Ci siamo detti “fuck” soltanto per sentirne il suono

A cuore aperto il vuoto delle bottiglie di birra e la nostra malavoglia a decorare il pieno della pattumiera. Le scale e l’odore delle nostre cene passate. A niente servono gli inviti se nessuno li accoglie. A nulla i cappelli se nessuno li indossa. Sono sei mesi, ma sembra un anno, i miei capelli in grappolo e il rifiuto per le coperte. Non ci sono letti troppo piccoli quando si ha la libertà dell’andare e scelte varie per il domani. Ci hanno addormentato da infanti con la storia del destino, che tutto è scritto e così seduti al banco, il grembiule nero e le alzate di mano per andare in bagno. Quando mi trascinavo fino al treno e mi alzavo alle sei del mattino, l’inchiostro simpatico per le memorie a termine e la paura delle interrogazioni a esplodere nei giornaletti porno all’uscita da scuola. Quando ora vorrei domande a grappolo e tutto il tempo per le risposte. Mi hai detto che il silenzio è un tuono e invece piove e mi manca la tua voce. Le lenzuola si fanno contorno quando sei così cruda che vorrei morderti e poi cuocerti con l’ansimare ardente del respiro. E tutti quei casini che ci ricamiamo addosso, la perdita dei peli superflui per fare ordine nella carne e lo svelamento delle emozioni che proviamo a chiamare curiosità. E sui giornali la serie B della lingua italiana, l’esibizione dell’accademia e sintomi di pressapochismo per i nostri clic pagati a caro prezzo. E scaglie di cuore sulle nostre paste scotte, sulle pizze ordinate al telefono ed i formaggi sintetici per l’addestramento chimico delle nostre preferenze; il gusto decadente dei tetti invisibili di Milano e quei disegni che tieni nascosti sotto le ascelle. Del Marocco e delle mie prime corse a cavallo, gli zoccoli sulla sabbia e schizzi di mare sui tuoi seni acerbi. Cresceranno, crescerai, cresceremo e lanceremo bottiglie nel mare senza messaggi per il futuro, ci affascina il rumore limpido dei vetri rotti e la capacità del mare di smussare gli angoli. Ci siamo detti “fuck” soltanto per sentirne il suono e poi hai alzato la gonna mi hai detto ti ricordi quando mettevo ancora le mutande? Ti ho detto no. E sei scappata via. Così ho lasciato il cavallo e ho cominciato a rincorrerti.

Foto: Elliott Erwitt, North Carolina

Photo editing: Chiara

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