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A culo

Trovare gioia dai giorni e allontanare la paranoia: son stati abbastanza i miei ieri? Che ne sarà del domani?

Ci trovavamo la sera a mettere in comune i nostri quotidiani, sottolineavo i tuoi sbagli con le mie labbra rosse e mi donavi vita allungandomi la tua schiena perché avessi spalle a cui aggrapparmi e sostegno per il mio bacino freddo. E ti chinavi sul tavolo per mostrarmi il tuo mondo, si spegnevano le luci degli altri, cavalcavamo noi nei pascoli immensi delle nostre intimità. E respiravi finalmente, lasciavi perdere tutti i tuoi però e ansimavi come dopo una corsa.

Coi pendolari immersi nelle trilogie, le teste chine sugli smartphone e la ricerca di parole sempre nuove per i nostri giochi di società. E mi chiedevi i tuoi voti in un like, mi domandavi come stai e quando ti rispondevo bene ne avevi già a sufficienza.

Del mio romanzo nessuna traccia. Alla Siae domandano ancora delle mie canotte estive. Quando Michael Jordan giocava nei Bulls, le mie preoccupazioni erano tornare a casa in orario e poi andare a scuola, nascondere i voti a mamma e non farmi interrogare l’indomani.

E così ora vorrei guardare un film, uno qualsiasi, uno in bianco e nero. Ma sono zuppo di derive, il torrente dei desideri e le ipotesi sui futuri prossimi; mi contraddico come i nostri premier. Mi contraddico come gli agenti del calciomercato. Dovrei alzare la cresta e impugnare il tridente come Massimo Allegri. Il dettato dei padroni e gli errori che continuo a fare: da voi non imparerò mai. E farò del pugno bandiera, scivoleranno via le retoriche novecentesche e rimarrà il primitivo, e camminerò per le strade elevando l’unico membro degno degli interni.

E per la cronaca degli oggi lascio spazio ai giornalisti, le capriole di Brera ci facevano divertire, a culo l’erudizione esibita, a culo la prosa scarsa dei rotocalchi. E poi lo sai che se non ti facessi ridere finirei per stancarti.

E la cultura è diventare difesa: degli animali, delle verdure, degli interessi e dei confini delle nostre voglie. Quando pensavo che bisognasse attaccare, progredire in ascolto e coscienza e mettere mano alla spada; le pistole di Tarantino e i surrogati delle nostre velleità.

Nella casa che non ho, nelle tasche vuote, nella mia vespa lontana e nella potenza delle mie cosce c’è il mio cammino. Se non avessi un Mac sarei un nullatenente, il giro del mondo in migliaia di sguardi e la gratuità dell’immaginazione. Che è sulla strada che impari a chiedere, che poi desideri il mare, una casa grande, le mura bianche, un tavolo in legno e la tua mano poi sulla mia che dice scusami, se ero lontana era perché mi stavo preparando, che non avevo ancora le forze, che non avevo ancora il coraggio.

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Non vorrei allontanare da te le sofferenze come fanno le madri

Cambia il cielo in azzurro, sparute gocce sul bavero del mio trench blu. Ancora un caffé, uno soltanto e sottofondo di film in bianco e nero.

Di quando mi sono svegliato in preda all’ansia di prestazione, che per mantenere un ruolo sociale nell’oggi le dimensioni contano, che è necessario far parlare di sé, concentrarsi sullo stile e diventare appariscenti come le luci al neon, le Bentley parcheggiate sulle strisce pedonali.

Negli aeroporti si preparano le accoglienze per l’arrivo dei calciatori. E croci dorate tra i muscoli gonfi del petto per le trasmissioni del pomeriggio italiano.

Distributori di benzina per le nostre sfilate notturne con le velocità impensabili che tenevi in prima corsia. Che cercavamo di perderci mescolandoci alla folla, eravamo indie per non sapere di nulla e ascoltavamo il reggae perché è così semplice che si finisce sempre per saper ballare e non dare nell’occhio. L’aumento del prezzo delle autostrade non ci fermerà e andremo lontano, molto lontano, lo sai, per ritrovarci sempre al punto di partenza e dire questo posto lo conosco, non sbaglieremo strada più. Sono le coscienze che fanno la differenza. Sei così irta che per ritrovarti devo scomodare le Ande, l’assenza d’ossigeno e il bisogno delle istruzioni per montarti.

E nelle tasche ho una collezione di “non so”, di “ok”, di “già”, “ci penserò”, e non l’ho ancora mostrata a nessuno.

Non dev’essere semplice vivere con quella sensibilità tatuata sulla schiena e rimanere puri e ordinati. Mentre nel finestrino rimane impressa l’immagine delle tue scarpe basse, delle tue sciarpe lunghe; che ami e lo fai a modo tuo, tanto che da lontano uno non se ne accorge, così rincorro le virgole e i punti: gli spazi aperti che lasci alla mia intraprendenza.

E non vorrei allontanare da te le sofferenze come fanno le madri, vorrei soltanto che tu le attraversassi, che non bisogna fare per forza tutto insieme, ti troverei nuova, il marsupio vuoto per raccogliermi quando mi corico, come i canguri.

Rompere il ghiaccio, sciogliere il vento e aprire le serrature delle nubi per questo sole che disegniamo sempre tondo. E non ricordo più il tuo profumo, mentre lotti col desiderio per farlo rimanere ancora un po’ al tuo fianco, che se ti scappa finisci per isolarti ancora.

E ci troviamo spesso a parlare con le età avanzate dei saggi dalle mani consumate, le labbra ancora belle. E se sommiamo il tempo trascorso insieme non raggiungiamo nemmeno un part time settimanale.

Coi polpastrelli consumati mi aggrappo a questo schermo e ne faccio un quadro dadabeat, che non sei musa, nemmeno tela. Che sei lontana, e ti penso camminare, ti penso disegnare, tra le ombre scelte e il caldo del legno, siamo quel che vediamo. Siamo quel che desideriamo.

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Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo

Per le parole indispensabili che non ricordo.

Con l’arrivo dei container, le stive piene delle nostre generosità: quintali di pasta e scatolette e dita lunghe infilzate nella coscienza, provocarci il vomito per stare meglio: la bulimia delle società di mutuo soccorso.

Poi le manifestazioni per la raccolta differenziata delle identità sessuali e le rimostranze delle spirali attorno al modello precostituito; le moda fa il suo giro e poi ritorna, mi dicevi. Un conto è il vestire e un altro la libertà, rispondevo dall’alto delle mie Clarks. Che differenza fa? Sei mai stato in una grande città? Non c’intendevamo mai sui concetti fondamentali e così ti baciavo solo per farti silenzio. Distruggere la legge con la fede, i poteri forti con i nostri credo.

Parlami ora dei naufragi delle rivoluzioni senza violenza, delle bandiere a mezz’asta e delle lobby delle armi. Noi credevamo nelle barbe lunghe del Sudamerica, e notti di lunghi coltelli e avanzate nei boschi per il nascondimento delle norme d’igiene del belpensiero.

E ti dicevo che l’educazione non fa signori e che i modi buoni nascondono piccolezze. E mi guardavi storto e non sapevi che fare, tracciavi linee a matita e ci scrivevi di fianco un significato. Cadevano le nuvole sulle mie palpebre, che il cristallino non è soggetto a rughe, ti dicevo, il mio sguardo rimarrà sempre bello, ti promettevo.

E continuavi a nasconderti, le camionette si muovono tra le ricerche di mercato e l’ignoranza delle interviste. Quando ti ho detto che seguo il calcio hai alzato le spalle, e mi citavi gli Afterhours col loro paese reale.

Mentre ricalcavo sui vetri quel che è rimasto delle copertine dei miei pensieri sconnessi facevi visita agli alberghi del sud, usano ancora le moquette? Mi chiedevo io. E a furia di scontri siamo finiti così lontani che se non ti avessi legata alle guance finirei per dimenticarti.

E se fossi capace di fotografare vorrei ritrarti in solitudine sopra un letto sfatto, un mattino; i colori vivi e le ombre, l’espressività senza uguali del tuo sguardo disperso. Che appoggi gli occhi sul davanzale quando fai sintesi della realtà, schiacciare un pulsante e imprigionare l’istante. Che ne è di ieri, che importa del domani?

Ci siamo fatti grandi in vagare: dai girotondi al vagabondaggio. Per le commedie italiane che tengo sotto il braccio, perché ogni volta che ti siedi a tavola ti dici ingrasserò e dopo il primo boccone lasci le redini e poi ti senti in colpa.

Guardiamo il mare per guardare noi, ti dicevo. E mi prendevi a schiaffi, la vuoi finire con tutte queste liriche? La vuoi finire con la poesia? Pensa di meno, vivi di più.

Noi siamo quel che facciamo. Siamo quel che guardiamo. Così ti portavo alle mostre e ti preparavo il pranzo e aspettavamo il sole per arrampicarci ai vicoli di Montmartre e il freddo per far delle nostre gole camini accesi. Il fiato corto degli altri e tu che espiravi e inspiravi come fanno le donne gravide, che generavamo futuri a ogni passo e non lo sapevamo.

E ora lo sai perché non chiudo più i miei pezzi con una frase a effetto, ora lo sai perché ho bisogno di realtà e tatto e sostanza.

Le tue anche larghe, le mani tagliate dal freddo e le occhiaia del primo risveglio.

Photo: Philip-Lorca diCorcia

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Chiameremo nostra figlia Domani

I centesimi in tasca per quelli che chiamiamo giorni dei saldi. Se fossi giovane ti direi che non vendono la felicità, che è una parola che trovi nelle discariche, che disegni ancora i tuoi geroglifici sulla mia auto posteggiata male. E mentre ti fotografavo ti dicevo che sotto agli archi sembriamo più piccoli e per i nostri trionfi dobbiamo far ricorso alle infanzie. Quando delle adolescenze preferivamo non parlare. E quando ti scrivo continui con le tue frasi di una riga e alla fine metti sempre un punto. E io lo so il perché, ma non ho mai avuto il senso della finitezza, la reincarnazione dei nostri desideri. La signora coi capelli bianchi a far la fila per quattro yogurt e una bottiglia di rosso, che senso ha essere giovani così mi dicevi e ti guardavo dicendo di dimenticarti i tuoi ieri, di non pensare al domani. Coi sacchetti della spesa bucati, quando cancellavamo la strada con la carta igienica e non sapevamo che nostra figlia, sì, nostra figlia, si sarebbe chiamata Domani. Donami ora i tuoi organi esterni, donami ora i tuoi organi interni. Suoniamo insieme, quattro mani e un piano-cocktail ancora da inventare. E intanto Belleville ci aspetta con le sue brasserie sempre più sporche, gli occhi unti per quando ti ho sorpreso in pianto e i tovaglioli bianchi che non mancano mai.

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Il mio bacino e il tuo culo stretto

Mi volti le spalle per prendere sonno dopo le telefonate impossibili e la ruvidezza dei tuoi gomiti. Non c’è il tuo alito a riscaldarmi le labbra, il mio bacino e il tuo culo stretto, non ci facciamo guerra per i confini.

Coi tuoi sussulti dentro a una notte fatta di tende tirate e letti sfatti. Le istantanee che ti scattavi da sola, come se tutti bastassimo poi a noi stessi.

E ti facevo domande sciocche soltanto per sentirti ridere. Che quando siamo sdraiati la nostra voce ha una pasta diversa.

E ti incollavo sul petto le scritte fosforescenti delle mie voglie, poi mi chiedevi di pulirti le spalle e di sistemarti i capelli.

Tra i nostri discorsi sulla violenza della parola amo, quando alzavi le sopracciglia, trasformavi le labbra in tunnel per inghiottirmi e rimanevi incastrata: un buco sulla guancia e poco sangue sulle lenzuola.

Moriremo d’insonnia prima o poi.

Dei tuoi arrivi e delle mie partenze.

Dei nomi che continuiamo a sottrarci.

E col cucchiaio di legno fare la guerra, rompere il ghiaccio delle tue sopracciglia, far piangere la tua conchiglia in tinta con le mie dita e mettere in sottofondo l’armonia tentennante dei carillons.

Quando la giostra gira soltanto per il padrone e i bambini la guardano con le mani sugli occhi e poi nel naso; a cavallo delle spalle dei padri ci facciamo largo tra la folla.

Noi che chiediamo libertà senza saperne il significato e nei discorsi traduciamo in energia le nostre pulsioni. Vorrei vedere ancora la tua camicia a quadri, le scarpe che d’estate non indossi mai per ritrovare il senso di questo tempo che ci scavalca, dove andremo noi non ci saranno strade era una frase di Ritorno al futuro.

Leccami          e             fottiti,                   amami e soffocami.                                                     Leccami e fottiti, amami e soffocami.

Solo a parole non si va da nessuna parte lo sai? Con l’Uniposca rosso ho scritto ora et labora sullo zaino Invicta per ricordare agli hipster che non c’è possibilità alcuna di dar tregua al pensiero durante le traversate, i coast to coast in queste città ricche d’invisibili.

Chi cade a terra può soltanto essere mangiato, come le mele, nutrimento e quiete.

Dal frutto il seme nelle favolose canzonette della scuola elementare, dal frutto il seme, che se non cadi e non ti fai assaggiare, poi non fai fiori, non diventi albero, non metti radici.

E poi sei bella, te lo scrivo ancora, te lo scrivo così, perché val la pena di ricordarcelo quanto sei bella.

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Noi vinceremo

I   c a l o r i f e r i    a c c e s i    e     l e     r i v i s t e       s   p   a   r   s   e       s u l         p a vi me nto.

Di quando sono venuti a bussare alle nostre labbra e senza paura guardavamo immagini deformate dagli spioncini troppo piccoli per i tuoi occhi. E sai le porte non si aprivano mai, che non avevamo ancora un curriculum da mostrare.

Dobbiamo farci sintesi per poi svelarci.

Prenderci il tempo di definirci in righe e combattere il desiderio di evasione dei nostri membri inadatti.

Con la durezza del clima e le nostre albe, il soffffffffffffio dei tuoi pensieri che si abbassa lento e si infila tra i vetri.

Come orchidee, come farfalle. Inchiodati nelle cornici bianche delle nostre case guardiamo le finestre illuminate degli altri per immaginarci altrove, le storie incredibili dei film e l’inquilino del terzo piano.

Mi hai scritto che sei differente, l’hai scritto col rosso delle tue labbra. Ti immaginavo nuda trascinare la tua bocca aperta sulle mie cosce, le scritte debordanti della tua giovane età. E mi dicevi che la carne la vendono dai macellai, le opere d’arte non stanno nelle gallerie, ma sulla strada. Poi mi mostravi il bianco del tuo seno mentre tracciavi con le dita i percorsi dolci degli M&M’s colorati.

La tua nocciolina e la mia lingua d’arcobaleno.

Così sintetici che nemmeno le protezioni che infilavo tra le mie gambe servivano a tenerci lontani. E continuavamo con le nostre solitudini, a imparare rime sparse.

E così Matteo se n’è andato al nord e Claudio avrà presto una casa. Marco si sveglia alle sette del mattino e Maria non sa distinguere tra luci e buio.

E se ti sfioro le guance non prendi sonno.

Le tue foto le affitto soltanto per qualche secondo, poi le chiudo in quel mondo fatto di pixel che per questioni di transistor va a finire che esistono sempre anche se non le vedi. Come le mie emozioni, come le mie ferite.

Poi mi farò un piercing sull’occhio destro per mostrare al mondo che ho il corpo bucato e per le sofferenze costruire una statua. Come una Nike fuori dalla città, i miei segni della vittoria, perché vinceremo, lo sai, se sarà prima, se sarà poi.

Noi vinceremo.

Photo: opera di Andrei Molodkin

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Sai che c’è? Che te ne devi fregare. Come le rane.

Sai che c’è? Che te ne devi fregare.

La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. La consapevolezza è quello che ci salva ripetilo più volte fino a perdere il senso. 

Lo so,

lo so,

lo so.

Come la cicca al culo quando ti rialzi.

Ho attaccato sul frigo le istruzioni per vivere meglio: ricordarsi di alzare la testa per guardare in alto, non sempre quel che sta all’altezza dell’occhio è sufficiente.

E così piego la schiena alla ricerca di cibo.

Le mie sconfitte settimanali e le piccole vittorie contro la burocrazia. Mentre imperversano i predicatori, l’omiletico stile dei conduttori delle tivù generaliste e poi le suorine della sinistra che concentrano litanie su Facebook e i porci azzurri di Twitter.

Ditemelo ora cos’è che ci costringe a dire sempre e comunque la nostra per avere una scusa, per non raccontare di noi. Che fai esercizio d’originalità con parole che sono acqua di uno stesso fiume.

E per contrastare la melma faccio appello ai torrenti.

Ripensare ai giardini zen giapponesi: tutto ha uno suo posto, tutto è pensato.

Tutto è artificio però, lo sforzo mistico per mettere ordine quando l’ordine non lo decidiamo noi.

Un passo fuori dal confine e la pistola pronta per gli spari che ti ho riversato addosso.

Fuori dal giardino con le nostre erezioni bisettimanali, le elezioni del trio delle meraviglie. Quando serve un fantasista per mandare in porta gli attaccanti.

Incollo le guance ai vetri per sentirmi meno solo.

E parlo una lingua d’occhi soprattutto quando tu non mi guardi.

Adesso vieni e togliti quella gonna leggera, lasciala cadere e poi apri le gambe perché il tuo è lo spazio nero nel quale ha senso perdersi.

Il resto lo lascio agli astronauti e alla smania di sapere dei più.

Quando ci chiedevamo perché il soffio esce freddo e l’alito caldo, mi hai risposto che tutto ha una spiegazione, come l’azzurro del cielo.

La fisica quantistica dei miei movimenti pensati e le tue spalle nude.

Portami a cavallo sui tuoi capelli, portami a fare un giro nel centro storico delle tue insicurezze.

Vorrei dirti ti amo e mi vengono soltanto frasi poetiche del cazzo.

Verrà il dio Pan col suo pane quotidiano, il fallo enorme per accedere alle profondità delle devianze. Ricorda che il sole sorge per tutti, Tiziano Ferro parlami, e tu invece salvami,

che mi credi in ginocchio da tempo

e invece son qui che salto,

come le rane.

Dai fatti stagno.

(Imagine: Ben.)

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Quando saremo vaso e fiore avremo sconfitto la morte

Quanti comignoli nel fumo grigio del cielo di Gennaio.                                                                               E tetti abitati, finestre illuminate.

Il ticchettio della pioggia dei giorni nuovi. Coi rumori di casa a comporre melodie elettroniche.

Le serrature chiuse per proteggermi dalla nostalgia delle mie infanzie a cavallo delle siepi. Le corse calciando il pallone sotto al sole di luglio e suonare i campanelli e ridere e poi scappare via. Signora, le mancheranno le mie invadenze.

Rimanevamo colpiti dei mondi che ci circondano, non siamo i soli sotto ai lampioni. Non siamo soli, i treni partono in ritardo e gli aerei atterrano. Penso ai bus notturni per i viaggi di mille chilometri tra le Ande e i piatti stranieri al sapore di conoscenza. L’intontimento per gli alfabeti degli altri.

Non ci capiamo a parole e ora non bastano nemmeno gli sguardi. Sei così lontana che dovrei mettere un . e poi andare a capo.

Le lettere non spedite e quelle che tieni sul davanzale della finestra: le dichiarazioni di umanità nelle debolezze.

La libertà di un ti amo.

L’emozione soffre se non si fa carne, accumula forza come le molle e poi non saltella

                                                                                    se non togli il dito

                 .e le permetti lo scarico

E’ una questione di spinte lo sai, che anche la fisica sa di poesia.

E con la sindrome della donna angelo ci siamo strofinati come si fa con le auto nuove, la tua pelle di daino e le mie corna fosforescenti.

E se mi guardo allo specchio trascuro i contorni e mi soffermo sui difetti.

Dimmi soltanto che quando saremo due ci sosterremo senza farci grucce, dimmi che troverò un volto che accolga lacrime e due cosce per il riposo delle mie vacuità.

Quando saremo vaso e fiore avremo sconfitto la morte.

             E dai nostri capi svaniranno le ombre.

Il popolo nero dell’alba, quando proiettavamo sulla strada le nostre paure e aspettavamo mezzogiorno per schiacciarle sotto ai piedi: un piatto di pasta, un bicchiere di vino.

Gli amici che accompagnano le partenze e la fotografia dei nostri momenti più belli.

La nostalgia non è un momento, la malinconia non è una scelta. E per la gioia levighiamo ancora le nostre estremità, come fa il mare coi pezzi di vetro, come fa il cielo con le meteoriti.

E finiremo per incontrarci,

quando anche il tempo si sarà fatto da parte e ti accorgerai che la porta è aperta, che non ci sono chiavi e per le illusioni lascerai il posto ai maghi.

Foto: Ray K. Metzker

Philadelphia, 1983, City Whispers series

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Mi farò volpe

Le undici e quarantadue, nessun rintocco e suoni rari. Un lenzuolo bianco e le sue macchie pallide, non serve altro per sentirsi soli. Le pulsioni eruttano a vulcano e poi la quiete. La fame folle del post orgasmo e il cuore a mille per le pressioni che saltano sulle nostre teste. Quando ti lasci andare alla notte e non prendi sonno mai. Che sei mia posso dirlo soltanto per questioni d’immaginazione. Ti trascinavi lungo le strade strette della metropoli con i tuoi taxi e non ti fidavi di metro e autobus per paura del contagio del genere umano. Le spalle coperte t’immobilizzano i movimenti, lo sai. Sono venuto a cercarti e non c’eri. Non ci sei più e lo so da tempo e riconoscerlo è più difficile dei quadri in 3D che trovavo appesi dal parrucchiere quando avevo otto anni. E fissavi lo sguardo su un particolare per accedere al tutto, al volume dei tuoi fianchi, il gorgogliare delle tue natiche e la lente delle tue lentiggini. Come la luna sull’orizzonte appare immensa e sopra la testa un puntino, non è questione di lontananza. Più siamo distanti più tu ti fai grande. Le mancanze diventano binocoli ed i miei occhi non reggono il rosso dei fumi dell’atmosfera terrestre. Vorrei essere bianco e puro e salire sul Grande Carro e farmi il giro del cielo per gli approdi che non so intuire e questo viaggio che acquista di senso in percorrenza. Dimmi dei tuoi cento nomi, dimmi della tua cordialità e dei cuoricini che disegni tra i pixel. Dimmi perché io son qui che cerco mille donne per ritrovare i segni di te. Il tuo camminare, le tue dimenticanze. Il tuo vezzo snob e la timidezza, l’accesso vietato ai tuoi luoghi chiusi e le mie domande invadenti. Vuoi dirmi perché ti sei fatta un recinto? Puoi rispondermi che sei come insalata, che cresci al riparo per darti in pasto alle tavole dei contadini.

Mi farò volpe e verrà la notte, penetrerò nel tuo campo, tra le dune morbide della tua terra calda, il seme del mio venire e poi tutte le parole che ci si può sussurrare soltanto quando siamo uno nell’altra. Non ti mangerò, non mi mangerai. Saremo soltanto quegli esseri così diversi che ribaltano le scatole preconfezionate degli equilibri. Verrò a prenderti fuori dal supermercato e ti aiuterò con le borse pesanti. Solleverò le palpebre dai tuoi occhi stanchi per farti vedere vedere la cicatrice sul mio occhio sinistro. La mia sofferenza è soltanto un trofeo. E costruirò con le mie mani primi e secondi piatti. Per l’antipasto useremo le nostre labbra e poi lingua e bocca e intestino e mani e cuore. Farò indigestione coi tuoi occhi e non ti chiederò più il perché dei tuoi allontanamenti. E te ne andrai quando vorrai, basterà un messaggio, una telefonata. Poi tornerai. E ci sarò sempre quando trasformeremo la volpe in peluche e poi ridendo la accarezzerai. E poi piangendo la bagnerai.

Coda da scoiattolo nei galli di San Marco a Venezia - Funerale della volpe mosaico del 11 sec

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E ti dirò che sei bella quando bella non sei

Le citazioni degli altri e la strada che ci chiama per nome. Le nostre sveglie che suonano, quando laviamo la faccia con l’acqua calda per resistere agli shock termici. Varchiamo l’uscio aprendo un occhio soltanto alle prime luci dell’alba. Il rosa delle sorgenti e l’acido che ristagna nello stomaco. Le ore così piccole dell’ultimo dell’anno e quella malinconia che ti prende una volta nel letto, quando cambi posizione soltanto per dar tregua al flusso inesauribile di pensieri che l’alcool fa scrosciare con forza. E tra i semafori si diradano gli schiamazzi, i botti incredibili per la notte insonne dei cani e le caserme dei pompieri che fanno il turno di notte. Non si fa silenzio mai, la luce colorata del caricatore del cellulare e tutte le avvertenze che leggiamo quando sediamo sul cesso. Un sibilo lungo tra le nostre tempie e il pensiero agli affetti che vorresti vicino. Inutile dire che pensare a te è un esercizio che mi condurrà alla pazzia. Che non posso farci niente lo sai se gli anni mi hanno ricamato addosso questo sentire, che rinnegarlo sarebbe danneggiare l’arazzo intrecciato che porto sul petto. Verranno a dirmi della presunzione e dei miei distinguo. Verranno ancora a bussare alla mia porta e poi a nascondersi. Verranno a chiedermi dei miei domani per aprire la porta delle loro compassioni. Non così, non così, miei cari. Il caro Fedor ci spingeva alla vita, che la viltà va a braccetto col buoncostume. L’intelligenza con l’esperienza. Son vivo miei cari, morto un po’ perché nell’arte della coltivazione è irrinunciabile la potatura. E porterò frutti prima o poi. E ne mangerete tutti. E tu, mia amata, folle che tramuti in immagine ogni tuo sguardo, dipingi il quadro della tua danza sulle colline toscane, prendi il mare d’inverno e bagnalo dei tuoi pianti, delle parole che non hai il coraggio di dire. E appendi la tela sopra il mio letto così che svegliandomi nel giorno nuovo, nel nuovo anno, io, povero, cieco, sordo e superbo, me ne accorga e trascorra i miei giorni a cercare una scala per sfondare il soffitto e poi raggiungerti là dove tu sei, tra le tue solitudini e le tue insicurezze. E io ti ascolterò. Tu mi ascolterai. E ci faremo armonia di corpi quando imparerai a guardarmi gli occhi, imparerai a baciarmi le labbra e non trascurerai le capriole del muscolo del gusto, e saprai come accarezzarmi e saprai come avvicinarmi e come muoverti quando non ti guardo. Che il resto per me non è più importante, non ti direi mai che sei brutta perché non ti avrei mai avvicinata, e ti dirò che sei bella anche quando bella non sei.

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