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La colpa

Marco si toccava il collo e intorno non c’era nessuno.
Sul banco una chiazza di liquido rosso.
Era l’ora della merenda e nel cortile i bambini giocavano, non potevano nulla contro il male che era arrivato e li aveva sorpresi.
I gelsomini coi loro fiori bianchi, l’erba verde, il cancello grigio, più in là le fabbriche, nient’altro li circondava.
Quelle che ieri erano grida ora erano dei sottovoce e i grembiulini bianchi e neri se ne stavano seduti in cerchio lanciandosi una palla rossa.
“È il sangue di Marco.” Disse uno quando la palla gli rimbalzò tra le cosce. Una bambina dai capelli d’oro impallidì, strinse forte i pugni, le sue mutande si bagnarono d’urina, cominciò a lacrimare e si alzò e scappò in classe.
Marco si teneva il collo con tutte e due le mani. Le sue dita erano rosse. Quando la porta della classe si aprì vide la bambina dai capelli d’oro, magra, col moccio al naso e i pantaloni bagnati.
“Mi sono pisciata addosso.” Disse la bambina.
“Non è poi tanto male, è caldo.” Rispose lui.
“Perché non sei venuto in giardino? Tu vuoi sempre essere diverso da tutti.”
“Non è che voglio, è inevitabile. Ma non sarà per sempre, perdo sangue, vedi?”
“Posso assaggiarlo?”
“Puoi. Ma non troppo, non è per te. È per nostra madre, è per nostro padre.”
La bambina assaporò il sangue.
“Sembri nostra madre col rossetto. Dovresti toglierti i pantaloni adesso, sono bagnati e ti prenderanno tutti in giro.” Disse Marco.
“E cosa mi metto?”
“Mettiti i miei, sono sporchi, ma almeno non sono pisciati. A me non serviranno più.”
La bambina annuì e poi si abbassò i pantaloni e poi si abbassò le mutande. Tra le sue gambe senza peli un foro minuscolo, lei ci infilò un dito più in fondo che poté, poi lo tirò fuori e allungò il braccio sotto gli occhi di Marco.
“Tu vuoi sempre esagerare, speri che qualcuno ti guardi, ma non ci guarda nessuno.” Disse lei. “Vuoi assaggiare? Credo tu abbia bisogno di sangue.”
Marco fece di sì con la testa e aprì la bocca, lei gli infilò il dito tra le labbra, lui succhiò, lei ritrasse la mano.
“Ti piace? La gente dice che sono buona, a me non importa più, ci sono abituata. Mi importa soltanto di te.”
“Mi mancherai molto.” Disse Marco.
“Lo so.” Rispose la bambina. “Ma sei tu che hai deciso di andartene per sempre.”
Marco vedeva tutto sfocato e le sue parole inciampavano tra le labbra, si sforzò e disse:
“Non è colpa tua.”
“Lo so. Io sono buona, è la mia dannazione. Posso salvarti se vuoi, col mio dito. Se ti salvo me li dai lo stesso i tuoi pantaloni?”
Marco stette in silenzio. Sotto di lui il pavimento era rosso.
“Non puoi. Questo è il mio regalo per te, l’unico possibile.”
Marco appoggiò la testa sul banco e chiuse gli occhi. Non dormiva, deglutì due volte e sentì il sapore ferroso del sangue.

Entriamo insieme nella porta stretta, io abbasso la testa, lei trattiene la pancia. Abbiamo gli occhi rossi. Lei ha pianto tutta la notte, io ho stretto le palpebre per trattenere le lacrime. Il cane di nostra madre ci lecca le gambe. Io gli do un calcio sul muso. Lei mi prende per mano. Non siamo abituati a farci annusare dagli animali. Quando dormiamo insieme, di nascosto, all’istituto, ci annusiamo soltanto tra noi. Lei profuma di albicocca.

Al centro della camera nostro padre è disteso e dice il rosario senza aprire la bocca. Ha le guance bianche e gli occhi chiusi. Il taglio sul collo si vede appena. Lei mi sussurra all’orecchio che l’hanno truccato. Lo chiuderanno in una prigione di legno, è colpevole. Nostra madre è vestita di nero, dice che non lo vedremo più, che l’hanno fatto bello per l’ultimo viaggio, poi si piega in due, urla più volte: “Perché?”. Urla soprattutto nelle mie orecchie.
All’urlo tutta la gente che stava in piedi accanto a noi, in silenzio, nella camera stretta, decide di uscire. Alcuni abbassano la testa per passare attraverso la porta.
Nostra madre smette di urlare, respira a fatica, accarezza i nostri capelli e senza bisogno di chinarsi esce dalla stanza.
Ora siamo noi e nostro padre.
Lei dice: “Ave Maria, piena di Grazia.” Lo sussurra all’orecchio di nostro padre.
Io imito la voce di mia madre. Urlo forte.
Lei continua la sua preghiera, dice le parole una dopo l’altra, sempre più veloce. Io urlo più forte che posso, la mia voce rimbalza sulle pareti, quando torna nelle mie orecchie non è più mia. Lei mi mette le mani sulla bocca per farmi stare zitto, io gliele mordo forte. Lei mi tira un calcio. Io le mollo uno schiaffo. Lei urla. Urlo anche io. Le do un bacio.
Nostra madre torna nella stanza, io chiudo gli occhi. Abbiamo le mani gonfie. Nostra madre dice: “Salutate vostro padre.”
Lei gli si avvicina, gli dà un bacio sulla guancia. Io gli infilo il dito nella ferita del collo, la mia mano si sporca di trucco e di qualcos’altro, la pulisco sulla giacca nera di mio padre. Poco dopo abbasso la testa, le accarezzo la pancia.

Quando mi bussano alla porta io sto spiegando a Rulfo, il mio gatto, perché non può uscire di casa nei giorni di pioggia. Quando apro la porta Rulfo esce, non tornerà più.
Sul pavimento le impronte bagnate di quattro scarpe, due grandi, due più piccole, tutte nere.
Lei non deve più trattenere la pancia. Allunga la sua mano e stringe la mia.
“Questa è Annie, la nostra bambina.”
Annie resta con la schiena appiccicata alla porta.
“Non hai più gli occhi rossi come dieci anni fa.” Dico io.
Lei annuisce.
Annie ci guarda.
“Potresti salutarla.”
“Ho le mani sempre sporche.”
“Solo i fiori del gelsomino restano bianchi.” dice lei e sospira.
“Non dovevi tornare più. Sei troppo buona.”
“È la mia condanna, ricordi? Annie voleva conoscerti.”
Annie è sul divano, io la raggiungo, mi siedo di fianco a lei.
“Non eri poi tanto lontano.” Mi dice.
“Solo una vita.” Rispondo io.
Annie mi prende le mani, le confronta alle sue.
“Non sono sporche.”
Lei non si siede, ci guarda dall’alto.
“Sembri un po’ addormentato, non è vero, mamma?” Dice Annie.
“Non dormo da molto. Non posso.” Dico io.
“Ti spiace se accendo la luce?” Dice lei.
“La colpa è mia.”
“È troppo buio qui.”
Lei preme l’interruttore, la luce non si accende.
“Perché non hai voluto che io ti salvassi?”
“Non è stata colpa tua.”
“Nostra madre è morta due anni fa.”
“Loro mi avevano fatto impazzire.”
Annie mi guarda coi suoi occhi verdi. “Li hai uccisi tu?”
“Non sono stato capace nemmeno di uccidere me.” Rispondo io.
“Me l’ha detto mamma.” Dice Annie.
Lei mi abbraccia, dice: “Mi sei mancato.”
Le parole non hanno più importanza per me, gli abbracci sì. Sento il suo corpo, il suo calore, il profumo d’albicocca. Rulfo può non tornare più.

La palla rossa rimbalzava tra le mani dei miei compagni quando arrivò una bidella avvolta in una tunica azzurra e urlò forte il nome di Marco. Le maestre corsero via e ci lasciarono soli seduti sull’erba verde del giardino. Io mi alzai e camminai lenta verso le classi. Il suono di una sirena in lontananza. Entrai in aula e Marco era seduto al suo posto, la testa appoggiata al banco come se stesse dormendo. Lo chiamai. Non rispose. Lo guardai. Non mi guardò.
Nostra madre era al lavoro. Nostro padre non era ancora nella sua prigione di legno.
Io urlai forte: “Perché?” La bidella entrò in classe, mi mise una mano sugli occhi. Mi portò via. Marco sollevò la testa, era tutto rosso, mi fece l’occhiolino, disse: “È il mio regalo per te.”
Io urlai: “Non lo voglio.”
“La vita è così triste se non sfidiamo la morte.” Disse lui.
Due signori vestiti di arancione fosforescente lo presero e lo portarono sull’ambulanza. Poi arrivò nostra madre.

“Non sono morto, hai visto, era un gioco.”
“Io ti voglio bene.”
“Ti amo anche io.”
“Non dirlo a mamma.”
“Dicono che sei pazzo. Non ti vedrò più.”
“Verrai a trovarmi di nascosto.”
“Faremo anche l’amore?”
“Soprattutto l’amore.”
Quando nostra madre raggiunse Marco in ospedale lui chiuse gli occhi, aveva deciso di non vederla più.
Andai all’istituto molte volte. Mi chiamava Rulfo, mi accarezzava. Poi ansimava forte.

Foto: © Bernard Faucon

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Per scongelare il Polo sud

Si divertiva a staccare le stalattiti di ghiaccio che si formavano sulle grondaie.

Abitavano al quinto piano ed era semplice allungare il braccio e ruotare il polso, sentire il freddo sul palmo della mano, stringere il pugno, riportare il braccio dentro alla finestra e cominciare a leccare il bastoncino trasparente come si fa coi ghiaccioli perché in fondo un ghiacciolo è solo che non sa di niente e non ha il bastoncino per cui bisogna consumarlo in fretta per evitare che sgoccioli dappertutto. A Valentina piaceva tenere in bocca quella specie di carota ghiacciata e stringerla coi denti per liberare le mani e potersi sfilare il maglione, poi la t shirt bianca di American Apparel e infine le mutandine. Era eccitata nell’accorgersi delle prime gocce d’acqua che le scendevano sul collo, sul seno, fino all’areola, per tracciare il contorno del capezzolo e poi striarle la pancia bianca, tra quei suoi tre nei sporgenti, per scomparire nell’ombelico.

“Se migliaia di uomini si dessero un appuntamento al Polo sud e si spogliassero contemporaneamente con il loro calore farebbero sciogliere l’intero continente. È figo, non credi? Il problema sarebbe che poi questi uomini nudi, prima di avere il tempo di rivestirsi e scongiurare così il congelamento finirebbero morti affogati perché il ghiaccio sul quale camminavano non esisterebbe più.”

Marco ci pensò ancora un po’, poi aggiunse: “Sarebbe un bel sacrificio, è vero, ma un modo originale di cambiare il mondo. Darebbero lavoro a un sacco di cartografi per ridisegnare la mappa del pianeta e poi, poi insomma, tutto si modificherebbe di conseguenza? Se un continente intero scomparisse all’improvviso.” Fece silenzio e guardò il corpo di Valentina bagnato da decine di gocce che facevano a gara per raggiungerle l’incavo delle cosce.

“Non migliaia, forse milioni, sì, milioni di uomini ci vorrebbero. Forse tutti gli uomini della terra, là, nudi, uno sopra l’altro, a correre, ad accoppiarsi, ad alitarsi addosso, non lo so, così, col sacrificio di milioni di uomini cambiare il mondo è possibile. Perché nessuno ci ha mai pensato, eh?” Faceva girare il mappamondo e continuava a ripetere la parola “milioni”.

Valentina mise in bocca quel che rimaneva della stalattite, la frantumò coi denti, poi succhiò il ghiaccio e infine ingoiò. “Non mi diverto più come quando mi guardavi.” Marco twittò “milioni e milioni di uomini nudi al Polo Sud”, poi la guardò e le disse: “Non siamo più dei ragazzini.” “Ti eccitava moltissimo.” Riprese lei. “Pensi sempre al sesso.” La rimproverò lui. “Forse bisognerebbe fare una gara per scegliere gli esseri più meritevoli a rimanere sulla terra e lasciarne due per continente. Dovranno essere giovani, fertili e preparati ad ogni evenienza. Dovranno…”

“Stai dicendo soltanto cazzate fasciste, elitarie, stupide stupide stupide. Queste sono gocce che si sciolgono col calore del corpo, là si parla di Iceberg. È impossibile, Marco.” Fece una pausa. “Trovi ancora belle le mie tette?” Lo disse toccandosele, lo disse sperandoci.

“Anzi, no! Una coppia giovane e una coppia vecchia, perché i giovani siano educati dai vecchi, perché possano osservare una morte per cause naturali, perché possano prendersi del tempo per loro e lasciare i figli ai nonni.” Marco sorrise compiaciuto, prese un foglio bianco e si mise seduto alla scrivania a disegnare qualcosa che assomigliava al contorno dell’Europa.

Lei gli saltò in braccio e lo baciò sulle labbra, lui la scostò, lei cadde per terra, nuda allargò le braccia e fece finta di nuotare sul pavimento. “In questi giorni partono aerei e aerei che portano tutti al caldo, perché non ci facciamo un viaggio anche noi?”

Marco twittò: “La mia ragazza è sul pavimento e muove le braccia come un gabbiano. La mia ragazza è un gabbiano.” “Sei un gabbiano tu.” Le disse.

Lei annuì e continuò il suo volo. “Dovremmo drogarci di meno, io sono stufa dell’odore del tuo sangue. Dei tuoi discorsi mistici del cazzo. Non mi piace più! Mi piace volare, sì, così, volare.” Continuava a muovere quelle braccia su e giù e a ogni movimento piccoli ammassi di polvere si sollevavano nell’aria. “Come Bastian, il fortunadrago. Lo sai perché penso al sesso? Perché sono Bastian e se mi cavalchi ti porto nel mondo che non c’è!” Scoppiò a ridere, rise forte, così forte che lui smise di guardare i messaggi dei suoi amici sul gruppo di Whatsupp e disse: “Che cazzo ridi?”

Lei continuava, lui batté sui tasti del cellulare: “Sto pensando all’estinzione del genere umano, non credo di uscire. La mia ragazza ride.”

Lei smise all’improvviso di volare, portò le ginocchia al petto e le strinse forte, si fece seria, poi iniziò ad ansimare, a singhiozzare. Le lacrime le bagnavano le guance, la bocca, le ginocchia, correvano fino alle dita dei piedi, erano calde.

Marco si alzò dalla sedia: “Piangere dovrebbero! Piangere! Brava cazzo, brava! Piangere, piangere, piangere! Immaginateli là al Polo, tutti nudi, e tristi. Prendiamo gli ultimi, i depressi, le persone sole, i carcerati, tutti quelli che non hanno motivi di felicità e portiamoli là, tutti insieme! Brava, cazzo, brava!” Si avvicinò a Valentina, la strinse forte, lei si ribellò, poi lasciò che lui la stingesse, pianse ancora più forte, poi smise, si aggrappò ai capelli di lui.

“No! Ho detto una cazzata!” Sussurrò sulla spalla di lei, lasciò l’abbraccio. Si sedette per terra. “Se mettiamo insieme tutti i tristi del mondo va a finire che si consoleranno, che si abbracceranno, che si sentiranno meno soli e quindi più felici! No, prendiamo i più felici, separiamo le madri dai neonati, gli innamorati dal loro amore, gli uomini in carriera dal loro lavoro, i cinofili dai loro cani… così, piangeranno per tutti, per quelli già disgraziati, per noi che ce ne stiamo qui al riparo delle nostre mura a inventare il mondo nuovo, che nascerà dalla felicità, dal sacrificio della fe-li-ci-tà! Vieni qui.”

Valentina lo guardò, lui aveva gli occhi rossi e gonfi. Non riuscì a dire nulla, non riuscì ad avvicinarsi, lui si piegò sul lato e si addormentò. Fu allora che lei fece forza sui polpacci e si mise in piedi, raccolse la maglietta, il maglione, li indossò, si infilò anche le mutandine. Salì sul letto, guardò fuori dalla finestra. Grandi gocce cadevano dalle stalattiti e sbattevano contro l’asfalto. Faceva freddo fuori.

Valentina fissò lui, il suo naso rosso, i capelli sporchi. Sul pavimento i cartoni di sei pizze sei, erano in quella camera da due giorni, la Coca-Cola era rimasta aperta, lui l’avrebbe trovata sgasata al risveglio, si sarebbe arrabbiato. Valentina cercò il tappo, la chiuse con forza. “Dovrei andarmene da qui, dovrei lasciarlo solo.” Ma aveva la passione per i ghiacciai, provò a piangergli addosso, provò a scaldarlo. Al risveglio lui trovò soltanto una Coca-Cola sgasata e il profumo di lei sul petto. Del Polo Sud sembrò non importargli più nulla.

Foto: dalla rete.

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Perché mi ricorda te

“Sei così furbo che non ti fai mai vedere ubriaco.”

Alza le spalle. Mi pulisce le labbra dal sugo.

“Finisci la pasta.”

Inforco gli spaghetti, giro la posata su se stessa, la porto alla bocca. Lui si versa del vino, beve.

“Stai ancora cercando casa?”

Ho la bocca piena, mastico, faccio sì con la testa.

“Sono due mesi che cerchi. Ancora non hai trovato?”

Faccio segno di no con la testa.

“Quanto vuoi spendere?”

Un’altra forchettata. Questa volta le spalle le alzo io. “A te non interessa. Perché me lo chiedi?”

“Per cortesia. Finisci la pasta, poi è meglio se te ne vai.”

Mi lecco le labbra poi le pulisco col tovagliolo.

“Prendersela non serve. Ti fa piacere se resto ancora un po’. Puoi venire più vicino se ti interessa guardarmi.”

Si versa da bere e fa di tutto per non voltarsi verso di me. Guarda il palazzo di fronte: un uomo grasso in canottiera è seduto su una sdraio. Fuma.

“E’ sempre più grasso.”

“Non mi sembra.”

“Lo guardo tutti i giorni per non diventare come lui.”

“Non sto cercando la casa perché non lo so se ho voglia di affittare una casa. Avere un contratto a scadenza e una casella della posta con scritto il mio nome. Non so nemmeno se voglio abitare ancora a Milano. Non so…”

Lui mi interrompe, mi riempie il bicchiere. “Dovrai decidere prima o poi o non combinerai nulla come sempre.”

“Io so che mi manca quella finestra. Ci affacciavamo e io la abbracciavo da dietro. Mi diceva che avrebbe voluto saltare giù e morire di spavento prima di toccare terra, che la vita è troppo triste perché anche le cose belle prima o poi finiscono. Dicevo che avrei passato la notte a rubare i materassi ai barboni, a costruire un grattacielo di molle e tessuto. Avrei costruito una passerella per i suoi capelli neri. Dicevo faremo l’amore per strada e ci prenderemo le zecche come i cani.”

“Stasera non torna.”

“La casa è in vendita. Vogliono trecentocinquanta euro. Pensavo che se qualcuno la compra non saprà nulla della storia dei materassi. Che non potremo amarci mai più come una volta.”

“Perché sei tornato qui?”

“L’orologio della cucina segna ancora le undici e tre quarti.”

“Voleva buttarlo. L’ho convinta a lasciarlo.”

“Non c’entra più nulla coi muri gialli.”

“Mi fa pensare a te.”

“Ti senti in colpa?”

“Molto.”

“Credi dovresti chiedermi scusa?”

“Non riesco.”

“E come stai?” Lo guardo dritto negli occhi, accenno un sorriso.

“Bene, dai, che cazzo di domanda è?”

“Perché stasera non torna? Ha un’altro?”

“No, non credo.”

“Scopate spesso?”

“Tutti i giorni.”

“Wow.”

Guarda per terra. “Vado da un sessuologo. Lei dice che è colpa sua.”

“Le donne si prendono colpe non loro. Hai provato con altre?”

“Con le altre nessun problema. E’ con lei che vengo sempre troppo presto.”

“Ti senti così tanto in colpa che non riesci ad esserle fedele?”

“Lo faccio per te.”

“Stronzo.”

“Mi dico che non è una relazione seria. Che non la amo. Che io e te siamo ancora quello che eravamo.”

“Compra quella casa.”

“Come mai sei qui?”

“Compra quella casa. Smetti di tradirla, chiama il sessuologo e digli che è tutto risolto. Poi facci l’amore. Dille che l’ami.”

“Non torna a casa da giorni.”

“Lo so.”

“Mi tradisce?”

“Sì.”

Ci guardiamo a lungo. Mi alzo. Indosso la giacca.

“Compra la casa. I soldi ce li hai. Quella finestra è importante.”

“Si è tagliata i capelli cortissimi. E’  ancora più bella.”

“Lo so.”

“L’hai vista?”

“Glieli ho tagliati io.” Vado verso la porta. Lui mi trattiene.

“Non preoccuparti. Stasera tornerà.” Mi sistemo i capelli. Gli sussurro all’orecchio: “La amo molto, sai? La ami tu?”

“Credo di sì.”

“Compra la casa. Non voglio che nessun altro si affacci a quella finestra.”

“Perché l’hai lasciata?”

“Tutte le cose belle prima o poi finiscono, io le precedo e le faccio finire prima che si consumino.”

“Lei ti ama ancora. Sta con me perché le ricordo te.”

“Già.”

“Verrò a trovarvi.”

“Anche io sto con lei perché mi ricorda te.”

Comincia a piangere. Mi si avvicina. Mi abbraccia. Mi bacia. E poi ancora, e ancora.  Mi abbottono i pantaloni. Gli strizzo l’occhio.

“A presto.”

Lui non risponde. Io chiudo la porta. Scendo le scale.

All’ingresso un cartello “Vendesi.”

Lui corre alla finestra, accarezza il vetro, mi guarda mentre  mi allontano. “Ci vorranno almeno dieci materassi, forse venti, è un terzo piano…”

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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Se ci fosse qualcosa di più originale dell’amore?

Pensò che non era il giorno per consumare l’attesa di un treno lanciando gli occhi sui binari e facendoli rimbalzare come i sassi piatti nel mare. Troppo tardi per visitare Firenze. Troppo presto per aspettare seduto su una panchina.

Tra gli abbracci e i saluti degli altri, le corse dell’ultimo minuto e i controlli della polizia fece forza sul braccio destro e si caricò la borsa a tracolla sulla spalla destra. Raggiunse il McDonald’s di fronte alla stazione e seduto sul gradino in marmo di una vetrina tirò fuori dalla tasca filtri e tabacco, il sacchetto trasparente dell’erba dalla tasca della camicia e l’arte del rollare imparata ai tempi della scuola superiore. Più d’un mendicante gli si avvicinò per chiedergli qualche spicciolo o una sigaretta. Lui nemmeno gli rivolse la parola e continuò lo strofinio tra pollice, indice e medio. Quando lo spliff fu pronto lo appoggiò tra le labbra senza accenderlo. Riprese la borsa e si incamminò lungo via Panzani. Il passo svelto ad evitare le chiome bionde dei turisti, dispensava sguardi ai vestiti lunghi e leggeri che facevano intravedere le forme di giovani femmine che si dannavano in discorsi fatti di c aspirate e superficialità tipiche del dopo lavoro. Il sole faceva risplendere le insegne delle gelaterie mentre i gelati rilucevano già di loro, tutta colpa dei coloranti, pensò il nostro, e allontanò l’idea di succhiarsene uno.

Si fermò davanti a una vetrina attratto dalle chiome pettinate delle commesse del pret-a-porter, pensò di entrare e chiedere un numero di telefono per un appuntamento futuro, poi si disse che chissà mai quando sarebbe tornato nella città del giglio, che era l’ora di chiusura e che nessun commesso ti dà mai retta quando ha fretta di chiudere il negozio e tornarsene a casa. Continuò su via dei Cerretani, poche centinaia di metri, voltò a destra in piazza dell’Olio, ancora dieci passi e lesse il nome sull’insegna: Nuvoli, fiaschetteria. Appoggiò la borsa contro al muro, prese lo spliff e dalla bocca lo mise con cura dentro a un porta sigari. Poi entrò, si avvicinò al bancone, guardò negli occhi l’oste e chiese: “Un bicchiere di rosso.” 

“Scelgo io” Gli si rivolse l’uomo.

“Scegli bene.”

Poi prese posto fuori, seduto su uno sgabello, le spalle al muro e i primi bottoni della camicia aperti. Il calice colmo. Si bagnò le labbra, schioccò la lingua contro al palato in segno d’apprezzamento. Di fianco a lui due turiste americane bevevano sguaiatamente una Vernaccia, le fissò, poi si accarezzò la barba e spostò lo sguardo sulla strada. Fissò gli occhi di una giovane ragazza bionda vestita in bianco. Si sentì guardata, sorrise. Lui non cambiò espressione, così lei spostò le guance per la vergogna e aumentò il passo. Lui a quel punto rise, lei non se ne accorse, girò l’angolo e scomparve.

Oh, c’hai rotto il cazzo con ‘ste descrizioni, ma chi sei Kafka?

Voi volete sapere che fine ha fatto lo spliff e speravate che si facesse la blondie, eh. E io che devo fare, vi devo accontentare?

Segni d’assenso.

Ma se v’accontento non c’è alcun mistero dai, alla fine si ritrovano a casa di lei a scopare contro al muro, posso inserirvi qualche dialogo stimolante, ma la storia è sempre quella, lo sconosciuto interessante che seduce la ragazzina indifesa. Volete questa?

Segni d’assenso.

E poi non vi basteranno mai i particolari, nel senso che mi chiederete di descrivere il coito e dovrò trovare qualcosa di più originale di una mano che stringe le lenzuola o delle dita del piede che si aprono a ventaglio per descrivere un orgasmo. Volete gli schizzi voi.

Segni d’assenso.

Non sarebbe più originale se si fossero conosciuti su Facebook?

Segni d’assenso.

E magari se dopo l’amore uno confessa all’altro un segreto, magari una malattia. E se poi lui stesse aspettando proprio lei, là all’osteria?

E se finisse col sangue?

Segni d’assenso.

Se ci fosse qualcosa di più originale dell’amore?

No, eh.

Potrebbe essere un alieno, lui. Uno che non si affeziona mai, uno che seduce per puro narcisismo, uno…

Un cantante, dite? Un attore? Anche sì.

Me lo fumo io il suo spliff. E’ per accontentare voi che nessun romanzo avrà inizio e questa è un’altra fine. Mentre mi accarezzo la barba, sorseggio un rosso. Fisso una ragazza, una bicicletta, una scia bianca nel cielo.

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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Sono ancora aperte come un tempo le osterie di Fuori Porta

Le fiaccole accese degli ultimi giorni di luglio, gli zampironi contro il fastidio delle zanzare e il rumorio del caricatore del cellulare.

Lasciamo le briciole ai cani e tagliamo il salame con tanto di pelle, che sul palato si accendono piccoli fuochi e vien sete e via di vino, un bicchiere ed uno ancora.

Asse di spade e regina e carte coperte. Volano le mosche volano nell’aria densa, le dita gialle di sigarette e gli sguardi bassi. La tosse secca dei vecchi e ancora un bicchiere, un altro giro. Mischia le carte il signore barbuto, son sessant’anni che paiono cento, gli occhi bagnati e fissi, la camicia rossa delle rivoluzioni soltanto sfiorate.

Le diciannove in punto, il Luigino che spegne la macchina del caffè, si inginocchia lo straccio sul bancone per l’ultima passata. Tutti si alzano, le sedie tremano e poi si chetano sotto ai tavoli in legno e metallo. Il bar è quasi vuoto, ora. Il Luigino lava i bicchieri, saluta con la mano destra, e poi l’accompagna tra le cosce come a dire si chiude miei cari, attaccatevi al cazzo. E al cazzo si attaccano tutti e pigliano la porta d’uscita e dicono a culo, a domani e buonanotte. Rimangono seduti solo l’Enrico Tre dita e il Gino Maglietta.

Il primo due dita tranciate dalla pressa, la fabbrica e gli scioperi, lui che s’è fatto la galera, lui degli amori alla boia d’un Giuda e il perdigiorno alla segreteria del partito nelle susine accennate delle nuove leve che per principio il reggiseno lo lasciavano alla volgarità dei grandi magazzini. Gino il Maglietta che s’era rifiutato di indossar la divisa, che ti parlava di libertà col gesto delle maniche e poi la mandava a culo che se parli di libertà significa che non ce l’hai, te lo diceva a nausea e sorrideva compiaciuto col dente d’oro a illuminargli le labbra. 

Vedovi entrambi, il passato noto tra i portici di Bologna, arresi alle insegne del bar, passati di moda, a schiacciare le mosche intontite e poi gettarle in un bicchiere per far l’esca a un amo per una pesca che non c’è più.

Luigino prende sotto braccio il Tre Dita e il Maglietta e abbassa la serranda del bar. Tre amanti tra i ciottolo rossi, li porta a casa, a cenare con lui, che l’è domenica e il bar chiude presto.

E se li vedi passare li segui, perché i bolognesi veri son pochi, e li conosci tu che in facoltà t’han detto di quel bar e dei suoi musicisti, li segui per chiedergli dov’è la star, la stella, la celebrità. E loro ti guardano da capo a piedi e proseguono in passi, stretti in un silenzio intimo che sa d’amicizia, che tutto si son già detti e non c’è spazio per le parole. Così prendi la tua domanda e te la rigetti in gola, pensi che il fascino di Bologna sta in questo, son tutti parolai biassanot quei vecchi qui delle carte, ma poi alla luce dell’ultimo sole non parla mica nessuno. Pare che ruminino come le vacche, e tu pensi che la saggezza sta lì, aver la pazienza di digerire il nuovo e poi tirarlo fuori com’è. 

E il nuovo qui è una merda. Che c’hai trent’anni e gli amici si son sposati e li vedi poco e quando li vedi ti sembrano altri, non l’han dimenticato il passato, ma si sono detti è ora, cambio la vita e fò su famiglia. Si veston diversi e c’han l’autocontrollo e poi son morigerati, una parola che tu fai anche fatica a pronunciare. Quella solitudine che ti prende già prima del tramonto, che non hai voglia di cucinare e allora tiri su il libro buono e ti fai i portici, ti fermi a bere e ti guardi intorno col fare svagato di chi si perde tra le cosce scoperte dell’estate, ma alla fine cerca consolazione alla notte e desidera condividere le idee rivoluzionarie del fannullone che troppo tempo gli si sbriciola in tasca per accettare le cose così come sono.

Così il giorno dopo entri in quel bar, e lo sai chi ti troverai davanti, quei tre che sfidano le strade a braccetto con gli occhi gonfi di vino. Ti guardi intorno e cerchi la foto del tuo cantautore, e però non la trovi. E gli vorresti raccontare che un po’ gli somiglia a tuo zio, quello che guidava il tram su a Milano, che aveva fatto l’incidente con la macchinona dell’Agnelli e quel là s’era fermato ed era sceso e non s’era mica arrabbiato, no, aveva chiesto a tutti come stavano e poi era salito sul tram col proletariato. E tu gliel’hai sempre detto a tuo zio che l’era meglio prenderlo a bastonate l’Agnelli al posto che portarlo tu col tram ai suoi appuntamenti nelle stanze dei poteri forti. E va ben che la mancia l’era buona, ma non si può mica dargli il culo ai padroni, che già si son presi le nostre dita direbbe l’Enrico.

Sai giocare tu? M’aveva lanciato parole di sputo il Tre Dita. Gli dico non lo so, son milanese, lassù si fa la Peppa Tencia con le carte. 

Giochiamo alla briscola qui, anche se la chiamiamo alla bolognese, ma tu non capiresti, sei un iuvnèn.

E io che sapevo giocare alla briscola dico va bene, giochiamo, che il nonno del sud me l’ha insegnata a sei anni, che da quand’è in pensione pensa solo alle carte e a far tardi la sera perché gli anni di matrimonio son tanti e la convivenza invecchia -dice lui-.

E mentre il Maglietta mescola il mazzo e distribuisce le carte una a una e si comincia a giocare, io prendo coraggio e interrompo il silenzio.

Ma lui qui ci viene ancora?

Quella domanda che avevo cacciato in gola già troppe volte, mentre supero in donna la carta nulla che ha lanciato il mio vicino, un baffone alto e magro che ripete più volte un sì che non si sa a chi è rivolto.

Sei venuto per lui? Vai pure via, tanto non torna. S’intromette il Maglietta.

Ma no, dico io, son solo. E’ estate, Bologna si svuota e gli universitari tornano a casa, non c’è niente da fare, mi piace il vino. Non riesco a dormire.

E son cose buone. Mi guarda il Tre Dita e il Baffo ci aggiunge tre sì.

Allora lui non passa più di qua, vero?

Ci passa, ci passa. Prende la mano il Gino, ripete ci passa e scuote il capo. Un paio di sì.

E quando ci passa s’incazza.

Sì. Sì.

Oh, Baffo, ti sei addormentato? A monte le carte, non si può giocare con uno così, che gli dice sì al billo.

E così il Maglietta e il Tre Dita gli strizzano il cavallo dei pantaloni e lui dice sì, si alza dalla sedia e rimane in piedi con le mani strette sul pube.

El pistulòn gli andava forte, tutte le infermiere son passate dal suo letto, le portava al parco, robe da poco però, amava sua moglie, ma lo faceva andare, diceva che era un vanto di pochi piacere a tutte, che lui si dava per beneficenza, ma l’amore rimaneva uno. Ora che l’è morta la sua spàusa, dice solo sì e non parla più e il billo l’è andè, l’è mòrt.

Non possiamo giocare in tre, perché non mi raccontate di lui.

Ancora? Iuvnèn, lui è come tutti noi, siamo invecchiati, qui un tempo era tutto osterie, si aspettava l’alba e si cantava e si brindava e non c’è niente da dire, si tirava tardi a bacajer, bisbier coi dòni, dscarrer della politica, e poi si stava in piazza a fumar le sigarette, come gli universitari di oggi, non è mica tanto diversa la storia, suonavamo tutti la chitarra e lui cantava, e non era mica il più bravo a suonare, ma si inventava le storie e poi alla fine parlava di noi, dello zio, del Luigino, oh, no, Luigino?

Eh? Si sente del bancone.

Il Francesco ti ha fatto la canzone a te?

Il Francesco può andare in culo!

Lo vedi, iuvnèn?

Mica gli piaceva a loro ricordare quel passato che non c’era più, i ricordi li mandavano al culo, cercavano solo il quarto per le carte, che il Luigino non giocava mai, serviva il vino e guardava, e basta.

Perché lo mandi in culo?

La fama è una brutta bestia, lo non lo vedi più in tivù con quei maglioni ridicoli e la barba lunga, se vieni qui ti faccio vedere una cosa, ma prima bevi e beviamo tutti. Io chiudo il bar, che stasera non è serata. Serriamo prima, gli urla nell’orecchio al Baffo che dice sì, sì, e mica saluta, esce dal bar sempre con le mani sul billo e sta impalato fuori mentre il Luigino abbassa la serranda e il Tre Dita e Il Maglietta svuotano i bicchieri.

Il Luigino prende una foto e me la mette in mano. Guarda qui. Dice.

E ci son loro, giovani e con le barbe curate, magri e ubriachi seduti al tavolo, con la tovaglia uguale a quella di adesso, il Francesco con la chitarra e tutti con le bocche aperte in parole.

Ci facevamo una foto ogni sera, iuvnèn, e li vedi tutti quei buchi alle pareti, mica c’han sparato qui dentro, sono i buchi dei chiodi delle foto che avevamo appeso, ma è arrivato un giorno che le ho tolte tutte.

E perché?

E perché, perché, non c’è un perché. Siam tutti bucherellati, quella è la nostra memoria, e se ci chiedon di lui non siam mica cuntant, non siam contenti, perché ci tocca raccontare di noi, e siam fatti a buchi, e ogni ricordo è un dolore, siamo stati sconfitti, iuvnèn, noi volevamo fare la rivoluzione e la rivoluzione non l’abbiamo fatta, e mai la faremo, abbiamo perso e ora quel che rimane è il bar, il vino e le carte, e tutti i buchi che vedi.

Scusate allora, io non volevo.

Stasera è diverso, tu sei da solo, e anche se sei di Milano mi ricordi un po’ noi, non sei mica una foto te, che vieni qui solo, ti bevi il vino e giochi alle carte e non t’arrabbi se il Baffo ti sputa addosso i sì e tu ancora la puoi fare la rivoluzione, ma chiamala in un altro modo che se no ci fai soffrire a tutti, dalle un altro nome.

Allora grazie.

Come la chiami?

Non lo so. Ci penso.

Chiamala pataca. Dice il Maglietta.

Pataca non è male.

Per niente male. Ride il Tre dita.

Che poi se ti piace lui ti piacciamo anche noi, no?

Sicuro.

Mi sembri un bussn. Lo spaventi il iuvnèn. Interviene il Maglietta.

E il Luigino si mette a ridere, son sempre stato un cul figarèn, hai capito?

Non c’è niente di male.

Sta attento a come parli. Che poi il male cos’è? Appena dici male o bene qui dentro sbagli.

Andiam di filosofie? Continua il Maglietta e porge il bicchiere vuoto.

Prenditi un vetro, facciamoci un brindisi su.

A che?

Ai iuvnèn come questo qui, e ai buchi.

Evviva, evviva, evviva. E giù d’un fiato.

E tu che non sai che fare, che sei lì che ti sembra che è tutto inventato, che le sciocchezze son fatte per il bar, e la vita si insegna col bicchiere in mano. E non ti prendi sul serio, però la storia del bene e del male ti ha colpito e non sai che dire, che devi star attento alle parole che usi e poi la serranda che suona in metallo, si sente bussare.

Il Luigino che urla: Stà buono, Baffo, aspettaci là.

Si sente un sì, sì, ma è diverso da quello del Baffo. E ancora bussare.

Chi è?

Un’occhiata d’intesa e assetto da guerra, il Luigino che prende la mazza da baseball, il Maglietta il bicchiere grande della birra e lo carica dietro la spalla, il Tre dita che afferra il mocio e lo tiene in lancia e mi getta la scopa.

Bussano ancora.

Chi sei?

Che siam pronti all’agguato.

Sì, sì, e china la testa il signore e passa sotto la serranda. E l’aspettiamo in coorte.

E appena ci vede lui scoppia a ridere e fa no no, ripete no no, amici miei. Non me l’aspettavo mica che stavate chiusi a farvi i giochini sadomaso. E mi fate pure abbassare per farvi l’inchino. Mi inchino a voi allora, pifarlot.

E abbassiamo le armi, è arrivato il Francesco.

Lo vedi che va al bancone, che si versa il vino, che bestemmia perché non c’è mai il rosè, che apre un grignolino.

E io non so mica che dire, e non dico niente.

C’abbiamo il quarto per le carte. Dice il Maglietta.

Porta il mazzo, Luigino.

E quattro bicchieri, rasi.

E il quinto per te, che bisogna brindare ancora stasera.

Si è ringiovanito il Baffo? Dice il Francesco riferendosi a me.

E’ solo un iuvnèn.

Non mi ha mica riconosciuto. Bisbiglia al Luigino.

Non ti conosce più nessuno, Francesco.

La ista ban, prinzipiem a zughèr.

Non si parla più adesso. Mi dice il Tre Dita, una pacca sulla spalla. E un sorso di vino.

Sì, sì.

E sbaglio a giocare perché penso a un nome nuovo per le rivoluzioni.

Sì, sì.

Fuori dal bar qualcuno ancora non tace. E come l’alba, ci aspetta.

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