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Bruciavo le tende per farci tramonti

Il braccio rosa di una bambola a galleggiare sull’acqua del Canal St. Martin e i bicchieri pronti ad affogare nel vino. Le ultime ore del pomeriggio, è autunno, lo sai, viene buio presto e memorizzo i tuoi colori per affrontare la sera: le nostra labbra sono così rosse perché le teniamo a distanza di sicurezza.

Tu prendi aerei sempre troppo tardi e quando arrivi sei così stanca che posi la testa sul cuscino, dici: meglio così, niente di nuovo sul fronte dei desideri. E poi la notte sogni di soldatini e battaglie di ventri.

Ti scrivo così tanto che potrei farci un libro: sull’incapacità al freno e sulle piste d’atterraggio delle curiosità.

Di questi silenzi come coperte per ripararci dalla naturalezza degli incontri e dai miei schizzi di parole che ti sorprendono senza avvisare.

Delle pozzanghere che si creano sotto ai marciapiedi e delle automobili che non rallentano mai.

Per tutte le volte che usciamo con gli stivali per scoraggiare le rincorse; ti suggerivo locali introvabili per i nostri aperitivi in camere separate, noi così riservati alle occhiate furtive degli stranieri e alla cortesia nella domanda di un cocktail. Mentre i tuoi vodka lemon non faranno la storia, che importano agli astemi le mie radici di vino e le intolleranze alla mancanza di attenzioni. Di quando ti metti in posa e resti sull’attenti. E’ tutto così relativo che quel che distingue la class non è il vestito, ma l’atteggiamento, il tono della voce. Così mi ritrovo a elemosinare virgole e punti, le tue pause infinite e le mie notti trascorse a far fuoco contro sagome immaginate.

E bruciavo le tende per guardare i colori del tramonto alle tre del mattino, quando i caffè non bastano mai e l’ansia dei mille futuri possibili ci solletica la pianta dei piedi. Vorrei dirti facciamo l’amore, ma confonderesti sesso e routine. Vorrei dirti: lo sai, ho voglia di un pompino? La fenomenologia dell’egoismo diresti tu. E cominceremmo discorsi interminabili sulla pulizia dei sessi e sugli zaini dei rasta di Place de la Republique.

Te lo ricordi quando dormivamo per terra? Eravamo gli stessi, allora? Io che scuotevo la testa e poi ti ricordi quando hai preso il primo aereo della tua vita?

Ho cominciato a immaginarmi le tue dita lunghe intrecciate alle mie, l’antidoto alla paura nelle nostre estremità più esposte. Che per dimenticare la morte dovremmo farci sussulto, che te ne importa dell’orecchio degli altri, troviamo la giusta distanza, per ascoltarci meglio, per sussurrarci all’orecchio un buongiorno e non sentirci più in colpa.

Foto: dalla rete.

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E mi toccavi il cavallo

T’inciampavi spesso a pronunciare la parola “gorvernabilità” e all’entrata del Carroponte ci chiedevano una nuova ricetta contro il Berlusconismo.

Così m’invitavi a cena e io giocavo a nascondermi dietro al cucchiaino quando le parole si erano esaurite e i piatti sporchi già nel lavandino. Non ho mai pensato di baciarti, volevo soltanto una sigaretta per prendermi una pausa.

A fissare i tuoi occhi come se nascondessero qualcosa mentre ancora cercavo me stesso e iniziavo le frasi con l’io. E ti tenevi le mani sul seno per proteggere i tuoi discorsi assurdi sulla proprietà privata. Così ci perdevamo nell’idealità e non concedevamo lo spazio necessario alla noia. Le tue foto con gli animali domestici e i miei discorsi assurdi sull’arte dell’assenza in Exupery. E ti lamentavi del fatto che ho cominciato a postare disegni assurdi e carboncino. Della nostra estetica modaiola e del confronto tra i fianchi anni ottanta e quelli moderni. Della depilazione del pube dei ventenni.

Volevi leggermi i tarocchi e quando compravo l’Internazionale mi hai tirato in mezzo con l’oroscopo di Brezsny e le sue citazioni irragionevoli. Così c’è un mese per riposare e un altro per sperare, uno per seminare e un altro ancora per aspettare. E ti sorprendevi a chiedermi qual’è il mese giusto per scopare. Così ti guardavo e ti chiedevo una birra. Rispondevi no, ti fa male. Dicevo ottobre, dei dati Istat sulla nascita dei bambini, e contavamo nove mesi indietro, aspettiamo gennaio per guardarci nudi. Lo sai cosa mi manca? Dicevi tu: quei discorsi fatti al mattino del sabato, a stare nudi sul letto e ordinare una pizza, poi andare al cinema ancora assonnati. Mi leggi nel pensiero dicevo io. Quanto sei donna, dicevi tu. E così ti prendevo da dietro e ti chiudevo la bocca. Non hai il coraggio, continuavi tu. E mi mettevo a ridere, così ti toglievi i jeans e mi mostravi il cuore per dirmi lo sai che ti perdi? Viene settembre coi suoi maglioni e le correnti fredde del nord, dicevo io, riprenderò a indossare il cappello.  E ti sedevi sulle mie ginocchia, ci baciavamo le labbra, fumavamo molto, e mi toccavi il cavallo e mi sussurravi all’orecchio che noi siamo come i supereroi, che certi desideri li cacciamo alle spalle, che ci divertiamo troppo intorno alla tavola e che anche il letto sarebbe troppo. Vuoi dire che è colpa nostra? Che mettiamo la sicura al petto per non farci del male?

Foto: Lena Mirisola

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Perché mi ricorda te

“Sei così furbo che non ti fai mai vedere ubriaco.”

Alza le spalle. Mi pulisce le labbra dal sugo.

“Finisci la pasta.”

Inforco gli spaghetti, giro la posata su se stessa, la porto alla bocca. Lui si versa del vino, beve.

“Stai ancora cercando casa?”

Ho la bocca piena, mastico, faccio sì con la testa.

“Sono due mesi che cerchi. Ancora non hai trovato?”

Faccio segno di no con la testa.

“Quanto vuoi spendere?”

Un’altra forchettata. Questa volta le spalle le alzo io. “A te non interessa. Perché me lo chiedi?”

“Per cortesia. Finisci la pasta, poi è meglio se te ne vai.”

Mi lecco le labbra poi le pulisco col tovagliolo.

“Prendersela non serve. Ti fa piacere se resto ancora un po’. Puoi venire più vicino se ti interessa guardarmi.”

Si versa da bere e fa di tutto per non voltarsi verso di me. Guarda il palazzo di fronte: un uomo grasso in canottiera è seduto su una sdraio. Fuma.

“E’ sempre più grasso.”

“Non mi sembra.”

“Lo guardo tutti i giorni per non diventare come lui.”

“Non sto cercando la casa perché non lo so se ho voglia di affittare una casa. Avere un contratto a scadenza e una casella della posta con scritto il mio nome. Non so nemmeno se voglio abitare ancora a Milano. Non so…”

Lui mi interrompe, mi riempie il bicchiere. “Dovrai decidere prima o poi o non combinerai nulla come sempre.”

“Io so che mi manca quella finestra. Ci affacciavamo e io la abbracciavo da dietro. Mi diceva che avrebbe voluto saltare giù e morire di spavento prima di toccare terra, che la vita è troppo triste perché anche le cose belle prima o poi finiscono. Dicevo che avrei passato la notte a rubare i materassi ai barboni, a costruire un grattacielo di molle e tessuto. Avrei costruito una passerella per i suoi capelli neri. Dicevo faremo l’amore per strada e ci prenderemo le zecche come i cani.”

“Stasera non torna.”

“La casa è in vendita. Vogliono trecentocinquanta euro. Pensavo che se qualcuno la compra non saprà nulla della storia dei materassi. Che non potremo amarci mai più come una volta.”

“Perché sei tornato qui?”

“L’orologio della cucina segna ancora le undici e tre quarti.”

“Voleva buttarlo. L’ho convinta a lasciarlo.”

“Non c’entra più nulla coi muri gialli.”

“Mi fa pensare a te.”

“Ti senti in colpa?”

“Molto.”

“Credi dovresti chiedermi scusa?”

“Non riesco.”

“E come stai?” Lo guardo dritto negli occhi, accenno un sorriso.

“Bene, dai, che cazzo di domanda è?”

“Perché stasera non torna? Ha un’altro?”

“No, non credo.”

“Scopate spesso?”

“Tutti i giorni.”

“Wow.”

Guarda per terra. “Vado da un sessuologo. Lei dice che è colpa sua.”

“Le donne si prendono colpe non loro. Hai provato con altre?”

“Con le altre nessun problema. E’ con lei che vengo sempre troppo presto.”

“Ti senti così tanto in colpa che non riesci ad esserle fedele?”

“Lo faccio per te.”

“Stronzo.”

“Mi dico che non è una relazione seria. Che non la amo. Che io e te siamo ancora quello che eravamo.”

“Compra quella casa.”

“Come mai sei qui?”

“Compra quella casa. Smetti di tradirla, chiama il sessuologo e digli che è tutto risolto. Poi facci l’amore. Dille che l’ami.”

“Non torna a casa da giorni.”

“Lo so.”

“Mi tradisce?”

“Sì.”

Ci guardiamo a lungo. Mi alzo. Indosso la giacca.

“Compra la casa. I soldi ce li hai. Quella finestra è importante.”

“Si è tagliata i capelli cortissimi. E’  ancora più bella.”

“Lo so.”

“L’hai vista?”

“Glieli ho tagliati io.” Vado verso la porta. Lui mi trattiene.

“Non preoccuparti. Stasera tornerà.” Mi sistemo i capelli. Gli sussurro all’orecchio: “La amo molto, sai? La ami tu?”

“Credo di sì.”

“Compra la casa. Non voglio che nessun altro si affacci a quella finestra.”

“Perché l’hai lasciata?”

“Tutte le cose belle prima o poi finiscono, io le precedo e le faccio finire prima che si consumino.”

“Lei ti ama ancora. Sta con me perché le ricordo te.”

“Già.”

“Verrò a trovarvi.”

“Anche io sto con lei perché mi ricorda te.”

Comincia a piangere. Mi si avvicina. Mi abbraccia. Mi bacia. E poi ancora, e ancora.  Mi abbottono i pantaloni. Gli strizzo l’occhio.

“A presto.”

Lui non risponde. Io chiudo la porta. Scendo le scale.

All’ingresso un cartello “Vendesi.”

Lui corre alla finestra, accarezza il vetro, mi guarda mentre  mi allontano. “Ci vorranno almeno dieci materassi, forse venti, è un terzo piano…”

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai

La barba lunga, curata.

Un vestito blu, una camicia bianca.

Slip Intimissimi con elastico largo e capelli incerati. Il sole basso di settembre e l’afa che accarezza l’erba.

Tutto intorno un vociare di saluti, una campana che suona scomposta e il ritmo in battere dei tacchi alti. A scambiarsi occhiate interessate e annegare invidie nel prosecco, nell’abbraccio profumato con l’amico che non vedi da tempo.

La lunga sfilata di un velo chiaro e la notte annunciata dall’abito dello sposo. A fotografare in bianco e nero non si sbaglia mai.

E brindisi e rintocchi in cristallo. Il pianto gioioso degli infanti e le ruote delle carrozzine a sfidare la ghiaia.

A perderci tovaglioli tra le dimensioni dei calici, il vino buono e il cibo curato.

Alberi di frutta decorati in fiaba. Di piccole fiamme al riparo di vetri leggeri. E parenti in processione per il saluto nuovo, i cori degli amici e la goliardia dei canti.

Così che una chiesa, un cinquecento d’affreschi e semplicità di forme si fa culla alla santa alleanza. Un prete che osserva, un uomo e una donna a promettersi amore e vita insieme. La fedeltà ad un anello e parole pronunciate a voce piena, sguardo presente e coscienza.

L’esplosione dei cuori e le cataratte aperte delle madri. Costruivamo argini per allontanare la morte mentre un violino regolava la velocità del sangue.

Che il bello si gusta nell’immediato e la coscienza arriva nel poi. Risalgono gli sguardi e si tracciano contorni per le foto ricordo che appenderemo in salotto.

E mi dicevi sono felice e appoggiato a un balcone ti guardavo come si osservano le albe. Che rinascevi in chiarore, gli occhi puliti e il movimento delle mani a tradire l’emozione.

E poi la festa, tovaglie bianche e sedie occupate. Piatti colorati di cibi e camerieri in corsa. Non manca nulla, mangiate e bevete, oh voi tutti. Così il jazz accompagna i discorsi e i nostri occhi sugli abiti delle vergini e le scollature delle madri. Qualcuno si apparta e il vino accelera lo schiudersi di fiori d’incontro. E poi che lavoro fai, io sono il fratello, il cugino, l’amico. E quanto ancora continueremo a darci del lei.

Un risotto e un cannellone. Il rosso e il perlato del nettare sulle camicie firmate, corriamo il rischio di sporcarci per esultare a notte fonda. E cacciar via le piccolezze dei nostri presenti e ritrovarsi a condividere la gioia grande di un due che si è fatto uno, lei balla e lui la guarda. I neon colorati e mongolfiere a risvegliare il cielo, a dire lo sai che c’è, dai guarda giù, facci ballare.

Così anche la pioggia avvicina le timidezze e si trova il coraggio dello sguardo alto, e gli occhi si mischiano e la notte cancella distanze. Ci abbracciamo forte con gli sconosciuti e ricamiamo frasi poetiche per donne di mezza età. La cantilene dei primi saluti e a tarda notte mischiare sudori e labbra che accarezzano guance e mani che stringono fianchi.

Mi hai scritto un messaggio breve e ho pensato fosse uno scherzo. Verrà il mattino e ti risponderò con calma. Ora il corpo si muove, la musica scandaglia il fondale dei desideri e sposta le sabbie del buon costume. Così esplodono le voglie e i sigari esultano tra le nostre labbra gonfie. Col soffitto che attende il fumo dei nostri cervelli. Ci hai mai pensato che ai matrimoni non ci sono libri? Che ci si legge in volto e non ci sono punti a capo, è tutto una virgola, un punto esclamativo.

E a notte fonda i letti esultano di piacere e risa. L’amore che scoperchia il bianco dei denti e colora in rosso le schiene. Il destino dei vestiti eleganti è il pavimento, il sudore. Che fine han fatto i tuoi slip sarebbe meglio non chiederlo. Sarà il risveglio a salvarci. Oh voi che parlate d’amore, sveglia, la campana suona e ancora rintocca, su, forza, correte a guardare, qui tutti a raccolta. Federe bianche, capelli arruffati e lenzuola sudate.

Il mattino nuovo e una doccia.

Lasciate tutto com’è, passerà il fotografo, scatteremo una foto e avremo una nuova copertina per il vostro album, l’io e il tu lasciamoli ai fidanzati. Ora è una stanza e una notte trascorsa. Il noi di un risveglio.

Foto: dalla rete

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Hai vinto tu

Sui tetti della camera il concerto dei grilli che strofinano le ali per lamentarsi, mai per volare.

Il lusso che possiamo concederci è la furbizia di un saltello. Tutte queste carriere agevolate dai semafori verdi della conoscenza e la nostra corsia preferenziale intasata dai furbi. Quando col motorino sorpasso a sinistra è perché ho fretta di arrivare, ma non so ancora dove. Così agli stop domando informazioni tra i nomi delle vie intitolate ai Nobel per la pace vestiti a lutto e le processioni per la morte degli animali. Finisco per perdermi. Fuori dalla città e dall’andirivieni quotidiano, contro l’esercito dei tralicci della corrente ad addobbare la pianura lombarda, il Natale con le luci spente e la nebbia delle sei del mattino.

E mi scrivi che ti sei fermata ad Eboli come il Cristo e fotografi in patinata le stanze artefatte dei nomi noti, così mi presento agli edicolanti facendo il tuo nome e mi rispondono che non è stagione e che maturi in inverno. E’ inutile stare all’ombra degli alberi ed aspettare i frutti. Quando smetterai di farti accompagnare dal buonismo e ti ribellerai all’amore che già conosci?

Dovrei farlo anche io. Ribaltare gli affetti già noti e sperimentare l’intimità di un muro, la carne non è un disegno e gli incastri non son giochi da infanti. Inutile questo silenzio che porti addosso come un abito lungo. Vestita a sera per le mie notti, è così buio qui che basterebbe una parola, riconoscere l’origine del suono per orientarmi.

Tra poche ore Federico si sposa e stanotte ho sognato di dimenticarmi le preghiere e la cintura. Così che mi cadono i pantaloni, lo scandalo di una mutanda bianca, il mio arrendermi al presente a trovar gioia nei canti degli altri. E quando dirai sì io bagnerò il volto e ti dirò che noia la congiuntivite.

Mentre sei ancora in letargo e chissà quanto durerà questa mia attesa. Che è ora di smetterla di pensare in prospettiva e farsi nudo in descrizioni senza nemmeno il riparo di una chitarra. Come nei western t’inquadrano sempre in viso, ci vorrebbe ancora Sergio Leone, una pistola, un pallone, un rigore. Di quando a otto anni ero così arrabbiato che ti tiravo la palla in faccia più forte che potevo e più forte ancora ti dicevo fai schifo, ho vinto io. E rossa in volto e gonfia e sudata, mi dicevi: hai perso tu.

Ho perso anch’io.

Foto: Carola Ducoli

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Io vado in chiesa

Della debolezza delle sei del pomeriggio e di quelle fasi impilate in solitudini.

Avrei voluto farti ridere e mi è uscito uno scarabocchio, un urlo senza versi né disperazione. Dove la gioia, dove?

Ho rotto il freno davanti della bicicletta e la mia vespa è senza benzina da giorni. Era notte e si fermavano gli autostoppisti pronti ad accogliere le mie domande d’aiuto e ci sedevamo in fianco alla strada e condividevamo il superfluo di sigarette mentre l’indispensabile usciva dalle nostre bocche.

C’erano fuochi in lontananza e prostitute annoiate a specchiarsi nei cellulari. Volevamo soltanto parlare e ridare un volto umano alla notte non accorgendoci che il buio è fatto per il riposo.

Così mi dicevi che ti fischiavano le orecchie e rispondevo che è impossibile che qualcuno parli di noi.

E cercavamo stelle nei cieli e trovavamo soltanto bianco di lampioni e le scritte lampeggianti degli autonoleggi. Così le cicale danneggiavano i silenzi, ti dicevo che a Parigi non esistono le cavallette e tu sbuffavi e mi stringevi le spalle dicevi che prima o poi qualcuno dovrà pur dirlo che i miei racconti son peggio delle foto delle vacanze. Che se in un luogo non ci sei stato non ti interessano le immagini degli altri, ti basta uno sguardo al ritorno e misuri il gradimento dallo sguardo e dalla camminata.

Hai mai pensato di fare il sufer? Credo di no.

Così il mattino della domenica ci scavava gli occhi e il marciapiede chiedeva il conto alle natiche. Credo sarebbe meglio rifugiarci in chiesa ed aspettare la prossima notte, dicevi tu. Ci guarderebbero storto, puzziamo. E c’era una volta una cena e una torta salata, vino bianco e pistacchi e un ragazzo alto e rasato con dei leggings strappati sulle cosce e tatuaggi a grappoli che mi guarda negli occhi e mi dice sì, la festa techno era ormai finita, mi ero portato anche una ragazza a casa, ci avevo fatto quei quattro salti d’obbligo, non mi ricordo poi tanto. Mi son svegliato e le ho sussurrato dormi, io vado in chiesa, credo di averne bisogno. E così ho camminato un po’ perché non ci entro io in una chiesa brutta e poi sono andato a Messa. Vedila come vuoi, ma non ci vedo niente di strano.

Dove lo cerchi riposo tu? Ti sei dimenticato della morte, stanotte? Io no, e così, per paura, non chiudo mai le porte e parlo con chiunque e poi scrivo a lei.

Le scrivi così tanto perché hai paura di morire? Credo di sì.

Credi che lei possa salvarti? Lo credo.

Non avrai più paura? Certo che sì, ma gliene parlerò.

Ti ascolterà? Non credo.

Immagine: Leliena Mojarova

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Sull’esplosione dei musei

Seduti sui bordi del letto ad aspettare le sentenze degli altri. A sporcare talento in lattine di Coca Zero e confondersi sulle terrazze dei bar.

Avvicinare un qualcuno per augurargli buongiorno e ricevere in risposta silenzi e paure.

Esiste un dovere che travalica l’etico e accarezza l’estetico, il tuo sguardo al galoppo e gli accappatoi intrisi di senso. Di quando ti asciughi le gambe, della tua crema per il corpo e dei tuoi sorrisi senza motivo apparente. Ti circondavi di affetti per le tue ricerche di senso e finivi per ascoltare i cantautori e maledette verità da canzonetta.

Così appoggiavo l’orecchio al muro per allenare l’udito nei respiri dei vicini e provare a percepire prima o poi la lontananza, lo spazio aperto che ci separa non è un aereo e nemmeno un treno. E’ una questione di classe, di credo, di paura e ignoranza. Non ci fideremo mai fino in fondo perché siamo troppo intelligenti per lasciarci andare a notti solitarie nei porti.

Ho chinato la testa durante lo stretching mattutino e guardandomi i piedi mi sono riconosciuto borghese. Al centro del mondo e delle città, gli amici e la casa in campagna, le feste in piscina e l’arte in casa. Come Francesco il Santo sbattere la porta e rinnegare il tutto dopo anni di depravazione e lusso? Onore ai santi e alle conversioni grandi. Gli occhi nuovi sulla via di San Paolo e l’amore che tutto stravolge. C’è una debolezza nella radicalità, come sconfiggerla e come far risplendere quel Cristo che molto ha vissuto e che troppi raccontano?

Sai che ti dico? Dei movimenti per la libertà dei nani da giardino e degli animali in cattività io me ne infischio. Liberare i musei e riempire di bellezza le case, le strade. Prendi il tuo zainetto e seguimi, oggi guardiamo quelle trecento opere, tre ore di attenzione e sguardo fiero di chi tutto coglie, e chiuderci in pareti bianche per l’esposizione privilegiata del bello.

Rendiamo il tutto accessibile ai tutti, l’esplosione dei musei, la bomba, non sarà altro che la sconfitta di una classe sociale che non esiste. Il potere dei più buoni che vogliono rendere accessibile ai più quel che accessibile non è. Che l’arte è un mercato e si arriva a gloria in morte.

Potrei smetterla ora di delirare in versi, verranno poi a dirmi che non è così, che la poesia è in quartina e in rime in bacio.

Leggimi a voce alta, mia donna, mia moglie, mio verso che cresce e mia pianta fuori dai vasi. Leggimi e poi guardami e in insulto o affetto reagisci, soltanto reagendo mi farai azione. Nell’altrimenti potrei rimanere sordo, zitto, inutile. Come le Ninfee di Monet all’Orangerie.

Foto:

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Tre o quattro ore per notte

Tre o quattro ore per notte e sogni che non hanno il tempo di appoggiare le guance al cuscino.

Per questo mio affannarmi nelle stesse lenzuola per giorni e domandarsi il perché della pazienza e dell’allineamento dei pianeti novelli.

E i tuoi discorsi sul tutto che ci sopravvive, anche le canzoni degli anni ottanta. E io che dimentico la borsa della palestra nell’armadio e cancello le date degli equinozi che eseguo i giorni a sentimento e lancio spartiti dalle finestre del quarto piano.

Accompagnami a sollevare borse della spesa, forse se fossimo in spiaggia resteremmo zitti a lungo e non avremmo nulla da dirci; ognuno impegnato a mettere ordine nei suoi ieri e lanciare sassi nell’acqua per distruggere quei domani che ci hanno disegnato intorno.

Come nei vecchi film immagino una scritta enorme sopra di noi per ricordarci dove siamo, che ore sono e che anno è. Il giorno invece non è più importante che lavoriamo quando capita e riposiamo appena si può.

Questa mattina ho svegliato io il temporale, scuotevo le camicie nell’armadio per far cadere a terra il fascino di incontri mai avvenuti. Con te che mi dici che vorresti essere altrove e io che ti dico che c’è un qualcosa che va oltre noi, che non è fatto di contingenza, ma di sentire, e hai voglia a spiegartelo.

E quando mi chiedi come sto vorrei risponderti: su un sasso, tra i rami, con i leprotti tra le gambe, gli M&M’s nelle orecchie, ma non capiresti. Questa follia inspiegabile senza sguardi e alfabeti comuni.

Delle nostre ricerche di solitudini e degli strali di frecce che lanciamo di notte. Degli amici che si sposano e di quelli che diventano grandi, della crisi di mezz’età e dei nostri amori per le adolescenti.

E davanti alle responsabilità ci facciamo volpi e attraversiamo la strada di notte senza guardare.

Vorrei dirti ancora qualcosa per impressionarti, della neve ad agosto sulle cime della Valtellina o sull’importanza di una buona alimentazione, che a Londra ci ciberemmo soltanto di patatine all’aceto e avremmo sete fino alla fine dell’anno.

Comprerei uno champagne dal nome sconosciuto per poi ricordarmelo e chiamarci nostra figlia, e scriverei righe sotto al tavolo per non vederle mai, ma sapere che ci mangio sopra e ogni tanto bere un caffè, far cadere il cucchiaino per guardarti le gambe.

Foto: David Alan Harvey

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Il tuo cane in bianco e nero

Il tuo cane in bianco e nero e la meraviglia della luce fioca. Ti sorprendevo a leggere Proust, la fuggitiva scienza di questi incontri irrisolti. Ci promettevamo treni e biglietti d’aereo. Gli indovinelli sulle nostre preferenze e quella meraviglia per la sindrome di Stendhal che riflettevamo in immagini. E mi dicevi che siamo scemi o sciocchi quanto basta e sono sempre parole che finiscono in i, così magre e strette che non hanno bisogno di considerazioni. Per illustrarti la mappa dei miei tatuaggi ho preso un foglio bianco, ci hai disegnato una macchina fotografica, hai detto è questo il peso che porto sull’avambraccio. E mentre immagino di guardare alla tua finestra qui tutto si fa nebbia e cominci a chiederti il perché di queste emozioni così leggere. Ci sono notti che vorrei infinite e giorni in cui vietare il lavoro su tutta la terra; chini sulla coppa del vino, le mani incrociate, a sussurrare quelle parole che scorrono semplici e si interrompono a tratti. Dici ti comprerai una chiavetta per usare internet e io che non leggo un libro da un mese. Diventeremo più ignoranti, ma certo meno cinici. Di quando su un camion c’era scritto Paperino e ti è venuto da ridere. Delle code al casello e del respiro che trattieni per lavarti il viso. Pensare al mondo come al luogo migliore per restare da soli e poi ricredersi in un pomeriggio di maggio. Tra le tende non scorgo fili della corrente e non cinghiali popolano le mie notti. Vorrei scriverti con leggerezza, ma ho le palpebre pesanti e i polpastrelli consumati. Spero ti sia addormentata con la testa appoggiata sul tavolo e se porti gli occhiali vorrei venire a toglierteli, leggero nell’aria il profumo dei tuoi capelli e le tue scarpe spaiate sul pavimento. Sono i chilometri che ci separano a dare il senso alle attese, ed ora togliamoci questi vestiti, gettiamoci al lago senza paura dei gorghi. E quando fisseremo il sole lo faremo insieme, un po’ ciechi e un poco liberi di fare la scelta peggiore, sporcarci d’incontro.

Foto: William Harper

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Nelle tue scarpe aperte

Nelle tue scarpe aperte l’assenza dei chilometri percorsi aggrappato ai tuoi capelli cortissimi. Le fotografie mai banali e la grazia dei colori pastello di fine anni ottanta.

Nella rivoluzione delle temperature, di questi inverni infiniti e delle estati dei centri commerciali, gli orizzonti infiniti di certa gioventù mi regalano speranze. Lo sguardo intenso degli occhi nocciola e questo nuovo cielo a ricordarci la potenza del blu.

Ti scrivo con l’istinto di certe adolescenze; quando prendevo la bicicletta per l’ultimo saluto all’amica del cuore prima di partire per il mare, che mulinavo forte sui pedali e finivo per baciare l’asfalto.

Nel malessere delle domeniche di maggio le necessità: pulire casa, lavare i piatti, fare il bucato e poi cambiare aria e prendere la strada. Una birra fredda e il sapore intenso dei vini del centro Italia. Un Chianti Classico o magari uno Zibibbo, è così accogliente il tuo ombelico che non avrebbe senso non trasformarlo in fontana.

E mentre si muovono i treni delle relazioni a distanza, io faccio le prove allo specchio e dando la schiena intreccio le braccia sopra le spalle e stringo così forte che faccio spremute di solitudini per saziare la sete di conoscenza delle 16 e 26.

Sono venuti a raccontarci del festival di Cannes e degli abiti meravigliosi, le cosce abbronzate e le dichiarazioni senza senso dei critici. La necessità taglia le dita e fa girare la testa. Esistono film per piangere e filosofi ben vestiti che fanno della parola un ronzio fastidioso. E regalare sorrisi a chi ti è vicino e infischiartene della banalità. Ricercare il linguaggio nuovo nel due degli occhi e nell’accoglienza. Così ogni persona diventa storia e ogni incontro da raccontare.

Vorrei tornare a chiederti come si chiama tua madre e quanti anni ha il tuo cane. E scrivere ai miei amici quelle frasi brevi zuppe di parolacce, e dare un voto ai nostri trent’anni come in da 0 a 10 che è un film di Ligabue, quello che canta.

Quando ho incontrato per caso Servillo a Parigi ho avuto paura e non son stato bene. Non per colpa sua, certo. Queste nostre sensibilità hanno bisogno di campi da arare, tavole da apparecchiare e sassi da chiamare per nome. Che ho per amici dei monaci e dove vivono loro ci sono ancora le lucciole.

Foto: Cristina Altieri

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