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A rincorrere cani su strade deserte

Non hai più voglia di uscire ora che piove e ritornano i suicidi in stazione centrale. Così i rilievi di un magistrato rubano il tempo alle nostre domeniche pomeriggio e sull’autobus ci si ritrova a strusciarsi.

E ci viene a noia il sabato notte così per tenerci svegli ordiniamo un caffè. E’ arrivato l’autunno ci dice il ragazzo dietro al bancone e noi ci guardiamo: bastasse una pioggia a cancellare l’estate. E mi racconti della fine di tutte le tue storie e ti descrivo il mio licenziamento, poi ti mostro le mani, lo vedi anche il corpo si ribella al lavoro.

Poi appoggiato a un lampione tra le biciclette a scatto fisso e la babele dei turisti osservo i pantaloni rivoltati degli adolescenti e baffi accennati su camicie anni ottanta. Non ci puoi credere che in corso di Porta Romana tutti i bar sono chiusi e non c’è modo di sedersi e guardare la strada. Prendersi il tempo di un pensiero e non finire in quei ristoranti dalla clientela abituale e i tavoli appiccicati. Così mi nascondo dietro ogni angolo per fare cucù ai passanti e spero d’incontrarti, dirti finalmente anche tu sei qui, lo vedi com’è piccolo il mondo. E invece scendo in Feltrinelli, fermo un ragazzo vestito di rosso, avrà venticinque anni, gli dico l’hai letta la Kristof? Risponde un momento, la cerco, come ha detto? Non compro niente, dico io, chiedo soltanto se hai letto la Kristof? Chiama il suo responsabile, dice, senti tu il signore io non capisco. Quel ragazzo mi chiama signore, dico io, ma non sono il signore di nessuno, gli ho fatto solo una domanda, siamo qui per parlarci, non credi? Noi lavoriamo, risponde quello, non ci dia noie. Così prendo l’ultimo di Gramellini e la copertina attraente della Litizzetto, li metto sotto il braccio e me ne vado, non pago e non mi sento in colpa. L’allarme non suona, qui mettono il Jazz.

A casa novantesimo minuto e le opinioni di un non so chi. Che tempo che fa, ripetono i vecchi alle feste di paese. Che tempo che fa, si chiude anche il festival della Letteratura. La sofferenza ti rende cinico, dice mia madre, e in fondo è vero. Le ferite fanno la pelle più spessa. E mentre lotto con le intolleranze tu giochi a Candy Crash, che è un modo come un altro per sopravvivere. Mentre sulla mia scrivania stanno due libri e la domanda è: che me ne faccio? Ma il tempo è brutto, non ho voglia d’uscire. Le vie del signore non sono le nostre gridano auto su strade bagnate.

Foto: autore a me sconosciuto, dalla rete.

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Sei bella, anche tu.

Un caffè lungo e la scusa per il bagno.

Ottanta centesimi di gocciolii e la soddisfazione dello svuotamento interiore e poi fuori a prendere aria, una sigaretta e uno sguardo alla fretta dei passanti.

Noi senza meta abbiamo tempo per i commenti e come le colazioni delle vecchie nei bar della provincia ci facciamo ovvietà.

Tra il bianco degli arredi il pippo in mano e le scritte sui muri, chi tocca muore, Ac/Dc d’annata e i numeri di telefono per le grandezze che non chiamerai mai. Il pensiero che sale sul lampadario e solletica i cirri, poter dire che è tutta una questione di aperture del sé, passaggi a livello alzati e accessi alle intimità.

Poi il taglio dei tuoi occhi e i disegni elementari che ti sei trascinata sulla pelle, i tuoi sogni semplici e le velleità rinchiuse nelle toppe dello zainetto.

E intanto gli amici che si frequentano con donne nuove, le attese e la pienezza del colore delle loro guance, tutti i dubbi che di giorno in mese perdono consistenza e poi affidarsi. Il godimento nello sfregamento dei loro bacini e suoni di risa che puoi soltanto ascoltare, o immaginare. E rallegrarti della gioia degli altri è un buon piatto di pasta, un ritorno a casa o un abbraccio desiderato da tempo. L’eremitaggio è un’utopia perdente.

Così mi è spuntata una voglia di musica elettronica francese proprio sulla coscia tra i peli che cominciano a perdersi e i muscoli gonfi per il gioco del calcio.

E mi ricordo che ci siamo seduti uno di fronte all’altro, che tu dovevi mangiare e io ti volevo soltanto guardare. E per non incrociare le gambe i fischio d’inizio di pacifiche battaglie. I tavoli sempre più piccoli e i letti più ampi che poi finisci per perderti. Quando stamattina pensavo di avere la febbre la tua voce a sussurrarmi in sogno sei così sano che ti stai impigrendo. 

E mentre tornavo a casa sono passato sotto la sua porta, una targa dorata e il solito bar, ho comprato un pacchetto di sigarette per non dimenticarti, che lo sai che non fumo, ma consumo il fiato altrove che tanto con te non serve se hai ancora paura.

E mentre sei girata e parli coi tuoi simili vorrei attaccarti sulla schiena un cartello con scritto Non scappare come ai tempi della scuola e il pesce d’aprile. Che chi ti guarderà penserà che sei folle, che cammini piano e non hai fretta alcuna e correre non ti serve.

E vorrei esistessero lettere alte due metri per mostrarti queste righe sul selciato di piazza Duomo. Ma non si può, che wordpress è una piattaforma, con le sue regole e le sue leggi.

Ci pensi mai che esistono mondi a petrolio e persone in mezzo all’oceano, e re e regine del blu e che ai potenti del mare non serve la democrazia.

E poi le nostre piccolezze: che siamo così belli che non dobbiamo avere paura di dircelo. Potrebbe accadere più o meno così: io che ti dico sei bella e tu che rispondi anche tu, tu che mi dici sei bello, io che rispondo anche tu.

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La libreria Feltrinelli di piazza Duomo

« Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell’imminenza di una reazione fascista in Italia »

Così Leo Valiani di Giangiacomo Feltrinelli.

Buona fede e disinteresse totale.

La libreria Feltrinelli di piazza del Duomo appare ora come un Suv mimetico lanciato ai duecento all’ora su una strada di città in un giorno di pioggia, al suo passaggio fango sui marciapiedi e vestiti sporchi e pioggia di escrementi sui ricordi dell’uomo Giangiacomo e di una casa editrice storica milanese.

Una libreria che non si concede vetrine perché è lei stessa vetro e specchio spocchia della cultura italiana dell’oggi. Cultura dall’etimologica provenienza al culo, allo scarto biologico che il contadino felice espelle nella terra aspettando il germoglio. Cultiviamo chiappe già aperte e in attesa dello sfondamento.

Mi soffermo su Feltrinelli libreria, potrei allargarmi a Mondadori store, sull’altra riva del duomo, ma, mi permetto, non c’è paraculismo in Mondadori. Ad accoglierti le riviste di moda, i best sellers, i giochi elettronici e le offerte di viaggio. Feltrinelli no. Ospite della Galleria Vittorio Emanuele come sinonimo di buona signoria.

L’uomo in camicia bianca, lo studente infiorato e il tailleur pastello della signora arricchita. Tra occhiali di dimensione varia si srotolano boriosi gli occhi dei più, la voce alta delle due amiche che decantano l’arte del De Luca, il signorotto panciuto si compiace in Camilleri da Sicilia, sempre sulla cresta del blu di Sellerio. L’adolescenza di Ammanniti e i titoli gialli del nord. Gli americani dai ritmi spezzati per i palati freschi della gioventù milanese e le parole toccanti per le discrete presenze mediatiche di un Gramellini qualsiasi e gli Inseparabili pappagallini di Piperno con le Cinquanta sfumature di grigio del fumo delle mie sigarette e i Segreti di Augias Corrado.

I libri disposti in cumuli. Sui davanzali infiorati spopolano i nomi della televisione. Tiziano Ferro scrive a suo padre ed anche i comici hanno un’anima.

Il posto d’onore dei figli dei morti famosi.

Gli ex direttori dei giornali. Gli sportivi, i deejay. Gli sconti in percentuale.

Rimane un’area sana dove ricerchi per lettera alfabetica tra le poltroncine per le letture a scrocco dei pensionati e l’aria condizionata mal funzionante.

Colonnette sciape riportano consigli per gli acquisti e spesso ci prendono, tre o quattro righe scritte a mano perché il computer rende tutto più freddo. 2012 e l’Odissea in traduzione. Per essere onesti dovremmo tornare all’oralità del libraio, ma il ragazzino col Manifesto nello spogliatoio e la camminata veloce del lavoro part time sfoggia un apprezzabile snobismo giovanile e corre a prenderci il libro desiderato.

Il gusto della ricerca personale nello zaino, le merendine preconfezionate per i nostri quarto d’ora d’aria e la consolazione delle lettere sul cuscino.

Il mio malessere e il desiderio del fuoco. Parlo di me, non generalizzo nei verbi all’infinito e con l’imperativo di Roberto Saviano da Napoli.

Perché sono una persona disturbata, il mio pensiero si riempie di perché, le domande dinamiche che mi consentono di tirare avanti.

Al fuoco tutto questo, al fuoco e sputerei per terra, mi leverei le scarpe per lanciarle verso qualche muro così che sfondandolo pile di libri sul pavimento, restituire dignità al passo e privarlo della comodità di questi pavimenti bianchi e puliti, di quelle scritte rosse come avvertimenti. Contro i manager dalla cultura massificata in tomi, lo sguardo accademico della Crusca e tutti i punti di domanda che lasciate nella borsa.

E poi sciogliersi davanti alla parola Bellezza resa puttana e troia per le parole del sindaco di Firenze Matteo Renzi che recita Stil Novo, la rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter. Mi pigli al culo con morso forte, la rabbia che mi mangia le viscere o perché? Perché? Perché consapevolezza ci hai abbandonato? Nascondi il volto e mostri il culo, neghi l’umanità dello sguardo, il velo di Maya delle parole innocue.

E perdersi sul volantini con la programmazione degli eventi, ci manca un Fazio per l’intraprendenza di questi inviti, cantanti e lacchè per quei cervelli sognanti che Majakovskij getterebbe sulla strada. Kerouac si presenterebbe ubriaco e tornasse ora il genio di un qualsiasi Bene Carmelo, ci accontentiamo di Sgarbi per farci tre risate tra le sedie tutte uguali.

Non così, no. Non così.

Non compro niente, morirò infelice, arrabbiato e ignorante. Perderò l’uso della parola e mi consegnerò al silenzio.

La vostra musica classica di sottofondo fa marcire le mie orecchie sensibili, nei padiglioni dei vostri occhi tutto questo bianco lucido è panna artificiale.

E finirei per citare la fascetta del primo in classifica nelle vendite, il soldo è dunque, arbitro della qualità, ma la dimentico e annego nel silenzio bianco dell’indignazione.

Quando Piperno col premio Stega tra i denti cita Andre Agassi in epigrafe: “Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo”.

Queste mie righe sono una sconfitta, ma non il bianco di una bandiera, saprò rifarmi e soffrirò meno.

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Frecce per annunciare le svolte

Poi prestami una scala che voglio toccare il soffitto cambiare le lampadine bruciate e fare luce su questa stanza che non sarà sempre giorno. Le altezze non mi spaventano più ti dicevo che ero tutta carne, che volevo raggiungere la bellezza perfetta e non ho mai trovato una donna che mi mettesse in difficoltà con le sue braccia deboli i suoi trucchi poveri, che s’addentrasse nei pozzi del mio ansimare nelle mie pause tra le respirazioni notturne e non parlo di sgambetti tra adolescenti, di porte blindate tra cosce bianche. Il mio cuore abituato alle tachicardie fatica a godersi l’ora chiara del dopotramonto. Dovremmo imparare a sederci io e te e far del silenzio un discorso. Le parole sono troppo importanti per farne cascate e lavarci i panni sporchi le macchie di vino sulle nostre coscienze. E il vuoto rivela i contorni lo sai come quella volta di prima mattina il tuo cappotto lungo il cappello giallo, che anche il Duomo si è sporto per guardarti la tua passerella con Vittorio Emanuele secondo a chiederti come stai dove vai. E poi non eri tu, ma avevo raccolto le briciole riempito i miei occhi per la colazione dei passeri e il loro voli a saltello. Coi frecciarossa che fanno ancora ritardo mi ha chiamato un amico passo da Roma per raggiungere il mare e non ti puoi immaginare quanto è bella. Non abbiamo parabole per descrivere meraviglie. E avrei voluto spedirgli quei bastoni a Y per la ricerca dell’acqua per trovare ristoro tra le tue guance e passare la notte avvolti nella tua lingua lunga. Gli incendi dei miei condomini, i piani alti dei miei farò tornerò i miei sguardi profondi per illuminare la notte. Il faro rotto del mio motorino e le frecce per annunciare le svolte. Ma ho dormito poco stanotte e mi perdono queste incoerenze. Pensa di meno suda di più. E non voltarti al primo rumore tanto lo sai che Milano è un cantiere come quando avevano messo i ponteggi sulle spalle del Duomo e li avevano coperti di foto per darci un’idea del rosa dei marmi. E poi una mattina non c’erano più.

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