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Io gabbiano, tu mare

Il mare della Sardegna e le tue passeggiate lunghissime per poi gettarti nell’acqua a cancellare il sudore col sale.

Le bracciate rilassate in purezza d’intenti e lo sguardo agli scogli o al cielo. Durezza o blu e capelli bagnati d’estate.

Di fianco al letto i tuoi libri vari: lo sguardo sull’oggi e le riflessioni sull’esistenza. Coi dubbi che assalgono chi compie scelte forti e tutto il già detto custodito in silenzi.

Di quella prima volta a pranzo due battute sciocche e l’ironia sulla normalità degli altri, ti immaginavo come uno dei miei personaggi: complesso e folle, e mi mostravi la semplicità del vivere felice.

E così davanti a un caffè cominciare un’amicizia, che fai e come ti chiami e perché non ti lasci mai stare? Sedere alla stessa tavola senza il bisogno di dimostrarsi nulla, i dubbi sul presente e sulle carriere dei grandi. Uno sguardo che prova a scivolare sull’erba per togliere il pallone agli attaccanti del niente. A difendere originalità e brindare alla necessità.

Tu e i tuoi pranzi col lusso e gli incontri in vetrina. I tuoi viaggi a Roma, a Parigi, poi Santorini e i consigli sul bello. Che esiste un’arte da guardare e persone da incontrare. Per tutte le mie debolezze esposte in nero sulla tua camicia bianca e l’occhio esigente, ma comprensivo.

Quelle email che ci scambiamo ogni tanto e la concretezza del quotidiano. Riparare un armadio o accordare un organo.

Pensare alla brocca d’acqua trasparente che tieni sulla scrivania, dissetarsi in franchezza di scambi e simpatie nate in diversità.

Che se io sono gabbiano e volo tra città e mari per esercitare sguardi dall’alto e picchiate improvvise, tu resti mare e raggiungi le coste con sguardo nuovo, eredità millenarie.

Ascolti il mio verso gracidare in lamenti o esaltarsi in gioie da poco: un amore, un letto, un bicchiere di vino buono. Lasci il tuo silenzio ed esplodi in Buongiorno, mio caro, come va e poi stà bene, stà tranquillo. E davanti alle parole dei grandi sorridere ammirati e gesti di scherno e poi guardarci con cenni d’intesa, ogni amicizia una storia e a ogni ritorno un porto.

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La prima bestemmia

Nature morte in cucina e i panni stesi in cerca di una vita. Scuotere gli occhi del mattino per guardare oltre alla tazza del tè. Tornare a sottolineare parole imprescindibili e concetti espressi senza banalità retoriche e orpelli di vecchiaie.

Quando conosci la potenza del punto a capo e delle frasi brevi isolate. Quando conosci il potere evocativo di tramonti ed etimologie.

Tu che hai sbattuto l’anima contro ai marciapiedi, hai perso il pudore nelle scuole di teatro ed ora sai criticare, ma fai fatica ad amare. Io che ho raccolto l’anima sotto a un semaforo, sono salito in piedi sulle panchine per inaugurare la stagione dell’amore fatto di ribaltamenti e prese, battaglie di ventri e dolcezze e mani strette per farsi forza.

Con il chiodo fisso della creazione: dal due nasce il tre e non è per forza un bambino. Essere del nostro essere, prolungamento dei nostri sguardi e libertà di un nome.

E ci ripetevamo che fuori dal contesto ogni creazione acquista valore. E allora scappiamo dalla famiglia, dagli atelier, dalle scuole e dai cinema, dalle manifestazioni fatiscenti delle nostre contrarietà e dal paese natale. Ci torneremo in seguito accolti in feste o indifferenze.

Lo sguardo altro nelle attese racchiusi nelle ascensori. Una porta si apre e ci sarà prima o poi chi ci inviterà a cena e ci farà sedere alla tavola del tu.

Ed ora scrivimi che così non puoi sognare, che altra cosa erano i film dell’epoca nuova e i bianchi e nero delle magliette a righe, i discorsi improponibili ai piedi del letto e tutti i su e giù a mano piena di mister Godard.

Dovrei finire con un vorrei, lo sai. Ma al mattino il volere non serve a niente: scarpe da corsa e maglietta leggera, la strada aspetta e vuoi mettere a guardarla col fiatone, con le gambe pesanti? Lo sai che c’è? Che non riesco a fermarmi. E prova a prendermi, giochiamo a rincorrerci. E sarà allora che ti racconterò delle mie debolezze, della mano alzata della quarta elementare e della noia dei tempi della maturità. Del mio primo vaffanculo alla professoressa d’inglese e della mia prima bestemmia: anni sei, un prato, un retino, una farfalla bianca imprendibile. Accarezzo il cielo e la imprigiono, si rotola nell’erba, la mia mano piccola tra le maglie di corda, per la mia gloria a chiamare mamma, a chiamare nonna: un istante, mi distraggo, lei vola, io urlo per caso o per sentito dire. Contro dio, il cielo e il denaro. Poi piango. Il senso di colpa che accompagna i miei oggi e polvere bianca a colorare il verde dei fili d’erba.

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Nuoteremo di giorno, fioriremo di notte

C’è un quadro di Daubigny che porta il tuo nome.

Così ti rincorrevo nei corridoi grandi dei musei fermandomi a lungo sulle panchine per guardare la gente fotografare di nascosto e confrontarsi sul senso delle immagini.

Io che scopro il pensiero soltanto nel letto e sulla strada mi faccio investire dal colore e dall’estetica, null’altro.

Come carta carbone prendo le pieghe delle tue guance e mi trasformo in cuscino per le tue notti insonni.

Chissà che pensi in tutti i tuoi silenzi. Chissà che guardi e quante volte al giorno ti sistemi le unghie.

A leggere la cronaca dei giorni peggiori e di chi non sa mordere il freno alla lingua. L’estetica è troppo importante perché si tramuti in insulto, preferisco un marmo levigato o i tuoi fianchi accoglienti.

Chi vomita odio e sciocchezze è colui che non sa sorseggiare il vino e sentirne l’odore, riconoscere i frutti.

Preferirei farmi sordo alla critica per non scoprire ancora una volta di essere io, il primo, il razzista. Io, il primo, il violento. Se la tua lingua darà scandalo, tagliala.

Riconoscere gli ambienti e cercare gli occhi prima di lasciare andare le labbra e investire in discorsi. C’è un alfabeto che trascende la scuola ed è esperienza e sguardo: incontro.

E vorrei chiederti scusa per le mie invadenze, perché non so tenere il ritmo e accelero in battere. Per mancanza di tatto e la debolezza. Io così uomo, così fragile e inadatto al due. Forgerò nei vulcani dell’isola magna armi nuove e scudi lucenti. Trasformerò le spalle in caverna e aprirò la porta ai pomeriggi d’estate, guardando in alto e dimenticandomi dell’ombelico.

Tu, se puoi, se puoi soltanto, sorridi alle mie mancanze e riempi i silenzi di senso, che prima o poi saremo cascata o soltanto ruscello.

Nuoteremo di giorno e fioriremo di notte.

E vestirò una maglietta larga e piedi nudi, sentiremo l’erba sotto ai piedi e ci dimenticheremo del mondo soltanto per oggi, così le farfalle verranno a far visita ai nostri capelli e ci presenteremo agli amici come un quadro di Renoir. Belli, incomprensibili e strafatti di luce.

Quadro: Renoir

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Sulla senna con Jimmy Choo

Guardava donne con le ali sorvolare le cattedrali tra gli Oh meravigliati delle turiste anglofone. Mentre si chiedeva cosa tenesse i suoi piedi ancorati alla terra, il puzzo di piscia della camminata in riva alla Senna. Quattro ragazzi in bermuda e camicia a tirare su droga dal naso e a scuotere il culo al ritmo dell’elettronica di Villalobos. Le righe orizzontali rosse sulla maglietta larga che si appoggia su un seno appena accennato, lei che muove le labbra e lui che resta in silenzio fissandole. Della collezione estiva di Jimmy Choo e delle derive politiche delle associazioni di volontariato. Così le ribaltava il mondo chiedendole chissà chi ha inventato lo zucchero filato e ci pensi mai a che lingua parleremmo se esistesse ancora la Pangea? Lei scuoteva la testa, rispondeva sciocco, ascoltami e poi chiamava l’amica per chiederle che fine avesse fatto e dirle sono con lui, ma se ci raggiungi possiamo andarci a bere qualcosa, non mi ha ancora detto niente, nessuna novità, no davvero, che ne dici di un gelato, ne fanno di buonissimi. Lui si incantava nel suono improvvisato di certi barconi immobili da anni. Gli veniva a noia il Jazz. Lei gli mostrava il collo e lui la stringeva da dietro. Ti sento distante. Lo sono eppure ti abbraccio, non te ne accorgi? In effetti ci sono muscoli involontari. Ci avresti mai pensato? Io e te a Parigi. Lui non ci aveva mai pensato, proprio mai. Il regalo di lei per i suoi trent’anni e un deodorante firmato Kenzo. Sei stanco? Andiamo a dormire. Lei chiama l’amica, le dice, è un po’ tardi, credo lui voglia stare in camera, non aspetto altro. Ci vedremo domani. Mi fai incuriosire. Così tornavano in albergo, mentre camminavano lui giocava a stare in equilibrio sul bordo del marciapiede. Lei lo guardava e rideva. Lo tirava verso di sè e lo baciava. Una volta in camera lei si chiude in bagno, lui si sdraia sul letto e guarda il soffitto. Lei si lava: le mutandine carine, il profumo buono. Si spalma la crema sulle cosce, si idrata le labbra, gli sciacqui di collutorio per l’igiene orale. Esce dal bagno e lui non c’è. Nemmeno un fiore sul letto, nemmeno un biglietto. Nessuna caccia al tesoro. Soltanto una valigia appoggiata alla porta, così sola, abbandonata, così chic e così firmata: le iniziali di lei.

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A parlare coi delfini

Verrai anche a dirmi che hai parlato coi delfini, che erano alieni pronti ad avvistare le invasioni dal centro della terra. Così ci spruzzavamo addosso quel che rimane del giorno e quanto gioivo nel vederti godere.

Mi dicevi che lasciarsi andare è così difficile e ti lanciavo occhiate sciocche da dietro al cuscino. Ti nascondevi nelle lenzuola per farti cercare, per farti trovare. E cominciavo a contare girato dall’altra parte, chiudevo gli occhi e aspettavo il mattino. Per leggere le prime notizie del giorno e affittare un goniometro per misurare la nostra lontananza. Parliamo di pianeti e di soli, di stelle fisse e altri piccoli mondi. Di questo tempo che dà senso all’alzarsi delle maree, delle tue paranoie al tramonto e di questi occhiali da sole che ci nascondono gli sguardi.

Mi leggevi la sensibilità di Mariangela Gualtieri e ti dicevo che dovremmo inventarci strategie per sussurrare poesia tra i sampietrini e non aspettare il palco e il buio o i libercoli bianchi di Einaudi.

Così in quel letto disabitato mi regalavo buonanotti in versi e prendevo sonno al fumo di un sigaro per poi svegliarmi con gli occhi infiammati. Così delicata è l’esistenza di chi si mette in ascolto del sé.

Voglio comprarti delle cuffie enormi, di quelle buone, s’intende, e vederti ballare da sola, per strada, salutare i passanti e appenderti ai semafori in pirouette.

Tutte queste immagini per il mio scrivere che non suona in campane e nemmeno in consolle. Ci pensi mai alle tue porte chiuse? A quanto è bello rispondere e far delle parole leggerezza e non temere il domani e le sensibilità sciolte. Siamo cavalli noi senza sella né fantino, dormiamo nei prati con gli occhi aperti e salutiamo il giorno prima degli altri.

Così ieri notte a cena con gli amici, a bere e fumare, a parlare degli aghi e della medicina orientale. Scottarsi la lingua col brodo bollente ricorda i postumi del masticamento da foglie di coca. Quel Sudamerica che ho tatuato nel colon e i tuoi viaggi a bordo dell’immaginazione.

E poi mi scrivi che con le parole fai esperimenti, che poi nessuno ti prende sul serio. Ma non temere, io sono anni e lo sai, chi si prende sul serio alla fine si perde, chi si loda s’imbroda e potremmo andare avanti così per giorni e magari ridere e finire sul divano a guardarci una serie a puntate.

Foto: Jeandel

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Nuovi io e te

Il destro, poi il sinistro.

Sono i tuoi piedi, quelli che ti eri dimenticata da tempo. Quelli che tenevi nelle scarpe la notte, pronti alla fuga. Ora invece sono là: distesi e nudi, sul tuo letto grande.

Non hai mai avuto davvero paura, pensavi soltanto a che fare, a trovare soluzioni concrete ai tuoi ideali di bellezza.

Nel megafono dei discorsi il tentativo di svecchiamento del politichese e quella retorica che strappa applausi. Così trascorrevi ore sui tetti non godendoti presenti di sguardi che abbracciano tetti e città; le utopie dense delle tue isole felici e quest’assenza di vento che impedisce partenze. Tu e i tuoi compagni diventavate voce sola e vi intonavate a coro per lo stadio dei traffici dei potenti.

La conquista di un luogo per dare casa ai vorrei. Cominciare dal luogo, non c’è altro modo per mettere fondamenta. Io che ti guardo da chilometri e chilometri di distanza, io che prendo treni e aerei come se fossero sigarette. Io che non sono presente e resto nell’aria, perché anche in assenza ci si può toccare, dicevi tu, ma non mi hai ancora convinto.

Esistono amicizie che riposano nel profondo, pronte a salvarti o a sparire. Il pensiero di sciami di farfalle in testa per questi pensieri sconclusionati e i giri di valzer della parola che finisce stanca a riposare su sedie di legno.

E ora cammini senza guardarti intorno, ora non fai attenzione a dove metti i piedi e non hai consigli da chiedere, né suggerimenti da dare. Ti guardi i piedi e dici che son fatti per l’alzata e non per queste passeggiate tra i metri quadri e i muri della casa dei tuoi genitori.

E dai uno sguardo ai siti internet che sbattono contro le correnti. Credi nella rete per pescare i pesci più grossi e poi ti perdi nel ritmo in battere di certi deejay d’oltremare. E quando hai voglia di fare l’amore ti neghi, che sei più forte tu delle velleità del tuo corpo. Come i mahatma e i Che, rinneghi te stessa per i progetti più grandi.  E parli con le rondini proponendo rotte impensate per le migrazioni.

Mentre ancora si riempiono le piazze dei sostenitori del buoncostume. La seduzione governa il mondo, la seduzione. Che sia di corpo o parola. Che sia d’immagine o profumo.

C’è un senso di sconfitta nei quarantenni di oggi, a rimpiangere gli anni ottanta e i Pink Floyd. Si sono seduti sulla sedia e ora si chiedono il perché. E non lo vedi come fanno ad attirare l’attenzione? L’ironia dell’evidente e i manifesti dell’antiperbenismo, dell’antibuonismo. Eppure sono così colti, così sensibili, così belli, mio Dio, dico, perché? Perché anche voi adeguarvi al mondo?

L’idea di sopravvivenza delle isole greche e l’autosufficienza del coltivare miele e braccialetti in pelle di capra. Torniamo ai tuoi piedi e alle forme che spesso nascondi. Torniamo ai tuoi muri e ai pensieri che ci incolli ogni giorno. Tornerai sulla strada anche tu con sguardo bianco.

E mi metterai nella schiera dei vecchi, del mio pensiero di trentunenne e di questo vagabondare senza sosta per esercitare l’ascolto del sé.

Di quando ieri, all’entrata di un locale, mi hanno marchiato il braccio con la scritta “egoiste”. Delle mie docce lunghe per lavare via i continui sguardi allo specchio.

E poi lo vedi come va a finire? Parti col scrivere un racconto e finisci per parlare di te. Di me.

Quando ci dicono che la narrazione è tutto, noi non crediamoci.

Quando ci tireranno paranoie sulla memoria, noi non crediamoci.

Quando ti proporranno il cerchio magico e lo sguardo neutro, noi non crediamoci.

C’è ancora un sentire che ribalta montagne e divarica fiumi. Ci sono ancora cosce che si aprono per sostenere libri e idee che sfiorano le lenzuola per poi arrampicarsi ai lampadari.

Non c’è paura in questo nostro andare. Sono necessarie parole abusate e piangenti: bellezza e umiltà. Sono necessarie parole accusate e potenti: presunzione, coraggio.

Che esiste un egoismo che ha a che fare con la tenerezza, qualcosa che ancora non ti so spiegare, per questo ci sto scrivendo sopra un romanzo.

Aspettando una tavola apparecchiata.

Un io e te che non possiede e libera.

Foto: Yang Yongliang

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Regalami tu presenti senza contemplazione

Magari chiedimi da dove vengono le onde così potrò risponderti che questi sono discorsi da film e buio di sale nere.

Con la richiesta d’attenzione dei topless da spiaggia e quelle tavole disordinate dove ognuno guarda al sé e dimentica il noi. I discorsi lenti dell’ora della digestione e la mancanza di opinioni originali. Che per lasciar perdere e riempirci il bicchiere diamo la colpa a tutti e mischiamo le responsabilità con la ricchezza.

Sono atterrati gli alieni questa notte e nessuno se n’è accorto.

Tra gli speciali della moda giovane, i concerti estivi e le lezioni di cucina registrate a Gennaio. Poi a Republique suonava Pete Doherty, e quando ti chiedevo chi è mi rispondevi soltanto: è l’ex di Kate Moss. E mi veniva voglia di domandarti ancora chi è questa Kate Moss e se ha qualcosa da dire al pianeta intero, ma non te l’ho chiesto. Ho paura dei tuoi discorsi sessisti e delle femmine emancipate di sessant’anni che popolano i palchetti dei festival. Bisognerà prima o poi impegnarsi in qualcosa? Dicevi leggerò storie ogni sera ai miei figli per crescerli belli e forti, e sani e felici. Ti supplicavo di lasciar perdere i cantautori leggeri dei generi letterari e di provare con Apollinaire e il ritmo lento di certa poesia Sufi. Così imprecavo Mary Lou di restituirmi la vita a furia di frasi brevi. Per scoprire di aver interesse nei volti e di trascurare ormai i corpi.

E volevo disegnarmi un narvalo proprio sotto alla coscia per guardarmi allo specchio e credermi mare; acqua che mondi nasconde e corpi trattiene. Infinito sconosciuto e magnifico a me inaccessibile per incapacità natatoria.

Nelle vie che salgono da Belleville al parco di Buttes Chaumont il vento muove le foglie e i sampietrini ospitano piccole serpi a sonagli. I topi si incantano e si ammassano davanti alle recinzioni per guardare lo spettacolo dei pic nic estivi, di questi nudi appiccicosi e della carta trasparente che difende i prosciutti.

Dimmelo ora, dimmelo adesso, perché non godersi l’istante e guardarsi da fuori? Dimmelo ora perché c’è chi si tatua il terzo occhio e chi invece ce l’ha senza averlo scelto? Accecami tu come Ulisse, con le tue cosce da maga e notti insonni, e regalami presenti senza contemplazione.

Foto: Saul Leiter

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Isole bellissime nei cuori delle città

Le vesti bianche benedicono il mare e le balene annunciano messaggi in codice; i fischi lunghissimi delle navi in partenza e tutti in coperta in camere d’aria condizionata.

Faremo il giro della Francia in tour con tappa a Nizza per guardare gli scogli.

Quando mi accorgo di tutte le pulsioni che ci circondano, le luci del Naviglio si chetano soltanto al mattino nella prima borsa in pelle dei professionisti delle vendite.

Mi coglie lo stupore soltanto sulla Serravalle, e non parliamo di saldi, ma delle luci al neon delle centrali idroelettriche.

Vorrei chiudere le porte al sole in questo giorni di luglio e guardarmi dentro con quelle torce da speleologo che vendono al Decathlon.

I resti della vita attiva e i rituali di iniziazione davanti al crocifisso. La nostalgia di quei pomeriggi con il ghiacciolo in mano e la maglietta sporca di terra, rincorrere il pallone a mille all’ora e gonfiare la rete guardando per terra per paura d’esaltarmi troppo, cercare refrigerio nell’ultima panca, le navate laterali delle chiese di provincia. E confessare il peccato del diventare grandi soffiando sulle candele, spegnere i rimasugli dei sensi di colpa ed entrare nella vita vera.

E poi mi dici che sono una bussola montata male, che la lancetta rossa è sempre verso il centro e quel centro sono io. L’io come misura del tutto e il tutto come amaca per le notti d’estate, bottiglie di birra lanciate nel prato e zanzare in questua del mio sangue caldo.

Mentre misuriamo i nostri giorni in successi, tu mi ricordi che i silenzi son così pieni che forse a strizzarli potremmo conservarli in vetro e usarli nel traffico del centro.

Di tutte le lettere che ti ho scritto e dell’infinito spazio disponibile nelle caselle di posta elettronica.

E ora indosso una maglietta a righe su bianco, quelle su nero son sulla copertina di un libro.

La disumanità del marketing per me che ho nostalgia della libreria di via Alfredo Albertini, quando dietro al vetro c’erano gli struzzi e leggevamo il Manifesto e poi al sabato offrivamo il caffè con la torta appena sfornata. E ci venivano gli anarchici e magari gli ex brigatisti, e si mangiava e si brindava e si parlava di storie, che le contingenze politiche erano discorsi da camere bianche e vuote, e se ci chiedevano di Bruno Vespa noi si rispondeva che certe cose qui non esistono.

Che esistono ancora isole bellissime nei cuori di pietra delle città.

Foto: Berenice Abbott

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Che chiameremo noi letteratura?

Che chiameremo noi letteratura?

Questa parola logora e avara, relegata a scaffali e merlati di castelli disabitati e boria d’adulti mai vissuti.

Che sarà di queste giovinezze irrequiete, del nostro pescare le stelle dai tram, degli schizzi bianchi delle nostre notti insonni? Dimmelo adesso che fare e perché rinunciare alla necessità del mio sentire informe eppure sano e santo e beato e folle?

Dimmelo ora perché non discendi le scale con grazia e ti scagli con pietra contro le sensibilità pronunciate di noi adolescenti degli anni novanta?

Dovremmo riaprire le edicole per vendervi i seni gonfi delle showgirl e chiuderci in casa ad ascoltare le canzoni melodiche dei vostri passati prossimi? Che pensi del beat, lo sai che Ramazzotti Eros usa l’elettronica?

E magari mi vuoi tirare in mezzo con l’ironia di Elio e le storie tese, coi termini desueti di certi dialetti. Parliamo di fica e facciamoci belli. Oppure scontriamoci e diciamo che sì, noi sì, ma gli altri, gli altri invece no. O utilizziamo ancora quel “Quelli che” tanto caro a Rai3.

Quando spegneranno le televisioni e ci chiameranno le piazze diremo che sì, che la vita più semplice è quella dell’amicizia corretta e del vicino elegante. Delle cene formali e dei contatti. Ti chiamerò su Skype per ascoltare la tua timidezza.

Di quando ti chiudi nel bagno e la pancia ti cala sul pene. Le tue mille seghe tra i costumi delle soubrette.

Che chiamerai tu letteratura? Il culo di Belen è di una bellezza immensa, lo vuoi dire questo? Ci rifaremo gli occhi sui Van Gogh soltanto per sentirci meglio.

Avvelenarci del buono e imparare la sensibilità dei palazzi.

La strada è un’altra cosa, chiede vino e bocca ripiene di desideri. Squarci insanguinati su braccia nude e sudore a cavallo del collo. Tutta questa bellezza sta nella debolezza dei nostri oggi, nei nostri desideri mai detti. Io guardo ancora il cielo e penso che bello. Che belle queste foto del mare, che bello il colore pastello. Ti chiamerei, non ti farai trovare. Ma sii contento. Tu sii contenta. Che io ti abbraccio, ti bacio. Che parlo sempre di me, ma non ho altri modi per arrivare a te.

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Schiaccia molti high five

Così si era fatto mattino.

La schiena rigida e il peso del giorno. I panni stesi sempre umidi e dimenticarsi ancora una volta di asciugarsi le ascelle dopo una doccia breve. E non capisci dove sei, il desiderio del cuscino e questo cielo che si confonde ai palazzi e chiede uno sforzo al colore, agli stendibiancheria e alle magliette a righe della capitale francese.

Vorrei fermarti per strada e dirti è tempo di far colazione insieme, quanti giorni sono passati non vale la pena di ricordarselo.

Nella Pangea dei miei pensieri notturni non distinguo gli affetti, la spuma densa dei mari d’inverno e immaginarsi il bianco di Grecia e il nero dei tuoi capelli.

Vorrei dirti non so ballare, non so cucinare, non so nemmeno arbitrare. E invece so fare un po’ tutto, ma mai fino in fondo. E’ una questione di voglia, forse di responsabilità.

Di quando scrissi Milano aspettami, Milano addio, dei miei ritorni e della malinconia del lasciare le strade grandi e questo mischiume di genti che apre le porte della cattedrale mai costruita della meraviglia.

Non avremo paura quando ci troveranno per strada a lanciarci sassi sulla fronte per far uscire i nostri pensieri nascosti.

E cercheremo il confronto coi grandi del tutto facendoci trovare ricoperti del niente. Così trasparenti che potranno passarci attraverso e li vedrete coi capelli più corti e le spalle più larghe, i culturisti della parola mai troppo pensata.

Colano le strade dell’orina gialla di certe pagine della stampa, dei libri invenduti sulle bancarelle e illuminano le stelle il piscio per la bellezza dei concerti all’aperto, delle grigliate nei prati, gli aperitivi sulle terrazze e quel sereno poltrire del sabato pomeriggio.

Quando ti chiederanno che pensi di me rimani zitta e sorridi, poi schernisciti e inventa uno sguardo nuovo. Schiaccia molti high five e cerca l’altro per curiosità, non per possesso.

E ora a noi due, mie mani, mia strada, mio gelido spruzzo dei pensieri di giugno. Alla quarta di copertina di un libro mai scritto e alle mie processioni di questua davanti agli editor, alle colonne senza vita delle case editrici sempre chiuse, come le chiese.

Foto: Willy Ronis

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