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Chiameremo nostra figlia Domani

I centesimi in tasca per quelli che chiamiamo giorni dei saldi. Se fossi giovane ti direi che non vendono la felicità, che è una parola che trovi nelle discariche, che disegni ancora i tuoi geroglifici sulla mia auto posteggiata male. E mentre ti fotografavo ti dicevo che sotto agli archi sembriamo più piccoli e per i nostri trionfi dobbiamo far ricorso alle infanzie. Quando delle adolescenze preferivamo non parlare. E quando ti scrivo continui con le tue frasi di una riga e alla fine metti sempre un punto. E io lo so il perché, ma non ho mai avuto il senso della finitezza, la reincarnazione dei nostri desideri. La signora coi capelli bianchi a far la fila per quattro yogurt e una bottiglia di rosso, che senso ha essere giovani così mi dicevi e ti guardavo dicendo di dimenticarti i tuoi ieri, di non pensare al domani. Coi sacchetti della spesa bucati, quando cancellavamo la strada con la carta igienica e non sapevamo che nostra figlia, sì, nostra figlia, si sarebbe chiamata Domani. Donami ora i tuoi organi esterni, donami ora i tuoi organi interni. Suoniamo insieme, quattro mani e un piano-cocktail ancora da inventare. E intanto Belleville ci aspetta con le sue brasserie sempre più sporche, gli occhi unti per quando ti ho sorpreso in pianto e i tovaglioli bianchi che non mancano mai.

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Il mio bacino e il tuo culo stretto

Mi volti le spalle per prendere sonno dopo le telefonate impossibili e la ruvidezza dei tuoi gomiti. Non c’è il tuo alito a riscaldarmi le labbra, il mio bacino e il tuo culo stretto, non ci facciamo guerra per i confini.

Coi tuoi sussulti dentro a una notte fatta di tende tirate e letti sfatti. Le istantanee che ti scattavi da sola, come se tutti bastassimo poi a noi stessi.

E ti facevo domande sciocche soltanto per sentirti ridere. Che quando siamo sdraiati la nostra voce ha una pasta diversa.

E ti incollavo sul petto le scritte fosforescenti delle mie voglie, poi mi chiedevi di pulirti le spalle e di sistemarti i capelli.

Tra i nostri discorsi sulla violenza della parola amo, quando alzavi le sopracciglia, trasformavi le labbra in tunnel per inghiottirmi e rimanevi incastrata: un buco sulla guancia e poco sangue sulle lenzuola.

Moriremo d’insonnia prima o poi.

Dei tuoi arrivi e delle mie partenze.

Dei nomi che continuiamo a sottrarci.

E col cucchiaio di legno fare la guerra, rompere il ghiaccio delle tue sopracciglia, far piangere la tua conchiglia in tinta con le mie dita e mettere in sottofondo l’armonia tentennante dei carillons.

Quando la giostra gira soltanto per il padrone e i bambini la guardano con le mani sugli occhi e poi nel naso; a cavallo delle spalle dei padri ci facciamo largo tra la folla.

Noi che chiediamo libertà senza saperne il significato e nei discorsi traduciamo in energia le nostre pulsioni. Vorrei vedere ancora la tua camicia a quadri, le scarpe che d’estate non indossi mai per ritrovare il senso di questo tempo che ci scavalca, dove andremo noi non ci saranno strade era una frase di Ritorno al futuro.

Leccami          e             fottiti,                   amami e soffocami.                                                     Leccami e fottiti, amami e soffocami.

Solo a parole non si va da nessuna parte lo sai? Con l’Uniposca rosso ho scritto ora et labora sullo zaino Invicta per ricordare agli hipster che non c’è possibilità alcuna di dar tregua al pensiero durante le traversate, i coast to coast in queste città ricche d’invisibili.

Chi cade a terra può soltanto essere mangiato, come le mele, nutrimento e quiete.

Dal frutto il seme nelle favolose canzonette della scuola elementare, dal frutto il seme, che se non cadi e non ti fai assaggiare, poi non fai fiori, non diventi albero, non metti radici.

E poi sei bella, te lo scrivo ancora, te lo scrivo così, perché val la pena di ricordarcelo quanto sei bella.

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Noi vinceremo

I   c a l o r i f e r i    a c c e s i    e     l e     r i v i s t e       s   p   a   r   s   e       s u l         p a vi me nto.

Di quando sono venuti a bussare alle nostre labbra e senza paura guardavamo immagini deformate dagli spioncini troppo piccoli per i tuoi occhi. E sai le porte non si aprivano mai, che non avevamo ancora un curriculum da mostrare.

Dobbiamo farci sintesi per poi svelarci.

Prenderci il tempo di definirci in righe e combattere il desiderio di evasione dei nostri membri inadatti.

Con la durezza del clima e le nostre albe, il soffffffffffffio dei tuoi pensieri che si abbassa lento e si infila tra i vetri.

Come orchidee, come farfalle. Inchiodati nelle cornici bianche delle nostre case guardiamo le finestre illuminate degli altri per immaginarci altrove, le storie incredibili dei film e l’inquilino del terzo piano.

Mi hai scritto che sei differente, l’hai scritto col rosso delle tue labbra. Ti immaginavo nuda trascinare la tua bocca aperta sulle mie cosce, le scritte debordanti della tua giovane età. E mi dicevi che la carne la vendono dai macellai, le opere d’arte non stanno nelle gallerie, ma sulla strada. Poi mi mostravi il bianco del tuo seno mentre tracciavi con le dita i percorsi dolci degli M&M’s colorati.

La tua nocciolina e la mia lingua d’arcobaleno.

Così sintetici che nemmeno le protezioni che infilavo tra le mie gambe servivano a tenerci lontani. E continuavamo con le nostre solitudini, a imparare rime sparse.

E così Matteo se n’è andato al nord e Claudio avrà presto una casa. Marco si sveglia alle sette del mattino e Maria non sa distinguere tra luci e buio.

E se ti sfioro le guance non prendi sonno.

Le tue foto le affitto soltanto per qualche secondo, poi le chiudo in quel mondo fatto di pixel che per questioni di transistor va a finire che esistono sempre anche se non le vedi. Come le mie emozioni, come le mie ferite.

Poi mi farò un piercing sull’occhio destro per mostrare al mondo che ho il corpo bucato e per le sofferenze costruire una statua. Come una Nike fuori dalla città, i miei segni della vittoria, perché vinceremo, lo sai, se sarà prima, se sarà poi.

Noi vinceremo.

Photo: opera di Andrei Molodkin

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Sai che c’è? Che te ne devi fregare. Come le rane.

Sai che c’è? Che te ne devi fregare.

La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. 

Lo so,

lo so,

lo so.

Come la cicca al culo quando ti rialzi.

Ho attaccato sul frigo le istruzioni per vivere meglio: ricordarsi di alzare la testa per guardare in alto, non sempre quel che sta all’altezza dell’occhio è sufficiente.

E così piego la schiena alla ricerca di cibo.

Le mie sconfitte settimanali e le piccole vittorie contro la burocrazia. Mentre imperversano i predicatori, l’omiletico stile dei conduttori delle tivù generaliste e poi le suorine della sinistra che concentrano litanie su Facebook e i porci azzurri di Twitter.

Ditemelo ora cos’è che ci costringe a dire sempre e comunque la nostra per avere una scusa, per non raccontare di noi. Che fai esercizio d’originalità con parole che sono acqua di uno stesso fiume.

E per contrastare la melma faccio appello ai torrenti.

Ripensare ai giardini zen giapponesi: tutto ha uno suo posto, tutto è pensato.

Tutto è artificio però, lo sforzo mistico per mettere ordine quando l’ordine non lo decidiamo noi.

Un passo fuori dal confine e la pistola pronta per gli spari che ti ho riversato addosso.

Fuori dal giardino con le nostre erezioni bisettimanali, le elezioni del trio delle meraviglie. Quando serve un fantasista per mandare in porta gli attaccanti.

Incollo le guance ai vetri per sentirmi meno solo.

E parlo una lingua d’occhi soprattutto quando tu non mi guardi.

Adesso vieni e togliti quella gonna leggera, lasciala cadere e poi apri le gambe perché il tuo è lo spazio nero nel quale ha senso perdersi.

Il resto lo lascio agli astronauti e alla smania di sapere dei più.

Quando ci chiedevamo perché il soffio esce freddo e l’alito caldo, mi hai risposto che tutto ha una spiegazione, come l’azzurro del cielo.

La fisica quantistica dei miei movimenti pensati e le tue spalle nude.

Portami a cavallo sui tuoi capelli, portami a fare un giro nel centro storico delle tue insicurezze.

Vorrei dirti ti amo e mi vengono soltanto frasi poetiche del cazzo.

Verrà il dio Pan col suo pane quotidiano, il fallo enorme per accedere alle profondità delle devianze. Ricorda che il sole sorge per tutti, Tiziano Ferro parlami, e tu invece salvami,

che mi credi in ginocchio da tempo

e invece son qui che salto,

come le rane.

Dai fatti stagno.

(Imagine: Ben.)

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Non ho mai amato nessuno, amo te

La ferita aperta sotto l’occhio sinistro e il mio sbattere la testa contro i tuoi muri.

Questo frequentare l’aria aperta e poi le strade vuote a cavallo d’orizzonte; mi troverai a immaginare le vite interiori degli altri.

Con le mandate di chiave sui tuoi desideri e poi queste fottute distanze che non ti bastava la sicurezza e hai fatto costruire un fossato col ponte levatoio dei tuoi spostamenti settimanali. Potevamo conoscerci al Plastic e incastrare le lingue, la testa pesante e l’alito sconvolto della domenica mattina. Mi hai detto un giorno che il tuo cielo è grigio e io ho pensato a Tiziano Ferro e a quelle canzoni che mi vergogno di continuare a cantare. Del mulino de la Galette e delle pale a vento sulle colline del centro Italia, dei nostri venti che cambiano direzione a seconda dei giorni e non c’è spazio per accumulare energie, soltanto chili di troppo e preoccupazioni sui giudizi del sé.

Non ho muscoli per abbattere i labirinti muscosi delle tue lentiggini, brucerei in un baleno nel rosso delle tue gengive e sangue dal naso per gli sbalzi di pressione. Ho visto le braccia colorate di Jovanotti e ho pensato a una fiaba, tu nella bocca della balena e il mio dente da narvalo per penetrarti. E farti scappare. Dalle gabbie e dagli aerei. Brucerà il tempio prima o poi, si scoperchieranno i tetti dei nostri desideri e dalle anfore scorrerà il vino lasciato da parte per i futuri importanti.

Come a Santorini ci faremo magma, luminosi al contatto con l’aria e poi neri da affondare il mare. Dalla lava le ceramiche più belle, le teiere che tratti con cura. Mi inviterai prima o poi a prendere un tè e mi si appanneranno gli occhiali. Per quel calore che tengo dentro, che tu rifiuti. Non ho mai amato nessuno, amo te. Non sono mai stato così lontano da me.

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La prima neve

La prima neve e i lamenti degli automobilisti, il nero dei camini accesi e gli occhi grandi dei bimbi. Le nostre parole che cadono dalla sedia e i rimbrotti degli intestini per riportarci al reale. Che allontanavamo la fine del mondo a furia di isolamenti. Più ti allontani più ti presto attenzione, come i pastori del sud del sud del mondo, come le mandrie a nord del nord del cuore.

E tra i carrelli della spesa le nostre prime necessità in ordine sparso, le catalogazioni dei nostri vizi appese al soffitto. Poi la mia voce che non lascia ombre e la tua piccola storia. Mentre qualcuno ti fa dei ritratti non posso scordare il tuo viso, la presenza gentile delle tue guance e le tue labbra strette, piccoli morsi tra i denti bianchissimi. Sai, non so più cos’è il silenzio e mi allontano dalle scritture per capirne il senso. L’ordine è un ritmo che faccio fatica a comprendere.

Le maratone dei miei respiri di quando arrivo esausto al traguardo, col forno delle tue cosce per il mio pane quotidiano e tutte le nostre pene che svaniscono in pochi sguardi. Di quando giocavamo a fare i bambini, dei nostri ciao ciao nel bel mezzo della cucina e le vocine stridule dietro le tende per richiamare le streghe e gli incubi che abbiamo imparato a conoscere. E non c’è nero sotto ai nostri letti. Poi alle finestre chiedevamo tregua ai nostri futuri prossimi e per allontanare il pensiero dei traslochi ci incantavamo nel bianco dei tetti: il quaderno nuovo e le nostre dita inchiostro simpatico per le nostre firme. Lasceremo tracce come piedi nelle pozzanghere. E porteremo acqua ai nostri pavimenti assetati e trasformeremo i pensieri in torrenti per irrigare gli incontri e far fiorire amicizie. L’amore no, è una cosa diversa. Chiederò al cielo il perché del desiderio, ai prati verdi rugiada contro l’invadenza, poi luci al neon, risvegli in ritardo e gli inseguimenti nei corridoi bianchi dei supermercati, l’odore della terra soltanto un souvenir appoggiato sul televisore.

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Factory Girl

Tra le pieghe molli dei miei divani letto i calcinacci della Factory. E scie bianche nel cielo, le anfetamine maldestre che ti riportano sulle vie scorrette. Nelle tiritere dei fotografi il nostro sguardo deformato sulla realtà. I cantautori che trascinano la barca a riva e le tue gambe lunghe a cavallo di una batteria. Per quei ritmi in levare che ricamiamo di notte, il tuo ansimare e quei due buchi sulla schiena che riempio di parole. Ti soffio dietro all’orecchio e tremi. I tuoi capezzoli piccoli e la malinconia delle tue pose curve. Vorrei dirti affoghiamo nelle lingue straniere e poi brindiamo a questa ricerca affannosa di identità. Chi si tiene a distanza è fuori, e non ogni lasciata è perdizione ti dicevo mentre con le dita trascinavi gocce di pioggia sui vetri. Coi tuoi autoscatti al riparo dello specchio, la tua posa animale, la poesia di un bicchiere già vuoto e la trasparenza delle tue anche. I miei anch’io e gli anche tu e firme d’accusa e difese di morsi. Poi il sonno e questo vento denso di fumo, i camini accesi e la vastità piatta dei tetti di Londra. Prendimi le guance e suonale e poi corri in soccorso dei tuoi capelli lasciati a piangere le litanie dei pianoforti scordati degli studenti del piano di sotto. La coda dei turisti in attesa dei nostri scalpi. Che mentre camminiamo attiriamo sguardi e commenti, tu che mi dici dovremmo spogliarci qui e non daremmo così nell’occhio. Quando mettevamo like alle foto d’autore e poi le ricalcavamo dietro ai vetri, i tuoi occhi fradici di sonno e i Velvet Underground in sottofondo. Quando andavo al cesso e tre o quattro tiri di sigaretta, la testa gonfia e il risucchio dello sciacquone per i miei viaggi notturni negli scarti dei nostri corpi sani. I colloqui di lavoro che affrontavamo tenendoci stretti e il tuo passaporto colmo di timbri. Mi ha chiamato Wharol e ha chiesto di te. Mi ha chiamato Dylan e ha chiesto di me. Non suoneranno fisarmoniche ai nostri funerali, le gigantografie elettroniche dei miti passati riposano nelle fosse comuni. E ricordo soltanto che quando salivi sulla mia Vespa, sedevi a tre quarti.

Foto editor: Neige

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Pensati bianca

Dei miei capezzoli che guardano in basso e della mia inclinazione per le sconfitte. I tuoi avvistamenti con cannocchiali al contrario e fulmini come istantanee delle tue parole. C’eravamo fatti così vicini che sentivamo i nostri respiri a distanza. E ti prendevo il volto tra le mani e aprivi la bocca grande perché potessi respirarci dentro. Non ci sfioravamo le labbra per rispetto delle nostre fragilità. Tu e la tua vita, le gambe nude e le coperte troppo corte di una realtà sola. E mi dicevi che bisogna fare una scelta tra i pantaloni e le mutande, che altrimenti ci costruiamo addosso mura invalicabili e la pelle ne risente per questioni di traspirazione. Così te ne stavi là, il muscolo aperto e le mie parole a farsi eco nelle tue caverne. E come le foglie d’autunno planavi lenta nei torrenti bianchi delle nostre usanze notturne. Non tutte le foglie cadono ormai secche. Ho scritto su un foglio lasceremo questa casa prima o poi, lasceremo questa vita hai detto tu e ti chiedevo per dove e poi perché e non sapevi rispondere. Così mi hai scritto a presto e poi sei scomparsa. La vernice nera dei tuoi occhi e le mie docce fredde. Non c’eri più e ti portavo dentro, il mio cuore a forma di becco di pellicano e le migrazioni transoceaniche dei miei lamenti. A sfiorarti le dita in planata, i miei ricordi come le estati passate. Calor di nostalgia e ore vuote trascorse in pigrizia. Gli odori forti, i fiori schivi della Sicilia, l’assenza di spiagge e scogli duri da cui tuffarsi. Il nostro mare nero intorno ai falò, dietro alle spalle i trent’anni di guerra all’alimentazione e i difetti impercettibili delle nostre albe. Quando salutavi il giorno appoggiandoti alla finestra sopra il mio letto e al posto di guardare fuori, il sole, i balconi, le occhiaia nere dei professionisti e la pelle intagliata dell’anzianità, dicevi è sporco, il vetro intendevi. Non siamo bianchi, lo sai, che siamo guai e sogni finiti male, risvegli improvvisati e sveglie dimenticate. Non siamo neri, lo sai, e ci travestivamo da professori dicendo che il nero è l’assenza di tutti i colori, così chi è nero è vuoto e chi è sporco è bianco. E ora riguardati allo specchio, sistemati i capelli e pensati bianca, ti sussurravo all’orecchio. E mi eccitavo molto.

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Non preoccuparti

Nella testa china delle piante aromatiche la nostra vittoria. Il balcone e il rifugio delle sigarette, il mio cappotto lungo e questo freddo che tarda ad arrivare. Le difficoltà con le lingue degli altri e poi in libreria per la lettura settimanale delle prime tre pagine in nuova pubblicazione. Questa sintassi stanca e punti e a capo per la sconfitta del nuovo sentire, con Milano che si guarda l’ombelico e gli scrittori sovrappeso e forfora sulle spalle in attesa di un nuovo giudizio, il pugno alzato e il dito puntato. Le contraddizioni dei quarantenni. La povertà dei beni materiali e la crescita esponenziale della considerazione del sé. Tra le vostre letture barba bianca per sguardi cristallizzato e già morti perché immobili. Quanto vorrei prendere la mano a un nonno sconosciuto, sedermi sulle sue gambe e guardare da vicino i tratti del suo viso senza che mi chieda che fai e perché credi ancora all’impossibile. La distanza necessaria tra ideale e reale. Quando lasci nella tasca un sasso bianco per ricordarti la strada di casa. E ti chiederanno il perché dell’erranza, della tua mancanza di stima verso i più e le debolezze di questo sistema che ti considera giovane a trent’anni. Quando in Eritrea ho visto madri di anni dieci e potenza d’affetto e schiena chinata e ideali di vita e progetti. Sulle nostre spalle consumate i lividi neri dei nostri bagagli. Per la leggerezza è necessario l’abbandonare. Lasciare in ego e possedimenti, che quel che si fa regale è il dominio del sé che agli altri poi ci penserai. Non preoccuparti. Guardare dentro al pozzo scuro delle nostre debolezze, e fecondare le arsure col credo. E nelle relazioni il mondo nuovo della scoperta dei precipizi e altezze sconosciute della nostra sensibilità. Creare legami per distruggere il nostro sentirci indispensabili. E poi lasciarsi andare all’altro, di quella mia volta in Sicilia, otto anni di bimbo e i capelli rasati, così al largo e re di un mondo ancora sconosciuto, poi il giubbotto di salvataggio che si sfila, la paura e acqua da bere in sorsi e pensare oggi sarò morto, morto come i grandi, morto come i pesci morti nella mia pancia viva, e poi una mano, papà e la forza del suo braccio e lasciarsi andare al pianto, acqua nell’acqua, sale con sale e sapore d’affetto e vita nuova in abbraccio. Dall’acqua per l’acqua. Che questo nostro andare sia cosciente del pericolo degli abissi, che i nostri giorni non trascurino mani, abbracci, affetti. Un mese al Natale e questa neve che prima o poi arriverà, che poi lo sai che per definizione allontana le aridità degli oggi e promette primavere e germogli.

Foto: Robert Frank

Photo editing: Neige

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Debolezze

E ritrovarsi in piccolezze. Scoprirsi bugiardi e ricominciare il disegno del sé. Lontani noi dal centro, l’unificare le spinte e camminare sulla corda che dimezza il cielo, tra gli alberi di purezza e dannazione la difficoltà dell’equilibrio. Avrei voluto ricordarti di quel giorno nel parco, il pic nic dei nostri chi siamo e confidarsi debolezze e fragilità. Di quel giro per Roma quando la notte non era un piumone, ma voglia e curiosità. I laghi del mio sudore e l’aria condizionata per asciugarci. Quando dormire vicini era volersi bene. E poi distanze e teste di moro e lontananze. Il linguaggio virtuale e la banalità delle domande sull’esistenza. E morire un po’ quando scopri che la menzogna ti è rimasta appiccicata al palato. La lingua al miele e i baci lunghissimi. I miei ti voglio bene e i tuoi lo so. E scoprirsi deboli e sciocchi. Basta una crepa per provocare disastri. E se lo pensi nel piccolo guardi alle marachelle dei grandi e dici che sì, potrebbe accadere anche a te. Dov’è la sorveglianza? Esercizio difficile la vigilanza. E sentinelle lungo i chilometri della mia muraglia. La carta velina dei miei pensieri di oggi, la trasparenza tanto lodata, tanto invocata. Che il tuo parlare e il tuo dire siano della stessa sostanza. E verità è un modo dell’essere, è carne e parola, sei tu. Non ricerchiamo le leggi, non ricerchiamo favole e tesi e sostanza. Nelle persone la possibilità del riscatto e nei dialoghi la tua vera essenza. E tutte queste parole così pesanti, basterebbe un ‘fanculo, e pugni e sudore e occhi neri e muscoli stanchi. E comincio a trapanarmi il cuore per far uscire il brutto. E cerco il blu, un fiore chiaro, che questo nero mi stanca.

Foto: Ryan Mc Ginley

Photo editing: Neige

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