo ricordati il tuo nome, e non perdere la dignità per difendere quello che tu hai chiamato lavoro, famiglia, potere. E’ davanti alla pelle, agli occhi, al battito degli organi interni e al lacrimare delle coscienze che puoi perdere tutto perché poi tutto si fa boomerang e poi torna indietro.

Foto: Luigi Ghirri, Bologna 1985

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Gomme già masticate

Le dieci e quarantacinque del sabato e le chiamate delle compagnie telefoniche. E poi l’urlo forte del mio io su questo cielo avido di nuvole che tiene il bianco per la notte e nelle ore dell’alba dispensa soltanto arie di vanità, coi piccioni a specchiarsi nei vetri dei grattacieli. Muoiono le mosche, muoiono ogni giorno. Sul fondo del mio letto i cadaveri delle zanzare. Voi che al mio cospetto vi fate silenzio codardo, voi, figli di stelle spente, abbraccio i lampioni per trovare affetto in altezze e poi un calcio e buio sul davanzale dei miei vorrei. Questa parola infeconda dispenso dagli altari della vacuità. Il pensiero debole del qualunquismo appiccicato alle scarpe come una gomma già masticata da altri. Mi sveglio sulle tue labbra per cadere nel nero dei tuoi intestini e poi disfarmi nell’acido dei succhi gastrici. Cercavo il tuo battito, ho trovato soltanto colpi e ferro e dolore per lo sfregamento delle nostre interiorità. Ti ho offerto poi il succo del mio frutto maturo e l’hai confuso con il via vai delle auto di piazza ventiquattro maggio. I miei capelli finiscono in boccoli per ribellarsi alla rilassatezza dei più. Comincerò a vestirmi di nero perché risplenda il bianco dell’umor acqueo degli occhi e dispenserò sguardi come brioches per le tue mattinate stanche e l’odore del caffè che non sa raggiungermi. Lascio i bagagli in piramide e affondo il piede nell’asfalto molle d’agosto. E mi allontano da te come ho fatto con tutte. Che il mio respiro esala verso il basso e non è più tempo di rivoluzioni.

Foto: © Francesca Woodman

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Quaggiù si litiga per piccolezze

Quaggiù si litiga per piccolezze. Il nostro nome sulla porta di casa, il nostro vanto di proprietà per le discussioni sull’affitto e poi le pause silenziose. Che quando vuoi bene soffri per sciocchezze. Ci veniamo a raccontare del desiderio del viaggio mentre facciamo del nostro letto una base di lancio e nulla più. Il solco tra i nostri materassi scadenti e i pendolari del lunedì mattina. Ci rivoltiamo tra le coperte cercando compagnie e poi la notte costruiamo casette di carta e al primo soffio scivoliamo sui tavoli pronti a ricominciare coi pranzi della domenica, soltanto un ricordo lo sai che non riesco a godermi il presente che ho lasciato i capelli impigliati al se fosse. E quando ti avrei voluto dire che le nostre portiere si aprono a scatto hai rivoltato il tuo reggiseno per farmi partecipare alle tue fragilità, la consolazione nelle malinconie di mamma. E con le labbra nuoto ancora tra le tue colline che mi manca il respiro mentre provo a dirti che sono alla ricerca di affetto come i cani che si strofinano contro al muro per dar sollievo alla pelle. Ma si è fatto tutto così veloce che ci siamo ribaltati in capriola e mi sono messo a ridere con tutti i difetti che mi lacrimavano dentro, si sgretolavano le pareti per lo stomaco fragile di noi giovani d’oggi tra le intolleranze e le allergie al quieto vivere. Sai che c’è? Siamo come gli arcobaleni e attendiamo orizzonti per poterci fermare noi che veniamo dopo le piogge. Che vasto è il cielo e nella notte muore, cerchiamo luce noi che viviamo di riflessi. Le bocche aperte dei nostri amici di sempre e i miei racconti sul cammino di Santiago che mi svegliavo all’alba e camminavo per ore, poche parole, tanti pensieri per poi svenire nel letto e dirmi domani bagaglio in spalla e camminare che prima o poi la strada dirà. E non mi guardavo allo specchio per giorni che non erano importanti gli atteggiamenti. Vorrei che ci prendessimo a pugni per ferirci, farebbe meno male e ti puoi immaginare le strade zuppe di bende, che così non potremmo nascondere le nostre sofferenze. Hanno inventato ambulanze e pronto soccorsi, i defribillatori per le nostre pause del cuore. C’eravamo seduti su un gradino e quando avremmo potuto asciugarci le lacrime e col ghiaccio dei cocktail sgonfiare le nostre ferite ci siamo fermati al come stai che fai e ci sei o ci fai. Che alla fine ci scambiamo i nomi per ritrovarci sullo schermo e farci i film e costeggiare le imperfezioni della nostra pelle e il colore dei denti senza il coraggio per l’attracco. Non ci sono approdi, sai? Che dovremmo condividere luoghi, per le parole che ci scendono dall’alto come lampadine e illuminano le nostre notti. Ho incominciato a scrivere per scacciare la rabbia e mi ritrovo a dirmi che ha smesso di piovere e squarci d’azzurro nel cielo. Ho gli occhi dipinti di nero, era un gioco da adolescenti, succhiavamo tequila sale e limone e ci siamo detti facciamolo, diventiamo anche noi tristi di fuori. Che siamo bellissimi quando ci laviamo la faccia, l’acqua fredda e le labbra in protesta. Le sensazioni nuove del mattino e l’aria tra le pieghe della maglietta. Che siamo pronti, e fuori non ci sono strade, soltanto domani.

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Il Lupo Mangiafrutta

Darling, darling, darling ti ripetevo, l’avevo scritto sulla tua schiena, sui muri della tua stanza senza finestre. Ci siamo messi a fare la conta delle tue cicatrici, che ti tagliavi le braccia per soffrire di meno. Mi hai detto che le mie parole adesso sono sale. Che non puoi far altro che scappare. E io ancora disegno schiene, lo faccio a suon di lettere perché prima o poi una sedia mi chiederà il perché di tutto questo girovagare e faremo a gara a chi ne sa di più. Che non è poi così importante fare gli Ulisse e spingersi agli orizzonti del mai. Facciamo esperienza dalle terrazze, noi, come le sedie, noi, che offriamo ristoro e poi lasciamo la libertà dell’andare e rimaniamo fermi, soli, in attesa di un altro peso, le nostre conoscenze a saltello e i primi scricchiolii, che ci facciamo sentire solo quando proviamo dolore.

Te ne eri andata chissà perché, mi ripetevo, e non trovavo nessuna spiegazione. Avevo aperto gli armadi, cercato tra le bollette scadute un segno della tua presenza, le mie camicie non portano ferite al rossetto e il nero dei tuoi occhi si scioglie sempre troppo in fretta che mi piaceva suonare le tue vertebre quando ansimavi forte e poi piangevi e poi tornavo a guardarti e ti eri trasformata in Pierrot. Come in quella favola fucsia te ne andavi in giro tra le mie guance a cantare dei nostri futuri migliori, quando smetteremo di interrogarci e ci faremo trasportare dalla corrente. Siamo salmoni, dicevo io e così ci è venuta fame, ma in casa non c’era nulla. Solo un sacchetto di cozze. Ci puzzeranno le mani dicevi tu, siamo in decomposizione ti rispondevo. E poi mi sistemavi i capelli e mi dicevi che quei discorsi poteva farli giusto Morgan quello dei Bluvertigo. Allora mi sono messo la giacca col doppiopetto e ti citavo la Commedia a memoria e mi dicevi che si capisce sempre troppo poco delle cose belle che la passione ha bisogno di stile e altre sciocchezze così ho tirato fuori la lingua e tu ti sei messa a corrergli intorno. Eravamo indiani nella nostra riserva, al riparo dagli occhi invadenti del mondo c’eravamo costruiti una capanna e credevamo di bastarci e non avevamo paura del vento. Mi si incollavano i capelli quando mi sono detto che forse non avevo i soldi per pagare l’affitto e mi sono rivoltato i jeans ti ho detto basta, dormiamo di più e tiriamo la corda che per stare nei cieli ci vuole equilibrio. Così sono sceso in strada e Milano col sole e le edicole aperte coi cartelli per dirci che non si regalano informazioni e non c’è più tempo per le domande. Le chiese sono sempre chiuse mi dicevo, non c’è silenzio qui, poi piazza Vetra sdraiato sul prato a leggermi Wallace ed annoiarmi così tanto che mi sono messo la maglietta in testa come certi calciatori e ho corso fino alle colonne ho bussato alla porta, la chiesa chiusa, mi hanno detto che fai, ho risposto bussate e vi sarà aperto e mi sono sorpreso a ridere solo. Ho un cappello e due orecchie in testa, l’asino o il matto, io, Ninetto e il corvo in Uccellacci e Uccellini e i tarocchi di Brera.

Tutta quella storia di te ed i salmoni l’avevo solo immaginata, lo sai? Neanche sognata che quando viene la notte mi si rivoltano i pensieri e trasformo le ore in marmo duro che non c’è spazio per le buone immagini. E tu chissà dove sei. Le macchine fotografiche tra tuoi occhi piccoli e le tue gambe a compasso. Hai le labbra sporche di caffè, ti siederai a un buon ristorante all’ora di pranzo e ordinerai un primo, magari con le melanzane che ti piacciono tanto. Rifiuterai il dolce e poi ti pentirai. E tornerai a parlare dei grandi del mondo e poi degli ultimi, gli opposti e le contraddizioni tra i colori scarichi di questa Europa. E sogni di Indie e Sudamerica tra i tuoi capelli. Tu come Pasolini, gli occhiali inseparabili e il male inguaribile dell’esistenza sensibile. Tutte queste parole a grandine tra i peli del mio petto, mi intestardisco sulle necessità e dimentico il resto. I panni sporchi e la polvere, e quel curriculum così vecchio che non mi serve a nulla. Manca la carta igienica in bagno. La solitudine è una scatolina che si dimentica quel che contiene. E guarda il buio aspettando il momento della libertà, l’aria nuova del gesto lento dell’aprire. Bussate e vi sarà aperto. Poi quel Toc Toc, il tuo chi è e il Lupo Mangiafrutta. Che frutta vuoi? Non c’è.

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Albatros

Noi copertoni di auto abbandonati in mezzo alle autostrade del Fuorisalone, ci vedono all’ultimo e poi ci maledicono, pericolosi come il cielo di Milano e le piogge che ci rovinano i capelli, e poi sul letto ritrovare il contatto fisico con le periferie contadine della poesia russa. Per le stanche lacrime di aprile, per ridipingere le nostre schiene al contatto coi muri per l’ultima sigaretta, la notte e tutti quanti a sprecare lo sguardo nell’attesa di un’accoglienza, io, te e le canzoni demenziali degli anni ’80 che dovremmo tenere sul cruscotto. La musica elettronica e i beatnik che mi sono perso sulla strada. La piscia calda degli studenti e San Lorenzo in fumo, i rivoli densi dei nostri intestini per le emozioni che non ho ancora il coraggio di digerire. Teniamo gli occhi aperti a mattino inoltrato, il cellulare accanto come una pistola per difenderci dalle solitudini, gli attacchi sterili dei rotocalchi alle nostre gioventù. Come Baudelaire e l’albatros, superbi noi nell’orizzonte delle sensibilità, sconfitti in terra, coi nostri modi goffi, le debolezze nell’uno a uno e la psoriasi sulle nostre nocche per tutta la pelle che mi sono perso sul materasso perché ogni giorno tramuto le ansie in parola; nenie le mie per i volantini rossi che non nascondiamo più e le rivolte sepolte tra le tivù. Non guardarmi negli occhi perché non ha più senso. Ci hanno costretto a urlare il nostro nome agli appelli, le mattine scariche dei settemila caffè. Nessun rispetto padri miei per il rilascio degli intestini, sapete anche voi che al risveglio è pisciare quel che più ci sta a cuore. Ai nostri bisogni primari, ai conti aperti con le intolleranze. Ci costruiscono intorno palazzi d’argento, le nostre Babele a forma di Dna per quella cortina antiuomo che separa la vita del sogno dei nostri muri bianchi dallo stordimento caotico del reale. E adesso dovremmo toglierci le bretelle e i grembiuli per la nostra isola di Wight, le grotte aperte dei nostri cuori e i segni nuovi della libertà disegnati nel nostro sottopelle, che sono cuori e stelle o scritte indecifrabili per ricordarci che non ci stiamo capendo un cazzo. Guardami negli occhi ora, e poi voltati, ancora, e poi ancora, e farci folgori tra la mollezza di queste scarpe col tacco che improvvisano danze tra i vetri rotti e gli aliti all’acetone delle camicie intrise di assenze dolciastre. Ci disegneremo un letto sulla schiena io e te e mi sorprenderai da dietro e potremo accoppiarci ovunque senza condividere un affitto, non aspetteremo il silenzio, non attenderemo la notte per i nostri corpi ribelli che ci chiedono il conto dei giorni e ci interrogheremo sulle nostre indigestioni, sui libri, i film senza spari e l’alcool economico dei supermercati e poi le droghe del nostro stare insieme. Torneremo alle nuvole dei nostri vorrei e senza rimpianti apriremo le porte al belgiorno. E per dimenticare le nostre preoccupazioni lo Spleen di Parigi nelle tasche avare delle nostre camicie a quadri consumate sotto le ascelle per la vecchia familiarità con il Manifesto. Noi che tra le braccia non portiamo più nulla perché abbiamo la lingua e questa prosa viva e poi nulla da nascondere sotto le palpebre e se ti viene voglia di controllare avvicinati che mi spoglio piano e poi non ti mangio lo sai.

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Altro che lettere

Io non lo so perché continuo a scriverti. E poi non me lo chiedo più, ci penseranno altri a trovare risposte. Sensibilità, fisiognomica o che altro, forse i tuoi nervi o lo scatto lento delle tue palpebre. Ci lanciamo in domande sul senso di quel che ci accade, dentro o fuori non c’è poi molta differenza. Con le mie ciglia lunghe che sono antidoto ai gas tossici della circonvallazione, siamo così distanti che non bastano i boomerang per riportare indietro le pellicole impressionate dei nostri gesti trattenuti. Poi l’ultima volta era come sedersi allo specchio e trovarsi i difetti, schiacciare i punti neri e i peli superflui tra le sopracciglia e poi mordere l’erba cipollina sul tuo davanzale. Tre passi altissimi con le orecchie incastrate tra le nuvole dense del cielo di Milano e poi quella leggerezza del finalmente ero io, o almeno un poco. Non c’è mai un due senza tre con te, che in mezzo alla gente siamo anche più belli. E avrei voluto vederlo al tuo fianco quel film e farmi quelle domande surreali del se sei là come fai a essere qui e via e via con tutti i ragionamenti che si incastrano tra i sedili scomodi, che sarebbe meglio prenderci i fianchi e guardarci nell’incavo delle labbra il gorgoglio dell’acqua nuova del mese di Aprile. Ci si rivoltano addosso cieli dipinti nei video demenziali modello youtube e sulle nostre sicurezze i Cattelan del potere hanno costruito un punto di domanda. I miei segni rossi sui quotidiani e il quaderno in pixel per incollare i ricordi. Verranno a dirmi della malinconia del foglio di carta e del profumo invadente d’inchiostro, risponderò che le mele bianche della California sanno far luce e il virtuale è un’esperienza cosciente, altro che 2001 e Odissee nello spazio. Sulla mia lingua hai seminato in ricordo il sapore lisergico dell’erba e il gusto dolce della cipolla, per il tuo davanzale e i suoi vasi, per le lettere che ti ho scritto una volta, per la punteggiatura sbagliata e le A che assomigliavano a E. Quel silenzio lunghissimo per poi capire che è sulla strada che si consumano le conoscenze, altro che mele, altro che pixel, altro che lettere.

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