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Tra i fenomeni del parkour

Dai tetti di Londra, tra i fenomeni del parkour, gridavo la ragione non è la verità, soltanto una regola per ridurre l’angoscia.

E ci mancava il fiato per la disperazione dei piccioni che vivono nelle metropoli e si accontentano dei piani alti, il mare ai gabbiani e i combattimenti topo a topo per la proprietà dei tombini.

E mentre mi facevo crescere i baffi per sentire più a lungo il tuo sapore, tu avevi gli occhi altrove, proiettati verso non so quale treno, quale nuova partenza.

Ci svegliavamo entrambi, la notte, controllavamo sul display dello smartphone le foto degli altri e ci tranquillizzavamo perché così va il mondo e noi rimaniamo ancora diversi.

Vorrei potere anch’io ripulirmi le spalle dai residui di tutti i nostri ieri, di questo sentire che non ci lascia tregua e dei pensieri che vengono a tirarci i capelli, così il dolore ci coglie mentre gli altri non se ne accorgono e sorseggiano i loro drink con i sorrisi perfetti.

C’è una forza, invece, che ci tira le labbra e ci spinge la mandibola indietro, la lingua indietro, la testa indietro. Lascia le lacrime al cuscino e imbocca la strada con le scarpe d’oro. Non abbiamo bisogno di sguardi e nemmeno d’inchini, mi chiedevi il dono della comprensione e trascorrevo il tempo tra le cartomanti e i pittori, indeciso su quale strada prendere e quale viso farmi ritrarre. Dov’eri tu in quei giorni?

C’erano cieli che gridavano il tuo nome, il verde e il blu dei negozi del Marais, e poi quelle sale enormi, penso alla solitudine dell’opera d’arte, sai? Chi se ne importa delle notti dei musei, dell’ultimo nastro della pellicola che a luce spenta si appoggia al piede del proiezionista. Sapessi come va il mondo, sapessi come va il mondo.

Noi dell’amore raccogliamo le briciole, beviamo il fondo delle bottiglie, ci accoppiamo in mancanze, noi dell’amore siamo occupanti, usurpatori sui tappeti della follia, sulle punte ad aspettare le crepe della ragione, noi ci affidiamo quando la fiducia è impossibile, noi siamo i disperati, mai cheti, noi siamo il noi che nulla completa, siamo noi, e siamo in tanti.

Foto: dalla rete.

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A William Seward Burroughs nell’anniversario della sua nascita

Rimanere immobili è pericoloso, dicevi, tu che immobile non ci sei rimasto. Tu che hai fatto di tutto rendendo ogni lavoro degno del tempo, dell’attenzione. Senza borie vane, senza regola, né pensiero rivolto a futuri lontani.

Erano altri tempi, certo, non preoccuparsi del precariato perché c’era sempre bisogno di fare. Così a volte te ne andavi sulla spiaggia, là, a Essaouira, e ti riempivi le vene. Tu ti facevi per le strade della provincia d’America, nei cessi dei locali al suono del bebop e tra le gambe pelose di qualche amico.

Ti spogliavi con la naturalezza di chi cambia abito ogni giorno e usa il corpo come un appendino, nessuna paura del contatto fisico, nessun timore per l’esposizione al sole del giudizio. Così ti facevi, anche grande, ammettiamolo, e diventavi noto e stimato e frequentavi i salotti, sposavi donne per gentilezza o per la passione comune alle droghe, lasciavi il loro letto vuoto frequentando le schiene robuste degli uomini dei bassifondi. Chissà a quale dio ti rivolgevi col laccio emostatico e la siringa, i cucchiai sempre caldi e nessun brodo per sera, soltanto rituali per godimenti estatici e fuggivi.

Tutto è dolore e consapevolezza, e ti mettevi a scrivere e ti rivoltavi di barba e di ossa, non c’era tempo per sorrisi prolungati e gioie grandi, schiamazzi e grida, e dopo ogni fuga un’altra occasione da creare, un rischio da correre. Uccidesti tua moglie giocando a fare il Guglielmo Tell, nessuno se ne accorse, nessuno t’accusò, sapevi amare? Te ne sei andato rincorrendo canoe e carta, giù in Sud America e poi fino a Tangeri, il nero del Marocco, le case vuote e il fumo denso prima di prendere sonno, gli hammam per consumare l’amore.

Poi sulla spiaggia, sulla spiaggia ancora, tutto ci porta là, l’incontro con Jack e tu, fottuta pecora nera, drogato, frocio di buona famiglia, nel tempo che non chiede conti e porta falò per bruciare rimorsi, prendevi i tuoi scritti, cara grazia gli amici, e li mettevi insieme, ne usciva Pasto Nudo, lo pubblicarono e tu fosti famoso, mai indipendente.

I soldi della famiglia, perché dire no a chi tutto può. Così Parigi è un istante, tra le elite parigine non devi svelare molto, basta il vestito, il modo cortese, il fare arrogante. Tutto d’un pezzo, mai così diviso. Il tuo corpo si faceva più fine, i tuoi occhi più lunghi, il tuo culo, oh, ne parlavi sempre e nessuno ti ha mai detto di smetterla con la roba. Sacra lei più dell’alcool, i tuoi rituali, la tua spiritualità così ammirevole, sapevi tutto anche dei Maya.

Non lavoravi quasi più, chi non lavora pensa e contesta, lo sai, lo sappiamo entrambi perché affogavi le tue notti, imparavi, imparavi soltanto, non solo per necessità, ma per scelta, ti trascinavi qua e là soltanto per vedere cosa succedeva. E succedeva. Amavi il bardo Shakespeare, chissà com’è, chissà perché, raccontava storie, scomponeva la vita per poi ricomporla, tu invece, noi, beh, noi, che fine abbiamo fatto noi? Noi che eravamo disperati e felici, disperati e felici.

Rimpiangiamo il passato e sentiamo ancora il richiamo della strada, l’ululato del cane e le grida invadenti, là al tavolo ci sono le ragazze, vieni con noi, William? Certo, amico, non vorrai lasciarmi qui, solo, in compagnia delle foto bianche che mi ritraggono sempre più magro, sempre più solo. La mia malinconia, non si era soli allora, mai, e invece adesso? Si scrivono romanzi e finiscono sempre bene.

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Bianco di lune

Il primo davanti al palco o l’ultimo della fila, farsi spettatore dietro ai grandi schermi a intonare i cori, accompagnare il cantante.

Le rincorse alle transenne e i due metri dell’uomo a limitare lo sguardo.

Che te ne fai della folla, che te ne fai di una maglietta sudata, di tutte le emozioni che accumuli nel cestino dei vestiti sporchi? Quando al risveglio ricordi soltanto i sogni peggiori, l’odore delle padelle, la cena del giorno prima.

Dimmi cosa ti vieta di proiettarti in futuro? Per quei pochi istanti di terra vuoi smetterla di rinunciare a vivere? Pizzica le corde della chitarra anche se hai appena imparato, lascia le docce al canto, ascolta la musica che ti piace non quella che ti insegnano gli altri, gioca ancora con le posate, se vuoi, ricorda di svuotare la tavola prima del caffè, di lasciare la tovaglia ai discorsi. Che vuoi insegnarmi tu? Nulla, ti dico io, so quel che mi piace e quel che mi spaventa.

Parlami delle impossibilità dei discorsi in piedi davanti al caffè, delle ore vuote trascorse su twitter.

Mi dicevi viviamo in campagna, scegliamo per vicini i cani, le galline e i cinghiali dell’alba, magari il cervo ci farà dono di una fotografia. E invece dalle nostre riparate solitudini guardiamo altrove: il verso animale del branco, la retorica della lamentela, l’invidia e lo sguardo al vestito più caro.

Guarda a te stesso, dicevi, ogni giorno ha la sua pena, cosa vuoi caricare sulle spalle. Non sei un asino, nemmeno un pavone, non hai bisogno di fare la ruota per farti notare. Così prendevo il rullino, la macchina fotografica più vecchia, le istantanee e l’attesa di uno sviluppo.

Non abbiamo più tempo, dicevi, come se fossimo padroni di qualcosa, come se le debolezze non dominassero gli altari. Dentro le fragilità i tagli sulle nostre dita, le unghie consumate, gli angoli del nascondimento, gli abbracci al cesso, le lacrime vietate agli sguardi e i balconi per immaginare i tuffi. Quando ci renderemo conto della sconfitta subita saremo vincenti, ogni giorno la sua gioia, ogni giorno il suo gradino.

Ora donami soltanto bianco e lune crescenti di denti, tu, mia sola gioia, mia amica, mia piccola vita.

Foto: dalla rete.

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Non è tornato il silenzio

Non è tornato silenzio a consolarci le notti. Le sveglie in ritardo, le luci dell’autostrada e i viaggi così lunghi di quando evapora la voglia di parlare e suona sempre lo stesso disco. Per perdere il treno siamo sempre in ritardo. Scorrevo la lista delle città più belle, dicevi che ora no, siam tutti luci e sguardi alle vetrine, disorientati dall’euforia o cinici, fuori da noi in questa pianura padana che permette alle trottole di continuare a voltarsi e non fermarsi mai.

Abbiamo visto troppi film e letto troppi libri, dicevi tu, immaginiamo le vite e finiamo per vivere a metà. Moltiplicavo i piatti di pasta per vederti seduta al mio fianco e accendevo candele la sera per confondere le stelle, costringerle a chinarsi e guardare giù. Non saranno le luci artificiali a salvarci, e sulla musica dub ti muovevi sempre nello stesso modo. Ti traducevo canzoni francesi, sono così antipatici, dicevi tu e io alzavo le spalle.

Quanti camini accesi e quanti fogli di giornale consumati sotto la legna. Riposano i semi negli orti e i cani abbaiano per scaldarsi. Le automobili in sosta, i loro clacson nervosi e semafori stanchi dell’attraversamento pedonale confondono i colori e creano disordini.

Vorrei vestirti con delle vecchie foto, farti scoprire i ricordi del corpo che vedi: le risa fuori dalla città, gli spogliatoi e i campi di fango della provincia, le cene con gli amici ai tempi dell’università. Di quella volta sull’automobile in quindici, le mani sul tetto e il culo in bilico sul finestrino, le cadute sull’asfalto, i polpastrelli consumati, la giacca militare di quell’amico che non c’è più e che m’aveva iniziato al rock.

Qui invece finiamo per proteggerci: giubbotti e autoscontri, militari nei centri storici, il buonismo della politica che chiude le curve e poi le riapre, i rettilinei impossibili a realizzarsi e i missili pronti a partire, i nostri occhi chiusi troppo a lungo e io che ancora ricordo il profumo delle tue guance.

Foto: Nicoletta Branco.

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Misurare longitudini

Chiusi in casa a costruirci altri soffitti fatti di lenzuola.

Il vociare straniero ai semafori e tutte le longitudini che non sappiamo tracciare. Ti coprivi la pelle di tatuaggi fatti col pennarello, mi chiedevi un parere e ti dicevo proprio non lo so, non vale la pena guardarti sfiorire.

Perché il tempo non ha padroni e semina disgrazie, i nostri visi segnati dagli agenti atmosferici, il freddo a scolpirci le dita, ad arrossarti le guance. Avevamo schedato tutte le nostre paure e riducevamo le nostre telefonate a una cantilena.

Per tutte le volte che mi hai negato la voce, per gli sguardi alle sconosciute, la mia dimestichezza con gli incontri e le parti d’ombra del cuore che aspettano il tuo raggio bianco, la primavera e la fioritura, tu che sei sole, che mi fai crescere dedicandomi uno sguardo, una parola.

Non so spiegarti il perché di questa mia immaturità che fa crescere boschi dove il vento ha trascinato soltanto un seme. Con la sensibilità creiamo ancora orizzonti che i più faticano a guardare, a creder veri.

Li hai visti i giovani in piazza? Perché io non c’ero? Perché come gli indiani porto in giro la mia tenda e non trovo mai il coraggio per il cemento. Tra poco ancora tu partirai, che non sei pronta per restare ferma. Nemmeno io, ti dico, nemmeno io, chissà se questo nomadismo ci porterà a incontrarci.

Chissà che ne sarà dei tuoi capelli, delle tue dita, dei tuoi quaderni. Delle canzoni che ho scritto su fogli andati dispersi, delle chitarre che non ho mai suonato e dei palcoscenici che ho lasciato vuoti.

E ora chino la testa per ricevere il giudizio degli altri, solo decine di anni fa il valore si dimostrava in battaglia? Ed ora? Ho visto giovani appassionati, giovani allucinati, altri dispersi, malati.

Vorrei tagliarmi le labbra per tutte le volte che ho usato la parola generazione, così generico, così codardo. Riparato dai più. Puoi dare la colpa al narcisismo, dagliela finché sei in tempo. Puoi dare la colpa al self made man, agli autoscatti. Appiccichi responsabilità come si fa coi poster, ma è richiamo di polvere e calamite dimenticate sulle porte dei frigoriferi. Tutto andrà in dimenticanza, come le uova scadute, le nascite mancate dei nostri domani.

Scrivevi non c’è un luogo ideale per la scrittura, non uno per lo studio, non uno per il pensiero, conta la volontà, la disciplina, il coraggio. La parzialità di tutti i nostri ragionamenti, se ci divide lo spazio, che ne sarà di quel noi che ha paura, che ha bisogno di abituarsi ai confini, prendere coscienza del dove per essere quel che è. Così confuso finirò ancora per accarezzarmi le labbra, pensare a te, alle tue iridi splendide.

Foto: Ambra Iride Sechi.

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A pisciare sull’erba

Il mio buongiorno con le labbra sporche di marmellata. Ci facevano paura le metropolitane e tutti quegli scontri fortuiti. Non ho ancora capito se è troppo piccola la città o le gallerie, ma prima o poi finiremo per incastrarci.

Così alla stazione centrale guardavo le valigie e mi stupivo di tutto quel fucsia. Sarà perché faccio fatica a vestire i colori, ma è così sciocco che tutto questo mi infastidisca. Se hanno inventato il fucsia una ragione poi ci sarà. Dipende da come lo usi, diresti tu, e finiremmo a parlare di questo “come” che sostituisce il “cosa” per importanze.

Lo stile è tutto scrivono i creativi sui manifesti, questi apoftegma sparsi per la città e ignorati dalle intelligenze perché troppo moderni.

Mentre in parlamento si gioca a rialzo, si salvano quelli che salgono sui gradini e al momento giusto sanno scendere, farsi una gran corsa, evitare di farsi catturare e poi basta un saltello e via in salvo, penso ai movimenti del tuo occhio che sa catturare i tagli della luce e distingue tra soggetti e sfondo. Io invece mischio il tutto in parole e tu ti stanchi in fretta, non finisci nemmeno di leggermi. L’estate scorsa me lo dicevi: non faccio apposta, ma dopo un po’ lascio perdere, non perché non mi interessi, è che la mia attenzione se ne va, chissà poi dove va.

Dovremmo parlarci per immagini, ma sai che fotografo male e disegno anche peggio, sarà che non mi ci sono mai messo sul serio. E in tutto questo ho perso il senno e non lo so più dove volevo arrivare. Cerco di fare chiarezza così vorrei distinguere tra parola bella e parola necessaria, e poi nel necessario cercare il bello. Quel che mi interessa della parola è il suono, il ritmo che prendono le nostre labbra.

Mentre mi leggi fai attenzione a quello che ti succede: la bocca, il respiro, le dita dei piedi. Vorrei che mi ricordassi come un qualcuno che suona le viscere e concede al pensiero due passi nel verde. Come il cane che muove la coda, raggiunge il parco e piscia in pace santa, così anche tu, qui tutto ribolle e non sai mai a dove aggrapparti. Lasciati andare, giù i pantaloni, come in montagna, noi dietro agli alberi, l’aria fredda, l’erba che fuma. Non ti preoccupare, nessuno ci farà poi caso e ti sentirai meglio.

Foto: dalla rete.

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Lo sai com’è difficile essere nessuno

Il fatto è che la nostra rivoluzione non è un da farsi perché è di ieri, perché è di oggi e sarà anche domani.

Così alle tre del mattino il tuo fegato chiede il conto della notte trascorsa. E quando non troviamo discorsi a cui aggrapparci per portare alla luce le nostre profondità affondiamo la cannuccia nel Negroni e il Vodka-lemon ci permette di sopportare la musica e quel dj che si muove troppo e quella barba così folta che alla fine ti sta male.

Tra i leggings e i push up corriamo il rischio di slogarci il collo e per le scarpe puntiamo l’immaginazione alla moda parigina che qui a Milano vanno di brutto i negozi cinesi.

L’enoteca di Paolo Sarpi è strafatta di professionisti e son pure simpatici, fa tutto parte del dopo lavoro. Ti rendi conto che a Milano si è smesso di chiedere: “e tu che lavoro fai?” e si punta il tutto sulle passioni: La bici a scatto fisso e poi la musica, di che elettronica stiamo parlando? Mi piacerebbe anche a me un nuovo tatoo. E che ne dici se ci apriamo un tumblr assieme, magari ci tiriamo fuori qualcosa di buono. Ho in mente una start up e lui fa il giornalista potrebbe presentarti qualcuno, lo sai com’è difficile essere nessuno.

Così c’è chi nasconde il cognome e tira di bianco per distruggere l’immaginario democristiano della famiglia dei piani alti. Si dice così che a piano terra costa tutto di meno, lo sai, colpa del traffico, le polveri sottili e la mancanza di tregua allo sguardo.

Ora puoi guardare quel non so che di contemporaneo che hanno costruito là a Garibaldi al posto del Bosco di Gioia dove ci riempivamo di spliff mentre le madri lasciavano i piccoli arrampicarsi su scivoli blu e solleticare il cielo sulle altalene, i cani pisciavano allegramente e le farfalla s’erano estinte.

Ora invecchiamo sui tavoli di lavoro e lasciamo cadere i capelli sul pavimento: il segnale del nostro passaggio e la rigenerazione del cuoio capelluto.

E il parlamento invece è così distante dai nostri oggi che lo trattiamo come il gossip e ci infervoriamo durante le crisi, per tutto il resto alziamo le mani e appoggiamo il gomito sul generalismo.

Signor Presidente della Repubblica lei è invecchiato, si fa mal consigliare.

E ancora su Facebook mi spertico in come stai che spesso suonano come invadenze. Che la proprietà privata non è soltanto spazio, ma rapporto e conoscenza. Noi siamo noi, voi siete voi. Il resto è virus che interroga e avvelena.

Così alle mie domande fai a meno di rispondere, resti nel tuo, che dentro al recinto siamo al sicuro. Invece sulla strada si perdono treni, si inseguono aerei e si diventa così retorici che si finisce per non dire nulla e in questo niente, invece, ci sono io e ci sei anche tu, perché la ricerca spesso è così vuota che ha bisogno di un contatto anche superficiale. Chiamala se vuoi solitudine, questa per me è cultura, questa per me è maturità. E poi mettici tanta debolezza.

Foto: dalla rete.

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Bruciavo le tende per farci tramonti

Il braccio rosa di una bambola a galleggiare sull’acqua del Canal St. Martin e i bicchieri pronti ad affogare nel vino. Le ultime ore del pomeriggio, è autunno, lo sai, viene buio presto e memorizzo i tuoi colori per affrontare la sera: le nostra labbra sono così rosse perché le teniamo a distanza di sicurezza.

Tu prendi aerei sempre troppo tardi e quando arrivi sei così stanca che posi la testa sul cuscino, dici: meglio così, niente di nuovo sul fronte dei desideri. E poi la notte sogni di soldatini e battaglie di ventri.

Ti scrivo così tanto che potrei farci un libro: sull’incapacità al freno e sulle piste d’atterraggio delle curiosità.

Di questi silenzi come coperte per ripararci dalla naturalezza degli incontri e dai miei schizzi di parole che ti sorprendono senza avvisare.

Delle pozzanghere che si creano sotto ai marciapiedi e delle automobili che non rallentano mai.

Per tutte le volte che usciamo con gli stivali per scoraggiare le rincorse; ti suggerivo locali introvabili per i nostri aperitivi in camere separate, noi così riservati alle occhiate furtive degli stranieri e alla cortesia nella domanda di un cocktail. Mentre i tuoi vodka lemon non faranno la storia, che importano agli astemi le mie radici di vino e le intolleranze alla mancanza di attenzioni. Di quando ti metti in posa e resti sull’attenti. E’ tutto così relativo che quel che distingue la class non è il vestito, ma l’atteggiamento, il tono della voce. Così mi ritrovo a elemosinare virgole e punti, le tue pause infinite e le mie notti trascorse a far fuoco contro sagome immaginate.

E bruciavo le tende per guardare i colori del tramonto alle tre del mattino, quando i caffè non bastano mai e l’ansia dei mille futuri possibili ci solletica la pianta dei piedi. Vorrei dirti facciamo l’amore, ma confonderesti sesso e routine. Vorrei dirti: lo sai, ho voglia di un pompino? La fenomenologia dell’egoismo diresti tu. E cominceremmo discorsi interminabili sulla pulizia dei sessi e sugli zaini dei rasta di Place de la Republique.

Te lo ricordi quando dormivamo per terra? Eravamo gli stessi, allora? Io che scuotevo la testa e poi ti ricordi quando hai preso il primo aereo della tua vita?

Ho cominciato a immaginarmi le tue dita lunghe intrecciate alle mie, l’antidoto alla paura nelle nostre estremità più esposte. Che per dimenticare la morte dovremmo farci sussulto, che te ne importa dell’orecchio degli altri, troviamo la giusta distanza, per ascoltarci meglio, per sussurrarci all’orecchio un buongiorno e non sentirci più in colpa.

Foto: dalla rete.

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Hanno trattato male Del Piero

Mi metto a scrivere di te quando non ci sei, così impegno le mani e lascio chiuso il frigorifero. Mi viene semplice, non ci sei mai e così scrivo molto, te ne rendi conto?

Sembra l’inizio di una lettera invece è solo bisogno di attenzioni. Così Totti rinnova il contratto, i suoi primi quarant’anni in giallorosso, dice: hanno trattato male Del Piero, c’è ancora qualcosa che distingue le città del sud.

Quanto mi mancano le linguacce del capitano, Ale si è fatto umano, con noi su Facebook a proporci ricordi, il cambio con Ravanelli e l’esordio in serie A. Era diventato invadente, arriva un’età in cui non accetti più che ti dicano cosa fare e allora cerchi potenza altrove e ricicli il comando, così invecchi presto. Ricordo anch’io di quando Andrea Agnelli parlava così: “Se sono i miei sono i migliori.” E poi? A nulla servono i nostri discorsi interminabili sulla proprietà privata e sul patrimonio comune. Così va a finire che m’incanto davanti a uno stop impossibile di Borja Valero; ci salverà l’arte contemporanea quando qualcuno smetterà d’interpretarla per noi. Non c’è retorica nelle parole del Papa, peccato che quando le riportiamo ci sospiriamo nel mezzo e aggiungiamo i però.

Amico, liberati il prima possibile e non temere il dito puntato. Le catene del pensiero del mondo son più pesanti di qualsiasi altro stento. Guarda le foto di Jovanotti e sorprenditi nel vederlo sempre sorridente. E chiediti il perché delle tue malinconie. Lo sai che abita a Cortona? Ti sei mai svegliato all’alba tra le colline toscane? Per mettere a riposo il cuore c’è bisogno del due e numeri a salire, l’intimità del vivere allontanando il cinismo, in bilico tra il tono basso di alcuni giornalisti, le urla sguaiate di certa politica e il tono austero delle femministe. Che tengo lontano le attrici ormai lo sai.

Ricordi la grazia di Tonino Guerra quando diceva il problema, ora ascolta, non è quello di dare a un altro, il problema è riempire te. Che se sei pieno alla fine trabocchi e quattro diari e centinaia di storie, milioni di incontri. E se ti scrivo di notte è perché non trovo riposo, il figlio dell’uomo non sa dove posare il capo. E mille porti si chiudono, poi mille albe ti aspettano.

Non abbiamo case, noi, e abbandoniamo le tende quando accumuliamo troppo in oggetti, il carico pesante limita il viaggio. E come le supernove esploderemo una notte, così sul mondo pioveranno storie, ci saranno bimbi che si alzeranno presto, stropicceranno gli occhi e usciranno scalzi, a saltelli per avvicinare il cielo, la bocca aperta, il sorriso grande, come si fa con la prima neve. E non avremo paura di scioglierci, che sazieremo la terra.

Foto: dalla rete.

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Perché mi ricorda te

“Sei così furbo che non ti fai mai vedere ubriaco.”

Alza le spalle. Mi pulisce le labbra dal sugo.

“Finisci la pasta.”

Inforco gli spaghetti, giro la posata su se stessa, la porto alla bocca. Lui si versa del vino, beve.

“Stai ancora cercando casa?”

Ho la bocca piena, mastico, faccio sì con la testa.

“Sono due mesi che cerchi. Ancora non hai trovato?”

Faccio segno di no con la testa.

“Quanto vuoi spendere?”

Un’altra forchettata. Questa volta le spalle le alzo io. “A te non interessa. Perché me lo chiedi?”

“Per cortesia. Finisci la pasta, poi è meglio se te ne vai.”

Mi lecco le labbra poi le pulisco col tovagliolo.

“Prendersela non serve. Ti fa piacere se resto ancora un po’. Puoi venire più vicino se ti interessa guardarmi.”

Si versa da bere e fa di tutto per non voltarsi verso di me. Guarda il palazzo di fronte: un uomo grasso in canottiera è seduto su una sdraio. Fuma.

“E’ sempre più grasso.”

“Non mi sembra.”

“Lo guardo tutti i giorni per non diventare come lui.”

“Non sto cercando la casa perché non lo so se ho voglia di affittare una casa. Avere un contratto a scadenza e una casella della posta con scritto il mio nome. Non so nemmeno se voglio abitare ancora a Milano. Non so…”

Lui mi interrompe, mi riempie il bicchiere. “Dovrai decidere prima o poi o non combinerai nulla come sempre.”

“Io so che mi manca quella finestra. Ci affacciavamo e io la abbracciavo da dietro. Mi diceva che avrebbe voluto saltare giù e morire di spavento prima di toccare terra, che la vita è troppo triste perché anche le cose belle prima o poi finiscono. Dicevo che avrei passato la notte a rubare i materassi ai barboni, a costruire un grattacielo di molle e tessuto. Avrei costruito una passerella per i suoi capelli neri. Dicevo faremo l’amore per strada e ci prenderemo le zecche come i cani.”

“Stasera non torna.”

“La casa è in vendita. Vogliono trecentocinquanta euro. Pensavo che se qualcuno la compra non saprà nulla della storia dei materassi. Che non potremo amarci mai più come una volta.”

“Perché sei tornato qui?”

“L’orologio della cucina segna ancora le undici e tre quarti.”

“Voleva buttarlo. L’ho convinta a lasciarlo.”

“Non c’entra più nulla coi muri gialli.”

“Mi fa pensare a te.”

“Ti senti in colpa?”

“Molto.”

“Credi dovresti chiedermi scusa?”

“Non riesco.”

“E come stai?” Lo guardo dritto negli occhi, accenno un sorriso.

“Bene, dai, che cazzo di domanda è?”

“Perché stasera non torna? Ha un’altro?”

“No, non credo.”

“Scopate spesso?”

“Tutti i giorni.”

“Wow.”

Guarda per terra. “Vado da un sessuologo. Lei dice che è colpa sua.”

“Le donne si prendono colpe non loro. Hai provato con altre?”

“Con le altre nessun problema. E’ con lei che vengo sempre troppo presto.”

“Ti senti così tanto in colpa che non riesci ad esserle fedele?”

“Lo faccio per te.”

“Stronzo.”

“Mi dico che non è una relazione seria. Che non la amo. Che io e te siamo ancora quello che eravamo.”

“Compra quella casa.”

“Come mai sei qui?”

“Compra quella casa. Smetti di tradirla, chiama il sessuologo e digli che è tutto risolto. Poi facci l’amore. Dille che l’ami.”

“Non torna a casa da giorni.”

“Lo so.”

“Mi tradisce?”

“Sì.”

Ci guardiamo a lungo. Mi alzo. Indosso la giacca.

“Compra la casa. I soldi ce li hai. Quella finestra è importante.”

“Si è tagliata i capelli cortissimi. E’  ancora più bella.”

“Lo so.”

“L’hai vista?”

“Glieli ho tagliati io.” Vado verso la porta. Lui mi trattiene.

“Non preoccuparti. Stasera tornerà.” Mi sistemo i capelli. Gli sussurro all’orecchio: “La amo molto, sai? La ami tu?”

“Credo di sì.”

“Compra la casa. Non voglio che nessun altro si affacci a quella finestra.”

“Perché l’hai lasciata?”

“Tutte le cose belle prima o poi finiscono, io le precedo e le faccio finire prima che si consumino.”

“Lei ti ama ancora. Sta con me perché le ricordo te.”

“Già.”

“Verrò a trovarvi.”

“Anche io sto con lei perché mi ricorda te.”

Comincia a piangere. Mi si avvicina. Mi abbraccia. Mi bacia. E poi ancora, e ancora.  Mi abbottono i pantaloni. Gli strizzo l’occhio.

“A presto.”

Lui non risponde. Io chiudo la porta. Scendo le scale.

All’ingresso un cartello “Vendesi.”

Lui corre alla finestra, accarezza il vetro, mi guarda mentre  mi allontano. “Ci vorranno almeno dieci materassi, forse venti, è un terzo piano…”

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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