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Ai pigri progetti della domenica

Ci stordivano i passeri che si dilungavano in discorsi cosmicomici tra i rami degli alberi. La radio e le canzoni in inglese. Quando non capisco mi innervosisco, lo sai.

Tutto intorno, protetti dai muri e dalle veneziane, bicchieri mezzi pieni su tavole ancora apparecchiate e uomini in slip che abbracciano cuscini e donne appoggiate sul fianco. Il suono delle campane della provincia.

Quando ti svegli non ti domandi mai la forma dei tuoi capezzoli. Lo sai che il silicone chiede del tempo per tornare al suo posto? Assomigli a un quadro cubista, ma mi piaci lo stesso.

Alle frustrazioni di chi non bacia perché non si è lavato i denti e a chi non fa l’amore perché al mattino vuole silenzio. A chi ha dormito pancia contro schiena e al bisogno di spazio di quando apri gli occhi. AI mille caffè sui fuochi artificiali e ai pigri progetti della domenica.

Il sudore dei corridori intasa i tombini.

I treni partono in orario e chissà quanti aerei abitano il cielo. L’atterraggio in un altro continente è spesso un qualcosa da ricordare, come tutte le bistecche alla fiorentina che hai assaggiato nella tua vita, quelle che hai comprato dal macellaio e hai cotto nel burro, quelle che hai lasciato in equilibrio sull’osso, l’olio buono e il taglio per valorizzare il rosso.

Gli amici che vanno a trovare amici in Inghilterra. Le foto di Instagram che mi dicono dove sei anche quando non ti fai sentire. La barba incolta di Pippo Civati e le lezioni di stile della mano destra. I discorsi escatologici di Renzi e l’estetica di Roberto Baggio. Lo sai a sinistra bisogna tradurre la parola “leader”, così anche Del Piero è emigrato in Australia.

I ritorni per nostalgia e i contorni che siamo costretti a rispettare. Quando eravamo bambini ci davano sagome da colorare e nulla ci importava dell’ordine precostituito. E giocavamo a sparare con rivoltelle di plastica e per la rivoluzione indossavamo magliette e stracci bianchi sugli zaini per dire no a tutte le guerre. Poi ci trovavamo a sera e per perdere il controllo, ribaltavamo il bicchiere e i nostri fegati nuovi non danneggiavano i risvegli. Le stesse campane, le vie non cambiano i nomi e nuove rotonde intercettano il traffico del centro. Mi disegno sul polso una x, dico guardala spesso, pensaci almeno una volta che se rimani tu le sconfitte non fanno altro che rendere necessarie le risalite, cinque anni fa il Napoli era neopromosso in serie B.

Foto: dalla rete.

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Cascate tra le vostre gambe

Provocavamo con l’estetica e suggerivamo ai passanti luoghi appartati per guardare l’orizzonte. E ci sorprendevamo a scoprire che l’immagine interroga più della parola. Così finivamo a riflettere sulla mediocrità dei nostri quotidiani che distraggono lo sguardo e costringono all’occhiale.

Dalla finestra di fronte la telecronaca di Genoa-Napoli e il vantaggio partenopeo. Dietro le porte piastre per i capelli e profumi dolci: i preparativi per questa notte, ci presentiamo alle cene già apparecchiati e non abbiamo pazienza nell’attesa delle pietanze.

Così ci riempiamo la bocca con le ultime del giorno e sonnecchiamo sui ricordi.

Un amico intanto scrive dove voi odiate, noi amiamo e tornano a sorridere le due metà della luna.

Dovresti scrivermi che mi vesto sempre di nero e scurisco il blu per distinguermi dal cielo, che sono tempesta e grandine e danneggio con facilità tutte le mie semine. Chiamiamole sconfitte queste mie incapacità ad adeguarmi alla norma. Chiamiamolo egoismo questo temporale che si gonfia di tuoni e coi fulmini costringe ad alzare lo sguardo. Così invadente che finirò sui libri di storia, un po’ come i romani, solo che loro conquistavano tutto mentre io brucio e faccio scintille nel cielo. Se scriverò ancora di stelle prendetemi il bavero e caricate il destro. Mentre coi cioccolatini alimento la mia bulimia. Non c’è dolcezza in queste parole. Siamo cascate e ci dirigiamo tra le vostre gambe senza pensare. Vi sorprendiamo nel mezzo del buio o alle prime luci dell’alba, voi vi chiedete perché, vi lasciate affascinare dalla piena, poi costruite degli argini. Che a lasciarsi sommergere non si sa che fine poi si fa, e sarete una novella Atlantide o una triste Venezia. Coi turisti e la malinconia delle isole coi contorni che puoi tracciare col dito.

Per diventare necessari abbiamo bisogno di correre il rischio delle mani vuote, di quando serri le palpebre, accompagni le mani sul cuore e pensi: che ne sarà di noi. E a furia di ripeterlo ti viene fuori la zeppola del Muccino giovane, così sorridi e pensi a Santorini. Ti chiedi: verrai con me, prima o poi?

Foto: dalla rete.

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Sei così semplice, a volte

I banner pubblicitari per scoprire che a McDonald’s è arrivata la colazione che non c’era, mentre noi sdraiati sul letto guardavamo il soffitto e non avevamo parole per commentare il cielo.

Con la pigrizia della domenica mattina che lascia chiuse le finestre e attende a lungo l’odore del caffè. Mentre ti preoccupavi degli altri e ti facevi domande sulla lunghezza dei tuoi capelli provavo a esporti la mia teoria della relatività, dicevo lascia perdere i giudizi e quando cammini cura il tuo incedere: la testa alta, le spalle rilassate; mi interrompevi curvando le labbra verso il basso coi tuoi però non è giusto e sussurravo parole senza senso sulla tua schiena per nascondere l’alito del mattino.

Mentre qualcuno si domandava la differenza tra rivoluzionario e malvivente mi interrogavi sul significato della legge, credi che prima o poi andremo in prigione io e te? Scoppiavo a ridere, dicevo che daremmo fastidio anche lì.

“Sei così semplice, a volte” Dicevi tu, ti riferivi a quando me ne stavo zitto davanti alla tv, seduto in tavola con la forchetta in mano o a correre dietro a un pallone. E cominciavo con le metafore e le differenze dei sessi, noi maschi come i balconi di Quarto Oggiaro, coi panni stesi in bella mostra e le piante di basilico nei vasi di plastica, voi donne centrali nucleari e inseguirsi di tubi e fumate bianche.

Di quando avevi fame già alle undici, ti proponevo un risotto e mi mancava il riso, dicevi sei troppo lontano e per fortuna non tiravamo in ballo l’invenzione del teletrasporto. E finivi per scomparire nel pomeriggio, abbiamo bisogno di pause, dicevi e non riuscivo a non scriverti sciocchezze. Di quella volta che mi avevano spiegato perché il cielo è azzurro, son storie di fisica, e tu lo sai che sottometto tutto all’estetica. Parlami ancora delle tue gonne lunghe e delle scarpe improponibili di voi ragazze. Sollevami il colletto della camicia, fammi sentire ribelle come Cantona, dai fatti infilare da dietro e scopriti impotente davanti alle mie giocate al centro del campo. Finiremo stravolti ad ansimare piegati sulle ginocchia, ci scambieremo le magliette e rilasseremo i muscoli in doccia.

E’ ancora domenica e sussurravi al cuscino, che fine faremo domani? Dovremmo parlare per quarti di secolo e chiederci se avremo fatto la storia.

Foto: dalla rete.

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Preferisco le efelidi

Ti scrivo sempre di notte. Sarà che al mattino mi sveglio tardi anche se mi alzo presto, che il mio alito sa di caffè e l’attenzione è al puzzle da costruire in giornata.

Così all’edicola ho acquistato una rivista in giapponese: i miei esercizi per capirti meglio, che tu giapponese non sei ma hai gli occhi grandi ed io mi ripeto che da qualche parte dovrò pur cominciare, a tradurti, intendo.

Non te la meno più con la storia degli alfabeti, che la conoscenza avviene quando non ti suonano strane le mie esclamazioni e il porco cazzo diventa la normalità. Ricordo che anni fa me ne andavo in giro sbandierando la storia che come si mangia si fa l’amore, ora però siete tutti vegani e non mi tornano i conti.

Poi ieri sera guardavo in streaming l’Italia del basket, pensavo che la maglia azzurra è così bella che è per questo che mercoledì tifavo Napoli contro il Dortmund. E che non me ne importa nulla del colore degli occhi, preferisco le efelidi e il sole che decide se mostrarle o nasconderle. E guardando un film mi dicevo che Filippo Timi e Fabio Volo non sono poi così diversi, che sono le intelligenze a classificare in cavalli ed asini escludendo la possibilità del mulo. E il meglio e il peggio presuppongono il medio. Chiamala mediocrità, se vuoi.

E mi ricordo che Fabrizio Corona diceva io mi alzo presto al mattino e Fabri Fibra a ripetere che più diventi umano più nessuno ti caga. Per essere idoli si creano distanze. Quando ti ritrovi a tu per tu col noto ti fai pensieri sciocchi del tipo è più alto, è più bello, è così bianco che sembra malato. E non riesci mai a scindere l’uomo dalla sua arte, così certe canzoni ti vengono a noia. Mai più con una rockstar scrivevi sui bagni del Frida. E il quartiere Isola faceva concerti all’aperto per insegnarti lo sguardo all’alto, e ti slogavi il collo a rincorrere i grattacieli. Ci pensi a chi andrà a vivere in quelle case da un milione di morti sul lavoro? Ci pensi mai a quel che c’è sotto terra? Io no, non ne ho mai il tempo, non ne ho la forza. E dopo dieci minuti di Report dico “Milena” io cambio canale, non ce la faccio, adesso su Rai3 arriva Concita e ci canta un po’ di ninna nanna. Meglio sarebbe vivere in Francia e tutto ignorare.

Ci pensi ancora alle distanze che costruiamo coi silenzi? Nell’assenza di voci parla l’altissimo, puoi dirmi tu. Io dico solo che mi esercito all’ascolto e che se anche sussurri, posso sentirti.

Foto: dalla rete.

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La libertà scritta sulle lenzuola

Così ti hanno dato il permesso di svitare il barattolo, che era già aperto, dicevi tu, ma non potevi uscire.

Che frustrazione guardare il cielo e trovare il vetro che spegne ogni volo.

E sostituivi ai muri i quaderni e poi mille tag  per decifrare il significato del tuo nome e isolarlo dagli altri. Tu li chiamavi fratelli, lo vedi poi che il cristianesimo e il comunismo in fondo in fondo si baciano? Te lo ricordi il graffito sul muro di Berlino, quello che nessuno capisce che significa e non si distingue tra giacca e camicia così sia lode ai patti stabili, agli amori senza distinzione di sesso.

Questa libertà ci farà male, ti dicevo io, mentre la trota cuoceva nel forno e tu appoggiavi gli occhi sull’orizzonte, dicevi lo vedi laggiù, lo sai che oltre mi è vietato andarci?

E col pensiero scalavi montagne e ti fermavi a riflettere sul significato della parola impegno e ci tiravamo paranoie infinite sui fumetti erotici degli anni novanta e mi dicevi che non è tanto l’atto in sé a sapere di meraviglia, ma tutto quello che c’è intorno. E l’inerzia ci portava a ballare sotto i soffitti alti i ritmi elettronici di un non so chi e mi dicevi lasciamo perdere i contatti, è questione di odori, lo sai.

E l’animale giocava tra i cuscini e tenevamo lontana ogni seduzione perdendoci a guardare gli spazi sporchi tra le piastrelle, colpa degli spliff dicevi tu, è un fumo di merda, potevi almeno pensarci.

E attraversi ora le strade facendo forza sulle cosce sode, la velocità dei pattini a rotelle e nessun timore dei semafori rossi. Sui luoghi del passato prossimo quelle lenzuola con scritto il tuo nome e la parola libertà. Sei libera ora oppure si sono allargati gli spazi? Che ne sarà di quei domani che avevi appuntato sul calendario? E l’emozione del varcare la soglia ci farà ancora venire presto e si rivelerà in pene o in gioie?

Per festeggiare taglieremo i cuscini e dai balconi getteremo piume: strade bianche e voglia di neve. Fatti abbracciare dai tuoi e riprendi il tuo posto. Sorridi ancora e sorprenditi diversa. Che i luoghi ci cambiano e gli orizzonti ancora ci interrogano. E attraverseremo le strisce pedonali ricordandoci di guardare negli occhi gli sconosciuti, per domandarci da dove vengono e dove andiamo noi. E spegneremo anche Rai3 quando ci accorgeremo che ci mettono a pecora per assecondare la morale dell’oggi e non far male a nessuno, sentirci più buoni. E ti prometto che non criticherò più il narcisismo degli altri e sostituirò l’io col tu che solo così ogni incontro è possibile e le domande non restano al silenzio.

Foto: dalla rete.

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Donami ancora bellezza

L’acqua del Naviglio così diversa da quella del Po, non è Torino coi suoi viali lunghi e le piazze larghe, non è Venezia con quell’odore che ti s’infila nelle narici e non ti lascia mai. Nemmeno Roma e la sua luce chiara, né Porto con le sue scale ripide o Parigi che t’invita ad alzare lo sguardo.

Muovevi la gonna come i toreri e facevi attenzione ai sempietrini, così non inciampavi e guadagnavi in portamento. Non avevo voglia d’uscire, non ce l’ho mai, avevo accelerato il cuore a forza di birre, che malto e luppolo sciolgono la lingua e annullano il ragionamento.

Così non ho fatto in tempo a guardarti e mi hai sorpreso nell’angolo più buio di un bar troppo indie, le sedie tutte diverse e un senso d’inadeguatezza, io senza un bicchiere tra le dita che potesse difendermi e donasse al corpo la possibilità di un atteggiamento studiato. E un po’ goffo e senza equilibrio ti avvicinavo per affidare gli occhi alle tue cure, come a chiederti donami ancora bellezza e costringimi a chiedere di più alle mie notti. Ti nascondevi nel nero dei tuoi capelli e riparavi le tue guance nella barba incolta di un giovane, la giacca di pelle nera che non si sbaglia mai.

Mi domandavo il perché tutto questo desiderio di conoscenze, e mi dicevo che tutti dovremmo passare almeno una notte in compagnia di un volto sconosciuto scelto tra i mille rivoltosi del dopo tramonto. E davanti a certi pensieri va a finire che mi spavento, che poi si invecchia e la fedeltà non è prerogativa dei cani. Un tradimento è una chiacchera? Così finivo appoggiato al bancone a incensare il più classico dei rituali: “Come mai qui?”, “E tu che fai?”, “Emigreremo tutti prima o poi.” E approfittavo degli stimoli per chiudermi al cesso a prendere respiro durante il piscio. Poi salutare, attraversare la strada, desiderare un incontro o il fascino quieto di quegli occhi grandi e un poco allungati. Delle tue scarpe leggere. Quell’abbronzatura svanirà presto e ti ritroverai anche tu un po’ più chiara e avrai ancora bisogno di farti guardare.

Foto: dalla rete.

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E passavamo il tempo a perdonarci

Correggevamo il tiro ricorrendo agli spliff, chiusi in case mai deserte e senza soldi per le consumazioni obbligatorie. Mi dicevi fottiamocene e andiamo a ballare, corromperemo i buttafuori negri raccontando della nostra migrazione e dei viaggi nell’Africa del nord. Tre o più birre nello zaino e segni rossi sulle spalle, marchiati dai vizi raggiungevamo il centro. Qualcuno ci lanciava addosso bottiglie vuote, ci piaceva il suono che fa il vetro quando si fa in pezzi e scappavamo dalle schegge correndo a più non posso. E sempre correndo, ricordo, tu rubasti la sciarpa a una bionda niente male e ti facevi rincorrere e ridevi e lei ti guardava, quanto eri bello con quella barba incolta e i capelli dispersi sul collo! Così ti ha avvicinato e ansimavate forte, tu esageravi, poi l’hai abbracciata, le hai detto balliamo e l’hai stretta sui fianchi. Ti aveva legato la sciarpa intorno alla fronte, voi così gipsy e giacche bianche intorno. E mi sedevo sugli argini e bevevo senza sentire il sapore: guardavo gli altri buttare discorsi a pelo dell’acqua e mi scoprivo interessato solo quando si parlava di me, di quelle stupide teorie sulla vita che si seminano in solitudine. Mi sorprendevi piangere e davo sempre la colpa alla congiuntivite. E mi dicevi io me la sposo e che ogni ballo è un matrimonio e una promessa di un istante chissà quanto vale. E passavamo il tempo a perdonarci, a dirci è normale, che siamo giovani noi per quanto ancora poi? E chiedevamo scusa per tutte quelle parole gettate come ami in deserti in notti insonni. Non pescavamo nulla se non diffidenze. Vuoi smetterla di stringermi? Vuoi mettermi al muro e costringermi a guardarmi allo specchio? E dimmi le ragioni dei miei inseguimenti e ridonami la possibilità della barba sfatta. Torneremo a danzare noi due, in parole e sguardi, e cercheremo la nudità per sentirci a casa.

Foto: dalla rete.

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E mi toccavi il cavallo

T’inciampavi spesso a pronunciare la parola “gorvernabilità” e all’entrata del Carroponte ci chiedevano una nuova ricetta contro il Berlusconismo.

Così m’invitavi a cena e io giocavo a nascondermi dietro al cucchiaino quando le parole si erano esaurite e i piatti sporchi già nel lavandino. Non ho mai pensato di baciarti, volevo soltanto una sigaretta per prendermi una pausa.

A fissare i tuoi occhi come se nascondessero qualcosa mentre ancora cercavo me stesso e iniziavo le frasi con l’io. E ti tenevi le mani sul seno per proteggere i tuoi discorsi assurdi sulla proprietà privata. Così ci perdevamo nell’idealità e non concedevamo lo spazio necessario alla noia. Le tue foto con gli animali domestici e i miei discorsi assurdi sull’arte dell’assenza in Exupery. E ti lamentavi del fatto che ho cominciato a postare disegni assurdi e carboncino. Della nostra estetica modaiola e del confronto tra i fianchi anni ottanta e quelli moderni. Della depilazione del pube dei ventenni.

Volevi leggermi i tarocchi e quando compravo l’Internazionale mi hai tirato in mezzo con l’oroscopo di Brezsny e le sue citazioni irragionevoli. Così c’è un mese per riposare e un altro per sperare, uno per seminare e un altro ancora per aspettare. E ti sorprendevi a chiedermi qual’è il mese giusto per scopare. Così ti guardavo e ti chiedevo una birra. Rispondevi no, ti fa male. Dicevo ottobre, dei dati Istat sulla nascita dei bambini, e contavamo nove mesi indietro, aspettiamo gennaio per guardarci nudi. Lo sai cosa mi manca? Dicevi tu: quei discorsi fatti al mattino del sabato, a stare nudi sul letto e ordinare una pizza, poi andare al cinema ancora assonnati. Mi leggi nel pensiero dicevo io. Quanto sei donna, dicevi tu. E così ti prendevo da dietro e ti chiudevo la bocca. Non hai il coraggio, continuavi tu. E mi mettevo a ridere, così ti toglievi i jeans e mi mostravi il cuore per dirmi lo sai che ti perdi? Viene settembre coi suoi maglioni e le correnti fredde del nord, dicevo io, riprenderò a indossare il cappello.  E ti sedevi sulle mie ginocchia, ci baciavamo le labbra, fumavamo molto, e mi toccavi il cavallo e mi sussurravi all’orecchio che noi siamo come i supereroi, che certi desideri li cacciamo alle spalle, che ci divertiamo troppo intorno alla tavola e che anche il letto sarebbe troppo. Vuoi dire che è colpa nostra? Che mettiamo la sicura al petto per non farci del male?

Foto: Lena Mirisola

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A rincorrere cani su strade deserte

Non hai più voglia di uscire ora che piove e ritornano i suicidi in stazione centrale. Così i rilievi di un magistrato rubano il tempo alle nostre domeniche pomeriggio e sull’autobus ci si ritrova a strusciarsi.

E ci viene a noia il sabato notte così per tenerci svegli ordiniamo un caffè. E’ arrivato l’autunno ci dice il ragazzo dietro al bancone e noi ci guardiamo: bastasse una pioggia a cancellare l’estate. E mi racconti della fine di tutte le tue storie e ti descrivo il mio licenziamento, poi ti mostro le mani, lo vedi anche il corpo si ribella al lavoro.

Poi appoggiato a un lampione tra le biciclette a scatto fisso e la babele dei turisti osservo i pantaloni rivoltati degli adolescenti e baffi accennati su camicie anni ottanta. Non ci puoi credere che in corso di Porta Romana tutti i bar sono chiusi e non c’è modo di sedersi e guardare la strada. Prendersi il tempo di un pensiero e non finire in quei ristoranti dalla clientela abituale e i tavoli appiccicati. Così mi nascondo dietro ogni angolo per fare cucù ai passanti e spero d’incontrarti, dirti finalmente anche tu sei qui, lo vedi com’è piccolo il mondo. E invece scendo in Feltrinelli, fermo un ragazzo vestito di rosso, avrà venticinque anni, gli dico l’hai letta la Kristof? Risponde un momento, la cerco, come ha detto? Non compro niente, dico io, chiedo soltanto se hai letto la Kristof? Chiama il suo responsabile, dice, senti tu il signore io non capisco. Quel ragazzo mi chiama signore, dico io, ma non sono il signore di nessuno, gli ho fatto solo una domanda, siamo qui per parlarci, non credi? Noi lavoriamo, risponde quello, non ci dia noie. Così prendo l’ultimo di Gramellini e la copertina attraente della Litizzetto, li metto sotto il braccio e me ne vado, non pago e non mi sento in colpa. L’allarme non suona, qui mettono il Jazz.

A casa novantesimo minuto e le opinioni di un non so chi. Che tempo che fa, ripetono i vecchi alle feste di paese. Che tempo che fa, si chiude anche il festival della Letteratura. La sofferenza ti rende cinico, dice mia madre, e in fondo è vero. Le ferite fanno la pelle più spessa. E mentre lotto con le intolleranze tu giochi a Candy Crash, che è un modo come un altro per sopravvivere. Mentre sulla mia scrivania stanno due libri e la domanda è: che me ne faccio? Ma il tempo è brutto, non ho voglia d’uscire. Le vie del signore non sono le nostre gridano auto su strade bagnate.

Foto: autore a me sconosciuto, dalla rete.

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Perché mi ricorda te

“Sei così furbo che non ti fai mai vedere ubriaco.”

Alza le spalle. Mi pulisce le labbra dal sugo.

“Finisci la pasta.”

Inforco gli spaghetti, giro la posata su se stessa, la porto alla bocca. Lui si versa del vino, beve.

“Stai ancora cercando casa?”

Ho la bocca piena, mastico, faccio sì con la testa.

“Sono due mesi che cerchi. Ancora non hai trovato?”

Faccio segno di no con la testa.

“Quanto vuoi spendere?”

Un’altra forchettata. Questa volta le spalle le alzo io. “A te non interessa. Perché me lo chiedi?”

“Per cortesia. Finisci la pasta, poi è meglio se te ne vai.”

Mi lecco le labbra poi le pulisco col tovagliolo.

“Prendersela non serve. Ti fa piacere se resto ancora un po’. Puoi venire più vicino se ti interessa guardarmi.”

Si versa da bere e fa di tutto per non voltarsi verso di me. Guarda il palazzo di fronte: un uomo grasso in canottiera è seduto su una sdraio. Fuma.

“E’ sempre più grasso.”

“Non mi sembra.”

“Lo guardo tutti i giorni per non diventare come lui.”

“Non sto cercando la casa perché non lo so se ho voglia di affittare una casa. Avere un contratto a scadenza e una casella della posta con scritto il mio nome. Non so nemmeno se voglio abitare ancora a Milano. Non so…”

Lui mi interrompe, mi riempie il bicchiere. “Dovrai decidere prima o poi o non combinerai nulla come sempre.”

“Io so che mi manca quella finestra. Ci affacciavamo e io la abbracciavo da dietro. Mi diceva che avrebbe voluto saltare giù e morire di spavento prima di toccare terra, che la vita è troppo triste perché anche le cose belle prima o poi finiscono. Dicevo che avrei passato la notte a rubare i materassi ai barboni, a costruire un grattacielo di molle e tessuto. Avrei costruito una passerella per i suoi capelli neri. Dicevo faremo l’amore per strada e ci prenderemo le zecche come i cani.”

“Stasera non torna.”

“La casa è in vendita. Vogliono trecentocinquanta euro. Pensavo che se qualcuno la compra non saprà nulla della storia dei materassi. Che non potremo amarci mai più come una volta.”

“Perché sei tornato qui?”

“L’orologio della cucina segna ancora le undici e tre quarti.”

“Voleva buttarlo. L’ho convinta a lasciarlo.”

“Non c’entra più nulla coi muri gialli.”

“Mi fa pensare a te.”

“Ti senti in colpa?”

“Molto.”

“Credi dovresti chiedermi scusa?”

“Non riesco.”

“E come stai?” Lo guardo dritto negli occhi, accenno un sorriso.

“Bene, dai, che cazzo di domanda è?”

“Perché stasera non torna? Ha un’altro?”

“No, non credo.”

“Scopate spesso?”

“Tutti i giorni.”

“Wow.”

Guarda per terra. “Vado da un sessuologo. Lei dice che è colpa sua.”

“Le donne si prendono colpe non loro. Hai provato con altre?”

“Con le altre nessun problema. E’ con lei che vengo sempre troppo presto.”

“Ti senti così tanto in colpa che non riesci ad esserle fedele?”

“Lo faccio per te.”

“Stronzo.”

“Mi dico che non è una relazione seria. Che non la amo. Che io e te siamo ancora quello che eravamo.”

“Compra quella casa.”

“Come mai sei qui?”

“Compra quella casa. Smetti di tradirla, chiama il sessuologo e digli che è tutto risolto. Poi facci l’amore. Dille che l’ami.”

“Non torna a casa da giorni.”

“Lo so.”

“Mi tradisce?”

“Sì.”

Ci guardiamo a lungo. Mi alzo. Indosso la giacca.

“Compra la casa. I soldi ce li hai. Quella finestra è importante.”

“Si è tagliata i capelli cortissimi. E’  ancora più bella.”

“Lo so.”

“L’hai vista?”

“Glieli ho tagliati io.” Vado verso la porta. Lui mi trattiene.

“Non preoccuparti. Stasera tornerà.” Mi sistemo i capelli. Gli sussurro all’orecchio: “La amo molto, sai? La ami tu?”

“Credo di sì.”

“Compra la casa. Non voglio che nessun altro si affacci a quella finestra.”

“Perché l’hai lasciata?”

“Tutte le cose belle prima o poi finiscono, io le precedo e le faccio finire prima che si consumino.”

“Lei ti ama ancora. Sta con me perché le ricordo te.”

“Già.”

“Verrò a trovarvi.”

“Anche io sto con lei perché mi ricorda te.”

Comincia a piangere. Mi si avvicina. Mi abbraccia. Mi bacia. E poi ancora, e ancora.  Mi abbottono i pantaloni. Gli strizzo l’occhio.

“A presto.”

Lui non risponde. Io chiudo la porta. Scendo le scale.

All’ingresso un cartello “Vendesi.”

Lui corre alla finestra, accarezza il vetro, mi guarda mentre  mi allontano. “Ci vorranno almeno dieci materassi, forse venti, è un terzo piano…”

Foto: autore sconosciuto, dalla rete.

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