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Albatros

Noi copertoni di auto abbandonati in mezzo alle autostrade del Fuorisalone, ci vedono all’ultimo e poi ci maledicono, pericolosi come il cielo di Milano e le piogge che ci rovinano i capelli, e poi sul letto ritrovare il contatto fisico con le periferie contadine della poesia russa. Per le stanche lacrime di aprile, per ridipingere le nostre schiene al contatto coi muri per l’ultima sigaretta, la notte e tutti quanti a sprecare lo sguardo nell’attesa di un’accoglienza, io, te e le canzoni demenziali degli anni ’80 che dovremmo tenere sul cruscotto. La musica elettronica e i beatnik che mi sono perso sulla strada. La piscia calda degli studenti e San Lorenzo in fumo, i rivoli densi dei nostri intestini per le emozioni che non ho ancora il coraggio di digerire. Teniamo gli occhi aperti a mattino inoltrato, il cellulare accanto come una pistola per difenderci dalle solitudini, gli attacchi sterili dei rotocalchi alle nostre gioventù. Come Baudelaire e l’albatros, superbi noi nell’orizzonte delle sensibilità, sconfitti in terra, coi nostri modi goffi, le debolezze nell’uno a uno e la psoriasi sulle nostre nocche per tutta la pelle che mi sono perso sul materasso perché ogni giorno tramuto le ansie in parola; nenie le mie per i volantini rossi che non nascondiamo più e le rivolte sepolte tra le tivù. Non guardarmi negli occhi perché non ha più senso. Ci hanno costretto a urlare il nostro nome agli appelli, le mattine scariche dei settemila caffè. Nessun rispetto padri miei per il rilascio degli intestini, sapete anche voi che al risveglio è pisciare quel che più ci sta a cuore. Ai nostri bisogni primari, ai conti aperti con le intolleranze. Ci costruiscono intorno palazzi d’argento, le nostre Babele a forma di Dna per quella cortina antiuomo che separa la vita del sogno dei nostri muri bianchi dallo stordimento caotico del reale. E adesso dovremmo toglierci le bretelle e i grembiuli per la nostra isola di Wight, le grotte aperte dei nostri cuori e i segni nuovi della libertà disegnati nel nostro sottopelle, che sono cuori e stelle o scritte indecifrabili per ricordarci che non ci stiamo capendo un cazzo. Guardami negli occhi ora, e poi voltati, ancora, e poi ancora, e farci folgori tra la mollezza di queste scarpe col tacco che improvvisano danze tra i vetri rotti e gli aliti all’acetone delle camicie intrise di assenze dolciastre. Ci disegneremo un letto sulla schiena io e te e mi sorprenderai da dietro e potremo accoppiarci ovunque senza condividere un affitto, non aspetteremo il silenzio, non attenderemo la notte per i nostri corpi ribelli che ci chiedono il conto dei giorni e ci interrogheremo sulle nostre indigestioni, sui libri, i film senza spari e l’alcool economico dei supermercati e poi le droghe del nostro stare insieme. Torneremo alle nuvole dei nostri vorrei e senza rimpianti apriremo le porte al belgiorno. E per dimenticare le nostre preoccupazioni lo Spleen di Parigi nelle tasche avare delle nostre camicie a quadri consumate sotto le ascelle per la vecchia familiarità con il Manifesto. Noi che tra le braccia non portiamo più nulla perché abbiamo la lingua e questa prosa viva e poi nulla da nascondere sotto le palpebre e se ti viene voglia di controllare avvicinati che mi spoglio piano e poi non ti mangio lo sai.

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A Troia

Per esempio vivere a Cortona. Con le colline per la digestione, il su e giù dei miei umori di ieri. Lo sguardo pulito, un’orto, un cane, tre galline e il computer spento. Per sporcarmi le mani, profumare di terra. Ho mandato l’ultimo sms della nostra piccola storia, l’ho inzuppato nel vino pronto a scoppiarti sul fegato. E così è stato. Come le mongolfiere ci liberiamo dai pesi dell’oggi per guardare tutto dall’alto, sarà il panorama a rendere grande un viaggio? O la fatica del lasciare. Mi ci vuole sempre qualche giorno per abbandonare le nostalgie, tra ieri e domani scelgo il presente. Poi sono rimasto qualche minuto a guardare l’armadio chiuso, non di più perché non lo meritava, non lo meritavi. Per i vestiti che avrei potuto indossare, i capodanni nei monasteri a osservare i fuochi bruciare. Per girare la testa indietro e fare il conto dei giorni. Quando basta un incontro a rivoluzionare il tempo, per donare significato alle distanze, alle attese. Quel principe e la volpe, addomestichiamo i cani nei parchi e facciamo il giro del mondo in quattro mesi, “semester” dicono in America, come all’università torneremo più grandi. Per i tuoi occhi e gli occhiali immensi. Per le colazioni davanti alle chiese e i picnic sui materassi. Non sono pronto per la nostalgia e quando tutto sembra accogliermi faccio l’Ulisse, lascio la patria, gli amici, il padre e il mio cane e faccio vela verso le colonne tra i cocktail del sabato sera, le camicie azzurre e le creste dei punk. Quando hai dei desideri bruci la tua Troia e torni a casa. Le braccia son come le castagne o le vongole, coi primi caldi si aprono, non aver fretta, troverai sempre qualcuno ad accoglierti. E poi ti solleverò sulle spalle, senza paure lasciamo le fiamme per prendere il mare.

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Anteprima 3

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Coi tombini che si scoperchiavano per ribellarsi al sole torrido d’agosto le gonne si accorciano e le cosce si riempiono d’oro io indosso i Rayban storici e proietto l’ombra del mio motorino sull’asfalto che desidera sciogliersi. Il fumo della marmitta si dirada in fretta e dovrei smetterla di guardare i davanzali che la strada chiede attenzione. Quando la notte non riesci a prendere sonno va a finire che ti alzi, indossi il primo paio di mutande che trovi e ti metti in strada per sapere che c’è e tutta quest’ansia di incontri non ti lascia dormire. Allora raggiungi San Lorenzo con le sue colonne, leghi il motorino a un semaforo, ti succhi una birra e ti siedi in disparte e prendi fiato poi un sorso poi osservi.

Tutti questi universitari che si divertono, le chitarre con le canzoni di Battisti e i cantautori che non vanno ancora in pensione che dico io possibile che nelle piazze saranno vent’anni che risuonano le stesse canzoni? Che non si sono stancati i giovani d’oggi delle trecce lunghe e gli occhi azzurri e le guerre di Piero e gli Eskimi innocenti della gioventù dei loro padri? Pare proprio di no e tra i piedi nudi i lacci alla schiava dei sandali i pantaloni a sigaretta e le magliette aderenti per i muscoli adolescenti e tra i boxer il deodorante del supermercato. Come gli animali ci muoviamo in branchi, queste donne da sex and the city i discorsi all’americana sul sesso degli angeli i connilingus finiti male e il fascino discreto degli incontri lesbo, i baci gay per l’alcool in eccesso e la borghesia dei tatuaggi colorati. E i bonghi coi pantaloni larghi, le gonne ampie i reggiseni lasciati appesi nei negozi per quest’ansia di libertà le collane lunghissime e i colori dell’arcobaleno, le ultime briciole del free sex and rock roll appese ai talloni ai piedi che strisciano lungo le strade.

Non m’incanto più. Questa piazza lontana dal mare mi getta addosso le alghe del passaggio all’età adulta. La fitta degli intestini quando non riconosci nessuno come fratello, come gemello e ti senti così solo che alla fine ordini un wiskey di quello buono e te ne freghi del portafoglio che non serve avere le tasche piene e la bocca secca.

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