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Quei Michael Jordan che portavi sulle scarpe

Indossavamo pantaloni così larghi per sentirci inadatti e sui campetti la pallacanestro della provincia, il primo amore e i tiri da tre punti.

Quando ancora non arrivavi al ferro e ti facevi prendere sulle spalle per toccare la retina, che immaginavi di schiacciare come quel Michael Jordan che portavi sulle scarpe.

Le canotte di Gary Payton, la barba di Patrick Ewing e le spalle enormi di Charles Barkley. E magra come Reggie Miller abbandonavi gli amori adolescenziali lanciando sassi a distanza nei laghi dei tuoi immaginari. E così trascuravi i piaceri mettendo a tavola i doveri.

La tua femminilità lontana dalle scarpe e i tuoi capelli lunghissimi per nasconderti. Poi la prima pastasciutta al ritorno dalla scuola media, l’acqua che bolle e la rilassatezza del taglio delle cipolle e guardare il sugo addensarsi.

Tra i cibi pronti le tue dimenticanze e i mille vorrei che ti tatuavi sulle spalle. Così hai smesso di crescere quando sullo specchio ci hai trovato il rossetto di un futuro già deciso, infilzato nelle scrivanie di palazzi in cemento.

La ribellione dei tuoi capelli e i tagli sulle braccia: l’adolescenza delle ragazze bellissime.

Troveremo salvezza nelle nostre disperazioni e motori accesi nelle sofferenze.

Qui tutto si tramuta in partenza e non c’è approdo se non in coscienza.

Quando mi chiedi perché mi avvicino per parlarti dò la colpa alla sensibilità delle albe di giugno che ci svegliano con la discrezione della pastorale di Scarlatti.

E mentre muovi il dito indice e dipingi di luce la carta io che rifletto sulla tecnica e tu che mi sorpassi in autostrada, alzi il dito medio e poi ti metti a ridere. E così ti rincorro, tra le boccacce e i suoni di clacson accenno mosse da rapper mentre tu suoni chitarre immaginarie e tiri fuori la lingua. E alla fine della corsa nessun segno sulla strada, né labbra consumate dal freddo. Mi avvicini al tuo collo, dici ho cambiato profumo e forse anche noi dovremmo cambiare aria.

Foto: Bruce Gilden

USA. Queens, New York. 2005. Fashion shoot. Mafia funeral.

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Coi film dei cowboy

Così mi chiedi di scrivere ancora. Delle mie stranezze e delle mie voglie di far dell’amore la colonna sonora dei film che ci siamo fatti l’altra notte.

E proiettavamo le nostre spalle sul soffitto mentre ansimavi che eri stanca, troppo stanca, mentre io avevo voglia di fare tardi e spingere i pensieri nell’alcool e come savoiardi colorarci di caffè al mattino e zuppi del nero correre al lavoro e messaggiarci nelle pause e dirci che il quotidiano non conta un cazzo quando hai qualcosa di più grande tra le pieghe del viso.

Dei nostri sguardi durati poco e delle tue pause lunghe. La tenerezza delle solitudini dei cani e quelle poltrone trasformate in nidi. Noi come le rondini emigriamo inseguendo il sole e costruiamo futuri alle nostre domande appena nate e già così affamate.

E quando da Berlino ti ho scritto che non trovo riposo dicevi vai in Cina che ti fa bene, tutti quei singolari e le difficoltà della prima persona plurale.

Di quando mi sono chiuso in bagno per ore a dare del tu alle mie voglie e del cielo di Parigi che mi sorprende in azzurro. Poi le sei del mattino e i tuoi occhi che soffrono i risvegli. Le nostre colazioni mai abbastanza lunghe, che dimenticherai prima o poi le chiavi di casa e scenderò in pigiama per consolarti.

Con le palpebre chiuse sui paesi in mezzo alle strade, le strade che si fanno paesi, le sagre e i tortelli al ragù di cinghiale e gli artiodattili che abitano i boschi la notte, con l’uomo che si fa predatore e i cipressi un guard rail. Poi sedie di legno ai bordi del prato per lo sguardo dei vecchi. Firenze e le donne di terza età coi capelli colorati di rosso e primavere ormonali nell’affetto degli animali domestici.

Le sette del mattino e quattro ragazzini a infastidire donne in carriera davanti ai bancomat. Per gli interventi delle cravatte e i timori dei cittadini. Impareremo a cacciare le volpi, a staccare le ali alle mosche. Impareremo a soffiare via la polvere dai vangeli e a scrivere all’amico che ci manca da tempo. Che ho cominciato con una mail notturna ormai tre anni fa e non ho ancora smesso.

Quando mi dici che dovrei issare bandiera bianca ti rispondo coi film dei cowboy, l’hai mai visto un indiano arrendersi?

Foto: Gregory Crewdson

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A respirare dello stesso cielo

Con tutto il bene che ci attraversa senza strisce pedonali; che non serve chiedere il permesso qui, ci sono porte che si aprono senza avvisare e portoni inchiodati male, di quando abbandoniamo il dovere per la necessità.

Nelle cravatte lise sui bordi la quotidianità dei professionisti. I saluti dei vecchi e quei come va che ci dimentichiamo di ascoltare, che quando ti fanno un complimento non sai mai che replicare.

Quelle tue scarpe splendide e il piede appoggiato all’acceleratore. La musica dei Sigur Ros a far compagnia alle nostre coscienze.

Questo tempo che non ci abbandona e poi ci investe. Le mie speranze sconclusionate e poi le attese che mai si realizzano. Le promesse dei Proci dell’industria libraria e La Fiaschetteria da Nuvoli e le uova sode per asciugare l’ebbrezza non cheteranno il desiderio dei tuoi domani.

E dita lunghe e ginocchia consumate dai seggiolini da stadio.

Di quando sognavamo la California nei walkman e ci presentavamo ai concerti con le canotte NBA. Dei nostri cappelli buffi e delle maschere che indossiamo per aspettarci.

Qui è tutto disposto alla vita: gli accenti e le grida dai balconi, il tuo viso nascosto dai capelli e quegli occhi che non riescono a stare senza guardare attraverso obiettivi e dare nuovi colori alle cose.

Che ti dicevo dovremmo essere come i cinghiali, popolare i boschi e lasciar perdere le nostre tracce la notte. Delle tue migliaia di volte nei parchi dei divertimenti e delle corse a cavallo sul mare di Essaouira, quando credevamo a tutto quello che ci dicevano e un paio di mattoni erano la casa distrutta di un cantante e poi l’Otello di Orson Welles tra le case ebraiche.

 

Della tua camicia bianca e dei miei pantaloni neri, le nostre differenze e il mio neo sulla guancia sinistra, che intrecceremo le dita soltanto quando respireremo dello stesso cielo.

Foto: Mladen Karan, quadro.

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La primavera dei tuoi compleanni

Oggi uno specchio tra le vetrine, somiglio un sacco a papà. I modi e gli sguardi, questa nostra debolezza che scorgi tra i tagli delle mani.

Ai tuoi occhi malati e al fascino dei tuoi occhiali neri. Alle lenzuola consumate insieme e alle mutande che ci siamo sempre scambiati. Alle nostre camere separate da un corridoio. Alla tua scrivania ordinata e alla tua scrittura minuta. Alle lettere che ci scriviamo a Natale e agli sguardi d’intesa quando fuori tutto sembra esplodere.

Che ci mandavamo affanculo spesso e tu te la prendevi di molto, che sei un po’ permaloso e così buono che non ti si può nemmeno mangiare. Compiere gli anni in maggio è foglie verdi e canto del gallo per i tuoi ritorni a casa.

Abbiamo sulle spalle tutta la coscienza che ci siamo cuciti addosso, e qualche buco di sigaretta, gli occhi chiusi per cercarci una lampada dentro e far luce sul cuore. L’orologio appeso alla cintura per ricordarci che il tempo serve a vestirci a festa ogni giorno, apparecchiare la tavola e mangiare con gusto.

Dei nostri viaggi in Marocco e dei mille soli che disegni negli occhi. Di quando sei stanco e ti abbandoni al divano e dei discorsi nuovi con mamma e papà. La mia meraviglia per la maturazione in età adulta, di quando pensavo vuoi vedere che non cambi più e la marcia nuova dei nostri vecchi.

La quantità interminabile del Barolo bevuto a Natale e tu che mi tieni sveglio, la prima corsia in autostrada per il concerto di Vinicio Capossela e quei ritorni dove regna in silenzio sulla A1, Claudio va a finire che dorme e le luci della strada accese sui cazzi nostri. La lontananza fa chiari i contorni e tira fuori tutte le frasi che non riuscivamo a dirci. Così un ti voglio bene non è mai banale e torneremo un giorno in quella casa a tirare al canestrino a ventosa appeso al soffitto di camera mia, porca miseria quanto eri alto, così elegante, quasi irraggiungibile.

Foto: Nicoletta Branco

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Il tuo cane in bianco e nero

Il tuo cane in bianco e nero e la meraviglia della luce fioca. Ti sorprendevo a leggere Proust, la fuggitiva scienza di questi incontri irrisolti. Ci promettevamo treni e biglietti d’aereo. Gli indovinelli sulle nostre preferenze e quella meraviglia per la sindrome di Stendhal che riflettevamo in immagini. E mi dicevi che siamo scemi o sciocchi quanto basta e sono sempre parole che finiscono in i, così magre e strette che non hanno bisogno di considerazioni. Per illustrarti la mappa dei miei tatuaggi ho preso un foglio bianco, ci hai disegnato una macchina fotografica, hai detto è questo il peso che porto sull’avambraccio. E mentre immagino di guardare alla tua finestra qui tutto si fa nebbia e cominci a chiederti il perché di queste emozioni così leggere. Ci sono notti che vorrei infinite e giorni in cui vietare il lavoro su tutta la terra; chini sulla coppa del vino, le mani incrociate, a sussurrare quelle parole che scorrono semplici e si interrompono a tratti. Dici ti comprerai una chiavetta per usare internet e io che non leggo un libro da un mese. Diventeremo più ignoranti, ma certo meno cinici. Di quando su un camion c’era scritto Paperino e ti è venuto da ridere. Delle code al casello e del respiro che trattieni per lavarti il viso. Pensare al mondo come al luogo migliore per restare da soli e poi ricredersi in un pomeriggio di maggio. Tra le tende non scorgo fili della corrente e non cinghiali popolano le mie notti. Vorrei scriverti con leggerezza, ma ho le palpebre pesanti e i polpastrelli consumati. Spero ti sia addormentata con la testa appoggiata sul tavolo e se porti gli occhiali vorrei venire a toglierteli, leggero nell’aria il profumo dei tuoi capelli e le tue scarpe spaiate sul pavimento. Sono i chilometri che ci separano a dare il senso alle attese, ed ora togliamoci questi vestiti, gettiamoci al lago senza paura dei gorghi. E quando fisseremo il sole lo faremo insieme, un po’ ciechi e un poco liberi di fare la scelta peggiore, sporcarci d’incontro.

Foto: William Harper

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Nelle tue scarpe aperte

Nelle tue scarpe aperte l’assenza dei chilometri percorsi aggrappato ai tuoi capelli cortissimi. Le fotografie mai banali e la grazia dei colori pastello di fine anni ottanta.

Nella rivoluzione delle temperature, di questi inverni infiniti e delle estati dei centri commerciali, gli orizzonti infiniti di certa gioventù mi regalano speranze. Lo sguardo intenso degli occhi nocciola e questo nuovo cielo a ricordarci la potenza del blu.

Ti scrivo con l’istinto di certe adolescenze; quando prendevo la bicicletta per l’ultimo saluto all’amica del cuore prima di partire per il mare, che mulinavo forte sui pedali e finivo per baciare l’asfalto.

Nel malessere delle domeniche di maggio le necessità: pulire casa, lavare i piatti, fare il bucato e poi cambiare aria e prendere la strada. Una birra fredda e il sapore intenso dei vini del centro Italia. Un Chianti Classico o magari uno Zibibbo, è così accogliente il tuo ombelico che non avrebbe senso non trasformarlo in fontana.

E mentre si muovono i treni delle relazioni a distanza, io faccio le prove allo specchio e dando la schiena intreccio le braccia sopra le spalle e stringo così forte che faccio spremute di solitudini per saziare la sete di conoscenza delle 16 e 26.

Sono venuti a raccontarci del festival di Cannes e degli abiti meravigliosi, le cosce abbronzate e le dichiarazioni senza senso dei critici. La necessità taglia le dita e fa girare la testa. Esistono film per piangere e filosofi ben vestiti che fanno della parola un ronzio fastidioso. E regalare sorrisi a chi ti è vicino e infischiartene della banalità. Ricercare il linguaggio nuovo nel due degli occhi e nell’accoglienza. Così ogni persona diventa storia e ogni incontro da raccontare.

Vorrei tornare a chiederti come si chiama tua madre e quanti anni ha il tuo cane. E scrivere ai miei amici quelle frasi brevi zuppe di parolacce, e dare un voto ai nostri trent’anni come in da 0 a 10 che è un film di Ligabue, quello che canta.

Quando ho incontrato per caso Servillo a Parigi ho avuto paura e non son stato bene. Non per colpa sua, certo. Queste nostre sensibilità hanno bisogno di campi da arare, tavole da apparecchiare e sassi da chiamare per nome. Che ho per amici dei monaci e dove vivono loro ci sono ancora le lucciole.

Foto: Cristina Altieri

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Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi

A confessarti che ho dimenticato aperto il barattolo della marmellata. Le colazioni in solitaria e la spontaneità delle mie scritte sui muri. Sarà la paura, sarà che prima o poi verranno a cercarmi, ma ho sempre fretta chissà poi perché. E mi ritrovo a dirti che non ha senso parlare male degli altri, che non è sempre importante dire quello che penso e che bisogna imparare il silenzio quando il pubblico è inadatto alla libertà del verso beat. E augurarti la buonanotte, guarda che ci sono, non è importante dove.

Nei tuoi disegni i cuori innalzati in vecchiaia, che non è mai troppo tardi ce l’hanno insegnato da piccoli, prima o poi anche io suonerò uno strumento.

E le lamentazioni sul freddo che fa, le code al cinema. Fuori dalla porta i dibattiti su un film e una parola con la data di scadenza mai scritta. Quella bellezza abusata, annegata, innalzata, adorata e consolata. Non così sogno i miei domani, se è vero che crescere è ridurre tutto al semplice ritorneremo un giorno a pronunciare sillabe come Ma Ma e Ta Ta, perdendo i contorni e facendoci paesaggio per poter guardare senza essere giudicati. Che non ho mai visto una fabbrica prendersela perché non piace, mai cascate innalzarsi per fascino.

E dieci dita dai vent’anni, la ragione mi conduce in porti sconosciuti e scelgo l’esempio dei Cristi morti di cirrosi epatica: lo scandaglio dell’io e la comprensione di tutte le debolezze. Quando sarai grande poserai la testa sulla mia spalla e mi mancheranno le carezze, che ho le mani disperse nel fascino ignoto delle conoscenze superficiali.

Canta uno stereo parole di donna, canta uno stereo e non parla di noi.

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Aspettiamo le notti soltanto per accenderci

Coi pensieri di schiuma e gocce di un lunedì di pioggia, i cerchi concentrici delle mie debolezze e quei pesci che credevo estinti a nuotarmi nel cuore.

Come i cracker faccio briciole ovunque e non ho la fragranza del pane. E tra le parole scorgo la tamerice, sconfitto io dai ricordi e non fatto per le dimenticanze.

Con le finestre aperte a creare correnti di pensiero che vacillano in fretta e dare la colpa al freddo.

Poi il salire sulla giostra scendendo a patti con la mia timidezza o lanciare la valigia dal treno e raggiungere le foreste, i campi interminabili delle langhe e i cipressi degli Appennini.

Quanta solitudine nella spilletta col mio nome scritto a pennarello che infilzo all’uniforme del lavoro. Abbiamo bisogno di chiamarci per nome per darci colpe o incarichi. Quando invece mi sussurravi il tuo io spalancavo gli occhi, ti dicevo è per questo che ci siamo incontrati. E le vittorie più belle son sotto la neve, l’hai visto il Giro d’Italia e il monumento a Pantani abbandonato ai venti? Ci pensi mai che morire in statue e non avere accesso alle piazze non serve a nulla?

Ci pensi ancora a Bianciardi? E alle relazioni omosessuali di Kerouac? Ci confondiamo coi sessi quando abbiamo troppo bisogno di darci, e va a finire che nell’estasi della necessità intrecciamo contatti che all’occhio allenato dei telecomandi possono apparire perversi. La perversione è parlare ogni giorno di un bene comune e far della giacca una necessità. Perversione è firmare autografi per ore e pubblicarne con orgoglio una foto. Perversione è dire che potrebbe andare meglio e che per fortuna esistono i poeti.

Ma il poeta soffre e piange a colori per questo suo sentire così umano e si rivolta sulle scrivanie e scivola tra le gambe di più e più donne cercando la musa santa che lo conduca a una beatitudine che potrà chiamare eterna: non c’è un infinito per i battiti del cuore, non c’è una regola dell’amare.

Andate e uscite e poi cercate il bisognoso e il debole dicono i pulpiti, quando i fragili siamo noi e abbiamo bisogno della presenza per il come va e discussioni interminabili sulle notti e i giorni. La quarta elementare sarebbe una conquista, quando non ci riempivamo le labbra di rossetti scuri e non ce ne fregava nulla della divulgazione di massa. Che se ne fanno i saloni delle parrucchiere dei contenuti delle nostre teste, quando tagliano il superfluo e si concentrano sulle copertine e ammirano le firme e gli autografi sulla terza di copertina. Meglio sarebbe una foto, magari abbracciati, con quell’espressione del dove mi trovo adesso.

Vorrei soltanto racchiudere le esperienze nel portabagagli e un giorno prendere le strade lunghe del centro Italia e lasciar tutto ai venti, che si mischino coi cirri bianchi, l’azzurro degli occhi degli altri, i primo voli di rondine.

E poi che faranno le lucciole di giorno? Così anche noi aspetteremo altre notti soltanto per accenderci e continueremo a chiederci che senso ha.

Foto: Man Ray

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A tirare la coda ai tram

A rovesciare tovaglie con le ultime braccia che ci sono rimaste. Il resto è caduto a briciola, solitario il passero mi trascina per la camicia, dice vola anche tu se puoi farlo e costruisci un nido. C’è chi una casa ce l’ha e chi è costretto ad affittare il tempo, a riempirsi le dita di graffi, le bruciature dei rapporti superficiali.

E quanta tristezza mi coglie a vederti là, circondata di spine e uva passa, nel frutteto acerbo del buon agire. Quanti altri sorrisi di bimbi porteremo sulle labbra per nascondere i nostri pianti, quanti ancora poeti del nulla saremo costretti a inseguire per dare senso alla melanconia di questi sguardi negati.

Mettere un punto e a capo è operazione impossibile quando si tratta di stomaco e cuore; è tutto un sussulto, il ruminio greve delle giornate di maggio. Vorrei potare le tue relazioni millenarie e condurti nell’aspro dei limoni, lo zucchero delle ginestre per le nostre colazioni primaverili, di quando hai ancora gli occhi chiusi e ti avvicini per sentire calore.

E mentre alla fiera del libro cantano gli imperatori dei gelati, tra i banchetti estatici dell’alta borghesia ci sono ancora, nascosti, i colletti bianchi dei folli che rifiutano la vita grassa e lanciano il tempo a cavallo dei ronzini scartati dagli altri, e si ritrovano soli nelle notti insonni a cavallo di biciclette trovate per caso: le relazioni col rosso dei semafori e tirare la coda ai tram.

Posso solo ricordarti che tu sei ancora diversa da quel che fai, e poi da chi ti circondi, ed è per questo che parti in solitudini e rifiuti il contatto col nuovo. I tuoi disegni in bianco e nero: non troverai mai i colori che cerchi nella spirale chiusa della sicurezza, che potrei prendere treni e perdere aerei, che potrei farmi notte per donarti lune e giorno per illuminarti gli occhi. Che tu sia serena, triste, felice o scontrosa non è interessante. Sono importanti gli incontri e questa vita che lasciamo indietro a furia di comprare scarpe nuove. Che poi te lo dico, mi basta il tuo profumo; è andata a finire che non riesco più a ricordarlo.

Foto: Rafael Sanz Lobato

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Quando il gallo cantò 3 volte

E ritrovarsi così deboli, negare certezze e opinioni, quando il gallo cantò tre volte.

Risalgo al volo dei corvi tra i tuoi capelli, alle strade lunghe della stazione Cadorna e alle redazioni dei giornali di moda. La frangia a incorniciarti il volto, la scuola d’Atene e il coltello di Fontana per gli spazi tra i tuoi denti da latte. Mentre ti svaghi su Candy Crash e regali le tue dodici e più vite a tutti gli altri, non c’è traccia di carta nella mia casella delle lettere.

Prima o poi arriverà una busta paga e mi vergognerò di versare denaro allo stato. Mentre capisco che non mi interessano i discorsi geniali e non ho curiosità alcuna nei pavoni del sapere. Mi toccano le relazioni, il profumo ingannevole delle scapole e il modo di guardare nel vuoto. Quando appoggi il pollice sulla guancia vedo il segno dei morsi, e cambi pelle per le stagioni che vuoi dimenticare.

E quando incontri la notorietà abbandona gli occhi sul davanzale dei denti, li troverai bianchissimi o marci di fumo, non c’è verità in quelle bocche sfatte.

Figlia mia, amante, abbi sempre paura di chi ti circonda il collo dopo cinque minuti di conoscenza, sorridi invece quando ti prendono sottobraccio.

Non c’è amore che scoppia come gli incendi che poi si faccia foresta, non c’è foresta che non sia prima stata gemma e pascolo.

E mentre impazza la fiera del libro mi trovo qui, la finestra chiusa, a ripararmi dagli schizzi di boria di chi s’affaccia al balcone del canale terzo. E predica sapienza scambiando la categoria del reale con quella dell’interesse.

Vorrei dirti che se ho perso tre chili non è perché mangio meglio. Vorrei installare una telecamera e contare il numero delle notti che mi rivolto nel letto. Dirti che ti cerco è così banale che potrei entrare negli smartphone degli adolescenti ora che ho i capelli rasati sui lati.

Qui tutto è pronto per la beatitudine, non resta che aspettare e prima o poi arriverà il grande giorno, quando i perché troveranno risposte e non avrò più bisogno di toccarti.

Foto: David LaChapelle

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