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Quando il gallo cantò 3 volte

E ritrovarsi così deboli, negare certezze e opinioni, quando il gallo cantò tre volte.

Risalgo al volo dei corvi tra i tuoi capelli, alle strade lunghe della stazione Cadorna e alle redazioni dei giornali di moda. La frangia a incorniciarti il volto, la scuola d’Atene e il coltello di Fontana per gli spazi tra i tuoi denti da latte. Mentre ti svaghi su Candy Crash e regali le tue dodici e più vite a tutti gli altri, non c’è traccia di carta nella mia casella delle lettere.

Prima o poi arriverà una busta paga e mi vergognerò di versare denaro allo stato. Mentre capisco che non mi interessano i discorsi geniali e non ho curiosità alcuna nei pavoni del sapere. Mi toccano le relazioni, il profumo ingannevole delle scapole e il modo di guardare nel vuoto. Quando appoggi il pollice sulla guancia vedo il segno dei morsi, e cambi pelle per le stagioni che vuoi dimenticare.

E quando incontri la notorietà abbandona gli occhi sul davanzale dei denti, li troverai bianchissimi o marci di fumo, non c’è verità in quelle bocche sfatte.

Figlia mia, amante, abbi sempre paura di chi ti circonda il collo dopo cinque minuti di conoscenza, sorridi invece quando ti prendono sottobraccio.

Non c’è amore che scoppia come gli incendi che poi si faccia foresta, non c’è foresta che non sia prima stata gemma e pascolo.

E mentre impazza la fiera del libro mi trovo qui, la finestra chiusa, a ripararmi dagli schizzi di boria di chi s’affaccia al balcone del canale terzo. E predica sapienza scambiando la categoria del reale con quella dell’interesse.

Vorrei dirti che se ho perso tre chili non è perché mangio meglio. Vorrei installare una telecamera e contare il numero delle notti che mi rivolto nel letto. Dirti che ti cerco è così banale che potrei entrare negli smartphone degli adolescenti ora che ho i capelli rasati sui lati.

Qui tutto è pronto per la beatitudine, non resta che aspettare e prima o poi arriverà il grande giorno, quando i perché troveranno risposte e non avrò più bisogno di toccarti.

Foto: David LaChapelle

David_LaChapelle

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Spliff

Davamo la colpa alla schiena per quelle notti trascorse accanto alle finestre. Il respiro nell’atto titanico dello sfondamento dei vetri e sigari ormai deformi sul davanzale.

Ci sono luci che non si spengono mai e mille strade che non ho mai attraversato. Sento il palpitare interminabile del viscere della terra e gli insegnamenti della scuola superiore ricoperti di alghe. L’odore incredibile del tuo collo bianchissimo e quel tuo viso che manca d’armonia.

Ho smesso di credere nell’amore uno a uno, che i pareggi non fanno vincere nessuna classifica, così l’universo ha bisogno di libertà vere.

E come un jeans troppo grande non veste bene senza una cintura così è della libertà, va stretta in vita e non lasciata andare, che si sporca col passo e perde d’eleganza.

Non più poesie solitarie in stanze d’albergo, non più canti delle ninne nanne nei carillon; ci vogliono madri dalla voce dolce e padri presenti. Poi zaini sulle spalle e una gobba accennata, che il peso non ha mai fatto male e diffido di chi corre col petto in fuori. Guardati ancora nudo allo specchio, rasa quel pelo, tra il pollice e l’indice il grasso in eccesso: l’imperfezione è una grazia che bisogna riconoscere.

E spazi aridi tra le orecchie per l’ascolto dei filantropi, che con Celine chiamo e richiamo grandi rompicoglioni. Trova il tempo per riposarti gli occhi e non credere ai numeri grandi e all’assenza delle differenze. Mentre a Milano crescono Festival Indipendenti e a Piacenza si radunano gli alpini pensi alla tradizione e alle rotture. E come Fontana intagliamo tele in cerca delle fessure per seminare nei nostri giardini le nostre idee di piccolo mondo, e poi metterci intorno recinti, noi che combattevamo la proprietà privata e citavamo Rosa Luxemburg, chi è quello? E’ uno dei nostri?

A nulla serve creare parole nuove e il cambiamento pensato dell’alzata di mano. Verranno le volpi nei nostri campi e ammazzeranno qualche gallina, vuoi ribellarti alla natura, tu? Tu che costruisci muri, tu che lanci parole al vento senza rispetto per gli ascoltatori?

Li senti i tuoi neuroni crepitare? Perché quell’ultimo spliff? Per arrivare fin qui a teorizzare sull’esistenza?

Mettiti sotto le coperte e abbraccia il cuscino, respira forte e sogna. Che magari è meglio. Che magari domani ti svegli e quando bevi il caffè sei contento. Poi fatti un video, così come sei, sette secondi, apri Photo Boot, clicchi registra, ti inquadri e dici: “Sono felice”, così magari tu ci credi, che a me non importa nulla.

E ora vieni a casa, suona, siediti a tavola, mangiamo, beviamo, e poi stiamo pure in silenzio, che abbiamo sostituito lo stare, col fare, e la felicità non fa, sta.

Foto: Jeff Wall

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E’ pronto il caffè

Frasi lunghe a ripeterti che non mi interessa l’amore ricevuto, che ho armadi zuppi di vestiti e tasche piene, sono essenziale, lo sai, e non chiedo riconoscenza. Come quando inviti qualcuno a cena, che non ti interessa cosa ti porta e se viene a mani piene, bussa coi piedi, perché tu prepari tutto e vuoi che stia bene lui, vuoi stare bene tu, lasciare andare la lingua, distendere le guance, farsi rossi di vino e non disdegnare la carezza della mezzanotte e magari il profumo buono dei tuoi sette colli,  niente più. E’ dell’indifferenza che non me ne faccio nulla, i miei sono inviti a cena, basta esserci, nient’altro. Che non sono manie. E se questo mondo insegna che non si fa nulla per nulla, che non c’è gratuità nelle offerte dei centri commerciali, nel ritorno d’immagine delle multinazionali e nei gadget personalizzati, tu prendi la via del verde, trova una panca, resta a guardare. Le cure delle madri agli infanti che domandano in continuazione e nulla sanno del valore dei soldi e della lordura che li accompagna. Dai, lavati bene le mani, vieni a tavola, è tutto pronto. C’è una donna con lunghi capelli rossi e vestiti neri nel centro di Milano che prepara cene grandi e il suo uomo dal bianco pennacchio che indossa ogni sera un giubbotto e ascensori e piani di scale, minestre calde e polpette scelte per anziane solitudini. Che in vecchiaia non si chiede più, s’aspetta, e nella corsa il quotidiano non s’accorge dei silenzi. E poi come va? Facciamola andare. Le signore ai fast food chiedono parole di compagnia e tè caldi per dar tregua al vuoto della bocca. Vorrei bussare alla tua porta, dirti che c’è, com’è? Prendo un caffè. E osservare quelle tazze antiche e il loro tintinnare, l’attenzione nei gesti e il senso raro dell’ospite. Ho portato le birre, accendo la musica, fumo una paglia. E neanche ti ascolto. E’ così che a notte fonda scrivo lettere e mando email, è così che l’assenza di risposta, in fondo, non mi pesa. Ma vieni a bussare, buon pomeriggio, è pronto il caffè.

analog

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A passera sciolta

Nottetempo viaggi in metropolitane, e cosce snelle, bocche ubriache di rosso e piedi unti e creme profumate.

Nottetempo sguardi bassi e occhi neri, melodie arabeggianti agli angoli della strada.

E tette enormi di prostitute settantenni.

Catene d’oro per colli d’ebano e suoni gutturali.

Le strade si assomigliano, si fanno strette, il passo è stanco, il piede spinge sulla scarpa nera elegante mentre la barba si manifesta e la pulizia del mattino è ancora da rifare.

Non sono bravo coi pronomi possessivi e al posto di mio o tuo preferisco dare un nome nuovo alle cose: chiamerò i tuoi capelli trasferelli, la tua bocca albicocca e i tuoi occhi pastrocchi. E quando ci ascolteranno parlare sembreremo bambini o folli, di pastrocchi, trasferelli, albicocche. Stavamo bene un tempo quando distinguevamo la notte dal giorno e cercavamo pascoli lieti e pecore smarrite da rincorrere con lo scettro dell’estetica e la parola melensa.

Sono vietati i panni stesi e per mancanza di spazio fioriscono i business delle lavanderie.

Sono vietati il fallimento e la gentilezza fine a se stessa. Sono vietati i complimenti strani: che belle gote hai, che buone le tue caramelle, mi piace il tuo mignolo dovresti affondarlo nel mascarpone e poi appoggiarlo sulle mie labbra.

Ho rimandato gli odi ai campi incolti, senza recinti né margini, ho delegato la gelosia alle coppie vergini, la rabbia alle relazioni più vere.

Quando mi fai leggere versi dell’Achmatova o di Aleksandr Blok penso all’attitudine della vita da single in case piccole e funzionali, alle regge e ai palazzi, alle cascine e alle case di ringhiera, e a quanto doveva esser bello cercare solitudine in strade e boschi, quando dietro ai paraventi di consumava la scoperta del nostro sesso e si finiva in rincorsa d’ancelle. Nascosti dietro all’occhio, sulla porta, il bagno dell’amata e dietro ad alberi le nuotate a passera sciolta delle dame di compagnia.

Le etichette all’amore si fabbricano nei palazzi, all’aria aperta è un fiorire di prati e gioie e consolazioni nobili. E quanto è bello sentirti ansimare, e dopo l’amore potremmo aprire le cataratte dei nostri discorsi mai rivelati ed evitare le complicanze dei perché.

Giudizi e tribunali non nascono per i sentimenti, ma per le azioni stolte, quelle del tu, mio.

E allora voltati, guardami, fatti rincorrere, e allora voltati, guardami e poi nasconditi.

buco serratura

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E desideri di spogliarelliste

I pesci di notte non dormono e vederti nuda non mi provoca più nessuna reazione evidente.

Muovi i tuoi piedi nell’aria e io penso alla fragilità della classe politica italiana e scambio per franchezza quella che è miseria.

Tornavo a casa la notte con una borsa di plastica e un’insalata d’asporto, la bocca piena delle parole che vorrei vomitarti addosso per farti affogare di romanticherie. Quando dovremmo soltanto sedere insieme sulla panchina curva del tempo e non aver paura delle bottiglie vuote e dei vestiti firmati.

Nella mia chioma spettinata le briciole del nostro ultimo incontro, ho chiamato un parrucchiere, le forbici in mano, non c’è tempo da perdere nella corsa alle armi. Così ho riempito il curriculum di giornate inconcludenti e ore spese in pigrizia, la mano stretta alla maniglia che per aprire le gambe, sollevare le gonnelline leggere e accorgersi dei capezzoli più nascosti. Le scrofe allattano i piccoli appoggiate sul fianco, le madri invece abbracciano mentre il cielo sembra darmi tregua cancellando il sole col grigio.

Nell’armadio magliette della Juventus che non indosso da secoli, a quando un calcetto? Dovrò aspettare mesi per far lo sgambetto alla sfiducia che aspiranti madri hanno ricamato sulle mie camicie nuove.

E mentre tutto si chiude come ostriche ricche ai richiami dei sub, sputano acqua i delfini e ci confondiamo con le benedizioni, i nostri sogni solcano i sette mari mentre mi sono messo in lista d’attesa per l’assegnazione dei tuoi sette cuori.

Vorrei accanto a me una spogliarellista vestita perché non ho tempo da perdere.

Quando ho sentito casa e su Skype trascuravo parole per concentrarmi sul richiamo dei passeri. Le città grandi smarriscono l’ordine naturale dell’alternanza sole buio e rimandano alle stagioni la decisione sull’apertura delle terrazze.

Puoi venire a dirmi che scrivere non è un lavoro e ti metterò nell’orecchio una pulce, è un lavoro vivere? Perché non rivestire di merda le nostre unghie quando lo sporco testimonia l’esistere.

E troverò altri contenitori per le mie debolezze, perché è inutile scriverti, assomiglia a un videogioco senza morte apparente. Senza primi o secondi e con le password dimenticate.

E ti ricordi quando indossavi l’apparecchio? Ora hai i denti dritti, ma sei un po’ meno simpatica, forse più grande. Che quando ridi le tue lentiggini si fanno lucciole, i tuoi capelli bosco, i tuoi occhi lupi, conigli, donnole o randagi. E tanto ormai fa lo stesso.

aurevoirlesenfants8706g

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A pisciare sui muri

Gli fisso le mani, le vedo tremare, gli chiedo che c’è. Non risponde, stringe il pugno più volte, poi mi si avvicina, mi bacia sulla bocca. Il labbro superiore bagnato di sudore.

Mi bacia ancora. Stavolta mi stringe le spalle, mi sussurra all’orecchio: “Facciamolo insieme”. E si volta di scatto, e cammina. Il passo lento e deciso, il corpo che non oscilla mai, segue una linea retta verso un obbiettivo che ancora non conosco.

Arriviamo davanti a casa di Sara, estrae il membro molle, piscia sulla porta. Mi guarda mentre sbattacchia il coso e inonda le scale d’urina. Ancora mi guarda, abbasso la cerniera dei jeans, piglio in mano il pene, piscio anche io. C’è una telecamera, la indico con la mano rimasta libera, lui alza le spalle, dà l’ultima scrollata là sotto e chiude i bottoni.

Perché? Domando io.

Non c’è un perché. Merita soltanto gli scarti.

Sara? Tu ami Sara.

E le piscio sulla porta di casa. Questo è l’amore. Donare tutto te stesso, anche gli scarti.

Bussa alla porta. Il vestito blu a fasciarle le gambe lunghe, capelli raccolti da un cerchietto verde pastello, rossetto chiaro, sorriso spontaneo, scarpa con tacco modesto.

Sara bacia Luca sulle labbra, lui le tocca il culo, lei ride. Poi viene il mio turno, mi bacia le guance, mi domanda come stai. Non aspetta risposta, dice: C’è odore di piscio.

Luca entra in casa, appoggia sul tavolo la bottiglia di rosso, io lo seguo. Mi sento un secondo, un cane segugio, decido di inventarmi qualcosa per distinguermi, dico: Io devo lavorare, me ne vado.

Sara mi guarda, dice: ok, a domani.

Luca non mi guarda, dice: Non te ne vai, tu rimani e bevi con noi. Riempie tre bicchieri di cristallo, me ne porge uno e mentre lo sto per ricevere mi sposta la mano, lo fa cadere. Vino sul pavimento, vino sul tappeto orientale, vino perfino su Juppy, il beagle che riempie di gioia ogni appartamento borghese.

Mi spiace. Dico io.

Non fa niente.

Sara corre in cucina, prende una spugna, ritorna, si accovaccia per terra, asciuga. Sporca il vestito blu.

Io guardo Luca che mi passa un altro bicchiere. Faccio ancora per prenderlo, lo sbatte per terra con forza, cristalli ovunque, macchie di rosso. Sara che urla: State più attenti. Luca che prende il terzo bicchiere, beve in un solo colpo, si avvicina a Sara, le bacia una spalla, dice: Bevi, tesoro, siediti e parla con Marco, pulisco io.

Così Sara si siede, prova a sorridere, le dico: Scusa, ho la testa altrove, è colpa mia.

Come se davvero lo fosse.

Lei dice: Non fa niente. Volta la testa e osserva Luca che raccoglie i vetri, la spugna ubriaca.

Juppy assiste alla scena dalle scale.

Sfoglio una rivista appoggiata sul divano, dico: Le stampano ancora.

Sara mi guarda dice: Perché non dovrebbero?

Non servono a niente. Tu le leggi?

Sì, certo.

Per me dovrebbero venderle come si vendono i soprammobili, complementi d’arredo artificiosi e sciocchi. Solo la copertina è importante, il resto è inutile.

Luca con la spugna ancora tra le mani si siede al mio fianco e ribadisce: Quello che conta è solo la copertina, come con le donne, amico mio, quello che c’è dentro è poco importante.

Il mio amico mi accarezza le spalle, mi bacia sulle labbra. Io le tengo chiuse, lui ci passa la lingua sopra con fare evidente, io chiudo gli occhi. Luca ride.

Gli occhi di Sara si fanno più piccoli: State scherzando? Ride. Lo faccio anche io con le mie amiche, quando siamo ubriache.

Luca prende l’ultimo bicchiere di rosso, brinda: Alle tue amiche. Lancia il bicchiere per terra con forza.

Mi prende sottobraccio, dice: Andiamocene.

Buonanotte Sara.

Buonanotte, aggiungo io.

Sara rimane là, sul divano, guarda il vino che conquista il parquet.

Usciamo e chiudiamo la porta dietro di noi, piano, per non disturbare più del necessario.

pipi

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La naturalezza dei salici

Quando abbandoneremo i discorsi lunghissimi per legittimare la necessità del nostro fare?

Vorrei parlarti delle nuvole basse, del cambio di stagione e delle relazioni che abbiamo in comune, guardarti camminare con le scarpe nuove e i capelli raccolti, chiederti la ricette delle linguine ai frutti di mare e poi sorprenderti che ti accarezzi le guance e ti bagni il viso abbandonata a stanchezza.

Tutti questi discorsi a trapano nel cervello e l’io davanti a tutti come un mazzo di fiori da consegnare al primo incontro. Quando invece qui non ci sono rocce, la luce è rara e le piante nascono dentro ai negozi.

Mentre disdegno il frutto buono che non nascondi più tra le cosce, ti ho sempre detto che tutto quel che si palesa perde d’interesse. Poi siamo andati a vedere un Picasso e mi ha chiesto: questo è palese? Questo è un paese, ho risposto io, quei contorni segmentati e linee spezzate. Disordine e confusione.

Ci pensi mai a quando è decollato il primo aereo di tutta la storia degli aerei? Dov’è finito ora lo stupore? La spiego così la voglia di notti disperate, perdiamo il controllo in droghe e alziamo il tasso alcolemico seduti al tavolo della cucina.

E se rasassi i capelli sui lati asseconderei la moda del momento, chi te l’ha detto che è un male? Perché continuiamo a farci salmoni e tagliamo in due la corrente per farci notte? Quando invece le madri son tutte belle e i passeggini suonano il selciato dei parchi.

Mentre le associazioni di volontariato ci interrogano sui numeri del nostro conto in banca, lo sai quanti bambini hanno bisogno del tuo aiuto? Lo sai quanto mi manca un tuo saluto?

Eccolo qui il solco che ci divide, l’aratro ha separato le nostre nascite e quella ferita la dividiamo senza accorgercene. Lo sai perché continuo a farmi foto in primo piano e poi le metto sul profilo di Facebook? Perché il tempo cancella e una volta odiavo i ricordi mentre ora voglio avere chiaro il mio viso, i chili di troppo e muscoli tonici, le prime rughe e i capelli bianchi. Non esiste uno spirito libero se non si libera il corpo. Voglio imparare a nuotare, voglio imparare a ballare. E con la naturalezza dei salici chinarmi su di te e prendermi un bacio, uno soltanto, farci una foto per poi ricordarmelo.

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RENCONTRER MICHEL GONDRY, LA SCHIUMA DEI GIORNI

TU, IO E UN’INTERVISTA A MICHEL GONDRY

Allora le ho detto: “Anch’io…” Poi tutte le volte che le dicevo qualcosa lei rispondeva: “Anch’io…”, e viceversa… Così alla fine, tanto per fare un’esperienza esistenzialista, ho provato a dirle: “Signorina, la amo tanto” e lei ha detto: “Oh!” –

“La schiuma dei giorni” di Boris Vian me l’hai fatto conoscere tu, la quarta riga della nostra terza e-mail. Ti avevo fermato in corso Como e tra i vestiti firmati e i cocktail annacquati avevo letto, io svergognato, una mia poesia sulle chiese che chiudono troppo presto la sera. E nel risponderti ti avevo scritto: ma certo, lo conosco, incredibile. Ma mentivo. Così sono corso in libreria e arrivato a casa, sdraiato sul materasso, l’ho letto dalla prima all’ultima pagina, senza fermarmi mai e prendendo fiato soltanto alla fine.

Ricordo che qualche tempo dopo, in un bar spagnolo di corso Lodi, dopo il teatro, un Baliani scadente dentro una marchetta all’Unità d’Italia, parlammo del Piano-cocktail, dicesti che avremmo dovuto cominciare a pensare di costruirlo un giorno o l’altro, prima di tutti gli altri.

E invece qualcuno ci ha preceduto, si chiama Michel Gondry e fa il regista. Quello di Ethernal sunshine of the spotless mind, per intenderci, quello dell’Arte del sogno, quello dei videoclip di Bjork e altre chicche musicali non da poco su MTV. Uno che il film lo immagina e poi lo costruisce con le mani, tanto che con i suoi oggetti scenici ci fanno le mostre.

Si presenta alla Fnac sugli Champs-Elysèes con un’abito nero classico, camicia bianca e cravatta fine, nera anche quella. La Fnac non mi è mai apparso un luogo istituzionale e ho sempre pensato che il vestire parli molto di noi, bene, forse il mondo fantastico Michel deve avercelo dentro perché fuori sembra un impiegato di qualche albergo stellato.

E in un francese quasi perfetto comincia col dire che il film gli è stato commissionato, che non ha scelto lui il romanzo di Vian, ma che gli appartiene per sentire, che l’ha letto a quattordici anni, quando abitava a Versailles e la sua nonna lo portava spesso in visita a Parigi, che ha segnato tutta la sua adolescenza.

Aggiunge che ha letto qualsiasi cosa Boris Vian abbia scritto, che suo padre ascoltava Duke Ellington e così anche lui ama Duke Ellington, ed è normale perché anche mio padre tifa Juventus e pure io tifo Juventus: ci sono passioni che si trasmettono in famiglia.

Michel racconta della sua infanzia, della sua passione per i treni e per le piazze immense di Parigi, del suo amore per gli oggetti animati e del perché non lasci nulla al virtuale e al computer, ma si affidi alla materia per creare nuovi universi ibridi. Lui, inventore e pittore che fa della macchina da presa un caleidoscopio capace di dare infinite forme ai suoi lavori di bricolage, un collage delle arti che dona vita a nuovi mondi.

E così la scrittura surreale e creativa di Boris Vian, capace di associare due parole come Piano e Cocktail e soffiare vita in oggetti prima inesistenti, si fa immagine e prende una forma nella cinepresa di Gondry. Uno che legge, immagina e poi prende la materia per dare alle visioni sostanza. Un teatro degli oggetti al culmine delle sue potenzialità trasportato sulla pellicola.

E così gli attori si muovono a loro agio in uno spazio che prima non esisteva, ma che è stato creato appositamente e si rivela nuovo e reale. All’attore serve naturalezza, senza sforzi d’immaginazione, quella ce l’ha messa già messa il regista, che chiede agli animatori che muovono cielo e terra e oggetti tutti di essere fantasmi discreti per far sì che i personaggi vivano il nuovo mondo con la curiosità degli infanti nel mezzo di un balletto meccanico d’animazione d’oggetti.

Immaginiamo le tute bianco e nere dei tecnici, di coloro che non saranno mai inquadrati, ma che con muscoli e mani tirano teli, fanno viaggiare nuvole di polistirolo o assemblano auto reali, ma mai esistite, frutto di un collage tra carrozzerie di auto diverse degli anni settanta e ottanta francesi.

Gli attori, si diceva: attori famosi, certo, ma attori amanti della storia e del regista, così amanti che sposano i personaggi e sanno che da oggi nemmeno morte potrà separarli; così Colin avrà il volto di Romain Duris, Nicolas quello di Omar Sy, Joules Gouffè sarà Alain Chabat e Chik Gad Elmaleh mentre per Chloè è stata scelta Audrey Tatou, che avrà dunque un bel da fare nel triplo ruolo di Amelie, Chloè e signorina Chanel.

Signor Gondry, non crede che facendo un film su un libro così grande, straordinario, esaltante, roboante, meravigliosamente sorprendente lei finisca per sostituire il suo immaginario a quello di milioni di persone che non hanno ancora letto “La schiuma dei giorni”? Non crede che la sua sia un’operazione criminale ed egoista?

Michel si sistema la cravatta, avvicina il microfono alla bocca, dice che se l’è tanto domandato e che si è risposto che come per tutti i grandi libri qualcuno prima o poi l’avrebbe fatto, che è sicuro che se Vian fosse stato in vita avrebbe partecipato alla realizzazione del film e ora sarebbe contento perché compito del regista è essere onesto e vivere della necessità della creazione.

Signor Gondry, ma il film non le è stato commissionato?

Sì, ma ripeto che il romanzo mi piace molto, è la mia infanzia, è la mia adolescenza, è Duke Ellington, è un pozzo grandissimo da cui attingere immagini.

Si è preso molte libertà?

Alcune, ho alleggerito alcune parti meno “visive” e poi mi sono immaginato la grande officina dove è stato stampato “La schiuma dei giorni”, il libro fisico intendo, l’ho pensato come una stazione dei treni, con persone che scrivono a mano ogni riga, insomma, guardandolo vi sarà più chiaro.

E Parigi?

E’ la Parigi della mia infanzia, sono gli anni ’70, ma non lo sono più, perché tutto è ricostruito, faccio un collage tra più epoche perché i miei ricordi d’infanzia sono collage.

E ogni volta che mi fate una domanda io parlo di Vian, diciamo che un po’ rivive, anche ora, anche qui.

Bah.

Poi c’è una malinconia di fondo che Gondry nomina più volte, ma a cui non dà il tempo di imperversare.  Nella breve conferenza si mostra regista professionista, ma non apre mai all’emozione. Appare una lavagna ben pulita con qualche scarabocchio negli angoli, i segni del gesso più difficili da cancellare.

Diciamo che potremo assistere a un capolavoro oppure rimanere delusi, che potrebbe farci vivere due ore immersi in un mondo altro a riflettere sull’amore impossibile e sul nero senza senso della vita oppure caricarci di noia e già visto e sentito.

E ancora torna la domanda se il creativo che rende reale e universale un mondo prima evocato soltanto sulla carta, intimo e personale,  sia uomo generoso o un ladro infimo e bugiardo d’immaginazione?

Non c’è risposta a questo, ma le nuvole di cotone idrofilo dell’Arte del sogno che al suono del piano prendono quota fino a toccare il soffitto e certe intuizioni poetiche e visive straordinarie ci riconciliano all’infanzia donandoci consapevolezza del nostro essere nel mondo, una volta bimbi, ora adulti. E poi incontri qualcuno ballare da solo per strada e ti sorprendi scoperto a metterti le dita nel naso sul treno, in ufficio e anche al bar o fare il rumore della formula uno con la bocca mentre guidi e sorpassi.

Si sistema ancora la cravatta Gondry, che prosegue dicendo che si avvale dell’aiuto di uno sceneggiatore che firma l’adattamento cinematografico dell’opera letteraria: Luc Bossi; e questo sembra essere un bene, perché, quando in passato è stato il regista a prendersi cura delle sceneggiature originali, spesso l’invenzione del momento ed i toni esagerati di certi dialoghi toglievano spazio al senso ultimo e allo sviluppo coerente della storia.

Si alza, ringrazia, non firma autografi, se ne va.

Io sfoglio la schiuma dei giorni, ci trovo stralci sottolineati, uno è quello che apre l’articolo, la naturalezza di un Ti amo.

A te che il libro me l’hai fatto leggere e a te che generi mondi, a noi che abbiamo voglia di scrivere e non ci lasciamo stare la notte e come in adolescenza ci concediamo l’immaginario e per conoscere il corpo e farlo sussultare, per diventare grandi o soltanto per affrontare al meglio le notti e la paura del buio, quella del sole.

La lode ai creatori, ai sognatori, a chi i sogni li ruba, a chi li dipinge e li rende vivi, e a chi non si abbandona mai alla quiete e finisce per apparire in pubblico in giacca e cravatta quando dentro ha fiori colorati.

A te che ti senti un vaso vuoto, sappi che il Piano Cocktail ora esiste e che i fiori uccidono, ma salvano anche.

E ora ascolta African Flower di Duke Ellington, che è bellissima.

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Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare

Gli ippopotami sott’acqua si muovono leggeri, mulinano le zampe e sembrano camminare nell’aria. Così dovresti accorgerti che non parlo d’amore, ma lo attraverso.

Esplodono le pentole a pressione e tutti gli schizzi di pomodoro sui miei jeans per prepararti una pasta di merda, che tanto non te ne sei accorta preoccupata com’eri a decifrarmi le labbra. La terra trema e non c’è verso di andare insieme a un festival di quelli estivi, con le canotte larghe e lunghe fino alle ginocchia.

Viviamo a più dimensioni ed è per questo che porti gli occhiali. E in fondo al mio letto ci trovi le mutande scadute della settimana scorsa, che quando dormiamo insieme ti ripeto che voglio essere libero. E poi mi alzo la notte a pisciare e quando torno ti guardo dormire. Mi appoggio sul fianco e penso alle distanze incancellabili delle nostre origini e al fatto che è colpa delle nostre nascite se vediamo le cose in maniera diversa.

Mentre non chiudono i teatri occupati e i luoghi chiusi dai figli dell’alta borghesia, che mettono casa in affitto e dormono tutti insieme sotto le stelle delle televisioni spente. E quei musici che ho amato tanto le cantano al primo maggio con la presunzione degli arrivati. Dei prosciolti. Degli ex rivoluzionari. Dei giornalisti d’opinione e degli invecchiati sui banchi delle scuole. E di quelli come me che non hanno ancora il coraggio di raccontare storie e ammettere che nell’immediato non servono a niente.

Mentre Gondry presenta il film che attendevo con ansia, la schiuma dei giorni sulla punta del mio sesso e la rabbia contro le industrie del cinema che ci sottraggono in immaginario. E poi ammettere che quando scrivo è soltanto per scoparti a distanza e godere premendo i tasti e scoprire il respiro saltare dalla finestra e cercare riposo sui davanzali in compagnia dei passeri. Mentre a Parigi non ci sono panni stesi sui balconi e quanto mi mancano le discese ripide del centro Italia e l’odore dei faggi. Quando dimentico la testa tra le tue gambe è soltanto per smettere di pensare.

Nel corno d’Africa raccoglievo carte di caramelle per non sporcare la terra, e venivano bambini con gli arti gonfi ad insegnarmi a non aver paura dei serpenti e quattordicenni madri di due figli con i piedi duri come rocce e la dolcezza nelle cicatrici sul viso.

E al ritorno mi son scoperto così egoista da lasciare la ragazza di allora e sudare la camicia bianca del volontariato e abbandonare alle velleità la distruzione dei futuri prossimi in vista del progetto colossale della salvezza del mondo. Trovare il Cristo fuori dalle chiese e nelle strade e raggiungere il tempio poco prima dell’ora di chiusura per dar riposo alla lingua, farmi silenzio e disperdere lo sguardo sugli affreschi.

Entreremo nell’età d’oro della grazia spogliandoci del superfluo dei nostri progetti di notorietà e incastrando le reni, non avremo paura dei semafori gialli e delle metropolitane affollate, e guarderemo all’ufficio come all’esercizio quotidiano di nostra sorella pazienza, abbiamo progetti più grandi e belli delle scrivanie squadrate.

E ora portami a ballare, dimmi che così è normale, che non c’è vergogna nel tirare mattino e ha ancora senso barcollare tra i muri con l’alito striato di birra, e lanciami la lingua addosso per farmi del male, piega la schiena e appoggia il tuo sedere al muro, alza le mani che io ti sparo. Tanto poi al mattino non me lo ricordo, e mi gira la testa e incrocio indice e medio e prometto: non bevo più, non mangio più, non guardo la Tivù.

Foto: Allen Ginsberg, James Franco

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C’è il sole, fammi compagnia

Sono i piccioni i primi a salutare il blu.

Senza avvisare prende il suo posto la primavera e scivolano veloci tra le scollature sguardi d’uomini d’ogni età.

Quando abbiamo preso la via per lasciarci alle spalle le installazioni colorate delle serate mondane, l’electro beat adatto ad accompagnare lo svago e i pensieri fumosi del dopocena. Ti guardavo di profilo cercando una qualche somiglianza con le sfingi d’Egitto. Che avevi gli occhi strani e una certa inclinazione alle allitterazioni, e ripetevi sempre la stessa frase, che te ne fregavi di tutto e pensavi soltanto a te e a quanto è bello vivere il momento. Eri ubriaca, camminavi come i pulcini appena nati, senza direzione, con lo sguardo appassito e i tacchi consumati. E mentre ti aggrappavi alle mie braccia pensavo che forse avrei dovuto studiare la fisica per comprendere che non tutti i corpi s’attraggono. Interessante, certo, ma non abbastanza, e poi che significa tutto questo?

Quando fai tardi hai bisogno di ridere, e districarti nell’arzigogolo dei discorsi, e dimenticarti i cominciamenti, giungere a massime che segnerai sulla strada come apoftegmi per i camion della pulizia di quartiere. E un giorno ancora ad ignorare il tempo perché lui ignora me. Questa è la logica disumana delle relazioni, misuriamo tutto sull’orologio del cellulare e non ce ne facciamo nulla delle attese degli altri.

Il lavoro stanca, il lavoro piega, il lavoro seduce col soldo e ti rende l’utile mettendo ordine tra le tue giornate. Progetteremo un futuro quando incorniceremo sul muro i nostri contratti indeterminati.

E nelle mie relazioni non c’è coerenza che brucio le radici col dire e il fiore appassisce in fretta.

Nei versi di Majakovskij una rabbia che non posso permettermi. Vorrei indossare un’abito elegante, colorato però, e un papillon consumato e largo. Farti delle fotografie sull’erba come fanno gli adolescenti. E per un’istante evitare lo specchio e lo sguardo dall’alto.

E quanto poi sarebbe bello che mi corressi incontro con le braccia aperte. Hai presente quando ti accompagnavo al treno e mangiavamo un panino a Mcdonalds e chi se lo ricorda il sapore che m’ero perso sulle tue labbra. Tu scartavi sempre il cetriolo e mi dicevi dovremmo mangiare meglio andrà a finire male così. E poi non è proprio finita perché non è mai cominciata.

Vorrei la leggerezza delle canzoni di Marco Levi o di Dente. Ho i capelli di Devendra e lo spirito di Kerouac. E così va a finire che mi confondo.

Ed ora sono su un balcone a Lisbona, e griglio agnello e bevo del rosso, e scrivo felice e tu mi aspetti sul letto, mi urli è pronto e ti dico non ancora, vestiti e vieni fuori, c’è il sole, fammi compagnia.

lisbona-alfama

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