Archivio dell'autore: Marleo

In primavera con le braghe corte

In primavera con le braghe corte.

Ad attenderti coi fiori in mano sui cavalcavia.

Cercarti alla stazione dei treni alle sei del mattino e incontrare le tue palpebre gonfie, saltarci sopra per fare sbocciare l’estate dai tuoi occhi.

Che non ti trovavo mai. Le coppie sui prati a incastrare le costole, i movimenti pelvici nelle discoteche del pomeriggio e le gare di lingua degli amici del cuore. E mille ipotesi sul buco nero dell’altro sesso.

Avevamo lasciato acceso il riscaldamento per sudare di più mentre compivamo rituali di gruppo fuori dai bagni della scuola. Hai mai fumato? Hai mai scopato? Dimmelo adesso, dimmelo ora. Ora che siamo grandi facciamo i giochi della verità perché incapaci di invadenze, sarebbe meglio che tu me lo dicessi quello che stai pensando. Tirare fuori le curiosità dal bacino e metterle davanti agli occhi, darci una forma e modellarle a vetro.

E poi dirai che sono strano, forse anche sciocco. Tirerai conclusioni guardando le mie foto su Facebook, ora che uso un nome vero è tutto così finto.

Dice che l’Italia è il paese in cui più si bestemmia perché c’è il Vaticano, dice che dai rifiuti s’impara ad amare, che l’amore negato regala profondità ad altri sconosciute.

Dimmelo ora come dar riposo al ventre, come far ricresce la pelle sulle nocche quando è inverno; la barca accumula bianco sui lati e ghiaccia l’albero, quando vorrei soltanto la tua schiena e il vento caldo del tuo ansimare.

La pelle del pene non ha uguali nel mondo, lo sai? Che se non ti fai prendere dalla fretta lo capisci. Ecco quello che intendo, pensi troppo, lavori troppo e mi vivi poco. Perché tutte queste paranoie? Chissà poi a cosa pensi. Ci sarà il sole domani, o pioverà? Ci sveglieremo e saremo sorpresi, e se poi nevica non andremo al lavoro. E chi ti parla della vecchia democrazia cristiana lascialo perdere, che il più è stato detto. Chi ti dice di non essere rappresentato prendilo a schiaffi e digli che per la rappresentazione non bastano nemmeno i pennelli e anche la fotografia è soltanto un istante, o un sempre, chiamalo come vuoi. E non lamentiamoci poi se tutto è così complesso, che se fosse semplice finiremmo per andare al mare tutti i giorni e troveremmo altre scuse per annoiarci.

E ora guardami ancora con gli occhi che brillano, che se è stato un caso farò finta di niente, dimenticherò in fretta e tornerò alla teoria del meno peggio, te lo prometto.

Guardami ancora con gli occhi che brillano.

tomboy348

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Com’era bella la tua camicia bianca

Aveva due spalle e le chiamava con nomi diversi.

Che affrontava la vita sistemando ogni cosa al suo posto, cercando un nome per definirla. Ed io che non domando mai il nome quando comincio una conoscenza, e se capita che me lo dicano finisco sempre per dimenticarlo per poterlo poi chiedere in seguito.

Non mi ha mai appassionato tracciare i contorni e così delle persone mi interessa l’impronta, il segno impalpabile della presenza e poi il ricordo e il desiderio del secondo round. Mi ritrovo così calpestato, e sfatto, e rivoltato come i campi toscani, le colline del Monferrato. Porterò frutto prima o poi, vino d’annata per le vostre gole secche. Riscalderò palati grossolani, lingue fini.

Vorrei abitare un giorno nel lunapark della tua testa e divertirmi come fai tu, chissà se poi ti diverti.

E chissà poi se frequenti ancora i ristoranti di Milano o i balconi del nord Europa e come mi piacciono le tue foto quando ti circondi di colori accesi o indossi cappelli fuori stagione. E intanto leggo i quotidiani on.line, mi dice Fazio che Sanremo è la nostra storia, come Miss Italia -dico io-, come l’Infinito di Leopardi o il risotto alla milanese. Un buco sul mio maglione è soltanto esperienza. Che le patate al forno finiscono sempre per essere troppo poche. Davanti al piatto, forchetta in mano, coltello in gola, con Saviano che si rivolge a Bagnasco sui social network e le scuse pubbliche di Chiellini per gli interventi scomposti, la pancia incredibile di Belen Rodriguez. E vieni ancora a citarmi Wislawa Szymborska.

Restituiremo i portafogli rubati e impareremo a fermare la gente per strada per la curiosità di una camminata, i capelli rasati, un colore, un’espressione. Com’era bella la tua camicia bianca.

Ti descrivevo il perché del mio agire scomposto e provavo a farti comprendere la mia smania di conoscenze mentre elemosinavo attenzioni per nascondere il desiderio dell’approdo.

Riconosceranno prima o poi i nostri meriti, mi dicevi, saremo felici prima o poi, ti rispondevo. E finivo con lo specificare che la parola felicità abbonda sulla bocca delle correnti generiche tanto quanto la parola bellezza. E mi chiedevi: “Che cosa stai cercando tu?”

Avrei voluto posare le guance a cavallo del tuo collo e riempire le narici del tuo profumo invernale.

Quel che mi manca sei tu, o sono io, che tra tu e io ci sono soltanto due lettere di differenza. Le stesse di un no, le stesse di un sì.

Foto: Peter Lindbergh

lindberg

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway

Gli occhi incastrati tra i comignoli, contavamo fino a quando il pensiero si staccava da noi e ci trovavamo con le dita impegnate senza saperlo.

Il cellulare lasciato sul tavolo, i bicchieri tagliati in due dal rosso.

Per le trasparenze ci bastavano gli occhi e mi chiedevo se ci avessi dato del lucido, se esistessero ancora le bombolette che donavano la patina invisibile ai nostri lavoretti dell’asilo.

Quando il tuo gomito precipitava dal tavolo e facevi finta di niente.

I camerieri imparano tutte le lingue del mondo e io della tua non conosco la forma.

Ci siamo stretti intorno ai vicoli privilegiati di certa gioventù che si guarda troppo allo specchio, e ti dicevo che abbiamo perso tempo ad amarci in decalcomanie, che ora potremmo disegnarci senza l’aiuto delle fotografie.

Per i nei che danno senso al bianco, i punti neri per il grasso in eccesso. E poi un discorso sui trasferelli che non ricordo più.

Ci sorprendeva la grandine quando osavamo prenderci il tempo di guardare tutto dall’alto: il cielo parigino come la panna cotta dopo un lungo pranzo.

E mi chiedevo il perché dello sporco esagerato dei miei capelli.

Quando attraverso la strada ho paura delle biciclette.

E tra le lapidi dei grandi cercavo ispirazione e ti dicevo che sì i politici, sì i rivoluzionari, ma che ne è dei poeti? Hai mai conosciuto uno scrittore felice? Hai mai preso un caffè con Kafka? Un tè verde con Einstein?

Dei discorsi interminabili di Meucci e delle lenzuola di Hemingway.

Dimmelo ancora che i trapassati ci parlano, prossimi o remoti che siano. Dimmi che è della tua pelle bianca, dei pascoli erbosi del mio petto, delle tue labbra fini e del puttane agli angoli della strada. Che si sono divise il territorio per colore, mi dicevi, come a Risiko: qui i cinesi, qui gli indiani, qui gli africani, vuoi dirmelo ora che ne è stato delle prostitute australiane?

Per confidarti che la libertà si misura in incontri, delle malelingue delle città grandi e dei miei affetti per la provincia lombarda. Ti caveranno il sangue a furia di morsi, ti fischieranno le orecchie fino a farti impazzire, ma sai che non è cattiveria, loro lo fanno perché non hanno nient’altro, gli antidepressivi per stare meglio. Il giardino del vicino è sempre più stronzo.

Volevo scriverti dell’amore e ho spalancato le finestre: è entrato un gabbiano. Così gli ho domandato come ci si sente a perdere l’identità dell’io, gli uccelli non hanno nomi propri e va a finire che si confondono. Lui mi ha risposto che faccio domande non interessanti, che meglio è volare, andare, viaggiare, che a lui poco interessa dei riconoscimenti, che fa il pieno d’acqua, e aria, che abita il mare, ma non trascura i tetti, che si nasconde la notte e poi fa bianca l’alba.

Ci siamo stretti le ali come si fa nei libri per bimbi. E quando ha preso il volo mi ha fatto segno di rimanere, di non seguirlo, di prendere l’uscio, che a noi umani le picchiate fanno male, che non conosciamo le correnti e coi venti facciamo guerra, mentre loro no, mangiano, bevono, volano e sanno tutto gli orizzonti.

Così pensavo a te, e raccoglievo una penna bianca, la nascondevo tra i capelli e poi ballavo in cerchio, come fanno gli indiani, c0me fanno i gabbiani, e tu ridevi, pensavi che sciocco e a me andava bene anche così.

foto-5

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

A culo

Trovare gioia dai giorni e allontanare la paranoia: son stati abbastanza i miei ieri? Che ne sarà del domani?

Ci trovavamo la sera a mettere in comune i nostri quotidiani, sottolineavo i tuoi sbagli con le mie labbra rosse e mi donavi vita allungandomi la tua schiena perché avessi spalle a cui aggrapparmi e sostegno per il mio bacino freddo. E ti chinavi sul tavolo per mostrarmi il tuo mondo, si spegnevano le luci degli altri, cavalcavamo noi nei pascoli immensi delle nostre intimità. E respiravi finalmente, lasciavi perdere tutti i tuoi però e ansimavi come dopo una corsa.

Coi pendolari immersi nelle trilogie, le teste chine sugli smartphone e la ricerca di parole sempre nuove per i nostri giochi di società. E mi chiedevi i tuoi voti in un like, mi domandavi come stai e quando ti rispondevo bene ne avevi già a sufficienza.

Del mio romanzo nessuna traccia. Alla Siae domandano ancora delle mie canotte estive. Quando Michael Jordan giocava nei Bulls, le mie preoccupazioni erano tornare a casa in orario e poi andare a scuola, nascondere i voti a mamma e non farmi interrogare l’indomani.

E così ora vorrei guardare un film, uno qualsiasi, uno in bianco e nero. Ma sono zuppo di derive, il torrente dei desideri e le ipotesi sui futuri prossimi; mi contraddico come i nostri premier. Mi contraddico come gli agenti del calciomercato. Dovrei alzare la cresta e impugnare il tridente come Massimo Allegri. Il dettato dei padroni e gli errori che continuo a fare: da voi non imparerò mai. E farò del pugno bandiera, scivoleranno via le retoriche novecentesche e rimarrà il primitivo, e camminerò per le strade elevando l’unico membro degno degli interni.

E per la cronaca degli oggi lascio spazio ai giornalisti, le capriole di Brera ci facevano divertire, a culo l’erudizione esibita, a culo la prosa scarsa dei rotocalchi. E poi lo sai che se non ti facessi ridere finirei per stancarti.

E la cultura è diventare difesa: degli animali, delle verdure, degli interessi e dei confini delle nostre voglie. Quando pensavo che bisognasse attaccare, progredire in ascolto e coscienza e mettere mano alla spada; le pistole di Tarantino e i surrogati delle nostre velleità.

Nella casa che non ho, nelle tasche vuote, nella mia vespa lontana e nella potenza delle mie cosce c’è il mio cammino. Se non avessi un Mac sarei un nullatenente, il giro del mondo in migliaia di sguardi e la gratuità dell’immaginazione. Che è sulla strada che impari a chiedere, che poi desideri il mare, una casa grande, le mura bianche, un tavolo in legno e la tua mano poi sulla mia che dice scusami, se ero lontana era perché mi stavo preparando, che non avevo ancora le forze, che non avevo ancora il coraggio.

pugno-stenopeico-1989

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

Non vorrei allontanare da te le sofferenze come fanno le madri

Cambia il cielo in azzurro, sparute gocce sul bavero del mio trench blu. Ancora un caffé, uno soltanto e sottofondo di film in bianco e nero.

Di quando mi sono svegliato in preda all’ansia di prestazione, che per mantenere un ruolo sociale nell’oggi le dimensioni contano, che è necessario far parlare di sé, concentrarsi sullo stile e diventare appariscenti come le luci al neon, le Bentley parcheggiate sulle strisce pedonali.

Negli aeroporti si preparano le accoglienze per l’arrivo dei calciatori. E croci dorate tra i muscoli gonfi del petto per le trasmissioni del pomeriggio italiano.

Distributori di benzina per le nostre sfilate notturne con le velocità impensabili che tenevi in prima corsia. Che cercavamo di perderci mescolandoci alla folla, eravamo indie per non sapere di nulla e ascoltavamo il reggae perché è così semplice che si finisce sempre per saper ballare e non dare nell’occhio. L’aumento del prezzo delle autostrade non ci fermerà e andremo lontano, molto lontano, lo sai, per ritrovarci sempre al punto di partenza e dire questo posto lo conosco, non sbaglieremo strada più. Sono le coscienze che fanno la differenza. Sei così irta che per ritrovarti devo scomodare le Ande, l’assenza d’ossigeno e il bisogno delle istruzioni per montarti.

E nelle tasche ho una collezione di “non so”, di “ok”, di “già”, “ci penserò”, e non l’ho ancora mostrata a nessuno.

Non dev’essere semplice vivere con quella sensibilità tatuata sulla schiena e rimanere puri e ordinati. Mentre nel finestrino rimane impressa l’immagine delle tue scarpe basse, delle tue sciarpe lunghe; che ami e lo fai a modo tuo, tanto che da lontano uno non se ne accorge, così rincorro le virgole e i punti: gli spazi aperti che lasci alla mia intraprendenza.

E non vorrei allontanare da te le sofferenze come fanno le madri, vorrei soltanto che tu le attraversassi, che non bisogna fare per forza tutto insieme, ti troverei nuova, il marsupio vuoto per raccogliermi quando mi corico, come i canguri.

Rompere il ghiaccio, sciogliere il vento e aprire le serrature delle nubi per questo sole che disegniamo sempre tondo. E non ricordo più il tuo profumo, mentre lotti col desiderio per farlo rimanere ancora un po’ al tuo fianco, che se ti scappa finisci per isolarti ancora.

E ci troviamo spesso a parlare con le età avanzate dei saggi dalle mani consumate, le labbra ancora belle. E se sommiamo il tempo trascorso insieme non raggiungiamo nemmeno un part time settimanale.

Coi polpastrelli consumati mi aggrappo a questo schermo e ne faccio un quadro dadabeat, che non sei musa, nemmeno tela. Che sei lontana, e ti penso camminare, ti penso disegnare, tra le ombre scelte e il caldo del legno, siamo quel che vediamo. Siamo quel che desideriamo.

picture-3

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo

Per le parole indispensabili che non ricordo.

Con l’arrivo dei container, le stive piene delle nostre generosità: quintali di pasta e scatolette e dita lunghe infilzate nella coscienza, provocarci il vomito per stare meglio: la bulimia delle società di mutuo soccorso.

Poi le manifestazioni per la raccolta differenziata delle identità sessuali e le rimostranze delle spirali attorno al modello precostituito; le moda fa il suo giro e poi ritorna, mi dicevi. Un conto è il vestire e un altro la libertà, rispondevo dall’alto delle mie Clarks. Che differenza fa? Sei mai stato in una grande città? Non c’intendevamo mai sui concetti fondamentali e così ti baciavo solo per farti silenzio. Distruggere la legge con la fede, i poteri forti con i nostri credo.

Parlami ora dei naufragi delle rivoluzioni senza violenza, delle bandiere a mezz’asta e delle lobby delle armi. Noi credevamo nelle barbe lunghe del Sudamerica, e notti di lunghi coltelli e avanzate nei boschi per il nascondimento delle norme d’igiene del belpensiero.

E ti dicevo che l’educazione non fa signori e che i modi buoni nascondono piccolezze. E mi guardavi storto e non sapevi che fare, tracciavi linee a matita e ci scrivevi di fianco un significato. Cadevano le nuvole sulle mie palpebre, che il cristallino non è soggetto a rughe, ti dicevo, il mio sguardo rimarrà sempre bello, ti promettevo.

E continuavi a nasconderti, le camionette si muovono tra le ricerche di mercato e l’ignoranza delle interviste. Quando ti ho detto che seguo il calcio hai alzato le spalle, e mi citavi gli Afterhours col loro paese reale.

Mentre ricalcavo sui vetri quel che è rimasto delle copertine dei miei pensieri sconnessi facevi visita agli alberghi del sud, usano ancora le moquette? Mi chiedevo io. E a furia di scontri siamo finiti così lontani che se non ti avessi legata alle guance finirei per dimenticarti.

E se fossi capace di fotografare vorrei ritrarti in solitudine sopra un letto sfatto, un mattino; i colori vivi e le ombre, l’espressività senza uguali del tuo sguardo disperso. Che appoggi gli occhi sul davanzale quando fai sintesi della realtà, schiacciare un pulsante e imprigionare l’istante. Che ne è di ieri, che importa del domani?

Ci siamo fatti grandi in vagare: dai girotondi al vagabondaggio. Per le commedie italiane che tengo sotto il braccio, perché ogni volta che ti siedi a tavola ti dici ingrasserò e dopo il primo boccone lasci le redini e poi ti senti in colpa.

Guardiamo il mare per guardare noi, ti dicevo. E mi prendevi a schiaffi, la vuoi finire con tutte queste liriche? La vuoi finire con la poesia? Pensa di meno, vivi di più.

Noi siamo quel che facciamo. Siamo quel che guardiamo. Così ti portavo alle mostre e ti preparavo il pranzo e aspettavamo il sole per arrampicarci ai vicoli di Montmartre e il freddo per far delle nostre gole camini accesi. Il fiato corto degli altri e tu che espiravi e inspiravi come fanno le donne gravide, che generavamo futuri a ogni passo e non lo sapevamo.

E ora lo sai perché non chiudo più i miei pezzi con una frase a effetto, ora lo sai perché ho bisogno di realtà e tatto e sostanza.

Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo e le occhiaia del primo risveglio.

Photo: Philip-Lorca diCorcia

28998-large

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Chiameremo nostra figlia Domani

I centesimi in tasca per quelli che chiamiamo giorni dei saldi. Se fossi giovane ti direi che non vendono la felicità, che è una parola che trovi nelle discariche, che disegni ancora i tuoi geroglifici sulla mia auto posteggiata male. E mentre ti fotografavo ti dicevo che sotto agli archi sembriamo più piccoli e per i nostri trionfi dobbiamo far ricorso alle infanzie. Quando delle adolescenze preferivamo non parlare. E quando ti scrivo continui con le tue frasi di una riga e alla fine metti sempre un punto. E io lo so il perché, ma non ho mai avuto il senso della finitezza, la reincarnazione dei nostri desideri. La signora coi capelli bianchi a far la fila per quattro yogurt e una bottiglia di rosso, che senso ha essere giovani così mi dicevi e ti guardavo dicendo di dimenticarti i tuoi ieri, di non pensare al domani. Coi sacchetti della spesa bucati, quando cancellavamo la strada con la carta igienica e non sapevamo che nostra figlia, sì, nostra figlia, si sarebbe chiamata Domani. Donami ora i tuoi organi esterni, donami ora i tuoi organi interni. Suoniamo insieme, quattro mani e un piano-cocktail ancora da inventare. E intanto Belleville ci aspetta con le sue brasserie sempre più sporche, gli occhi unti per quando ti ho sorpreso in pianto e i tovaglioli bianchi che non mancano mai.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Il mio bacino e il tuo culo stretto

Mi volti le spalle per prendere sonno dopo le telefonate impossibili e la ruvidezza dei tuoi gomiti. Non c’è il tuo alito a riscaldarmi le labbra, il mio bacino e il tuo culo stretto, non ci facciamo guerra per i confini.

Coi tuoi sussulti dentro a una notte fatta di tende tirate e letti sfatti. Le istantanee che ti scattavi da sola, come se tutti bastassimo poi a noi stessi.

E ti facevo domande sciocche soltanto per sentirti ridere. Che quando siamo sdraiati la nostra voce ha una pasta diversa.

E ti incollavo sul petto le scritte fosforescenti delle mie voglie, poi mi chiedevi di pulirti le spalle e di sistemarti i capelli.

Tra i nostri discorsi sulla violenza della parola amo, quando alzavi le sopracciglia, trasformavi le labbra in tunnel per inghiottirmi e rimanevi incastrata: un buco sulla guancia e poco sangue sulle lenzuola.

Moriremo d’insonnia prima o poi.

Dei tuoi arrivi e delle mie partenze.

Dei nomi che continuiamo a sottrarci.

E col cucchiaio di legno fare la guerra, rompere il ghiaccio delle tue sopracciglia, far piangere la tua conchiglia in tinta con le mie dita e mettere in sottofondo l’armonia tentennante dei carillons.

Quando la giostra gira soltanto per il padrone e i bambini la guardano con le mani sugli occhi e poi nel naso; a cavallo delle spalle dei padri ci facciamo largo tra la folla.

Noi che chiediamo libertà senza saperne il significato e nei discorsi traduciamo in energia le nostre pulsioni. Vorrei vedere ancora la tua camicia a quadri, le scarpe che d’estate non indossi mai per ritrovare il senso di questo tempo che ci scavalca, dove andremo noi non ci saranno strade era una frase di Ritorno al futuro.

Leccami          e             fottiti,                   amami e soffocami.                                                     Leccami e fottiti, amami e soffocami.

Solo a parole non si va da nessuna parte lo sai? Con l’Uniposca rosso ho scritto ora et labora sullo zaino Invicta per ricordare agli hipster che non c’è possibilità alcuna di dar tregua al pensiero durante le traversate, i coast to coast in queste città ricche d’invisibili.

Chi cade a terra può soltanto essere mangiato, come le mele, nutrimento e quiete.

Dal frutto il seme nelle favolose canzonette della scuola elementare, dal frutto il seme, che se non cadi e non ti fai assaggiare, poi non fai fiori, non diventi albero, non metti radici.

E poi sei bella, te lo scrivo ancora, te lo scrivo così, perché val la pena di ricordarcelo quanto sei bella.

cobo-930x450

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Noi vinceremo

I   c a l o r i f e r i    a c c e s i    e     l e     r i v i s t e       s   p   a   r   s   e       s u l         p a vi me nto.

Di quando sono venuti a bussare alle nostre labbra e senza paura guardavamo immagini deformate dagli spioncini troppo piccoli per i tuoi occhi. E sai le porte non si aprivano mai, che non avevamo ancora un curriculum da mostrare.

Dobbiamo farci sintesi per poi svelarci.

Prenderci il tempo di definirci in righe e combattere il desiderio di evasione dei nostri membri inadatti.

Con la durezza del clima e le nostre albe, il soffffffffffffio dei tuoi pensieri che si abbassa lento e si infila tra i vetri.

Come orchidee, come farfalle. Inchiodati nelle cornici bianche delle nostre case guardiamo le finestre illuminate degli altri per immaginarci altrove, le storie incredibili dei film e l’inquilino del terzo piano.

Mi hai scritto che sei differente, l’hai scritto col rosso delle tue labbra. Ti immaginavo nuda trascinare la tua bocca aperta sulle mie cosce, le scritte debordanti della tua giovane età. E mi dicevi che la carne la vendono dai macellai, le opere d’arte non stanno nelle gallerie, ma sulla strada. Poi mi mostravi il bianco del tuo seno mentre tracciavi con le dita i percorsi dolci degli M&M’s colorati.

La tua nocciolina e la mia lingua d’arcobaleno.

Così sintetici che nemmeno le protezioni che infilavo tra le mie gambe servivano a tenerci lontani. E continuavamo con le nostre solitudini, a imparare rime sparse.

E così Matteo se n’è andato al nord e Claudio avrà presto una casa. Marco si sveglia alle sette del mattino e Maria non sa distinguere tra luci e buio.

E se ti sfioro le guance non prendi sonno.

Le tue foto le affitto soltanto per qualche secondo, poi le chiudo in quel mondo fatto di pixel che per questioni di transistor va a finire che esistono sempre anche se non le vedi. Come le mie emozioni, come le mie ferite.

Poi mi farò un piercing sull’occhio destro per mostrare al mondo che ho il corpo bucato e per le sofferenze costruire una statua. Come una Nike fuori dalla città, i miei segni della vittoria, perché vinceremo, lo sai, se sarà prima, se sarà poi.

Noi vinceremo.

Photo: opera di Andrei Molodkin

rev72511(1)-ori

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Sai che c’è? Che te ne devi fregare. Come le rane.

Sai che c’è? Che te ne devi fregare.

La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. 

Lo so,

lo so,

lo so.

Come la cicca al culo quando ti rialzi.

Ho attaccato sul frigo le istruzioni per vivere meglio: ricordarsi di alzare la testa per guardare in alto, non sempre quel che sta all’altezza dell’occhio è sufficiente.

E così piego la schiena alla ricerca di cibo.

Le mie sconfitte settimanali e le piccole vittorie contro la burocrazia. Mentre imperversano i predicatori, l’omiletico stile dei conduttori delle tivù generaliste e poi le suorine della sinistra che concentrano litanie su Facebook e i porci azzurri di Twitter.

Ditemelo ora cos’è che ci costringe a dire sempre e comunque la nostra per avere una scusa, per non raccontare di noi. Che fai esercizio d’originalità con parole che sono acqua di uno stesso fiume.

E per contrastare la melma faccio appello ai torrenti.

Ripensare ai giardini zen giapponesi: tutto ha uno suo posto, tutto è pensato.

Tutto è artificio però, lo sforzo mistico per mettere ordine quando l’ordine non lo decidiamo noi.

Un passo fuori dal confine e la pistola pronta per gli spari che ti ho riversato addosso.

Fuori dal giardino con le nostre erezioni bisettimanali, le elezioni del trio delle meraviglie. Quando serve un fantasista per mandare in porta gli attaccanti.

Incollo le guance ai vetri per sentirmi meno solo.

E parlo una lingua d’occhi soprattutto quando tu non mi guardi.

Adesso vieni e togliti quella gonna leggera, lasciala cadere e poi apri le gambe perché il tuo è lo spazio nero nel quale ha senso perdersi.

Il resto lo lascio agli astronauti e alla smania di sapere dei più.

Quando ci chiedevamo perché il soffio esce freddo e l’alito caldo, mi hai risposto che tutto ha una spiegazione, come l’azzurro del cielo.

La fisica quantistica dei miei movimenti pensati e le tue spalle nude.

Portami a cavallo sui tuoi capelli, portami a fare un giro nel centro storico delle tue insicurezze.

Vorrei dirti ti amo e mi vengono soltanto frasi poetiche del cazzo.

Verrà il dio Pan col suo pane quotidiano, il fallo enorme per accedere alle profondità delle devianze. Ricorda che il sole sorge per tutti, Tiziano Ferro parlami, e tu invece salvami,

che mi credi in ginocchio da tempo

e invece son qui che salto,

come le rane.

Dai fatti stagno.

(Imagine: Ben.)

beaujolais_nouveau

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,