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Tra i fenomeni del parkour

Dai tetti di Londra, tra i fenomeni del parkour, gridavo la ragione non è la verità, soltanto una regola per ridurre l’angoscia.

E ci mancava il fiato per la disperazione dei piccioni che vivono nelle metropoli e si accontentano dei piani alti, il mare ai gabbiani e i combattimenti topo a topo per la proprietà dei tombini.

E mentre mi facevo crescere i baffi per sentire più a lungo il tuo sapore, tu avevi gli occhi altrove, proiettati verso non so quale treno, quale nuova partenza.

Ci svegliavamo entrambi, la notte, controllavamo sul display dello smartphone le foto degli altri e ci tranquillizzavamo perché così va il mondo e noi rimaniamo ancora diversi.

Vorrei potere anch’io ripulirmi le spalle dai residui di tutti i nostri ieri, di questo sentire che non ci lascia tregua e dei pensieri che vengono a tirarci i capelli, così il dolore ci coglie mentre gli altri non se ne accorgono e sorseggiano i loro drink con i sorrisi perfetti.

C’è una forza, invece, che ci tira le labbra e ci spinge la mandibola indietro, la lingua indietro, la testa indietro. Lascia le lacrime al cuscino e imbocca la strada con le scarpe d’oro. Non abbiamo bisogno di sguardi e nemmeno d’inchini, mi chiedevi il dono della comprensione e trascorrevo il tempo tra le cartomanti e i pittori, indeciso su quale strada prendere e quale viso farmi ritrarre. Dov’eri tu in quei giorni?

C’erano cieli che gridavano il tuo nome, il verde e il blu dei negozi del Marais, e poi quelle sale enormi, penso alla solitudine dell’opera d’arte, sai? Chi se ne importa delle notti dei musei, dell’ultimo nastro della pellicola che a luce spenta si appoggia al piede del proiezionista. Sapessi come va il mondo, sapessi come va il mondo.

Noi dell’amore raccogliamo le briciole, beviamo il fondo delle bottiglie, ci accoppiamo in mancanze, noi dell’amore siamo occupanti, usurpatori sui tappeti della follia, sulle punte ad aspettare le crepe della ragione, noi ci affidiamo quando la fiducia è impossibile, noi siamo i disperati, mai cheti, noi siamo il noi che nulla completa, siamo noi, e siamo in tanti.

Foto: dalla rete.

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Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti

Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti. Ci fermiamo davanti ai comignoli e mettiamo la testa dentro per sentire l’odore delle case degli altri.

I piccioni sostano sulle grondaie e si voltano spesso per guardarci. Non ci sono elicotteri nel cielo di Milano. Soltanto scie bianche e inquinamento atmosferico, lampioni alti e quel che resta delle antenne paraboliche degli anni novanta.

Classifichiamo le case in base all’odore che regalano: pollo e patate, pesce al forno, marijuana, incensi, formaggio fuso, profumo francese, dopobarba, legna bruciata, umidità. Decidiamo che ci sono odori che appartengono alla vecchiaia, altri invece all’uomo in generale e non è possibile fare insiemi e sottoinsiemi. Constatiamo che è un gioco di merda. Pauline dice lascialo fare ai poeti. Rispondo son gente noiosa, guardati il viso, sembri un’indiana. Si specchia nei miei occhiali da sole e nota le guance striate di nero, dice hai ragione, siamo in spedizione per sconfiggere gli yankees. Dico, non hai mai giocato a football tu, ti calpesterebbero in branco. Mi afferra per un gomito e mi schiaffeggia la nuca, la prendo in braccio e la alzo contro al cielo, dico, vuoi fare il volo più bello della tua vita? Urla sì, sì, gettami a terra come si fa con la spazzatura. E anche i passanti proveranno il brivido della caduta.

Pauline pesa troppo, la poso a terra, ci baciamo le lebbra, e quando allungo la lingua lei me la morde, dice, che senso ha? Rispondo che è soltanto il piacere di sconfiggere il cielo grigio col rosso delle nostre labbra. Dice mi annoi e si sdraia sulla pancia.

Guardà là in fondo, li vedi i grattacieli? E’ impossibile non vederli, rispondo io. Preferisco il pallone del tuo culo, non m’ero accorto della perfezione che porti dietro alle spalle.

Non è perfezione, soltanto la mia reazione al mondo.

Reagisci col culo?

Attiro gli sguardi là, per nascondere il nero dei miei occhi. Non ti piace?

Non è questione di piacere.

Hai ragione.

E così ci lanciamo in una disputa sul dizionario e i termini che hanno perso senso e significato, ci scontriamo su Bellezza, Felicità, Tutto, Niente, Mai, Sempre. Vorremmo non usarle più, cancellarle dalle nostre memorie e lasciarle in pasto alle bocche normali degli altri. Normalità e Verità: le aggiungiamo alla lista.

Vuoi dirmi poi perché ci facciamo tutte ‘ste paranoie? Non potremmo scopare e andare al cinema come fanno gli altri?

Dovremmo fare dello shopping insieme, è tempo di saldi.

Sai cosa penso dell’amore? A parte che non esiste.

Mi vuoi dire che è come facciamo noi, sappiamo tutto delle nostre debolezze e ci insegniamo le cose e facciamo piani per il futuro come quello di cancellare parole dal vocabolario?

Proprio così.

Lo vedi che so tutto di te?

Presuntuoso.

Forse dovremmo scopare.

Lo sai che io non scopo.

Facciamo l’amore?

Non lo faccio l’amore. Non esiste.

Cammino sul tetto e lancio risate ai passanti. Quando la donna che hai sempre desiderato è così vicina a te che non riesci a vedere il contorno del suo corpo, ma senti soltanto il suo odore e il calore, la consistenza della sua pelle e il volume dei suoi capelli, la morbidezza delle guance, il sospiro tra le sue labbra e le ossa del suo bacino. Quando siete così vicini che un movimento soltanto basterebbe a separarvi per sempre o unirvi in profondità. Ecco tutto. Mi viene soltanto da ridere perché ci manca il coraggio. Troppi pensieri animano i nostri passi, vorrei fermarmi a pensare al perché le mie sneaker hanno i buchi e non sono pulite, perché indosso ancora la maglia dell’oratorio e poi perché non porto mutande firmate. Vorrei che lei mi dicesse fregatene e spazzasse via la futilità del punto di domanda con lo tsunami della sua lingua e parole sussurrate all’orecchio.

Non è così, rientro dalla finestra e mi sdraio sul letto. Lei rimane là, la pancia a terra, lo sguardo alle nuvole.

Vorrei accendermi una sigaretta e imparare qualche posa sciocca per sentirmi più uomo, va a finire che mi gratto il petto e mi annuso le ascelle. Prendo un libro di poesie e non leggo nemmeno una riga, lo tengo aperto e negli spazi bianchi affondo tutti i perché del mio essere come sono.

Dal cielo cadono parole come: Giraffa, Farfalla, Venere e Paperon de’ Paperoni.

Pauline dà un nome alle nuvole, sussurro che sciocca, quanto è banale la nostra esistenza. E capisco che nulla in quel momento mi piace di più del suo appello ai cirri.

Le dico scendi, dai, vieni giù, lasciali tra le tegole i sofismi e le regole usate del corteggiamento. Vieni qui.

E Pauline fa forza sui polpacci e viene alla finestra, mi guarda e poi si nasconde. Il cucù improvvisato dell’adolescenza passata.

Le dico, ti prendo io, ti afferro al volo, così apre le gambe e si lascia andare sulle mie spalle, la mia testa nell’incavo delle sue cosce. Che siamo grattacielo, farfalla o soltanto nuvola ora, lasciamo i nomi all’appello delle zanzare. Per chiudere le lenzuola in sipario e inventare un suono nuovo per le pernacchie che non so fare.

Il gatto intanto bussa alla porta, non lo sentiamo.

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